
Originariamente Scritto da
Giò
Se vuoi chiamarla "analisi costi/benefici", fai pure, anche se molto più semplicemente e appropriatamente lo si potrebbe (e dovrebbe) chiamare giudizio morale. Ma il "peso" dei singoli fattori valutati non è dato dalla loro utilità, ma dalla loro bontà. Quindi torniamo al punto di partenza: non è buono e giusto ciò che è utile, ma è ciò che è buono e giusto a dare la "misura" di ciò che è utile.
La sola condivisione del medesimo territorio non è sufficiente a creare un legame come quello che intercorre tra persone della stessa nazionalità e che sono strette da storie comuni, mentalità comune, lingua comune, cultura comune ed origini comuni. Quella condivisione, nel caso del gruppo etnico/nazionale autoctono, vanta la solidità della stabilità data dal tempo e da una relativa omogeneità interna, mentre invece quella con lo straniero è una condivisione accidentale sotto ogni punto di vista. Una chiusura totale delle frontiere può essere un provvedimento momentaneo da attuare in casi di particolare emergenza o quando c'è un'effettiva impossibilità di accogliere anche solo un piccolo numero di persone, non un fatto permanente. Una politica saggia ed equilibrata, invece, seleziona i flussi, tenendo conto di diversi fattori, e dando la priorità agli autoctoni nell'accesso al lavoro garantisce che gli stranieri eventualmente impiegati come manodopera non tolgano lavoro a nessuno e non inneschino un meccanismo di concorrenza al ribasso sul mercato del lavoro, ma occupino dei posti che la popolazione autoctona non sarebbe stata in grado di "coprire". In tal modo, non ci sono situazioni di squilibrio nella società tra autoctoni ed immigrati. Dato che in una politica seria di limitazione e regolamentazione dell'immigrazione la densità abitativa di un paese va presa in considerazione, il numero di stranieri sarà circoscritto, limitato e, pertanto, di facile gestione o comunque sarà tale da poter essere gestito dallo Stato. Inoltre, il discorso dei diritti è male impostato: ci sono diritti fondamentali che ogni Stato ha il dovere di riconoscere e garantire a chiunque, prescindendo da fattori razziali, culturali, ecc. e ci sono diritti che invece hanno una portata differente. Ad esempio, il diritto alla vita è intangibile e non può essere leso da alcuno, a meno che non si tratti di punire un colpevole. Questo diritto va garantito a chiunque, autoctono o meno. Ma il diritto al voto non è un diritto fondamentale della persona umana e può essere ristretto o regolato come uno Stato meglio reputa opportuno per la società. Il diritto al sostentamento è un diritto fondamentale ma può essere regolato dall'autorità politica per il bene comune della società.
Oggi non abbiamo chissà quale "consapevolezza sociale", oggi abbiamo perlopiù un forte individualismo, fomentato dalla chimera dell'egualitarismo. A furia di ripetere che siamo per davvero tutti uguali (e non solo in termini di dignità), si è creata l'illusione che ciò fosse vero. Quindi è chiaro che, in un clima del genere, l'idea che ci siano delle differenze e che ci si debba comportare di conseguenza suscita problemi. L'apartheid sudafricano, che comunque non è di certo un mio modello di riferimento, è crollato più a causa della pressione internazionale che per motivi interni. La fine che ha fatto la ex Rhodesia, abbandonando il regime segregazionista, è sotto gli occhi di tutti. Poi, se ragioniamo in termini di giustizia, concordo sul fatto che questi regimi avevano il difetto di essere troppo spesso carenti nella garanzia di quei diritti imprescindibili per ogni essere umano, a prescindere dalla razza di appartenenza, il che ha dato il pretesto per farli cadere ad ogni costo. Ma non sono di certo caduti perché "non funzionavano".
Merovingio, il problema che non cogli è che la società multirazziale, come tu la vorresti e come hanno provato a realizzarla in Europa occidentale, non è affatto qualcosa di armonico, equilibrato e coerente. E' vero che l'uomo è un animale sociale e che quindi è insita nella sua natura l'inclinazione ad associarsi con altre persone per il suo perfezionamento materiale e morale, ma è inevitabile che i legami stretti dall'uomo dipendano dalla nascita. Siccome la società è data dall'insieme delle famiglie, è naturale che si siano sviluppate delle diversità culturali, linguistiche e di mentalità. L'umanità è troppo vasta ed articolata per essere ridotta ad un'unica società al cui interno non ce ne siano altre più particolari e ristrette. Anzi, "geneticamente" è dalla famiglia ed attraverso la famiglia che noi accediamo alla società politica e civile ed è proprio in quella piccola comunità coniugale e domestica che ha la sua radice tanto la società in sé quanto le nazioni.
Scusami, ma credo che tu non abbia ben chiaro che accogliere uno straniero è, in un certo senso, un favore che facciamo a quest'ultimo, non un favore che facciamo a noi stessi. E' lo straniero che viene qua a godere dei frutti di una società che non ha contribuito ad edificare o che non hanno contribuito ad edificare i suoi avi. I nostri nonni non si sono spaccati la schiena per Abdul o per Aziz. Si sono spaccati la schiena per se stessi e per i propri figli e nipoti. Quello che hanno costruito può essere dato a qualcun altro se e quando ciò non crea un problema a chi ne è il legittimo "possessore". Garantire prioritariamente l'accesso al lavoro agli autoctoni è un modo per evitare che gli stranieri usufruiscano di qualcosa che è parimenti necessario, o forse anche più necessario, agli autoctoni.
Permettere che il fatto possa compiersi significa accettare che nella società possano diffondersi massicciamente pratiche abortive su base eugenetica. Lo ritieni giusto? E' tutto qui il punto.
L'innesto è già stato provato: basta vedere gli esempi della Germania, della Francia, della Gran Bretagna, dell'Olanda, ecc. Modelli fallimentari e disastrosi.
Prima di fare un innesto viene sempre valutata la "qualità" del pezzo di pianta che si vuole utilizzare. Se si va alla cieca, si espone l'albero ad un pericolo notevole.
In quale opera di Aristotele sarebbe presente una frase del genere?
