
Originariamente Scritto da
Giò
Non esattamente. L'amore per il prossimo ha diversi gradi a cui corrispondono diverse intensità e doveri differenti. Prima dobbiamo amare la nostra famiglia, poi la patria ed infine il resto del genere umano.
San Paolo lo disse chiaramente: "Se (...) qualcuno non si prende cura dei suoi cari, soprattutto di quelli della sua famiglia, costui ha rinnegato la fede ed è peggiore di un infedele" (1Tm 5, 8).
In merito, la dottrina è molto chiara (farò solo alcuni esempi, ma emblematici):
"(...) con la carità siamo tenuti ad amare di più i nostri congiunti più stretti, sia perché l'amore verso di loro è più intenso, sia perché sono amati per più motivi. Ora, l'intensità dell'amore deriva dal legame di chi ama con l'amato. E quindi l'affetto verso le varie persone si misura dalla diversa consistenza del loro legame: cosicché ognuno è amato di più in base al suo rapporto col legame che lo rende amabile. Inoltre un amore va confrontato con l'altro in base ai rapporti reciproci dei vari legami.
Perciò concludiamo che l'amicizia dei consanguinei è fondata sui legami dell'origine naturale; l'amicizia dei concittadini su una comunanza politica; e l'amicizia dei commilitoni sulla comune partecipazione alla guerra. E quindi nelle cose riguardanti la natura dobbiamo amare di più i consanguinei; in quelle riguardanti la vita politica dobbiamo amare di più i concittadini; e nelle cose di guerra i commilitoni" (San Tommaso d'Aquino, Summa Theologiae IIª-IIae q. 26 a. 8 co.).
"Un uomo in più modi diviene debitore di altri, e secondo i loro gradi di dignità, e secondo i diversi benefici che ne ha ricevuti. Per l'un capo e per l'altro Dio è al primo posto, perché infinitamente grande, e causa prima per noi dell'essere e dell'agire. Al secondo posto come principi dell'essere e dell'agire vengono i genitori e la patria, dai quali e nella quale siamo nati e siamo stati allevati. Perciò dopo che a Dio, l'uomo è debitore ai genitori e alla patria. E quindi come spetta alla religione prestare culto a Dio, così subito dopo spetta alla pietà prestare ossequi ai genitori e alla patria. Ma nell'ossequio verso i genitori è incluso quello relativo a tutti i consanguinei; poiché la loro consanguineità dipende dai nostri genitori, come nota il Filosofo [Aristotele in VIII Ethic.]. Dell'ossequio poi verso la patria partecipano sia i compatrioti che gli amici di essa. Ecco perché la pietà si estende principalmente a codeste persone" (San Tommaso d'Aquino, Summa Theologiae IIª-IIae q. 101 a. 1 co.).
"Ora, pertanto, se siamo obbligati per legge di natura ad amare e difendere particolarmente quella città nella quale siamo nati e cresciuti in questa luce, fino al punto che un buon cittadino non può dubitare di dover dare anche la vita per la patria, è molto più doveroso per i cristiani amare sempre la Chiesa. La Chiesa è infatti la città santa del Dio vivente, nata da Dio stesso e costituita dallo stesso Autore: è pellegrina qui sulla terra, ma sempre intenta a chiamare gli uomini per istruirli e condurli all’eterna felicità del cielo. Pertanto si deve amare la patria dalla quale abbiamo ricevuto il dono di una vita mortale: ma è necessario anteporle nell’amore la Chiesa, alla quale dobbiamo una vita che durerà in perpetuo: perché bisogna anteporre i beni dell’anima a quelli del corpo; i nostri doveri verso Dio sono molto più santi che non quelli verso gli uomini. D’altra parte, se si vuole giudicare rettamente, l’amore soprannaturale per la Chiesa e l’amore naturale per la patria sono entrambi figli della stessa sempiterna fonte, poiché hanno come causa e autore Dio stesso, dal che consegue che un dovere non può essere in contraddizione con l’altro. Possiamo e dobbiamo dunque amare l’una e l’altra: amare noi stessi; essere benevoli con il prossimo; amare lo Stato e il potere che vi presiede, e nello stesso tempo venerare la Chiesa come nostra madre, e con il massimo amore possibile tendere a Dio" (Leone XIII, Sapientiae Christianae, 1890).
"La Chiesa di Cristo, fedelissima depositaria della divina educatrice saggezza, non può pensare né pensa d'intaccare o disistimare le caratteristiche particolari, che ciascun popolo con gelosa pietà e comprensibile fierezza custodisce e considera qual prezioso patrimonio. Il suo scopo è l'unità soprannaturale nell'amore universale sentito e praticato, non l'uniformità, esclusivamente esterna, superficiale e per ciò stesso debilitante. Tutte quelle direttive e cure, che servono ad un saggio ordinato svolgimento di forze e tendenze particolari, le quali hanno radici nei più riposti penetrali d'ogni stirpe, purché non si oppongano ai doveri derivanti all'umanità dall'unità d'origine e comune destinazione, la chiesa le saluta con gioia e le accompagna con i suoi voti materni. Essa ha ripetutamente mostrato, nella sua attività missionaria, che tale norma è la stella polare del suo apostolato universale. Innumerevoli ricerche e indagini di pionieri, compiute con sacrificio, dedizione e amore dai missionari d'ogni tempo, si sono proposte di agevolare l'intera comprensione e il rispetto delle civiltà più svariate, e di renderne i valori spirituali fecondi per una viva e vitale predicazione dell'evangelo di Cristo. Tutto ciò che in tali usi e costumi non è indissolubilmente legato con errori religiosi troverà sempre benevolo esame e, quando riesce possibile, verrà tutelato e promosso. (...) N[on] è da temere che la coscienza della fratellanza universale, fomentata dalla dottrina cristiana, e il sentimento che essa ispira, siano in contrasto con l'amore alle tradizioni e alle glorie della propria patria, o impediscano di promuoverne la prosperità e gli interessi legittimi, poiché la medesima dottrina insegna che nell'esercizio della carità esiste un ordine stabilito da Dio, secondo il quale bisogna amare più intensamente e beneficare di preferenza coloro che sono a noi uniti con vincoli speciali. Anche il divino Maestro diede esempio di questa preferenza verso la sua terra e la sua patria, piangendo sulle incombenti rovine della città santa. Ma il legittimo giusto amore verso la propria patria non deve far chiudere gli occhi sulla universalità della carità cristiana, che fa considerare anche gli altri e la loro prosperità nella luce pacificante dell'amore" (Pio XII, Summi Ponticatus, 1939).
Il "prossimo" di cui parla il Vangelo e la religione cattolica non è qualcosa di vago ed indefinito, ma è una persona reale in carne ed ossa. Ecco perché l'amore per il prossimo si estende in primis a chi è a noi simile o vicino. Simile come un famigliare o un connazionale. Vicino come può essere chi si trova in necessità estrema o grave: motivo per cui, se ci troviamo nella situazione di dover aiutare qualcuno che si trova nell'una o nell'altra necessità, è dovere morale farlo. Nel caso della necessità estrema di tipo corporale anche con grave pregiudizio personale, seppur non necessariamente con pericolo di vita, mentre nel caso della necessità grave finché può farsi senza grave danno personale, tranne quando lo esigano ragioni d'ufficio, di giustizia o di pietà.