

“Non vi è socialismo senza nazionalizzazione e socializzazione delle industrie” STANIS RUINAS


Chiunque stia dalla parte di una giusta causa non può essere definito un terrorista.
Yasser Arafat
Una religione senza guerra è zoppa.
Ruhollāh Mosavi Khomeyni


Chiunque stia dalla parte di una giusta causa non può essere definito un terrorista.
Yasser Arafat
Una religione senza guerra è zoppa.
Ruhollāh Mosavi Khomeyni


Hamas, legittimo rappresentante del Popolo palestinese.
I palestinesi, lo sappiamo bene, non cederanno e continueranno a difendere i loro diritti legittimi sul campo. Pertanto, è importante che, in tutto il mondo, la loro resistenza venga da noi sostenuta in modo determinato e pacifico.
(Tariq Ramadan)
La nostra posizione su Hamas è differente da quella degli Stati Uniti e dell’Europa occidentale. Il ministero degli Affari esteri russo non ha mai considerato Hamas come un’organizzazione terroristica.
(Vladimir Putin)
Un profondo conoscitore della realtà palestinese come Gianfranco Paciello commenta (Hamas, un ostacolo per la pace?): «L’ultima generazione palestinese nel tempo è perciò soltanto l’ultima di quattro generazioni, tutte segnate da vicende sconvolgenti sia a livello individuale che livello sociale. In particolare l’ultima, è una generazione colpita duramente dal fallimento del processo di pace nel quale i loro genitori avevano investito speranze ed energie e che ha portato a peggiorare notevolmente le proprie condizioni di vita e di lavoro». Su questa base popolare si basa gran parte del consenso di Hamas, una generazione tradita da Al-Fatah e dai suoi politici, complici della politica sionista e corrotti fino al midollo.
Grazie alla complicità di Al-Fatah, i sionisti hanno potuto coniare la felice formula, che fa contenti un po’ tutti, dalla destra israeliana alla cosiddetta sinistra antagonista europea, “Con i Palestinesi, ma contro Hamas”, in modo da intendere che la vera occupazione di Gaza è ad opera del Movimento di Resistenza Islamico e che in forma più o meno evidente, l’esercito sionista rappresenta una sorta di liberatore, anche se sanguinario. Hamas viene, di volta in volta, descritta come “fascista”, “antisemita”, “islamico-oscurantista”, “terrorista”, tutti modi per delegittimare il movimento islamico.
Vengono pure rispolverate vecchie interviste in cui esponenti del Movimento invocano la “presa di Roma”, ovviamente tacendo sulla posizione minoritaria di queste posizioni, isolate dai vertici del movimento, che piuttosto che a una fantomatica conquista dell’Europa preferiscono pensare e agire per liberare la Palestina.
Ma la delegittimazione di Hamas è, oggi, la delegittimazione della Resistenza palestinese ed è, la delegittimazione delle richieste di sovranità e di libertà del popolo. Tariq Ramadam scrive: «Sono ormai decenni, da ben prima della conquista del potere da parte di Hamas, che la dignità dei palestinesi viene calpestata ed i loro diritti legittimi negati. Dagli accordi di “pace” di Oslo alla moltitudine di negoziati (e, spesso, impegni), dalle tante promesse alle messe in scena di carattere “mediatico”, i rappresentanti palestinesi non hanno ottenuto nulla per il loro popolo» (Tariq Ramadam, Nel nome del popolo palestinese)
Che il processo di pace e i tentativi di accordo tra Autorità Palestinese ed Entità Sionista siano stati fallimentari è dimostrato da alcuni dati: «Le Nazioni Unite hanno confermato che tra il 2005 ed il 2008, l'esercito israeliano ha ucciso quasi 1.250 palestinesi a Gaza e tra questi 222 bambini. Durante tale periodo, le frontiere sono rimaste quasi sempre chiuse, ed è stato autorizzato solo il passaggio di quantità limitate di derrate alimentari, di combustibile industriale, di mangime per animali e di alcuni altri prodotti essenziali […]L’assedio totale di Gaza, che viola in maniera manifesta la quarta convenzione di Ginevra, impedisce ai nostri ospedali di disporre dei presidi medici essenziali. Impedisce la consegna di combustibile e la fornitura di elettricità alla nostra popolazione» (Ismail Hanyie, Il mio messaggio all’Occidente).
Anche una fonte filo-occidentale libanese, il Daily Star conferma le ingerenze sioniste: «Israele ha imposto un blocco militare alla Striscia da quando Hamas ha vinto le elezioni parlamentari, nel 2006. Dopo che il movimento islamico ha preso il potere con la forza e sconfitto i rivali di Fatah a Gaza nel 2007, lo stato sionista ha ulteriormente stretto il nodo scorsoio. Stando ai termini del cessate il fuoco [mediato dall'Egitto ed entrato in vigore nel giugno 2008. NdR], Israele era tenuta ad abbandonare l'assedio se Hamas avesse trattenuto i suoi combattenti dal lanciare missili sullo stato ebraico. Se il movimento islamico è riuscito a porre virtualmente fine agli attacchi missilistici, Israele non ha mai rispettato il proprio impegno. Tuttavia, la tregua ha sostanzialmente retto finché Israele non ha mandato all'aria gli accordi con l'invasione di Gaza alla vigilia delle elezioni presidenziali statunitensi a novembre, con un'offensiva che ha ucciso sette membri di Hamas. L'invasione ha spinto i combattenti palestinesi a riprendere i lanci di missili» (cit. in Moreno Pasquinelli, Le ragioni di Hamas).
Normale che con queste premesse la Resistenza palestinese non possa agire su un piano diplomatico con Tel Aviv, che disconosce completamente la dignità e il tentativo di sovranità nella Striscia di Gaza.
Di fronte a questi dati, a questi scenari, risulta ancora più importante, per la causa Palestinese, sostenere Hamas, e denunciare il tradimento dei leader di Al-Fatah, su tutti quell’Abu Mazen che spalleggiando il governo Olmert, cercheranno di ridisegnare i rapporti di forza all’interno delle zone palestinesi. Secondo Ugo Tramballi, del Sole 24 ore, «Gli uomini di Fatah rimasti nella striscia avrebbero passato ai servizi segreti israeliani le informazioni necessarie per colpire i nascondigli di armi e gli uffici di Hamas trasferiti in zone sicure», vendendo i palestinesi al disegno di annientamento sionista.
A riconoscere il tradimento dell’ANP e il danno provocato dai negoziati alla causa palestinese sono anche i gruppi laici della sinistra palestinese, come confermato da Maher Taher membro dell’Ufficio Politico del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP).
Il FPLP e il FDLP (Fronte Democratico della Liberazione della Palestina) sono le due forze laiche e socialiste che riconoscono ad Hamas il ruolo guida della Resistenza e il fondamentale apporto alla causa palestinese anche grazie all’imponente opera sociale messa in piedi dal movimento fondato dallo Sceicco Yassin. I movimenti della sinistra araba confermano nei loro comunicati e nelle loro dichiarazioni che l’attacco sionista contro Gaza non era un tentativo di eliminare solo Hamas, ma un tentativo di eliminare la Resistenza nel suo complesso, oltreché una punizione al popolo palestinese per aver scelto democraticamente i propri scomodi rappresentanti.
Non va sottaciuto, e dimenticato, che Hamas nel 2006 ha vinto, con una stracciante maggioranza le elezioni per la rappresentanza governativa palestinese, elezioni, che, nonostante il controllo degli osservatori internazionali, non hanno avuto il riconoscimento della comunità politica europea ed occidentale, spaventata dal risultato che non aveva premiato il “cavallo moderato” di Al-Fatah. Nonostante ciò dopo la vittoria Hamas ha subito invitato l’OLP di Al-Fatah ad un negoziato per la formazione di un governo unitario palestinese, appello snobbato da Abu Mazen.
Hamas guida, quindi, il legittimo governo palestinese, cosi come lo ha voluto il suo popolo. A riconoscerlo è anche un politico italiano di lungo corso come Massimo D’Alema, unico a non unirsi al coro dei lacchè che hanno inveito contro Hamas e i suoi rappresentanti.
A dare conferma del “buongoverno” di Hamas è un giornalista del Times :« La settimana scorsa ero a Gaza. Mentre ero lì ho incontrato una ventina di poliziotti che partecipavano a un corso in gestione dei conflitti. Erano ansiosi di sapere se gli stranieri si sentivano al sicuro da quando Hamas era al governo. “Sì, certamente!” ho risposto. Senza dubbio gli ultimi 18 mesi hanno visto una relativa calma per le strade di Gaza; nessun uomo armato per le strade, niente più rapimenti. Hanno sorriso pieni di orgoglio e ci hanno salutato con un arrivederci» (William Sieghart, Dobbiamo aggiustare l’immagine distorta cha abbiamo di Hamas).
Ma il popolo palestinese riconosce anche l’importante ruolo di Hamas nel campo sociale: «Le capillari attività svolte da Hamas sono sempre state uno dei punti di forza del movimento, la cui irresistibile ascesa negli ultimi vent’anni, sino alla vittoria sugli altri gruppi palestinesi, è largamente dovuta al successo riscosso dai suoi programmi sociali, ripartiti tra istruzione, sanità, pubblica assistenza e aiuto ai poveri. […] La popolarità di Hamas e la sua vittoria nelle elezioni del 2006 sono almento parzialmente spiegabili con l’appasionata opera assistenziale svolta a sostegno dei poveri» (Khaled Hroub, Hamas, Mondadori, 2006).
A detta di William Sighart, la dirigenza di Hamas non «ha professato lo scopo di islamizzare la società palestinese, in stile talebano», vengono quindi a cadere anche le “paure fasciste ed oscurantiste” degli “antagonisti” europei.
Hamas ha quindi la legittimazione popolare almeno su tre piani: quello elettorale, quello sociale e quello di guida della Resistenza.
E’ quindi impossibile “liberare” i Palestinesi da Hamas, perché, oggi, Hamas rappresenta le legittime rivendicazioni del popolo palestinese, è in piena simbiosi con il suo popolo e dopo i bombardamenti sionisti il consenso verso Hamas è vistosamente cresciuto.
A conclusione del suo articolo Sieghart scrive: «Ma cosa significa quando Barack parla di distruzione di Hamas? Significa uccidere il 42 per cento dei palestinesi che hanno votato per esso? Significa rioccupare la Striscia di Gaza da cui Israele si è ritirato così dolorosamente tre anni fa? O significa separare in modo permanente i palestinesi di Gaza e quelli della Cisgiordania, politicamente e geograficamente?».
La risposta alle sue domande è una: il desiderio di Barack e degli altri leader sionisti è quello di eliminare qualsiasi forma di dissenso, politico e armato, alle loro politiche tra le forze palestinesi, in modo da avere campo libero per ottenere i loro obiettivi, cioè la rapida soluzione della “questione arabo-palestinese”.
A contrastare questo piano c’è la Resistenza, guidata da Hamas, ma formata da diverse realtà: la Jihad Islamica, il FPLP, il FDLP. Chiudiamo con le parole di Khaled Meshal, leader di Hamas: «Noi abbiamo accettato uno Stato palestinese entro i confini del 1967. Ma la comunità internazionale non è riuscita a costringere Israele a fare la stessa cosa. Perciò, cosa resta da fare ai palestinesi se non resistere? Da parte nostra, preferiremmo un percorso di pace. Ma troviamo questo percorso di pace bloccato. Per questo, ai palestinesi non resta altra opzione che la resistenza».
Giancarlo Paciello scrive: «Il vero ostacolo alla pace non è certamente la resistenza palestinese, anche quando assume l’aspetto degli attentati-suicidi, una forma dunque terroristica. Il vero ostacolo sono l’occupazione e le colonie, un furto di terre su larga scala in funzione della colonizzazione. Ed è attraverso di esse che passano gli unici rapporti tra palestinesi ed israeliani.La vittoria di Hamas
non può che essere interpretata come una risposta al colonialismo israeliano, come l’insurrezione in Iraq è una risposta al colonialismo americano. In entrambi i casi, il problema è l’occupazione straniera di un territorio arabo».
Contro il colonialismo sionista, l’unica forma di Resistenza è quella di sostenere Hamas e la sua legittimità nel popolo palestinese.
Qualsiasi altra soluzione è un vantaggio per la classe dirigente sionista.
Documento senza titolo
Ultima modifica di Johann von Leers; 15-02-11 alle 13:45
Chiunque stia dalla parte di una giusta causa non può essere definito un terrorista.
Yasser Arafat
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“Non vi è socialismo senza nazionalizzazione e socializzazione delle industrie” STANIS RUINAS


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Cosa vuole Hamas
di Miguel Martinez - 04/06/2010
Fonte: kelebek
Un'importante intervista di Umberto Giovannangeli dell'Unità con Ismail Haniye di Hamas.
Una posizione ferma, certamente, ma che ha una sua logica. Hamas sopravvive, sotto varie forme, da mezzo secolo, e non certamente perché i suoi vogliano tutti bere sangue di ebrei, ma perché ha sempre saputo fare politica, in maniera molto più flessibile di quanto i media di solito ci facciano apparire.
Il punto fondamentale è il rifiuto del concetto di precondizioni, che Israele ha sempre posto: prima, devi mettere la firma sotto la cessione dell'80% della tua terra e devi disarmare completamente, mentre io non mi impegno proprio a niente. Poi negoziamo su quello che ti resta, mentre io tengo sempre il dito sul grilletto.
Questa è la logica che Hamas ha sempre rifiutato.
La proposta di Hamas è sempre quella: prima Israele rispetta le risoluzioni della Nazioni Unite, ritirandosi dai Territori Occupati. Poi si fa una tregua seria. E si inizia a negoziare. E' abbastanza evidente che l'esito finale della proposta di Hamas sarebbero i famosi "due popoli e due stati", con l'80% della terra in mano israeliana; ma Hamas non ci mette la firma sulla resa prima ancora di negoziare.
E' una proposta che si può criticare (io personalmente non la condivido), ma la cosa interessante è che Israele non può nemmeno ammettere che esiste. Perché per rispondere, dovrebbe dire cosa intende fare con i Territori Occupati, definire le proprie frontiere e rientrare nel mondo normale.
E' proprio a causa della ragionevolezza di Hamas, che su Hamas non si può ragionare. E' questa la vera causa dell'assedio a Gaza e della demonizzazione di Hamas nei media.
Cosa vuole Hamas
“Non vi è socialismo senza nazionalizzazione e socializzazione delle industrie” STANIS RUINAS


Hamas non è più il movimento religioso che si vorrebbe far intendere
di Jean François-Poncet/Soren Seelow - 09/02/2009
Fonte: Come Don Chisciotte
Nei giorni successivi alla fine dei bombardamenti israeliani, la Francia sembra avere adottato sulla questione palestinese un atteggiamento più realista rispetto a quello dell'Italia e di altri paesi europei totalmente allineati ad Israele. Tale posizione è testimoniata da un esplicito riconoscimento del ruolo di Hamas, illustrato in questa intervista dal vice-Presidente della Commissione per gli affari esteri del Senato francese. Un ulteriore segno di un atteggiamento meno remissivo rispetto agli altri paesi occidentali è dato dalla severa posizione presa dal governo francese che il 28 Gennaio ha richiamato da Israele il proprio ambasciatore per consultazioni dopo che i soldati israeliani avevano bloccato un convoglio diplomatico e aperto il fuoco su di esso a scopo intimidatorio. N.d.r.
Jean François-Poncet (UMP), vice-Presidente della Commissione per gli affari esteri del Senato, alla fine del mese di gennaio ha incontrato a Damasco un alto responsabile di Hamas, nell'ambito di una missione del Senato francese sulla situazione in Medio Oriente. In seguito all'intervista, Israele ha annunciato, martedì 3 febbraio, di aver annullato tutti gli appuntamenti previsti per la delegazione senatoriale alla quale partecipava ugualmente la senatrice del PS Monique Cerisier-Ben Guiga.
Il Sen. François-Poncet, che è stato Ministro degli Esteri sotto il governo di Raymond Barre (1978-1981), ritiene che Hamas sia ormai aperto al dialogo con Israele e che debba essere considerato come un interlocutore a pieno titolo.
Jean François-Poncet: abbiamo incontrato Khaled Mechaal, responsabile dell'ala politica di Hamas, che ha sede a Damasco. L'obiettivo era conoscere la posizione di Hamas, che è palesemente diventato un attore imprescindibile nella scena medio-orientale e un partner che non è possibile ignorare nell'ambito di una regolamentazione del conflitto tra Israele e i Palestinesi. Hamas non è più il movimento rivoluzionario e religioso che si vorrebbe descrivere. Questo movimento ha oggi un vero seguito presso i Palestinesi, probabilmente più di quanto ne abbia Mahmoud Abbas, il presidente dell'Autorità palestinese. La sensazione che ho avuto è che esso si sia ormai posto nel quadro di una negoziazione con Israele. Hamas è ancora nella lista delle organizzazioni terroristiche, ma abbiamo la sensazione che questa fase del suo sviluppo sia ormai superata.
Dunque, lei non considera il lancio di razzi come atti terroristici?
JFP: I lanci si inscrivono in un quadro di scontri tra Israele e il movimento palestinese a Gaza. Lei non si chiede se l'attacco israeliano a Gaza sia terrorismo. Non bisogna dimenticare che la tregua conclusa tra Hamas e Israele, finita tre mesi fa, comportava per l'enclave di Gaza di avere normali relazioni con l'esterno; ora, gli Israeliani hanno imposto un blocco estremamente restrittivo. Il che ha incitato Hamas a non rinnovare la tregua e a cominciare a lanciare razzi. Ha avuto torto, sicuramente, ma ciò fa parte del braccio di ferro che si svolge in Medio-Oriente.
Ma lei è nella posizione di sapere bene che Israele non considera Hamas un interlocutore ...
JFP: E' certo che Israele ha reagito molto male al nostro colloquio con il signor Mechaal. Hanno annullato tutti i nostri appuntamenti perché per il momento rifiutano che si possano avere contatti con Hamas. Agendo in questo modo, Israele comunica a tutto il mondo che coloro che prendono contatti con Hamas saranno messi in frigorifero. Ma siamo di fronte ad un'evoluzione ...
Oggi né la Francia né l'Europa considerano Hamas come un interlocutore. Ma verrà il momento in cui tutto il mondo, a cominciare dagli Americani, sarà obbligato a riconoscere i fatti. Si parla di riunire i Palestinesi, il che significa riunire Abu Mazen (Mahmoud Abbas) e Hamas in un governo di unità nazionale, che è inevitabile se si vuole un accordo di pace che tenga. Noi ci siamo impegnati a negoziare con questo governo di unità nazionale e in questo governo ci sarà Hamas. Di fatto fa parte degli attori.
Spesso viene evocato lo statuto di Hamas che prevede la distruzione di Israele. E' ancora attuale?
JFP: No, ne abbiamo parlato. Il signor Mechaal l'ha spazzato via con un gesto della mano. Si tratta di uno statuto, come quello che ha avuto l'OLP prima di rinunciarvi. [Mechaal] non ha parlato di rinunciarvi, ma non vi ha mai fatto riferimento. E' una fase che mi sembra ormai superata.
Questo statuto non è incompatibile con lo status di interlocutore che lei riconosce ad Hamas?
JFP: Dal momento in cui questo movimento si pone nella prospettiva di un negoziato, è per forza con Israele. Certamente, non si propone di riconoscere Israele. Ma il fatto di entrare in un negoziato sarebbe incomprensibile se non implicasse di riconoscere l'interlocutore con cui si parla.
Titolo originale: "Le Hamas n'est plus le mouvement révolutionnaire et religieux que l'on veut bien décrire"
Fonte: Le Monde.fr : Actualité à la Une
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03.02.2009
Hamas non è più il movimento religioso che si vorrebbe far intendere, Jean François-Poncet/Soren Seelow
“Non vi è socialismo senza nazionalizzazione e socializzazione delle industrie” STANIS RUINAS
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