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Discussione: Iraq

  1. #41
    Rossobruno cattivone
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    Predefinito Re: Iraq

    Pino Arlacchi - Soleimani, è guerra ibrida tra Iran e USA



    di Pino Arlacchi - Il Fatto Quotidiano

    Stupido è chi, secondo i manuali sul tema, procura danno a se stesso oltre che agli altri. Ed ultra-stupido è ciò che hanno fatto gli Stati Uniti assassinando il generale Soleimani. La mossa è autolesionista non tanto perché potrebbe costare a Trump la rielezione. Ma soprattutto perché si tratta di un’azione profondamente anti-americana, in grado di accelerare di vari anni, invece di ritardare, la fase terminale del dominio USA sul mondo.

    Non facciamoci ingannare dall’apparente moderazione della reazione immediata dell’Iran all’assassinio di un eroe nazionale, estremamente popolare, secondo solo al padre della patria Khomeini. Il ministro degli esteri Zarif ha definito un atto di terrorismo internazionale quello che è a tutti gli effetti un atto di guerra, ed il leader supremo Khamenei si è limitato a maledire e minacciare una generica vendetta.

    La scelta dell’Iran sembra essere quella di non rispondere colpo su colpo ma con una strategia calibrata, capace di sfruttare al massimo le ripercussioni interne ed internazionali dell’evento sciagurato.


    L’effetto interno più rilevante della bravata trumpiana sarà, in Iran, non un cambio ma un rafforzamento di regime. Ciò comporterà la fine della componente progressista, democratica e filo-europea della politica iraniana affermatasi nelle ultime elezioni. I seguaci del presidente riformista degli anni ’90, Kathami, già in difficoltà, verranno definitivamente soverchiati dal blocco ultra-conservatore e nazionalista che ruota intorno alle forze armate, i pasdaran e gli ayatollah.

    Non ci sarà bisogno di alcun colpo di stato, perché popolo ed elites dell’Iran seguiranno come un sol uomo chi prometterà loro di vendicare con la violenza il colpo al cuore appena ricevuto.

    C’è bisogno a questo punto di ricordare che la conseguenza più certa della sconsideratezza americana sarà lo sgombero di ciò che resta del patto nucleare del 2015? Quel patto, ricordate, firmato da Obama e poi stracciato da Trump, ma mantenuto dagli altri contraenti, che postponeva di 10 anni la possibilità che l’Iran si dotasse dell’arma atomica?

    Il trattato stabiliva che l’Iran si sarebbe astenuto dal dotarsi della tecnologia nucleare bellica in cambio del suo reintegro nell’economia internazionale tramite la ripresa degli scambi e degli investimenti con i paesi UE, e in primo luogo con l’Italia. Un canale di amicizia e di cooperazione tra Iran ed Europa che si chiuderà presto.

    Dopo Soleimani, l’Iran seppellirà ciò che rimane di quell’accordo, e si incamminerà molto probabilmente anche sulla strada dell’uscita dal TNP, il trattato di non proliferazione del 1970. Uscita che spingerà tutti i paesi della regione a fare altrettanto. Distruggendo il tabù nucleare che regge la pace mondiale da 70 anni e riempiendo il Medioriente di bombe atomiche.

    Ci sono poi da valutare i danni della reintroduzione dell’assassinio politico palese, e al massimo livello, come strumento accettabile delle relazioni internazionali, anche di quelle ostili. Per adesso, sono solo gli USA ad avere avanzato la candidatura a suprema autorità immorale in questo campo, ma cosa potrà impedire ad altri, dopo ciò che è accaduto, di seguirne il luminoso esempio? Cosa saranno autorizzati a fare i “cattivi” al vertice delle potenze cattive, limitatisi finora a praticare l’eliminazione fisica dei nemici nei ranghi medio-bassi e in modo coperto? Lo scarso entusiasmo di Netanyahu alla notizia dell’uccisione di Soleimani forse può significare qualcosa in merito.

    L’unica nota debolmente positiva del dopo Soleimani è che entrambe le parti sembrano propendere verso uno scontro di tipo ibrido invece che verso una guerra convenzionale o nucleare. La guerra atomica è da escludere perché l’Iran non ha la bomba, per il momento, e non è legato da alcun trattato di difesa con una potenza nucleare.

    La guerra convenzionale non è probabile perché sia gli Stati Uniti che l’Iran ne hanno ripetutamente scartato la possibilità. E le guerre non scoppiano per caso. Occorre che almeno una delle due parti persegua fervidamente l’opzione armata.

    Il Pentagono, in particolare, non vuole una nuova guerra perché sa di correre un alto rischio di perderla, al pari di tutte quelle che ha fatto dopo la seconda guerra mondiale.

    Ma una guerra ibrida ad alta intensità come quella appena iniziata può essere altrettanto disastrosa di un confronto con navi e cannoni. Sanzioni estreme, blocchi marittimi e finanziari, terrorismo di stato e bombardamenti incapacitanti di infrastrutture cruciali per la vita associata sono purtroppo da mettere in conto. Assieme a un nuovo shock petrolifero e conseguente recessione mondiale.

    La palla, purtroppo, è quasi solo nel campo americano, dato l’obbligo per l’Iran di usare tutti i mezzi al di qua della guerra aperta, e data la prevedibile risposta inconcludente dell’Europa e del resto del mondo.
    Notizia del: 04/01/2020

    https://www.lantidiplomatico.it/dett...sa/5871_32424/
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  2. #42
    Rossobruno cattivone
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    Predefinito Re: Iraq

    A Baghdad i funerali di Soleimani, 'Morte agli Usa'. Cina a Usa, no ad abusi di forza militare


    Nuovo raid americano in Iraq, ucciso un comandante filo iraniano




    Migliaia di iracheni hanno partecipato questa mattina a Baghdad al corteo funebre del generale iraniano Soleimani gridando - tra la sua bara e quella del suo principale luogotenente in Iraq, Abu Mehdi al-Mouhandis - "morte all'America". Il corteo ha sfilato tra le vie del distretto di Kazimiya, dove si trova un santuario sciita. Al termine, nella zona verde di Baghdad si è tenuto un funerale nazionale ufficiale alla presenza di molti leader iracheni. I resti di Soleimani saranno portati in Iran dopo la cerimonia. Intanto, un comandante del gruppo paramilitare iracheno filo-iraniano Hashed Al Shaabi è stato ucciso nella notte in un nuovo raid aereo Usa a nord di Baghdad. Resta altissima la tensione fra Stati Uniti e Iran. Trump ribadisce di non volere la guerra, ma "siamo pronti a qualunque risposta sia necessaria"; la guida suprema iraniana Khamenei lo avverte: "Prepara le bare".

    "Gli americani dovrebbero sapere che la vendetta dell'Iran per l'assassinio del comandante del Quds Qassem Soleimani non sarà affrettata e decideremo dove e quando avverrà la schiacciante risposta": lo ha detto il portavoce del generale di brigata delle Forze armate iraniane Abolfazl Shekarchi In ogni caso, se ci sarà una guerra o scontri con gli Stati Uniti - ha aggiunto - "gli americani subiranno gravi danni, ha aggiunto, precisando che "se gli Usa commetteranno una follia, la risposta dell'Iran sarebbe ancora più dura".

    Al momento, dopo l'uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani, "non esiste alcuna specifica, credibile minaccia dall'Iran": lo afferma il Dipartimento per la sicurezza nazionale americano, che mette in guardia però dal rischio di un'ondata di cyber attacchi, con le reti informatiche Usa possibile obiettivo degli hacker di Teheran. Non solo quelle del governo federale, ha spiegato il responsabile per la cyber sicurezza Chris Krebs, spiegando che l'offensiva potrebbe essere su larga scala.

    La Cina sollecita gli Usa "a non abusare della forza militare": è il monito del ministro degli Esteri Wang Yi fatto nel colloquio telefonico con la controparte iraniana Mohammad Javad Zarif, all'indomani della morte del generale Qassem Soleimani. Wang, nel resoconto dei media cinesi, ha osservato anche che la forza "non è la soluzione nelle relazioni internazionali". La mossa Usa, invece, ha violato "le norme di base dei rapporti internazionali e aggraverà le tensioni e le turbolenze regionali".

    Si terranno martedì i funerali in Iran di Qassem Suleimani ucciso in un raid degli Usa in Iraq. Lo riporta la Bbc. Dopo le esequie oggi a Baghdad, la salma del generale e degli altri iraniani uccisi faranno rientro in Iran, secondo alcuni media già questa sera. Poi martedì i funerali di Soleimani nella su città natale, Kerman, nel centro del Paese.

    "La risposta ad un'azione militare è un'azione militare. Da parte di chi? Quando? Dove? Lo vedremo". Lo ha detto l'ambasciatore iraniano all'Onu, Takht Ravanchi, in un'intervista alla Cnn. "Non possiamo rimanere in silenzio, dobbiamo agire ed agiremo", ha detto ancora sottolineando che il raid degli Stati Uniti contro il generale iraniano Ghassem Soleimani "è stato un atto di guerra contro il popolo iraniano".

    Il ministero degli Esteri britannico ha sollecitato i cittadini del Regno Unito a non recarsi in Iraq ed evitare viaggi "non necessari" in Iran dopo il raid Usa nel quale è stato ucciso il generale iraniano Soleimani. Lo riporta Sky news.

    La Nato sospende le sue missioni di addestramento in Iraq. Lo riferisce un portavoce dell'Alleanza.

    Potrebbe avere "conseguenze incontrollabili" l'uccisione da parte degli Stati Uniti del comandante delle forze di Qods, il maggiore generale Ghassem Soleimani. Lo ha detto il ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif al segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres durante una conversazione telefonica ieri sera.

    per proseguire: A Baghdad i funerali di Soleimani, 'Morte agli Usa'. Cina a Usa, no ad abusi di forza militare - Mondo - ANSA
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  3. #43
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    Predefinito Re: Iraq

    Soleimani, Arabia Saudita e la rivelazione del Premier Iracheno Adil Abdul-Mahdi



    di Federico Pieraccini

    C'è un dettaglio, molto importante, rimasto sottotraccia riguardante gli eventi a Baghdad che hanno portato all'uccisione di Soleimani.


    Il generale arrivava dal Libano, su un volo civile, avendo ottenuto poche ore prima il lascia passare diplomatico per attendere un funerale in Iraq e per incontrare successivamente il primo ministro Iracheno Adil Abdul-Mahdi. Era una visita programmata, pubblica, nota. Nulla di segreto.


    "Hadj Soleimani era a Baghdad su mio invito. Era previsto un incontro con lui"


    Il primo ministro aggiunge un elemento che offre una nuova interpretazione dei fatti accaduti, soprattutto su cosa stava lavorando il generale prima di essere assassinato.


    "[Soleimani ] portava con sé una lettera della leadership iraniana su come ridurre le tensioni con l'Arabia Saudita ''.


    Il dettaglio Inedito, rivelato da chi mediava tra le parti, racconta di Teheran e Riad intente a negoziare una riduzione delle tensioni tra i paesi e nella regione.


    Per avere una conferma di questa tesi, leggere le parole utilizzate usate dal ministro degli esteri Saudita, Faisal Bin Farhan Al Saud su Twitter in relazione all'uccisione del generale Iraniano.


    "La dichiarazione del Regno relative agli eventi in Iraq sottolineano l'opinione del Regno sull'importanza della riduzione delle tensioni per salvare i paesi della regione e la loro popolazione dai rischi di qualsiasi escalation".


    Nessuna traccia di compiacimento o gioia, eppure si tratta del nemico principale di Riad.


    Persino i Sauditi comprendono che una guerra nella regione colpirebbe in primo luogo i loro portafogli (e le loro teste in caso di rivolta interna), cercando quindi un accordo con Teheran per ridurre le tensioni.


    La politica estera degli Stati Uniti si basa oggi giorno sul concetto (vero meno resta da vedere) di essere un esportatore netto di petrolio, quindi ci sono pochi scrupoli a gettare la regione nel caos.


    Una volta scoperto il piano di de-escalation tra Riad e Teheran, Trump non ci ha pensato due volte a scardinare ogni tentativo di pacificazione tra le parti, ottenendo così probabilmente l'effetto opposto e giocandosi probabilmente anche la permanenza in Iraq come centro strategico per le operazioni USA in Medio Oriente.

    Notizia del: 05/01/2020

    https://www.lantidiplomatico.it/dett...i/16990_32440/
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  4. #44
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    Predefinito Re: Iraq

    Iraq, il Parlamento: “Cacciare la coalizione occidentale anti-Isis”. L’Iran: “Il mondo prenda posizione contro gli atti di terrore degli Usa”. Londra sta con Trump: “Con Soleimani ha fatto bene”


    Resta alta la tensione tra Washington e Teheran. E il primo effetto concreto dell’escalation scaturita dall’uccisione del generale degli Ayatollah è il voto dell’assemblea nazionale di Baghdad. E il presidente americano rilancia: “Pronti a colpire anche i siti culturali” . Zarif: "Colpire siti culturali è crimine di guerra". Borrell invita il ministro degli Esteri iraniano a Bruxelles: "Necessaria de-escalation"


    https://www.ilfattoquotidiano.it/202...-bene/5652052/
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  5. #45
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    Predefinito Re: Iraq

    L'Iraq annuncia il lancio dei preparativi per il ritiro delle truppe straniere dall'Iraq



    "Il governo iracheno ha iniziato a limitare il movimento delle forze della coalizione terrestre e marittima, che sarà limitato al solo pattugliamento, armamento e addestramento del personale", secondo un portavoce delle forze militari irachene


    Funzionari iracheni sostengono che i preparativi per ritirare le truppe straniere dall'Iraq sono già in corso, secondo un annuncio di un portavoce delle forze armate irachene, riportato dai media locali.

    "Il governo iracheno ha iniziato a limitare il movimento delle forze della coalizione via terra e via mare, che si limiterà a pattugliare, armare e addestrare il personale", ha spiegato il portavoce. "Il governo ha limitato le azioni delle forze internazionali sia via terra che via aerea." Ora è vietato fare qualsiasi movimento ", ha precisato.

    Ha anche aggiunto che Washington non ha informato il comando generale delle forze armate irachene delle sue operazioni.


    L'Iraq non vuole più guerre

    Da parte sua, il presidente iracheno Barham Salih ha invitato a evitare un nuovo scontro armato nel paese dopo l'assassinio del generale iraniano Qasem Soleimani da parte degli Stati Uniti.

    "[Sono] profondamente preoccupato per la possibilità che l'Iraq venga coinvolto in un altro ciclo di conflitti. [...] Ciò avrebbe conseguenze terribili per l'Iraq e la regione in generale. Dobbiamo fare tutto il possibile per affermare la moderazione e allontanarci dal limite." , ha dichiarato il presidente in un'intervista pubblicata ieri su The New Yorker.

    "Non tollererei l'azione militare, da qualunque parte provenga", ha detto.

    Ha anche affermato che le relazioni con la vicina Repubblica islamica dell'Iran sono importanti per Baghdad. "L' Iran è un importante attore geopolitico. L'Iran è una cultura di migliaia di anni di civiltà. [...] Gli interessi dell'Iraq, i suoi interessi nazionali, devono avere ottime relazioni di vicinato con l'Iran", ha detto Salih.


    Notizia del: 06/01/2020

    https://www.lantidiplomatico.it/dett...iraq/82_32461/
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  6. #46
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    Predefinito Re: Iraq

    (Video) Milioni di iracheni manifestano nelle strade di Baghdad per chiedere la fine dell'occupazione statunitense



    I cittadini iracheni sono scesi oggi per le strade di Baghdad, la capitale irachena, per chiedere la fine dell'occupazione delle truppe statunitensi nel paese arabo


    Sventolando bandiere dell'Iraq, milioni di iracheni provenienti anche da altre città del paese arabo, hanno raggiunto Tahrir Square, nel centro di Baghdad, gridando slogan contro gli Stati Uniti, un paese che ha una storia di gravi atrocità in Iraq.

    per proseguire: https://www.lantidiplomatico.it/dett...ense/82_32758/
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  7. #47
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    Predefinito Re: Iraq

    Come una sessione parlamentare rivela i veri scopi di Trump in Iraq


    1 FEBBRAIO 2020
    Whitney Webb, Mint Press 17 gennaio 2020



    Gli Stati Uniti sono fermamente convinti che l’assassinio di Qasim Sulaymani e il rifiuto di lasciare l’Iraq riguardino la protezione degli statunitensi, ma una sessione parlamentare irachena poco nota rivela come i legami sempre più forti della Cina con Baghdad possano formare la nuova strategia nordamericana per il Medio Oriente.
    Poiché gli Stati Uniti hanno ucciso il Generale Qasim Sulaymani e il leader della milizia irachena Abu Mahdi al-Muhandis all’inizio di gennaio, la narrazione ufficiale riteneva che la loro morte fosse necessaria ad impedire una vaga, ma presumibilmente imminente, minaccia agli statunitensi, sebbene il presidente Trump affermasse che se Sulaymani o i suoi alleati iracheni rappresentassero o meno una minaccia imminente “non importava davvero”. Mentre la situazione tra Iran, Iraq e Stati Uniti sembra essersi acuita in modo sostanziale, almeno per ora, va rivisto il passaggio alle recenti tensioni USA-Iraq/Iran fino all’assassinio di Sulaymani e Abu Mahdi al-Muhandis al fine di comprendere una delle cause più trascurate ma rilevanti dell’attuale politica di Trump nei confronti dell’Iraq: impedire alla Cina di espandere la presenza in Medio Oriente. In effetti, fu affermato che anche l’assassinio di Sulaymani era direttamente collegato al suo ruolo diplomatico in Iraq e alla spinta ad aiutare l’Iraq a garantirsi l’indipendenza petrolifera, a partire dall’attuazione del nuovo grande accordo petrolifero con la Cina. Mentre la recente retorica sui media si soffermava sull’entità dell’influenza dell’Iran in Iraq, i recenti rapporti della Cina coll’Iraq, in particolare nel settore petrolifero, sono responsabili di gran parte di ciò che accade in Iraq negli ultimi mesi, almeno secondo il Primo ministro iracheno Adil Abdul-Mahdi, che attualmente ha una carica ad interim.
    Gran parte della pressione esercitata dagli Stati Uniti sul governo iracheno per la Cina, secondo quanto riferito, avveniva di nascosto e a porte chiuse, tenendo le preoccupazioni all’amministrazione Trump per i crescenti legami della Cina coll’Iraq in gran parte escluso al pubblico, forse per la preoccupazione che una rissa pubblica possa esacerbare la “guerra commerciale” tra Cina e Stati Uniti mettendone in pericolo gli sforzi per risolverla. Tuttavia, qualunque siano le ragioni, l’evidenza suggerisce fortemente che gli Stati Uniti sono ugualmente preoccupati dalla presenza della Cina in Iraq così come dell’Iran. Questo perché la Cina ha mezzi e capacità di minare drasticamente non solo il controllo degli Stati Uniti sul settore petrolifero iracheno, ma l’intero sistema del petrodollaro da cui dipende direttamente lo status degli Stati Uniti come superpotenza finanziaria e militare.

    Dietro il sipario, una narrazione diversa per le tensioni Iraq-USA
    Il Primo ministro iracheno Adil Abdul-Mahdi fece una serie di osservazioni il 5 gennaio, durante una sessione parlamentare che ricevetto sorprendentemente poca attenzione dai media. Durante la sessione, che vide anche il parlamento iracheno approvare la rimozione di tutte le truppe straniere (incluso nordamericane) dal Paese, Abdul-Mahdi fece una serie di affermazioni sul sostegno alla recente situazione che metteva l’Iraq al centro delle tensioni USA-Iran. Durante la sessione, solo una parte delle dichiarazioni di Abdul-Mahdi furono trasmesse in televisione, dopo che il portavoce della Camera Muhamad al-Halbusi, che ha strette relazioni con Washington, chiese che la diretta tv venisse interrotta. Al-Halbusi partecipò stranamente alla sessione parlamentare anche se fu boicottata dai suoi alleati rappresentanti sunniti e curdi. Dopo che la diretta tv fu interrotta, i parlamentari presenti trascrissero le osservazioni di Abdul-Mahdi, poi trasmesse all’agenzia stampa araba Idat. Secondo tale trascrizione, Abdul-Mahdi affermò che: “Gli statunitensi hanno distrutto il Paese e provocato il caos. Si sono rifiutati di completare la costruzione del sistema elettrico e dei progetti infrastrutturali. Hanno negoziato per la ricostruzione dell’Iraq in cambio della rinuncia dell’Iraq al 50% delle importazioni di petrolio. Così, ho rifiutato e deciso di andare in Cina concludendo un accordo importante e strategico. Oggi Trump cerca di annullare questo importante accordo”. Abdul-Mahdi continuò rilevando che la pressione dell’amministrazione Trump sui suoi negoziai e successivi rapporti con la Cina crebbe sostanzialmente nel tempo, causando anche minacce di morte a lui e al suo Ministro della Sifesa: “Dopo il mio ritorno dalla Cina, Trump mi chiamò e mi chiese di annullare l’accordo, così rifiutai, e minacciò [che ci sarebbero state] dimostrazioni di massa per rovesciarmi. In effetti, iniziarono le manifestazioni e poi Trump chiamò, minacciando d’intensificarle in caso di mancata collaborazione e non rispondendo ai suoi desideri, secondo cui terzi [forse mercenari o soldato nordamericano] avrebbe sparati ai manifestanti e alle forze di sicurezza dalla cima degli edifici più alti e dall’ambasciata nordamericana, nel tentativo di farmi pressione e sottomettermi ai suoi desideri annullando l’accordo con la Cina”. “Non risposi e presentai le dimissioni e gli statunitensi insistono ancora oggi ad annullare l’accordo con la Cina. Quando il Ministro della Difesa disse che chi uccideva i manifestanti era una terza parte, Trump mi chiamò immediatamente e minacciò fisicamente me e il Ministro della Difesa nel caso in cui si parlasse ancora di tale terza parte”.
    Pochissimi media anglofoni riportarono i commenti di Abdul-Mahdi. Tom Luongo, analista della Florida ed editore della newsletter The Gold Goats ‘n Guns, aveva detto a MintPress che le probabili ragioni del “sorprendente” silenzio dei media sulle affermazioni di Abdul-Mahdi erabi perché “Non è mai riuscito a passare sui canali ufficiali… “a causa dell’interruzione della diretta tv dekla sessione parlamentare irachena, e del fatto che “è molto scomodo e poco mediatico dato che Trump fa quello che vogliono che faccia, essere belluino coll’Iran, proteggere gli interessi d’Israele”. “Non lo contraddiranno su questo se li asseconda”, aggiunse Luongo, prima di continuare dicendo che i media lo “tratterrebbero comunque a futura memoria… Se venisse fuori davvero, l’useranno contro di lui più se cercasse di lasciare l’Iraq. Tutto a Washington viene sfruttato come ricatto”, aggiungeva. Data la mancanza di copertura mediatica e la fine della diretta video delle osservazioni complete di Abdul-Mahdi, va sottolineato che la narrativa che svelava il discorso censurato non si adatta solo alla cronologia degli eventi recenti, ma anche alle tattiche note impiegate a porte chiuse dall’amministrazione Trump, in particolare dopo che Mike Pompeo lasciò la CIA divenendo segretario di Stato. Ad esempio, la delegazione di Abdul-Mahdi in Cina rientrò il 24 settembre, con le proteste contro il governo che Trump avrebbe minacciato il 1° ottobre. I rapporti su una “terza parte” che sparava ai manifestanti iracheni furono raccolti dai principali media, come la BBCm che affermava: “I rapporti dicono che le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco, ma un altro resoconto afferma che alcuni uomini armati sconosciuti be erano responsabili… Una fonte a Qarbala aveva detto alla BBC che uno dei morti era una guardia di un vicino santuario sciita che passava. La fonte aveva anche detto che l’origine degli spari era sconosciuta e aveva preso di mira manifestanti e forze di sicurezza”. Anche le proteste sostenute dagli Stati Uniti in altri Paesi, come in Ucraina nel 2014, videro le prove di una “terza parte” che sparava a manifestanti e forze di sicurezza.
    Dopo sei settimane di intense proteste, Abdul-Mahdi rassegnò le dimissioni il 29 novembre, pochi giorni dopo che il Ministro degli Esteri iracheno elogiava i nuovi accordi, incluso l’accordo sul “petrolio per la ricostruzione” firmato con la Cina. Da allora Abdul-Mahdi rimase Primo Ministro ad interim fin quando il Parlamento non decide sulla sua sostituzione. Le affermazioni di Abdul-Mahdi sulla pressione occulta dall’amministrazione Trump sono rafforzate dall’uso di tattiche simili contro l’Ecuador dove, nel luglio 2018, la delegazione nordamericana presso le Nazioni Unite minacciò la nazione di misure commerciali punitive e il ritiro degli aiuti militari se procedeva a introdurre una risoluzione delle Nazioni Unite per “proteggere, promuovere e sostenere l’allattamento al seno”. All’epoca il New York Times riferì che la delegazione nordamericana cercava di promuovere gli interessi dei produttori di latte artificiale. Se tale delegazione era disposta a esercitare tale pressione sulle nazioni che promuovono l’allattamento al seno per l’infanzia, è ovvio che tale pressione a porte chiuse sarebbe significativamente più intensa se interessasse una risorsa molto più redditizia, ad esempio il petrolio. Sulle affermazioni di Abdul-Mahdi, Luongo disse a MintPress che va anche considerato che avrebbe potuto essere chiunque dell’amministrazione Trump a minacciare Abdul-Mahdi, non necessariamente Trump stesso. “Quello che non dirò direttamente è che non so se c’era Trump all’altro capo delle telefonate. Mahdi, è politicamente a suo vantaggio ad accusare di tutto Trump. Potrebbe essere stato Mike Pompeo o Gina Haspel a parlare con Abdul-Mahdi… Avrebbe potuto essere chiunque, molto probabilmente qualcuno dalla plausibile negazione… Questo [le affermazioni di Mahdi] sembra credibile… Credo fermamente che Trump possa fare tali minacce ma non credo che Trump li farebbe così direttamente, ma sarebbe assolutamente coerente con la politica nordamericana”. Luongo aveva anche sostenuto che le attuali tensioni tra la leadership nordamericana e quella irachena precedevano l’accordo petrolifero tra Iraq e Cina di diverse settimane: “Tutto ciò iniziò col Primo Ministro Mahdi che avviava il processo di apertura del valico di frontiera Iraq-Siria annunciato ad agosto. Poi, si ebbero gli attacchi aerei israeliani a settembre per cercare di impedire che ciò accadesse, attacchi alle PMU al valico di frontiera insieme a un deposito di munizioni vicino Baghdad… Questo attirò l’ira degli iracheni… Mahdi quindi cercò di chiudere lo spazio aereo dell’Iraq, ma quanto può farlo è una grande punto interrogativo”. Sul motivo per cui sarebbe vantaggioso per Mahdi accusare Trump, Luongo affermava che Mahdi “può fare editti tutto il giorno, ma in realtà quanto può effettivamente impedire a Stati Uniti o israeliani di fare qualcosa? Tranne biasimo, biasimo diplomatica… Per me, [le affermazioni di Mahdi] sembrano perfettamente credibili perché, durante tutto questo, Trump probabilmente o qualcun altro lo mianccia [Mahdi] per la ricostruzione dei campi petroliferi [in Iraq]… Trump aveva esplicitamente dichiarato “vogliamo il petrolio”.” Come osservava Luongo, l’interesse di Trump a che gli Stati Uniti ottengano una quota significativa delle entrate petrolifere irachene non è certo un segreto. Proprio a marzo, Trump chiese ad Abdul-Mahdi “Che ne dice del petrolio?” Alla fine di un incontro alla Casa Bianca, spingendo Abdul-Mahdi a chiedere “Che cosa vuol dire?” Al che Trump rispose “Bene, abbiamo fatto molto, abbiamo fatto molto laggiù, abbiamo speso trilioni di dollari laggiù e molti hanno parlato del petrolio”, ampiamente interpretato come Trump chiedere parte delle entrate petrolifere irachene in cambio dei costi elevati degli Stati Uniti per continuare la loro indesiderata presenza militare in Iraq. Con Abdul-Mahdi che respinse la proposta “petrolio per la ricostruzione” di Trump a favore della Cina, sembra probabile che l’amministrazione Trump non possa che definire le cosiddette tattiche da “diplomazia da gangster” per costringere il governo iracheno ad accettare l’accordo di Trump, soprattutto considerando il fatto che l’accordo della Cina era un’offerta assi migliore. Mentre Trump pretese la metà delle entrate petrolifere irachene in cambio del completamento dei progetti di ricostruzione (secondo Abdul-Mahdi), l’accordo siglato tra Iraq e Cina avrebbe visto circa il 20 percento delle entrate petrolifere irachene alla Cina in cambio della ricostruzione. A parte la potenziale perdita delle entrate petrolifere irachene, ci sono molte ragioni per cui l’amministrazione Trump si senta minacciata dai rapporti della Cina coll’Iraq.

    per proseguire:
    Come una sessione parlamentare rivela i veri scopi di Trump in Iraq ? Aurora
    Lottiamo per una giustizia sociale che non sia un favore, ma un diritto - J. D. Perón -

    Il sonno della ragione genera i liberali

 

 
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