
Originariamente Scritto da
Tular
Io, invece, nel corso degli anni ho maturato la convinzione che quasi mai la strada più semplice è anche quella giusta.
Il funzionamento della natura è sempre più complesso di quello che ci si possa aspettare. Certo i modelli sono semplici (si fa per dire), ma sono solo approssimazioni di un reale molto complesso. Da un certo punto di vista questo non è piacevole, ma è meglio guardare virilmente in faccia la complessità del reale piuttosto che rifugiarsi in una semplificazione di comodo; per questo non ho mai provato simpatia per lo stato d’animo che sta dietro il cosiddetto "Rasoio di Ockham". Mi sembra una resa; meglio sapere essendo consapevoli del fatto che si sa poco piuttosto che credere di sapere molto essendo convinti che le cose in realtà siano semplici (quando invece è palese che non lo sono affatto, soprattutto in una questione tanto complessa come è quella della coscienza e del post-mortem). Meglio il dubbio che una pseudo-certezza di comodo come quella che potrebbe nascere applicando il "Rasoio di Ockham"; per questo non bisogna mai smettere di studiare e di cercare, secondo me. E' chiaro che dal punto di vista psicologico il dubbio non sempre è utile, bisogna saperlo reggere; per questo dicevo che una visione "epicurea" della morte non è priva di una sua utilità per chi crede di essere il proprio corpo (non per chi non lo crede, ovviamente).
Quanto a logicità, non è affatto logico pensare di venire dal nulla e al nulla ritornare; perché, invece, tutto attorno a noi ci dice che nulla viene dal nulla, ma che tutto si trasforma. Ma si può dire: “Infatti io non vengo dal nulla, io sono il mio corpo e non vengo dal nulla, vengo dal corpo dei miei genitori, mi accresco, deperisco e rientro nel circolo naturale quando il corpo, che in realtà sono io, si decompone”. Intanto qui mi si dovrebbe spiegare come possa materia inerte mostrare attributi tanto complessi come quelli che caratterizzano l’intelligenza, il senso dell’Io e l’individualità di ciascuno di noi; il discorso, poi, sconfinerebbe facilmente nel libero arbitrio di cui saremmo o non saremmo dotati, tutti attributi che secondo me non possono certo sorgere come effetto di una semplice somma di molecole, per quanto bene organizzate, ma da ben altro.
Ma, al di là di questo, dire “io sono il mio corpo” è compiere un atto di fede, né più né meno di chi dice “io non sono il mio corpo”; con in più la differenza che chi dice “io non sono il mio corpo” ha alle spalle l’esperienza di catene di praticanti originatesi in qualche caso millenni fa (basti pensare al Buddhismo, all’Induismo o allo Shintoismo) che offrono numerosissimi indizi che supportano questa affermazione. Per non parlare poi del fatto che in una visione di questo tipo, dalla quale il caso è escluso, molte cose si spiegherebbero abbastanza bene, mentre chi crede al caso non spiega niente.
In ogni modo, tra atto di fede e atto di fede la scelta è libera. L’importante è non stancarsi di cercare.