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    LA RIVOLUZIONE NAZIONALSOCIALISTA. APPUNTI POLITICI DI JOSEPH GOEBBELS

    Nel 1943, fu consegnato ai nuovi membri dell’NSDAP il libro ‘Ich kämpfe. Die pflichten des parteigenossen’ (‘Io combatto. I doveri del camerata di partito‘), un breve volumetto destinato a fortificare la Weltanschauung nazionalsocialista e dare ai nuovi membri gli strumenti ideologici adeguati al fine di rinnovare la fede nel Führer e nel Reich tedesco. Fra i brevi scritti contenuti al proprio interno, vi è ‘La rivoluzione nazionalsocialista’ , scritto dal Ministro della Propaganda Joseph Goebbels, il quale riproponiamo qui in forma integrale al fine di far comprendere, in tutta la sua nudità, la rivoluzione hitleriana, vista dall’autore come «il processo del “diventare popolo”». Buona lettura!

    La rivoluzione che abbiamo compiuto è una rivoluzione totale. Essa ha coinvolto e trasformato da cima a fondo tutti i settori della vita pubblica. Ha completamente cambiato – dando poi loro nuova forma – i rapporti degli uomini tra loro, i rapporti degli uomini verso lo Stato e verso le problematiche dell’esistenza. È stata davvero l’apparizione di una giovane Weltanschauung che per quattordici anni aveva combattuto all’opposizione per conquistare il potere, per poi dare al popolo tedesco – con l’ausilio di tale potere – un nuovo senso dello Stato. Ciò che è accaduto dal 30 gennaio 1933 in poi è soltanto l’espressione visibile di questo processo rivoluzionario. Ma non è in quel momento che è iniziata la rivoluzione in quanto tale. Infatti, in tal modo essa è stata soltanto portata a conclusione. Si trattava della lotta per l’esistenza di un popolo che, per il suo stile di vita arcaico e le idee superate, sarebbe stato altrimenti maturo per il tracollo.

    Le rivoluzioni hanno le proprie leggi e anche le proprie dinamiche. Quando esse hanno oltrepassato una determinata fase del loro sviluppo, si sottraggono al potere degli uomini e obbediscono esclusivamente alla legge in base alla quale esse sono iniziate. Sta nella natura di ogni vera rivoluzione il fatto che essa vada fino in fondo, e che non conosca alcun compromesso. O intende spingersi fino all’ultimo obiettivo – e allora essa sarà permanente e duratura – oppure si accontenta di un processo a metà – e in tal caso sarebbe stato meglio che non fosse mai iniziata. Le rivoluzioni non si limitano mai al campo puramente politico; partendo da tale campo, esse coinvolgono tutti gli altri settori della convivenza umana. Economia e cultura, scienza e arte, non ne sono assolutamente risparmiate. Tutto ciò è politica in un senso più elevato di quello che comunemente noi intendiamo.

    Ogni rivoluzione ha la sua tendenza; ha un obiettivo che si prefigge e verso il quale tende con uno sforzo appassionato. Non potrà fermarsi fino a quando questo obiettivo non sarà raggiunto; e, una volta raggiunto, deve vegliare gelosamente affinché esso venga rafforzato e salvaguardato. Qui, tuttavia, la parola “tendenza” viene elevata ad un significato più elevato di quello che solitamente gode nel linguaggio comune. La tendenza in quanto tale non è né buona, né cattiva; non ha valore affermativo, né negativo. Si tratta sempre dell’obiettivo che essa vuole. È la grandezza dell’obiettivo che dà grandezza alla tendenza; e l’insignificanza dell’obiettivo fa sbiadire la tendenza, riducendola una semplice ombra. Le rivoluzioni che realizzano un sovvertimento di grande portata storica propugnano una tendenza la cui grandezza è analoga alla loro. Si deve approvare la tendenza, se si dà una risposta affermativa alla rivoluzione. Se invece la si rifiuta, non ci si oppone alla tendenza, bensì alla rivoluzione stessa, e prima o poi quest’ultima scomparirà nel suo turbine.

    Il significato della rivoluzione che abbiamo compiuto è il “diventare popolo” della nazione tedesca. Questo “diventare popolo” è stato per duemila anni il desiderio e l’anelito di ogni buon tedesco. Molte volte si è cercato di realizzarlo con mezzi legali: ciascuno di questi tentativi fallì. Solo in questa focosa eruzione di fervore nazionale del nostro popolo è diventato possibile esaudire questo sogno. La sua attuazione fu tanto più esaltante, spontanea e selvaggia quanto più a lungo si era cercato di fermarla con delle dighe artificiali. Ciò che dall’alto non si era potuto fare – e che il più delle volte non si era neppure voluto fare – noi l’abbiamo realizzato in maniera concreta agendo dal basso. Il popolo tedesco – in passato, quello in assoluto più ferito al mondo; quasi atomizzato da partiti politici e opinioni; smantellato e disperso nelle sue parti, e pertanto condannato all’impotenza nella politica internazionale; dal 1918 senza armi e, quel che fu ancora peggio, senza volontà di affermarsi tra gli altri popoli – si rialzò in piedi, dando una straordinaria dimostrazione del suo senso di forza nazionale, realizzando quindi un’unificazione che fino ad allora solo pochi uomini forti e fiduciosi avevano ritenuto possibile, ma che era stata sbeffeggiata e respinta da tutti gli altri, dato che la ritenevano improbabile e contraria ad ogni esperienza e lezione della storia.

    Oggi, noi non possiamo ancora valutare la portata storica di questo processo del “diventare popolo”. Noi stessi, che abbiamo preparato tale processo, restiamo di fronte ad esso in profonda ammirazione, senza renderci assolutamente conto della sua grandezza e del suo significato, che influenzerà anche il futuro. Tramite la nostra rivoluzione, noi abbiamo superato un passato di impotenza tedesca; in essa, il popolo ha ritrovato sé stesso; la rivoluzione ha impresso nell’essenza tedesca un nuovo tratto del carattere. Per tutti i tempi a venire non si potrà più parlare di Germania, senza partire da essa.

    Di Joseph Goebbels

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    Predefinito Re: Fascismo e nazionalsocialismo.

    1940: PERCHÈ COMBATTIAMO. CAUSE E RAGIONI CHE PORTARONO L’ITALIA IN GUERRA

    Pubblicato a Roma nel 1941 dall’Ufficio Stampa e Propaganda del P.N.F. (Arti Grafiche Antonio Urbinati), il seguente saggio, scritto da un membro del partito fascista che – per qualche ragione – ha voluto rimanere anonimo, ripercorre le origini della Seconda guerra mondiale dal punto di vista italiano (senza menzogne propagandistiche o forzature ideologiche tipiche della storiografia anglosassone), mostrando le vere – e ormai dimenticate – ragioni che, nel 1940, portarono l’Italia in guerra affianco della Germania di Hitler. Buona lettura!

    Trattato di Versailles

    Il 28 giugno 1919 fu firmato il Trattato di Versailles fra i ventisette Stati che componevano l’Intesa e la Germania. Quella che avrebbe dovuto essere l’ultima e conclusiva parola della Grande Guerra e la prima ferma parola di una lunga pace, fu invece la determinante di un tale insieme di ingiustizie fra i popoli, che apparvero subito all’orizzonte i segni rossi di un’altra guerra.

    Ingiustizie verso i popoli vinti; ingiustizie verso una parte dei vincitori e, precisamente, verso l’Italia.

    L’Italia, che aveva dato alla vittoria un contributo decisivo, fu costretta a subire dai suoi alleati una pace ingiusta, che non considerava né il sangue versato dai suoi figli sui comuni campi di battaglia, né i sacrifici compiuti dal suo popolo, né le più elementari e fondamentali esigenze di vita e di sviluppo del paese. La tragica statistica sia ricordata dagli italiani: nella Grande Guerra, i caduti inglesi furono il 2% della popolazione dell’Impero inglese, i caduti francesi furono il 15% della popolazione dell’Impero francese, i caduti italiani furono il 19% della nostra popolazione. I profitti territoriali furono, invece, i seguenti: per ogni caduto, l’Inghilterra ebbe due chilometri quadrati di ricchi territori coloniali, la Francia mezzo chilometro quadrato e l’Italia, dopo molti stenti diplomatici, ebbe, per ogni caduto, un quarto di chilometro quadrato di aridissima sabbia!

    La Germania fu privata di tutte le sue colonie, tagliuzzata nel suo territorio metropolitano, disarmata, impoverita.

    Indipendentemente dal fatto di essere stati alleati o nemici, a Versailles furono tese all’estremo le distanze fra paesi capitalistici e ricchi di vasti imperi coloniali e di ogni bene della terra, e popoli poveri di territori e di materie prime, costretti a vivere nell’angustia dello spazio e nel consumo della quotidiana esasperata fatica.

    Il capitalismo vibrò a Versailles il colpo più violento della propria ingordigia: soffocare 80milioni di uomini civili. E fu quello l’ultimo colpo del dominio dell’oro.

    Tradita dai suoi alleati che aveva salvato, provata da un’esperienza che le era costata 680mila morti, milioni di feriti, miliardi e miliardi di lire di spese e di perdite, l’Italia si trovò di colpo nella necessità di cercare una strada per il cammino del suo popolo, e di cercarla da sé, contro l’ostilità di un mondo che nuotava nell’oro e le sbarrava con ogni mezzo l’avvenire.

    Questa strada poteva essere segnata e battuta solo da chi, non rinnegando il nostro sangue e la nostra vittoria – anzi, nel nome del nostro sangue e della nostra vittoria –, dava al popolo italiano un valore assoluto, una volontà umana operante nel lavoro al disopra e contro il negativo e convenzionale dominio dell’oro.

    Tanto ha fatto il Fascismo.

    Analoghi problemi di vita e di avvenire ha dovuto affrontare, dopo Versailles, la Germania.

    E l’attuale conflitto è la risposta definitiva dei fatti contro quel gruppo di potenze che credeva di aver potuto consumare impunemente a Versailles il più grande delitto della Storia.

    Impero inglese

    L’Impero inglese è il più grande impero coloniale del mondo. La sua superficie è uguale alla terza parte della superficie di tutti i continenti. Impossessandosi di tante vaste e ricche regioni, l’Inghilterra ha privato altri popoli, primi fra questi l’italiano e il tedesco, della parte di spazio e di prodotti necessari al loro lavoro, alla loro vita e al loro sviluppo: basta considerare il fatto che, in media, ogni inglese dispone di 740 metri quadrati di territori coloniali ricchi di materie prime, mentre ogni italiano dispone in media di 79 metri quadrati di territori coloniali poveri di prodotti.

    Questa situazione di gravissima insufficienza di mezzi di vita per l’Italia, determinata dall’enorme e sproporzionato accaparramento di mezzi di vita da parte dell’Inghilterra, si è resa intollerabile in questi ultimi anni, ma già ebbe inizio alla fine del ‘700 e si consolidò durante il secolo scorso. Via via che nel secolo scorso l’industria si andava sviluppando, taluni prodotti minerari, vegetali e animali, tenuti in nessun conto prima d’allora, assumevano un carattere d’indispensabilità ed il valore di materie “prime”, fondamentali allo svolgimento dei procedimenti industriali. Però molte di queste materie non esistevano nei territori nazionali dei singoli paesi europei, ma si potevano trovare solo in altre parti del mondo, abitate da popoli meno civili. Alcuni Stati europei, primo fra tutti l’Inghilterra, intrapresero la conquista di queste lontane regioni per avere in mano la maggiore quantità possibile di materie prime. L’Inghilterra approfittò allora del fatto che l’Italia e la Germania non potevano ostacolare la sua brutale rapacità, perché le loro migliori energie erano impegnate nella risoluzione di più urgenti problemi nazionali.

    Intanto, in Inghilterra, per il grande afflusso di materie prime provenienti dai territori coloniali, fiorivano le industrie, mentre si potenziava la flotta mercantile e da guerra e si accumulavano ricchezze, sicché la potenza industriale si trasformava in potenza politica e militare, volta a tenere in soggezione i territori sottomessi e gli altri Stati europei, che dovevano così tollerare la condanna ad una eterna povertà.

    La pirateria inglese, che era stata la delizia e l’orgoglio della regina Elisabetta e che aveva posto le prime fondamenta dell’Impero, indicò ai successori – ammiragli e governatori – la ferocia spietata da usare per conquistare le preziose colonie. Il commercio degli schiavi – che veniva praticato da legali società inglesi alle quali partecipavano, con funzioni direttive, membri della famiglia reale – istruì i colonizzatori inglesi sui metodi da impiegare per lo sfruttamento dei paesi sottomessi. E i discepoli hanno superato i maestri.

    Poiché la flotta era l’unico mezzo di coesione, ossia l’arteria dell’impero, l’Inghilterra, per avere il dominio del mare, si impadronì anche di tutte le porte utili del mondo: Gibilterra, Malta, Suez, Aden, Singapore, Capo di Buona Speranza, munendole di fortezze e facendole presidiare da navi.

    Istallatisi così, con l’intrigo, col tradimento e col delitto, sul trono del più vasto impero del mondo, gli inglesi si diedero a condurre senza ritegno una vita da padroni della Terra.

    La bestiale voracità degli inglesi divenne proverbiale e assunse un titolo di orgoglio. Gli inglesi furono “il popolo dai 5 pasti” in mezzo ad un’umanità travagliata dall’ansia di procacciarsene uno solo.

    Popolo dei 5 pasti

    Dalle varie terre dell’impero, le carni più pregiate, i frutti più saporiti e i grassi più ricchi affluivano, prima della guerra, sulla tavola degli inglesi, i quali avevano solo la funzione di consumare tutto ciò che gli altri producevano. Il 30% di tutte le esportazioni mondiali di generi alimentari era assorbito, prima dell’attuale conflitto, dall’Inghilterra, dove la produzione nazionale di alimenti non raggiunge il 25% del consumo locale. L’Inghilterra importava tra gli altri generi: l’80% del frumento necessario al suo consumo, il 40% di orzo, il 100% di mais, l’85% di burro, il 75% di formaggi, il 66% di uova, il 50% di carni bovine, il 75% di carni suine, il 70% di frutta e ortaggi, l’80% di latte, il 70% di olii.

    Chi veste l’inglese

    L’Inghilterra non produce quasi nulla per vestire gli inglesi. Prima del conflitto importava l’80% di lana necessaria al suo fabbisogno, il 100% di cotone, il 100% di seta, il 100% di lino, il 100% di canapa. Nelle lontane terre dell’impero, interi popoli impiegano da qualche secolo la propria vita per vestire gli inglesi, per adornare i castelli e le case di tappeti e di stoffe e le donne superbe di perle, di brillanti, di preziose pellicce.

    In cambio, gli inglesi hanno concesso a questi popoli il privilegio di rimanere nudi, mentre nel territorio nazionale erigevano, sullo sfruttamento raccapricciante dei bambini e delle donne, la grande industria tessile: una delle colonne del loro imperialismo finanziario.

    Come lavora l’inglese

    Oltre che di prodotti alimentari e di prodotti tessili, l’Inghilterra difetta di materie prime per le industrie. Prima della guerra, l’Inghilterra importava il 100% del suo consumo di rame, il 100% di stagno, il 100% di petrolio, l’85% di nichelio, il 100% di caucciù, il 40% di minerali di ferro, il 70% di legname, il 60% di pasta di legno, il 90% di potassa, il 70% di fosfati, per dire solo di alcune materie prime industriali. Milioni di sudditi dell’Impero sono condannati come schiavi a scavare nelle miniere o ad abbruttirsi nelle foreste equatoriali perché gli industriali inglesi possano accumulare ricchezze. Su quattro continenti, e a danno di tutti e cinque, gli inglesi hanno rapinato i mezzi necessari della propria egemonia.

    Tenore di vita

    Padroni di un terzo del mondo, gli inglesi, che abitano un territorio molto povero, godono del lavoro di centinaia di milioni di uomini e dei prodotti di vaste regioni molto ricche. Perciò, il tenore di vita degli inglesi, prima della guerra, era molto alto e superava di quasi cinque volte il tenore di vita degli italiani, costretti a lavorare faticosamente in un piccolo spazio. Prima dell’attuale conflitto, ogni inglese guadagnava in media 15mila lire annue, mentre ogni italiano non ne guadagnava in media che 3mila. Ora, non c’era nessuna ragione che potesse giustificare il perpetuarsi di un simile stato di cose, al difuori di quella di riconoscere agli inglesi, a priori, il diritto di vivere cinque volte meglio di noi.

    Popolo giovane, popolo vecchio

    Per ogni cento individui della popolazione italiana, quarantotto sono di età inferiore ai 25 anni, mentre per ogni cento individui della popolazione inglese, solo trentasette sono di età inferiore ai 25 anni. Inoltre, in Italia, annualmente nascono ventiquattro bambini per ogni 100 abitanti, mentre in Inghilterra ne nascono soltanto quindici. Il numero dei giovani in Italia tenderà, perciò, sempre ad aumentare, e in Inghilterra sempre a diminuire. Per questi motivi si dice che l’italiano è un popolo “giovane” e l’inglese è un popolo “vecchio”.

    Naturalmente, un popolo giovane è un popolo in espansione: di anno in anno diventa più numeroso, più forte, più attivo e, contemporaneamente, aumentano le sue esigenze di vita e i suoi diritti nel mondo. Costringerlo a vivere oggi nello stesso spazio di ieri e con la stessa quantità di mezzi di ieri, vuol dire affamarlo e condannarlo alla morte. E contro tale condanna esso non può che reagire con la guerra.

    Per le ragioni opposte, un popolo “vecchio” come l’inglese è un popolo in decadenza, che, avendo esaurito le sue capacità direttive in seno all’umanità, deve “collocarsi a riposo” e lasciare ai popoli giovani, per diritto naturale, la direzione degli affari facenti capo a lui.

    Quando esso si ostina a difendere, con la ferocia del cieco egoismo, i propri privilegi, l’esito del conflitto, comunque aspro, non può che segnare la sua definitiva scomparsa.

    Lavoro italiano

    Mentre il popolo inglese consumava i suoi cinque pasti succulenti, si vestiva con le stoffe più pregiate, si circondava di agiatezze e di lusso, potenziava le proprie industrie con le più abbondanti materie prime e sventolava sulla faccia del mondo l’alterigia del padrone e la superbia del falso dominatore, il popolo italiano si tracciava, col sudore e con le sofferenze dei suoi figli, il faticoso sentiero per il suo cammino. Superato gloriosamente il travaglio del Risorgimento e costituita l’unità nazionale, noi ci trovammo in un mondo che fingeva di ignorarci.

    L’Inghilterra era nella sua piena attività imperialistica e trasformava, l’una dopo l’altra, in proprie colonie, le varie regioni del mondo ove già le compagnie commerciali inglesi avevano intessuto, con l’uso d’ogni viltà, una fitta rete d’interessi e d’intrighi. La Francia, l’Olanda, il Belgio, superato rapidamente il periodo napoleonico, erano anche riusciti, o stavano per riuscire, a costituirsi i loro imperi coloniali. L’Italia era tutt’al più considerata un comodo vicino mercato di consumo e, a tal fine, si favorì il formarsi, da noi, di una moda esotica e di un gusto morboso per ogni prodotto straniero. In cambio, noi avevamo un solo patrimonio negoziabile: il lavoro delle nostre braccia e del nostro pensiero, e tale patrimonio noi offrivamo con insistenza, per necessità immediate di vita, svalutandolo. Il territorio della patria non era tanto vasto e tanto ricco da ospitarci tutti, e dal 1870 all’avvento del Fascismo, 17milioni di italiani dovettero immigrare.

    Ma tutte le volte che l’Italia ha impugnato le armi per difendere il proprio diritto, il diritto del suo popolo e del suo avvenire, da un capo all’altro del mondo gli italiani emigrati sono tornati in gran numero per combattere accanto ai propri fratelli. Nella Grande guerra, in Etiopia, in Spagna e nell’attuale immane conflitto, gli italiani, già residenti all’estero, sono stati e sono – valorosi fra valorosi – nelle file dei volontari.


    Perché combattiamo

    Seppur in modo sommario, è stato sufficientemente chiarito, nelle pagine precedenti, che il popolo italiano non può vivere nelle limitate condizioni di spazio in cui è costretto.

    Al principio del secolo scorso, l’Italia contava appena 18milioni di abitanti, oggi ne conta 45milioni. Dove prende i mezzi di vita una popolazione due volte e mezzo più numerosa? All’interno tutto è stato fatto: prosciugate le paludi, bonificati i campi, rinnovate le città, eretti i nuovi ponti, costruite nuove strade e scrutate le viscere della terra, nonostante gli Stati imperialisti ci facessero la più insidiosa guerra finanziaria.

    Fuori dall’Italia, ogni nostro tentativo di guadagnarci con le armi un posto al sole, ha trovato l’Inghilterra e la Francia sempre contro di noi: nella guerra libica, il nemico fu armato dall’Inghilterra e dalla Francia, e si trattava di prendere della sabbia; nella Grande Guerra, l’Inghilterra e la Francia, da noi salvate, non ci diedero nulla dopo che noi demmo tutto; nell’impresa etiopica, l’Inghilterra organizzò, con cinquantadue Stati, il nostro strangolamento economico, e armò il Negus.

    Eppure, queste nostre imprese coloniali non miravano alla conquista di territori ricchi di materie prime (tutti, da tempo, in mano dell’Inghilterra e degli altri imperi), ma di territori solamente atti ad assorbire una parte di quella popolazione e di quel lavoro italiano che la Patria non poteva trattenere.

    In Africa abbiamo trasformato i deserti in giardini, abbiamo costruito migliaia di chilometri di strade nelle regioni equatoriali, abbiamo operato trasmigrazioni di decine di migliaia di lavoratori, ma tutto questo, se dimostra la nostra virtù e la nostra volontà, non poteva esaurire il problema della vita e dell’avvenire del popolo italiano. Dall’altra parte, cioè da quella inglese, la nostra ansiosa ricerca di una soluzione è stata, in tutti i modi, sempre ferocemente ostacolata.

    Ora, devono vivere o non devono vivere 45milioni di uomini civili? Deve un popolo giovane, vitale e laborioso, che ha al suo attivo la storia più gloriosa, e che è soffocato nella sua stessa terra e nel suo stesso mare da altri popoli rapinatori, affrontare il problema della propria vita, con le ragioni e la decisione della legittima difesa?

    Per questo noi combattiamo.

    Perché abbiamo bisogno di terra per i nostri alimenti, di materie prime per le nostre industrie, di mare libero per i nostri commerci. Perché abbiamo bisogno di essere certi che i nostri figli potranno lavorare e vivere senza i nostri stenti e le nostre sofferenze.

    Noi non vogliamo che quello che ci è necessario per la nostra vita di popolo lavoratore e che gli inglesi detengono per i loro lussi immorali.

    Come si è visto fin qui, per ottenere ciò, è indispensabile distruggere l’Impero inglese e gli strumenti dell’imperialismo inglese, cioè il dominio e la civiltà dell’oro.

    La sola realtà operante è il lavoro dell’uomo, e il mondo che sorgerà da questo conflitto non potrà essere che un mondo basato sul valore effettivo del lavoro e sulla giustizia sociale.

    Perché combattono gli inglesi

    L’Inghilterra combatte perché, come ha detto Halifax, «non ha altra scelta».

    Essa combatte, infatti, solo per difendere la propria posizione di privilegi, di predominio, di ricchezza. È il combattimento del colpevole che sta per essere inesorabilmente raggiunto e si difende come può. Essa sa che la condanna dovrà essere scontata sino in fino e tenta la sorte, con tutti i mezzi che ha.

    Finché ha potuto, ha trafficato con la diplomazia, con le promesse, con l’oro, con il tradimento, sempre con l’inganno, per dividere gli altri popoli, contrapporli tra di loro e così dominarli tutti. A un certo momento questo giuoco è fallito ed ha tuonato il cannone. Allora l’Inghilterra ha moltiplicato i suoi intrighi chiamati “garanzie” e ha mandato al massacro, per la difesa del proprio egoismo, tutti i popoli che ha potuto. Alla fine, è rimasta sola ed ha mobilitato gli uomini del suo Impero, dal Canada all’India, all’Australia, alla Nuova Zelanda, al Sud Africa, alla Nigeria, alla Sierra Leone, per contrapporli all’attacco che l’Italia sferrava contro la “via imperiale”.

    L’Inghilterra ormai non aveva, anche su questo, «altra scelta».

    Le figure più fosche e più losche dell’affarismo internazionale, gli eredi naturali dei pirati, dei commercianti di schiavi e dei venditori di oppio, che sono – e molto propriamente – “pari” d’Inghilterra, sanno che la loro sorte è segnata. Inutilmente essi tentano di resistere con le forze pesanti di un impero vastissimo. Inutilmente essi chiedono aiuti ai cointeressati amici d’oltre oceano.

    La resistenza delle isole inglesi è tutta dipendente dal mare e l’Inghilterra vede di giorno in giorno ridursi i traffici marittimi ed il volume delle importazioni.

    Importerà in cambio il ferro e il fuoco delle Forze dell’Asse.

    Da bloccante a bloccata

    Alla vigilia dell’attuale conflitto, l’Inghilterra provvedeva alla sua indispensabile importazione con una marina mercantile da carico di 16milioni di tonnellate lorde. Queste navi effettuavano trasporti alle Isole inglesi da paesi vicini (Svezia, Norvegia, Danimarca, Olanda, Francia), da paesi meno vicini (tutti quelli del bacino mediterraneo), da lontani paesi orientali (India, Australia, Nuova Zelanda, Cina, ecc.), da paesi occidentali (le Americhe) e da paesi del Sud Africa.

    Per l’azione bellica tedesca, tuttavia, l’Inghilterra si è privata dei trasporti dai paesi vicini.

    Per la partecipazione dell’Italia al conflitto, invece:

    1) l’Inghilterra ha dovuto privarsi delle importazioni dai paesi mediterranei, sostituendole in parte – poiché costretta ad allungamenti di rotte – con importazioni da paesi lontani;

    2) l’Inghilterra non ha potuto più seguire la rotta mediterranea per i trasporti dall’oriente, ma segue oggi la lunghissima rotta del Capo di Buona Speranza. Questi vari allungamenti di percorsi significano praticamente una riduzione dell’efficienza della marina mercantile inglese, come se la marina stessa si fosse ridotta di 4milioni di tonnellate;

    3) l’Inghilterra ha dovuto distrarre 3milioni di tonnellate di navi da carico per trasporti militari contro le forze italiane;

    4) l’Inghilterra deve mantenere nel Mediterraneo, contro l’Italia, ben 500mila tonnellate di navi da guerra, riducendo così, per minore possibilità di tutela dei convogli mercantili, di un altro milione di tonnellate l’efficienza della marina da carico.

    A questa complessiva riduzione di 8milioni di tonnellate si aggiungono 7milioni di tonnellate affondate, sino a febbraio 1941, dall’azione aeronavale dell’Asse.

    L’Inghilterra ha potuto sostituire in parte i 15milioni di tonnellate che le son venute a mancare sui 16milioni che in tutto ne possedeva, con 10 milioni di tonnellate prese ad altri Stati o avute in aiuto dall’America. Ha subìto di già, cioè, una perdita di 5milioni circa di tonnellate di naviglio mercantile.

    L’arma del blocco puntata contro i popoli dell’Asse è stata subito rivoltata contro l’Inghilterra in modo inesorabile.

    Decadenza dell’Inghilterra

    Via via che i popoli giovani d’Italia e di Germania hanno acquistato, oltre all’unità nazionale, anche una coscienza nazionale e la coscienza del proprio valore e della propria funzione nel mondo, i popoli imperialisti hanno manifestato in tutti i settori segni della decadenza. Parallelamente al progresso dei primi, c’è stato il regresso dei secondi. In Inghilterra, il dato fondamentale della decadenza è la natalità. Nel 1900 nascevano nelle Isole inglesi 30 bambini per 1000 abitanti, nel 1940 ne sono nati soltanto 15: la metà! Altri dati sono offerti dalle industrie: dati di massima importanza perché l’Inghilterra è un paese essenzialmente industriale. In quest’ultimo ventennio (1920-1940), le industrie italiane, per l’enorme sforzo del Regime, sono pressoché raddoppiate. In Inghilterra, invece, le due industrie principali (quella cotoniera e quella del carbone) hanno subìto, nello stesso ventennio, una contrazione significativa: la prima una contrazione del 33% e la seconda una contrazione del 40%.

    Ancora un segno impressionante è espresso dalle flotte mercantili. Sempre nel ventennio 1920-1940, il tonnellaggio della marina mercantile italiana è aumentato dell’85%, mentre il tonnellaggio della marina mercantile inglese si è ridotto – a parte le cause belliche – del 10%.

    Questi dati dicono, più di ogni altro lungo discorso, che l’Inghilterra ha indietreggiato dinnanzi all’avanzare dei popoli d’Italia e di Germania; che, nel detenere ancora il suo Impero, si rende sempre più rea di lesa umanità; e che, per ragioni naturali di cose, per ragioni di giustizia umana, oltre che per la volontà e la forza dei popoli dell’Asse, la sua sconfitta non può essere dubbia.

    Di Anonimo

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    Predefinito Re: Fascismo e nazionalsocialismo.

    RAZZA, SUOLO, LAVORO, REICH, ONORE. LE FONDAMENTA GIURIDICHE DELLA GERMANIA NAZIONALSOCIALISTA. DI HANS FRANK

    Pubblicata a Milano nel 1939 da Giuffré Edizioni, l’opera Le fondamenta giuridiche della Germania nazionalsocialista di Hans Frank – riproposta qui a titolo di studio – rappresenta la summa del pensiero giuridico e ideologico del nazional-socialismo, nel quale si integrano postulati e assiomi differenti rappresentati dalla Razza, dal Suolo, dal Lavoro, dal Reich e dall’Onore. Con la denazificazione attuata in Germania dopo il 1945, tutte le copie in lingua tedesca di quest’opera – assieme a molti altri libri – andarono distrutte. La riproponiamo qui, a più di ottant’anni di distanza, in forma integrale. Buona lettura!

    1.

    L’ora solenne, nella quale noi festeggiamo il quinto anno di vita dell’Accademia per il diritto tedesco, ci offre l’occasione di occuparci, esaminandone gli aspetti fondamentali, di uno dei più gravi problemi fra quelli che la nostra Accademia ha lo scopo di studiare, e cioè della scienza giuridica tedesca nelle sue relazioni con la storia culturale del nostro tempo. Proprio i compiti assegnati dal Führer al nostro Ente e quanto questo ha fatto ci autorizzano a constatare che la scienza giuridica di Adolf Hitler esercita un’influenza sulla legislazione del Reich e sui principi dell’applicazione del diritto che prima non poteva esserle riconosciuta. E l’Accademia per il diritto tedesco può affermare che la ragione di questo felice sviluppo risiede proprio nella correlazione fra i postulati scientifici e le necessità della legislazione. In nessun sistema statale del mondo vi è oggi questa comunità di lavoro, legislativamente assicurata, fra scienza e legislazione, quale noi la possediamo stabilmente in Germania in forza delle strette relazioni di tutti gli uffici del Reich e del Partito con le istituzioni dell’Accademia per il diritto tedesco. Noi lo dobbiamo alla personalità del nostro Führer Adolf Hitler se anche i punti di vista più divergenti sono stati subordinati al motivo dominante dell’interesse della collettività. Da ciò deriva che, mediante la profonda indagine storica della scienza del diritto, la chiara formulazione e la formulazione unitaria, logica e armonica, dell’edificio legislativo, vengono ad essere eliminate tutte le difficoltà che la vita, nelle sue multiformi prove, oppone al legislatore.

    La posizione storico-culturale della scienza del diritto nel Reich di Adolf Hitler è condizionata dalla nuova formulazione rivoluzionaria dei principi fondamentali della vita sociale, che rappresenta, per il suo punto di partenza, oltreché per il suo contenuto e i suoi fini, la più grande rivoluzione della storia universale. È intuitivo pertanto che la scienza del diritto, nell’occuparsi delle gigantesche creazioni del legislatore rivoluzionario, deve procedere con sistemi e da concetti diversi da quelli di prima. Il legislatore si ispira ai bisogni dell’epoca, di cui egli deve realizzare le finalità. La scienza del diritto è, nei suoi presupposti ideali e nell’impostazione dei suoi compiti, un’entità costante. Essa presuppone senz’altro, nella sua indagine storica, la mutevolezza delle leggi dello Stato e la ricerca nel fondamento indistruttibile e permanente dell’idea del diritto, del sentimento giuridico e dell’aspirazione alla giustizia della comunità nazionale. Le leggi passano, il diritto è eterno, per quanto lo può essere l’umana cultura. Una scienza del diritto, nel senso più elevato, sussiste perciò soltanto quando, anche nel suo lavoro formale, nel commento delle leggi, nell’interpretazione degli articoli, essa sappia mantenere il contatto con l’eterna idea del diritto e con l’immortale idea di giustizia.

    L’Accademia per il diritto tedesco ha considerato fin dall’inizio la posizione della scienza giuridica tedesca con orgoglio, con grandezza e con dignità. All’idea del diritto è stato assicurato in questa Accademia un posto degno della grandezza storico-culturale veramente unica del pensiero giuridico. Conseguentemente, l’esame della posizione storico-culturale della scienza giuridica tedesca di oggi si inizia col solenne riconoscimento dell’idea del diritto, quale una delle più nobili espressioni dello spirito umano. Il senso giuridico pervade tutti i popoli di buona razza e la storia universale delle nazioni, come una forza invisibile, ma che si apre la via con decisa volontà. Il Führer ha basato la sua lotta per la libertà del popolo tedesco sull’immortale sentimento giuridico del nostro popolo. Questo è un elemento veramente germanico della Rivoluzione del Nazionalsocialismo. Il mondo puramente formale, il vuoto commentare e l’improduttivo lavoro cartaceo ci sono estranei. Noi non abbiamo nulla in comune con coloro che, della cultura del diritto, hanno fatto un culto dell’astrazione, e della necessaria sistematica elementare, un giuoco di soprastrutture formalistiche.

    Dietro le leggi del nostro Reich sta pertanto l’idea del diritto come grande ordinamento direttivo della nostra collettività nello Stato. In questa idea del diritto, Governo e popolo devono sentirsi indissolubilmente uniti. Sventura a quello Stato che, infrangendo il sentimento giuridico del popolo, deve costituire, basandolo sull’arbitrio e sulla violenza, un regime di costrizione, forse abbastanza saldo nel senso tecnico-materialistico, ma all’interno moralmente fradicio. Ciò distingue la Rivoluzione Nazionalsocialista dal suo più accanito antagonista, il bolscevismo ebraico; lì, l’atto violento viene elevato a principio della formazione statale e, come sempre si è reso necessario nella storia, si tenta di tenerlo vivo con violenze sempre maggiori. Qui in Germania, sorge dall’aspirazione del popolo per la libertà e la parità di diritti nella lotta delle nazioni, la figura giuridica del Legislatore della Rivoluzione Nazionalsocialista, Adolf Hitler, che, nella sua qualità di plenipotenziario generale di questo popolo, garantisce il sicuro trionfo dell’ordinamento giuridico in un forte impero. Quanto il Führer sia compreso di questa idea del diritto, lo dimostra magnificamente il costante favore col quale egli segue i lavori dell’Accademia per il diritto tedesco.

    Su questa base – e noi siamo lieti di poterlo affermare – il Nazionalsocialismo riconosce l’esistenza di una scienza del diritto. È un’opinione da gran tempo superata, e del resto mai seriamente sostenuta, che non esista una vera scienza del diritto. I maggiori esponenti del pensiero giuridico tedesco hanno invece sempre esattamente riconosciuto che anche il diritto è oggetto e contenuto di indagine e di teorie scientifiche nel quadro della struttura generale del lavoro scientifico.

    Il diritto è per noi l’ordinamento autoritario della vita sociale che promana dal popolo e alla cui realizzazione partecipa lo Stato impiegandovi la propria organizzazione d’imperio. Il primo fondamento della scienza del diritto è dato per noi dall’idea del diritto quale base storico-universale della formazione della comunità statale di tutti i popoli degni di questo nome, e come base sociale della vita nazionale dei cittadini entro i confini di uno Stato. Provvida quella legislazione che sa mantenere l’ordinamento sociale col pieno rispetto del sentimento giuridico dei cittadini, in modo che questo popolo possa raggiungere sempre meglio le finalità assegnateli dal destino. Per noi nazionalsocialisti, il popolo è per sé stesso un ordinamento primario dato da Dio. Lo Stato deve servire come organizzazione umana questa comunità a lui affidata dalla Provvidenza. Il popolo non esiste per fare da contenuto ad uno Stato, ogni Stato ha invece diritto alla vita soltanto e finché sappia servire, come mezzo a scopo, il popolo a lui affidato. Non esiste alcuna autosovranità dello Stato che possa elevarsi, come principio superiore, al disopra dell’esistenza naturale di un popolo. Ogni popolo ha pertanto il diritto originario di formare la propria organizzazione statale nel modo necessario alla propria esistenza. Le rivoluzioni sono, da questo punto di vista, dei complessi energetici a sé stanti, che comprimono in un solo atto storico il decorso di un lungo processo evolutivo giuridico di un popolo, o per compensare una lunga esitazione del legislatore nell’adattare le proprie leggi all’evoluzione e ai bisogni del popolo, o per approntare, con un potente slancio creativo, i pieni poteri per una completa ricostruzione dello sviluppo nazionale. Una “Rivoluzione” è degna di questo titolo onorifico soltanto quando, senza preoccuparsi del decorso esteriore del proprio divenire storico, accomuna l’energia di governo e quella legislativa con le idealità di un nobile sentimento nazionale e con la maturità storica capace di assicurare la vita e l’elevazione del popolo. Una vera rivoluzione non può sorgere che dall’idea del diritto. In questo senso è esatto dire che la politica è una funzione del diritto. È soltanto dall’attività legislativa di un nuovo governo giunto al potere mediante un’azione rivoluzionaria che si riconosce se una rivoluzione è veramente vittoriosa politicamente e ha un solido fondamento ideologico. Le caratteristiche della rivoluzione non sono le barricate, né il governo del terrore e nemmeno la conquista violenta del potere; se dovessero avere valore soltanto questi argomenti, l’assunzione al potere di Adolf Hitler non sarebbe una rivoluzione. Adolf Hitler fu infatti nominato Cancelliere del Reich dal Presidente del Reich [Paul von Hindenburg] con l’applicazione delle forme costituzionali legali e col pieno rispetto delle regole parlamentari, quale Capo del Partito di gran lunga più forte dell’allora Repubblica di Weimar. Essenziale è invece il lavoro legislativo, creativo e riformatore. La rivoluzione si riconosce dal contenuto delle leggi, non dalle tirate oratorie o dalle decisioni di comizi.

    Questo è il primo punto di vista dal quale si deve considerare la posizione della scienza giuridica tedesca in quest’epoca. Come tale, la scienza giuridica deve muovere dal momento storico della chiamata di Adolf Hitler a Cancelliere del Reich, il 30 gennaio 1933, quale inizio della Rivoluzione Nazionalsocialista, nel senso ideologico-giuridico. Questo è l’avvenimento più importante della storia generale, e come tale è naturalmente di straordinaria rilevanza per la formazione della scienza giuridica. E a questo proposito vorrei sottolineare che Adolf Hitler non ha assunto il potere in Germania per la realizzazione di una teoria statale, o di una qualsiasi teoria che altri gli abbiano prima suggerito o formulato. Adolf Hitler si è conquistato il Governo del Reich con un processo di autocreazione, cioè con la fondazione del Partito Nazionalsocialista da lui guidato alla vittoria, il cui programma è da allora il punto di partenza dell’orientamento spirituale, politico e culturale del popolo tedesco.

    Ma l’idea del diritto che anima la Rivoluzione Nazionalsocialista, io la vedo nel pensiero giuridico eroico di conquistare e assicurare al popolo tedesco la parità di diritti nella convivenza di tutte le nazioni. Sarebbe impossibile sviluppare una scienza giuridica in un popolo che dovesse rimanere umiliato nel suo più profondo sentimento giuridico dal mantenimento forzato di sopraffattrici condizioni di pace. Il peggio dei cosiddetti trattati di pace del 1919 è che essi abusano della forma legale e del concetto di convenzioni, conchiuse secondo il diritto internazionale per mascherare i più terribili atti di violenza che la storia ricordi contro popoli sconfitti in guerra. La vittoria di Adolf Hitler nella lotta per la parità di diritti del popolo tedesco è la conferma grandiosa della sua chiamata quale supremo rappresentante del diritto del nostro popolo tedesco. Da questa vittoria viene anche quell’ottimismo idealistico che suscita nuovi impulsi in tutta la vita giuridica del nostro popolo.

    La chiamata rivoluzionaria del Führer risulta altresì dal contenuto creativo delle sue leggi. Difronte alla legislazione veramente rivoluzionaria, in senso storico-universale, di Adolf Hitler, è naturale che la posizione storico-culturale della scienza giuridica tedesca dovesse essere completamente riveduta. Come tutti i grandi legislatori della storia universale, anche Adolf Hitler ha dato per contenuto alle proprie leggi i più elementari riconoscimenti delle necessità di vita di un popolo.

    Il Legislatore Adolf Hitler ha determinato il nuovo contenuto della scienza giuridica tedesca secondo cinque grandi direttrici: 1) RAZZA; 2) SUOLO; 3) LAVORO; 4) REICH; 5) ONORE.

    Essi sono i valori sostanziali del popolo. Nel loro insieme, esse rappresentano il concetto di Popolo e di Reich. Nella loro valorizzazione legislativa del Terzo Reich è insito un nuovo aspetto storico universale del pensiero scientifico giuridico.

    Il concetto di Razza entra per la prima volta con forza decisiva nella storia del diritto. La legislazione razziale di Adolf Hitler, contenuta nella legge sulla cittadinanza tedesca e nella legge per la difesa del sangue tedesco e dell’onore tedesco del 15 settembre 1935, con le sue numerose disposizioni complementari, non è affatto determinata dall’odio per la razza ebraica o per un’altra razza. Essa è stata dettata esclusivamente dall’amore per il popolo tedesco, e fondata sul riconoscimento della necessità che l’osservanza delle leggi razziali, dei dati naturali di un popolo, dovesse finalmente divenire legge dello Stato, se non si voleva che il nostro popolo si avviasse definitivamente e senza rimedio ad una decadenza sempre maggiore per decomposizione razziale. A tutela della sanità dell’organismo del popolo tedesco fu emanata, il 14 luglio 1933, la legge sull’eugenetica, per la quale gli affetti da malattie ereditarie vengono eliminati dal processo di riproduzione, mentre la legge del 18 ottobre 1935 per la tutela della sanità ereditaria del popolo tedesco ha approntato il mezzo legale per impedire, con una serie di divieti, i matrimoni non desiderabili. Il contenuto di questa legislazione razziale del popolo tedesco è il seguente:

    1) devono essere prese tutte le misure, a disposizione di un legislatore, per evitare per sempre ogni ulteriore commistione del sangue tedesco con sangue straniero;

    2) si deve assicurare che i prodotti inferiori di atti di riproduzione non desiderabili sotto l’aspetto eugenico-razziale non possono a loro volta proliferare.

    Così si è giunti al diritto razziale del Terzo Reich, che ha infranto per sempre il predominio dell’elemento ebraico in tutto il campo della nostra vita sociale e che ha dato formulazione legislativa alla tutela eugenica della razza, ossia alle misure concernenti la sanità ereditaria. E naturalmente, anche il concetto, fondamentale per lo Stato, dell’appartenenza al popolo tedesco, ha avuto una formulazione giuridica completamente nuova. Un ebreo non può essere cittadino del Reich. Il popolo tedesco non è più come per le legislazioni precedenti del Reich tedesco, il mero concetto comprensivo dei suoi appartenenti allo Stato; esso è stato invece liberato, secondo la volontà del Legislatore nazionalsocialista, dai corpi razziali estranei. È chiaro che questo diritto razziale è appena nella fase del suo primo sviluppo scientifico. Né può fare meraviglia, data la novità assolutamente rivoluzionaria della legislazione nazionalsocialista, che contro di questa vengono mosse sempre nuove obiezioni dai circoli giuridici di ogni specie e di ogni paese. Ma deve essere affermato decisissimamente che questo diritto razziale del Terzo Reich è uno degli elementi fondamentali della Rivoluzione Nazionalsocialista; ed è ugualmente certo che esso diventerà sempre più uno degli aspetti più elevati della scienza giuridica tedesca.

    Nel diritto razziale è insita anche l’estensione massima del concetto generale di diritto. È da quel diritto che deriva la possibilità di un atteggiamento veramente sovrano di un popolo. Con l’orgoglio dell’idea razziale non è compatibile un orientamento giuridico servile.

    Un popolo che realizza nella propria legislazione la propria idea razziale, non potrà essere felice che in un Reich che goda la piena parità di diritti con i più forti Stati di questa terra. Esso si allineerà nella suprema categoria di ogni valutazione nazionale o rinuncerà alla vita. Ma non tollererà la servitù.

    Dal concetto del diritto razziale deriva inoltre un fondamentale orientamento idealistico di tutta la scienza giuridica. Ogni qualvolta una generazione del nostro popolo sentirà di essere soltanto uno stadio intermedio nell’evoluzione millenaria di una forza nazionale, questa generazione vorrà che la sua esistenza sia onorata difronte al passato e difronte al futuro. Ciò non potrà mai avvenire in modo economico-materialistico. Il pensare secondo concetti giuridici alla maniera dell’astuto ebreo, che non ricerca nelle leggi dello Stato, del quale egli è ospite, se non il mezzo per la sua attività economica, non è conciliabile con l’ordinamento giuridico del Nazionalsocialismo. Le leggi del Terzo Reich devono portare all’annientamento del reo. Ma non devono essere un impaccio causidicamente paragrafato per il membro del popolo leale e onesto. Esse devono, al contrario, assicurargli la sua libertà. La regola interpretativa di questo diritto nazionalsocialista non è pertanto la sopraffazione del singolo, bensì l’aiuto a questo, perché serva la comunità. Il Legislatore nazionalsocialista riconosce, in funzione sociale d’importanza generale, la proprietà privata e la libertà di contrattazione, come pure l’iniziativa individuale, formatrice della vita del singolo. In un ordinamento giuridico fondato sul diritto razziale germanico, il membro del popolo non è un suddito intimidito che si torce dalla paura, bensì un coartefice dritto e fiero del destino comune, conscio della propria libertà. Egli sa che nessuno potrà impunemente arrecargli torto sul suolo del Reich tedesco. Non la Čeka del bolscevismo, non l’Ochrana, tenebrosamente dominante, del regime zarista, non il sistema delle lettres de cachet di Luigi XIV possono essere il sistema di governo di un popolo che si appoggia al diritto razziale, bensì soltanto quell’ordinamento giuridico determinato dalla legislazione del Führer nazionalsocialista e dal giudice popolare, che giudica ispirandosi all’indistruttibile senso di giustizia del proprio popolo. Il diritto razziale non è compatibile che con un popolo libero, e libero è quel popolo che segue un capo per la coscienza della comunità del destino e dell’ordine giuridico assicurato. A questo il Nazionalsocialismo educa il popolo tedesco.

    Per questo, proprio in nome della tradizione giuridica germanica, deve essere rivolto nel Terzo Reich l’appello anche alla scienza, perché collabori alla lotta per l’attuazione dell’idea del diritto. La scienza giuridica del Terzo Reich non può dichiararsi soddisfatta nel quadro di un’indagine o di un insegnamento meramente accademico, il cui pregio fosse determinato forse dalla sua astrazione dal mondo; essa deve stare invece in primissima linea nella battaglia per l’attuazione e la realizzazione della volontà legislativa di Adolf Hitler. Io devo dichiararlo proprio qui: chiunque osasse di compiere in Germania azioni illecite, di violentare il diritto, di infrangere una norma giuridica, offenderebbe non soltanto l’idea del diritto e il sentimento giuridico del nostro popolo, ferirebbe non soltanto l’immortale ideale giuridico germanico, no, egli offenderebbe il Führer quale supremo Legislatore e supremo garante della comunità giuridica. Per questo la scienza del diritto non si deve appoggiare soltanto sui docenti e sugli studiosi, ma anche sui mistici del diritto.

    E così, nell’esaminare la posizione storico-culturale, io vedo salire la scienza giuridica tedesca dall’idea razziale di un popolo, che non desidera di vedere la propria esistenza confermata in valori transitori e materialistici, ma aspira invece a entrare nella storia del mondo come latore e realizzatore delle più alte opere ideali di civiltà.

    Il secondo grande valore sostanziale elaborato dalla legislazione di Adolf Hitler è il Suolo. La legislazione terriera del Nazionalsocialismo tende a due grandi mete:

    1) la ricostituzione e il mantenimento del ceto dei contadini, come ceto al quale sono affidati compiti nazionali importantissimi;

    2) la garanzia del possesso del fondo nelle famiglie a ciò chiamate.

    Questo è avvenuto con la legge sul pudore ereditario del 29 settembre 1933, con l’istituzione dei poderi ereditari che garantiscono per sempre l’esistenza delle famiglie dei contadini. La legislazione nazionalsocialista ha riaffidato al contadino la missione altamente onorifica di assicurare la continuazione e di salvaguardare il sacro suolo del nostro popolo, sempre difeso dalle generazioni con nuovi sacrifici di beni e di sangue. L’avere sottratto la terra alla speculazione commerciale e al frazionamento ereditario, è stata la salvezza dei contadini tedeschi. Messa in relazione con le misure generali politico-economiche del Terzo Reich nel campo delle dogane, dei trattati commerciali e dei prezzi fissi per i prodotti agrari, questa è una misura rivoluzionaria di prim’ordine. Che il podere ereditario, saldo nel possesso di una famiglia onorata e al sicuro da ogni attacco, abbia trovato una sistemazione definitiva, significa anche per la struttura generale della nostra vita nazionale avere acquisito un saldo fondamento sociale, di sangue ed economico. Il diritto agrario del Nazionalsocialismo è una delle prime realizzazioni immediate del programma di Partito di Adolf Hitler.

    Si comprende da sé che, con questo, si è creata una situazione completamente nuova per la scienza del diritto, rispetto alle forme della vita nazionale. Come il diritto razziale esercita un’influenza decisiva soprattutto sulla metodica del diritto, così il diritto agrario apporta radicali modificazioni alla sistematica del diritto. Al centro della scienza giuridica nazionalsocialista non sta più l’individuo, che, atomizzato nel confusionario andirivieni e negli antagonismi liberalistici, aveva degradato la vita nazionale a un’arena per tenzoni singolari ed egoistiche. Caratteristico è invece un ordinamento di composizione dei divergenti interessi dei singoli, attuato programmaticamente e assicurato dall’alto in maniera autoritaria ma pacifica. Il bene comune prima del bene individuale! Questo è il grido di battaglia della Rivoluzione nazionalsocialista. Il singolo vale in ragione del servizio che rende al proprio popolo; questa è la rivoluzione del diritto civile. Da un ordinamento giuridico che si occupava, come massima suprema, delle pratiche della soluzione di un sistema di liti individuali, accettato in sé come immutabile, nel modo meno pericoloso possibile per la comunità, si è giunti oramai a un ordinamento giuridico che affronta direttamente questa sfera di litigiosità. Al Legislatore nazionalsocialista non interessa tanto la lite di A contro B, quanto, e molto di più, il problema se non sia possibile eliminare la cagione stessa della lite. Ed è molto importante per l’ulteriore sviluppo di questa idea che noi abbiamo per questo un forte punto di appoggio nel diritto agrario.

    Anche qui non siamo che al principio. Anche qui sogliono esserci mosse obiezioni di ogni specie. Si parla del carattere, refrattario alle innovazioni, del contadino, che si vuole far passare per materialista; di un legittimo trattamento preferenziale difronte ad altre categorie sociali. Ma il Legislatore nazionalsocialista ha tratto in questo campo, da un’indagine che si è estesa ai millenni e ai continenti, una conseguenza saldissima. Anche qui vi era l’esempio pauroso di potenze mondiali, decadute come nazioni a seguito del decadimento del loro ceto agrario. Il Legislatore nazionalsocialista ha dato in questo campo alla scienza del diritto un concetto assolutamente nuovo. Il valore sostanziale del Suolo si affianca a quello della Razza come il secondo grande risultato di un nuovo orientamento giuridico scientifico.

    Il terzo concetto rivoluzionario è quello del Lavoro nazionale. Esso elimina le formazioni di gruppi, basate sugli interessi e considerate tipiche nel XIX secolo, fra datori di lavoro o capitalisti da una parte, e prestatori d’opera o proletari dall’altra. Esso si fonda esclusivamente sul criterio informatore del rendimento del lavoratore del pensiero e del braccio. Lo scopo della legislazione nazionalsocialista del lavoro, quale esso risulta particolarmente dalla legge per la disciplina del Lavoro nazionale del 20 gennaio 1934, è il seguente:

    1) concepire il Lavoro nazionale come un onore, e affratellare in esso tutti i cittadini produttori che collaborino comunque attivamente ad assicurare le esigenze di vita e a elevare il tenore di vita di tutto il popolo tedesco;

    2) aumentare la capacità lavorativa complessiva del popolo tedesco, considerato come un tutto economico e unità politico-economica.

    Doveva pertanto eliminarsi anzitutto il dilaniamento del popolo nel campo del lavoro in gruppi di forze, contrastantisi nella lotta di classe e ligi alle supreme direttive delle grandi organizzazioni che, con i conflitti per le tariffe, con gli scioperi, le serrate e la lotta delle forze politico-economiche, distruggevano la civiltà del lavoro e la vita economica della nazione.

    Anche qui è evidente che, alla legge sul Lavoro nazionale, è collegata una totale trasformazione del pensiero giuridico, poiché questa legge ha avuto come conseguenza un completo soddisfacimento del processo del lavoro nel suo aspetto sociale, e l’utilizzazione totale di tutte le energie lavorative per il raggiungimento di un unico scopo, nel suo aspetto economico-nazionale. Il diritto del lavoro delle epoche anteriori si fondava sul concetto liberalistico che le condizioni del lavoro dovessero essere conquistate nella libera concorrenza, e sull’assoluta mancanza di programma nel governo economico. La posizione giuridica del lavoratore era determinata esclusivamente dalla condizione che gli derivava da un contratto individuale di lavoro o da un generale accordo di tariffe. La mentalità della lotta di classe fu la conseguenza del fallimento degli ordinamenti giuridici borghesi, come del capitalismo economico liberale e del servilismo proletario marxista. Anche nel campo del lavoro non esistono delle strutture sociali internazionali di classi, estendentisi per tutto il mondo, ma esiste soltanto l’energia lavorativa del popolo nell’ambito nazionale. Il lavoratore ha pertanto il pieno diritto di allinearsi nella prima categoria sociale della comunità. La sua attività partecipa in modo creativo alla formazione del destino della comunità. L’obbligazione della comunità verso di lui deve trovare la sua espressione nel suo diritto. Per questo non può esistere un diritto dei datori di lavoro e un diritto dei prestatori d’opera, ma soltanto una ripartizione, secondo il bene comune, dei frutti del lavoro, fondata sul principio della giusta partecipazione e della compensazione. Il lavoratore ha difronte alla comunità una pretesa giuridica al collocamento della sua attività lavorativa in quella generale economica del suo popolo, e alla corrispondente partecipazione alla produzione generale. La scienza del diritto deve riconoscere da questo diritto del lavoro del Terzo Reich la propria funzione direttiva sociale, perché essa deve collaborare all’evoluzione dal pensiero individualistico a quello collettivo. Non esiste una società al di fuori della totalità del popolo, rappresentato dai componenti. Nel nostro popolo non esistono più raggruppamenti feudali, o aristocratici o comunque privilegiati per tradizione storica e per speciali diritti. Non esistono né famiglie, né classi privilegiate. Esiste un popolo tedesco unitario, che comprende nella sua schiacciante maggioranza i compagni che lavorano nello Stato, nel Partito e nell’economia. Il concetto giuridico del lavoro si fonda nel Terzo Reich sulla politica economica programmatica del Governo del Reich, e trova il proprio contenuto nella tendenza del Nazionalsocialismo alla pacificazione e all’educazione sociale e ad aumentare la capacità produttiva. Esso racchiude in sé la penetrazione reciproca di tutti gli strati culturali e di tutte le categorie produttrici del nostro popolo, secondo uno schema unitario dei presupposti della rimunerazione e dell’assicurazione della vita individuale. Non esistono quindi più, nel campo del lavoro, quei criteri di valutazione che hanno portato prima a delle conseguenze giuridiche così insensate, per le quali il lavoro di un impiegato era valutato di più che non il lavoro della produzione economica, del commercio o dell’industria. Sarebbe vana fatica, dato il punto di partenza razziale dell’ordinamento giuridico e difronte all’unità sociale del popolo tedesco, come comunità di compagni cameratescamente uniti e tendenti al solo scopo del benessere comune, il volere mantenere delle differenze di rango di vecchio tipo. Il diritto del lavoro del Terzo Reich è pertanto il totale inquadramento di un popolo secondo l’esclusivo criterio valutativo dell’attività individuale, e il carattere di questa valutazione è determinato esclusivamente dall’importanza che il singolo ha per il suo lavoro per la comunità. In ciò sta la cancellazione completa di quei rudimenti che noi trasciniamo tuttavia qua e là, magari ancora sotto l’influsso medioevale della costruzione classista delle figure giuridiche del nostro popolo. Non vi è nel popolo tedesco ufficio più sacro di quello di potere vivere e operare per la comunità dei tedeschi, di potere mettere il proprio io al servizio di questa comunità. E non vi è sacrificio più alto che poter fare voto del proprio io al servizio del proprio popolo. Da questo diritto del lavoro del Nazionalsocialismo si irradia quindi un fluido della comunanza di destino di tutti gli strati del popolo tedesco. E proprio con ciò è dato il più grandioso sviluppo del lavoro intellettuale in tutti i campi della cultura, come massimo valore ideale della comunità. Il membro del popolo, produttore intellettuale nel campo artistico e scientifico, ha pertanto anche il diritto alla massima tutela personale e professionale.

    La scienza del diritto del lavoro non può dunque essere la rappresentante dei fattori di divisione né di interessi economici contrastanti; essa non può che annunciare e formare la volontà giuridica del Reich, di attuare i piani economici, la pace, la giustizia sociale e la partecipazione di tutti alle opere comuni. L’attenzione degli studiosi del diritto del lavoro non deve pertanto polarizzarsi sul contratto di lavoro, bensì sul lavoratore come membro del popolo e come avente diritto a partecipare alla produzione economica nazionale. Il diritto al lavoro è il più spiccato diritto della personalità del membro del popolo del Terzo Reich. Il Reich si è assunto solennemente questo obbligo e lo ha anche attuato: assicurare ad ogni membro del popolo la parte di lavoro che gli spetta e costruire la relativa garanzia giuridica.

    Al di sopra della Razza, del Suolo e del Lavoro, si eleva il Reich.

    Questo Reich, da più di un millennio sinonimo dell’idea di Stato del nostro popolo, è risorto a nuova potente grandezza sotto il Führer Adolf Hitler. Esso è la figura statale del nostro popolo nella storia universale. Noi tedeschi entriamo in contatto col mondo attraverso questo Reich. Vediamo in esso il punto di partenza della legislazione e la garanzia dell’ordinamento della nostra comunità. Questo Reich tedesco ha trovato sotto il Nazionalsocialismo la forma giuridica dello Stato unitario, ossia per la prima volta nella sua storia non c’è sul suolo del popolo tedesco che un solo legislatore nella persona del Führer.

    La scienza del diritto pubblico del Terzo Reich deve quindi muovere dall’unità del Reich. La costituzione in senso formale consiste nell’intima organicità della legislazione di Adolf Hitler, le cui finalità e la cui interpretazione sono assicurate mediante la realizzazione del programma del Partito. Anche se non venissero emanate altre risoluzioni o formulazioni legislative in aggiunta alle leggi già promulgate dal Terzo Reich nel campo della propria struttura giuridica, non si potrebbe oggi più dubitare, considerando i risultati dei cinque anni di governo del Führer, dei seguenti chiarissimi elementi del Reich, sotto l’aspetto scientifico-giuridico:

    1) a capo del Reich sta a vita il Führer del Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori, come Führer del Reich tedesco;

    2) egli è in forza della sua qualità di Führer del Partito e Führer e Cancelliere del Reich. Come tale, egli personifica allo stesso tempo il supremo potere statale come Capo dello Stato e la funzione centrale dell’amministrazione complessiva del Reich come Capo del Governo. Egli è, in una sola persona, Capo dello Stato e Capo del Governo. Egli è il Comandante supremo di tutte le Forze Armate del Reich;

    3) il Führer e Cancelliere del Reich è il delegato costituente del popolo tedesco, e determina, senza riguardo a presupposti formali, la configurazione della forma esteriore del Reich, il suo sviluppo e tutta la sua politica;

    4) il Führer è il giudice supremo della Nazione. La scienza del diritto pubblico del Terzo Reich non è dunque più una scienza delle relazioni fra i cittadini dotati di diritti pubblici subiettivi da una parte, e i rappresentanti dello Stato gravati dei correlativi doveri dall’altra, bensì è la dottrina di un ordinamento basato sull’elemento personale della fedeltà di un popolo al seguito del Führer da lui legittimato. L’essenza dell’idea statale del Terzo Reich non consiste nel conferimento formale dei pieni poteri, nella legittimazione secondo le regole costituzionali rappresentative, o nel potere di governo limitate dalle votazioni di maggioranza; essa risiede invece nel governo del popolo, attuato naturalmente da un Uomo, con le sole limitazioni della propria coscienza. Ogni membro del popolo è uguale come rango. Non ce né che uno che si eleva al di sopra di questo piano, e questo è il Führer. Tutti coloro che agiscono nel nome del Führer, agiscono al servizio della comunità. Le nomine, le variazioni di grado o le destituzioni avvengono esclusivamente ad opera del Führer. Un contrasto delle attività dirette all’interesse della generalità del popolo, non può naturalmente verificarsi, dato il principio della naturale unità personale dell’attività del Führer. Poiché tutto quanto avviene nel nome del popolo tedesco e non può essere compiuto che in nome del Führer, anche la giurisprudenza, come l’amministrazione e la legislazione, non possono essere esercitate che dal Führer in persona o in suo nome, ossia per suo incarico o col suo consenso. Nell’ambito giuridico statale del Terzo Reich non vi è alcuna posizione indipendente da questa elementare volontà del Führer. Fra i campi del potere pubblico non vi sono differenze di rango. Si tratti di politica difensiva, di politica economica, di politica del diritto, di educazione, di amministrazione di polizia, la vicinanza al Führer è dovunque la stessa. Poiché il Führer rappresenta nella propria persona la totalità della vita del popolo, si rende possibile una ripartizione logica della sua competenza secondo criteri di opportunità.

    Il Reich è oggi il mezzo di attuazione della volontà di governo rappresentata dal Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori. Il Nazionalsocialismo è l’espressione della volontà di organizzazione politica del popolo tedesco. Esso è la fede spirituale unitaria del popolo tedesco e il creatore della massima di Governo del Reich. Il rapporto del Partito Nazionalsocialista con l’amministrazione del Reich è quello del Sovrano verso le proprie istituzioni. Il Führer ha formulato questo rapporto come segue: «Non è lo Stato che comanda noi nazionalsocialisti, siamo noi nazionalsocialisti che comandiamo lo Stato».

    Il Partito Nazionalsocialista deve fornire al Reich il necessario contenuto di volontà. Per il soddisfacimento da parte dello Stato dei propri postulati, il Partito si serve però esclusivamente del Reich e dei corpi amministrativi a questo subordinati (Länder, province, comuni…). Il Partito non ha pertanto la facoltà di intervenire direttamente nell’attività dei diversi organi del Reich, a meno che una tale facoltà non sia espressamente prevista dalla legge. Anche la volontà del Partito viene espressa nel campo statale soltanto dagli organi dello Stato. Il Partito sta al di sopra dello Stato per quanto attiene all’idea, all’orientamento spirituale e alla suprema massima di Governo. Ma il Partito sta accanto allo Stato con la propria organizzazione gerarchica. L’unità del Partito e dello Stato è pertanto un’unità di governo generale, basata sull’identica concezione politico-ideologica; non è necessariamente un’unità istituzionale né di funzionari. Il Partito ha nella struttura generale dell’ordinamento nazionale del Terzo Reich un compito elastico, chiarificatore e direttivo, suscitatore e ordinatore di idee. Sono compiti dello Stato la realizzazione e la garanzia della comunità mediante il potere autoritario dello Stato. Il Partito è una selezione ideale del popolo, battagliera e ispirata ai supremi valori ordinatori della comunità popolare; esso è l’ordinamento del Führer. Ma il Reich è la patria del popolo tedesco.

    La scienza tedesca del diritto di Stato ha pertanto dinnanzi a sé i più importanti sviluppi veramente rivoluzionari. Il concetto della dittatura non può trovare applicazione al Terzo Reich, e così nemmeno quello di monarchia di marca cesarea, di repubblica, di oligarchia, né alcun altro fra i sistemi giuridico-statali finora esistiti. Lo Stato del Führer, come assioma della scienza nazionalsocialista del diritto pubblico, è un concetto informatore completamente nuovo. La Germania inerirà in futuro questo concetto del Führer nella propria storia con la stessa spontanea sicurezza con la quale ha già accettato in passato il concetto di re o quello di imperatore. Ma questo concetto del Führer non diverrà mai impersonale, poiché per la scienza del diritto pubblico del Terzo Reich è caratteristico il fatto che essa non rappresenta un sistema di competenze, bensì le relazioni dell’intero popolo tedesco verso una personalità creatrice della storia. Noi viviamo in un’epoca giuridica che prende nome dal Führer e da lui plasmata. Il Führer non si basa sugli articoli della Costituzione, bensì su opere gigantesche, espressione della fusione della vocazione con la dedizione di sé al popolo. Il Führer realizza una costituzione non secondo norme legali a lui segnate, bensì con opere di portata storica al servizio dell’avvenire del suo popolo. Nella scienza tedesca del diritto pubblico, entra così il più alto criterio organico che la storia del diritto possa fornire. Il diritto di Stato del Terzo Reich è la formulazione giuridica della volontà storica del Führer, ma questa volontà storica del Führer non è realizzazione di una condizione giuridico-statale preesistente alla sua opera. Se il Führer regni o meno secondo una costituzione formale scritta non è una questione giuridica di primo piano. La questione giuridica è soltanto se il Führer assicura con la propria azione la vita del proprio popolo.

    Dopo gli avvenimenti rivoluzionari degli ultimi cinque anni, noi possiamo pertanto constatare che:

    1) la scienza del diritto di Stato del Terzo Reich si fonda sulla funzione primaria del popolo tedesco come unità dei membri di uguale sangue nati nella nazione;

    2) lo Stato unitario tedesco è al servizio di questo popolo e garantisce al Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori, che rappresenta il popolo nei suoi bisogni elementari, la potenza necessaria per la realizzazione del suo programma;

    3) lo Stato del Führer si fonda sull’unità del Capo del Partito e sulle sue competenze a vita come Capo supremo dello Stato, come Capo del Governo, come Comandante supremo, come delegato costituente del popolo tedesco e come giudice supremo;

    4) non ha luogo lo spezzettamento del potere del Governo voluto dai membri del popolo, secondo i principi della divisione dei poteri;

    5) l’indipendenza dell’amministrazione della giustizia significa applicazione dei pieni poteri del Führer nel campo delle controversie individuali, in esecuzione delle norme giuridiche generali del Reich, sul terreno e per la realizzazione del Nazionalsocialismo. Il giudice non è vincolato a disposizioni. Un’ultima decisione indipendente spetta, anche negli affari giudiziari, al Führer quale supremo giudice del Reich;

    6) accanto al diritto dello Stato sta il diritto del Parlamento, la cui missione, di assicurare l’ordinamento interno del Partito Nazionalsocialista come proprio soggetto di diritti, va molto aldilà della competenza autonoma di una corporazione di diritto pubblico. Il diritto del Partito vale soltanto per i membri del Partito in tale loro qualità. Esso ha però il rango del diritto del Reich, perché promana, come questo, direttamente dal Führer. Il diritto dello Stato e il diritto del Partito si differenziano per la diversità del loro compito, del loro campo di applicazione e degli organi competenti per la loro attuazione.

    Al disopra della Razza, del Suolo, del Lavoro e del Reich, risplende come quinto valore sostanziale e profondo contenuto della vita, l’Onore della nostra Nazione.

    Questo Onore noi lo concepiamo come il dovere di ricollegare per tutti i tempi al nome dei tedeschi il più alto livello delle possibilità umane su questa terra. La finalità ideale di tutto il lavoro di Governo è il raggiungimento della consapevolezza che ciò che è disonorevole non è tedesco, e che l’idea di onore deve essere immanente in ogni tedesco. L’Onore è il significato di tutto il nostro lavoro, della vita del nostro popolo e dell’esistenza del singolo membro del popolo.

    Contenuto di questa concezione dell’Onore è che il popolo tedesco, unito nella propria comunione popolare, compie insigni opere storiche, sociali e culturali, e pertanto non può mai accettare una menomazione della propria parità di diritti o del proprio sviluppo naturale.

    Espressione di questa concezione è il ristabilimento della potenza difensiva tedesca con la legge per la riorganizzazione delle forze difensive del 16 marzo 1935 e la legge sulla difesa del 21 maggio 1935, come pure il riacquisto della piena sovranità territoriale del Reich, specialmente con la riannessione del territorio della Saar in base al plebiscito del 13 gennaio 1935, con la rioccupazione da parte delle truppe germaniche della zona già smilitarizzata sul Reno, annunciata dal Führer nella storica seduta del Reichstag del 7 marzo 1936, e il ristabilimento della sovranità del Reich sulle vie fluviali tedesche con la nota del 14 novembre 1936.

    I presupposti dell’Onore non si formano secondo concezioni di categoria, di confessione religiosa, o comunque particolaristiche e superate, bensì esclusivamente secondo il principio che è onorevole quel comportamento, che, per il suo presupposto, per il modo di esplicarsi e per la sua ultima finalità, torni a vantaggio di tutto il popolo dei tedeschi. Né è decisivo al riguardo un effetto di utilità materiale. Vantaggio è qualche cosa che serve al compito complessivo nazionale. Difronte a tutti i pessimisti e ai profeti di rovine, vale quanto segue: c’è una ragione di vivere e precisamente quella di affermarsi dinanzi all’Eterno Creatore quali compartecipi dell’onore della comunità popolare. In questo idealismo sta la rinascita dell’umanità tedesca, passata attraverso la calamità di secolari lotte ideologiche. Noi viviamo come idealisti di quest’epoca. Noi non crediamo che il nostro popolo sia destinato, né ora né mai, alla distruzione, e in questa fede restiamo saldi, come energia fattiva, in tutte le irradiazioni della nostra vita nazionale. L’orientamento spirituale del Nazionalsocialismo non divide con nessun’altra potenza del mondo questa sua intima realizzazione dell’umanità tedesca. Il Tedesco è per sé stesso portato a un compito idealistico. Egli considera benedetta la propria vita, dedicandola all’adempimento del suo dovere nazionale. Dio valuta un popolo retto soprattutto dal fatto se esso ha saputo corrispondere o meno al suo originario compito razziale. Non c’è stato ancora esempio nella storia che un’altra cosa, al di fuori della comunità idealistica del proprio onore, abbia assicurato la vita ad un popolo. Né monarchie, né repubbliche, né sistemi basati su una fede, né la potenza esteriore delle costituzioni militari, né valori economici, hanno mai potuto salvare i popoli che si erano interiormente discostati dal compito loro segnato da Dio.

    Anche per la scienza del diritto del Terzo Reich l’Onore è pertanto un concetto centrale essenziale.

    L’Onore del popolo tedesco richiede che in tutte le leggi del nostro Reich sia contenuta la fedeltà come suprema affermazione dell’onore. La fedeltà è la realizzazione dell’Onore nazionale. Chi manchi alla fedeltà verso il popolo, il Reich, il Führer, il Partito e i membri del popolo, si rende indegno della comunità. Per questo il grande edifico dell’ordinamento giuridico borghese già esistente dovrà essere trasformato in un ordinamento di vita ispirato al cameratismo popolare. Il diritto penale dovrà essere essenzialmente un ordinamento per la punizione della mancanza di fedeltà. Anche tutte le questioni di categoria dovranno essere considerate da questo punto di vista. In tutti i campi del diritto della comunità sarà sempre l’Onore che ne costituirà il punto saliente.

    Dopo aver passato in breve rassegna i cinque concetti fondamentali della dottrina dei valori sostanziali del Terzo Reich e la loro relazione con la scienza del diritto e la sua posizione storico-culturale, noi giungiamo alla conclusione che i problemi decisivi per le epoche storico-giuridiche anteriori sono oggi divenuti per noi completamente irrilevanti, e che, per contro, numerose nuove costruzioni rivoluzionarie necessitano di una sistemazione scientifico-giuridica e di un’elaborazione concettuale. La scienza giuridica del Terzo Reich si trova difronte a un immane rinnovamento della formulazione dei propri presupposti, del proprio contenuto, dei propri metodi, dei propri concetti e dei propri sistemi. È chiaro peraltro che la scienza del diritto deve tener conto oggi di numerosi dati biologici, culturali e storico-generali.

  4. #4
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    Predefinito Re: Fascismo e nazionalsocialismo.

    Inoltre, è evidente che i risultati della logica e della metodologia giuridica sono i fattori essenziali della scienza del diritto, nel senso tecnico suo proprio. Ma noi dobbiamo ricercare quale posizione debba assumere nel nostro tempo la scienza giuridica nell’elaborazione delle materie di sua competenza.

    La critica al Legislatore è vietata alla scienza del diritto, così come lo è ai membri del popolo, strettissimamente legati al loro Führer dal dovere della fedeltà e dell’obbedienza. Non può però essere messo in dubbio che possa aver luogo, e con vantaggio, un’elaborazione scientifica delle questioni della legislazione e dell’applicazione del diritto, per il bisogno della certezza e della chiarezza del diritto. Sarebbe erroneo volere attuare una legislazione senza un siffatto apparato ordinativo concettuale-sistematico. È un servizio per il Führer se una forte scienza nazionalsocialista del diritto elabora i complessi essenziali dei problemi nel momento in cui le leggi sono in formazione. Le sezioni dell’Accademia per il diritto tedesco e il reparto per le ricerche di detto istituto sono costantemente all’opera in questo senso. Le leggi del Reich non devono contenere delle contradizioni, esse devono essere pervase soltanto da concetti unitari. La parola della legge deve essere comprensibile al popolo, chiara e degna di un forte Reich; l’applicazione delle leggi deve essere dovunque giuridicamente assicurata. La scienza giuridica nazionalsocialista deve sapersi conquistare con le proprie opere tale autorità, da poter essere considerata idealmente come la suprema fonte di interpretazioni delle leggi nazionalsocialiste.

    Dall’unione della dottrina del pensiero giuridico con i riconoscimenti delle insopprimibili necessità del complesso popolare, dell’illustrazione dei concetti e della sistematica, la scienza del diritto trae la possibilità di concorrere a favorire il benessere del nostro popolo e del Reich. Compiendo esattamente il proprio dovere, essa contribuisce decisivamente all’ascesa della nostra vita giuridica.

    La scienza giuridica ha inoltre il compito di fornire una rassegna della categoria dei legali come tale.

    Al riguardo dovrebbe essere trattato l’ideale per il quale combatte il legale nazionalsocialista, la posizione di questo come dirigente sociale entro la comunità del proprio popolo, l’incremento del perfezionamento professionale e l’assicurazione del rifornimento dei quadri. E inoltre vi si aggiungerebbe l’illustrazione della scienza giuridica come professione, quella dell’educazione giuridica, la storia della letteratura giuridica e infine la creazione di una scienza della risoluzione delle controversie secondo la pratica giudiziaria.

    Il metodo della scienza del diritto è lo stesso di ogni altra scienza: saper convincere con la forza del pensiero.

    La vocazione per la scienza del diritto la possederà ogni tedesco di valore che senta nel proprio animo il profondo attaccamento alla comunità del destino del proprio popolo, che riconosca che il diritto deve servire, aldilà della possibilità e della durata della vita individuale, ad uno spontaneo, chiaro e sicuro regolamento totale dell’esistenza del popolo, e trovi per questo nel diritto la propria vocazione personale.

    Lo scopo della scienza giuridica deve essere la chiarezza del diritto. Esso è dato pertanto anche dalla preparazione scientifica del giudice, che è al centro della vita giuridica e assicura al proprio popolo la fortuna di essere governato secondo l’applicazione del diritto.

    Anche la scienza del diritto non può adempiere il proprio compito sociale se non inserendosi nel complesso della grande attività lavorativa del nostro popolo. Essa non ha un compito che risieda esclusivamente in sé stessa e non può essere che mezzo a scopo, e questo scopo è lo sviluppo dell’idea giuridica del Nazionalsocialismo.

    La posizione storico-culturale della scienza del diritto in questo periodo risulta dunque dall’armonia dell’orientamento spirituale e della massima di Stato, della storia generale e della storia del pensiero, nella Rivoluzione Nazionalsocialista.

    La storia del pensiero di ogni popolo presenta, come tale, tre grandi campi, tre avvenimenti: le rivelazioni, le glorificazioni e le illustrazioni.

    La rivelazione è l’apparizione di una forza eroica che, senza appoggiarsi ad una qualsiasi causalità terrena, logica e definita, trasmette, da un campo in un primo tempo ancora non definito, il contenuto di una fede. La rivelazione suscita la fede nell’eroico e fonda e diffonde le religioni e gli orientamenti spirituali.

    La glorificazione è la comunicazione artistica di un avvenimento dello spirito mediante l’opera di un maestro che suscita l’ammirazione.

    L’illustrazione è l’attività di un capo spirituale, di un divulgatore che offre i risultati delle proprie meditazioni e che convince.

    Dalla fede, dall’ammirazione e dal convincimento, dal fatto dell’eroe, dall’opera del maestro e dall’attività del divulgatore, sorge e si compone la storia spirituale di un popolo.

    Noi vediamo pertanto così la posizione storico-culturale nel campo del diritto. Noi crediamo alla forza unica, creatrice dello Stato, della rivelazione del Nazionalsocialismo. Noi ammiriamo l’arte del geniale Legislatore e siamo convinti della verità della dottrina di Adolf Hitler. La grandezza dell’idea nazionalsocialista del diritto sta nell’incarnazione dell’eroe, del maestro e del divulgatore nella sola persona di Adolf Hitler.

    2.

    Corrispondentemente a questa posizione storico-culturale, la scienza giuridica nazionalsocialista si libererà completamente da ogni legame metodico, sistematico e scolastico con le manifestazioni della precedente storia del diritto. Né la scuola del diritto naturale, né la scuola storica del diritto, né la dottrina giuridica materialistica, né la dottrina del giusto diritto, né la dottrina giuridica sociologica, né quella del diritto libero, come nessun altro sistema può essere utilizzato dalla scienza giuridica nazionalsocialista. Noi non vogliamo indugiarci nella critica di questi sistemi. Essi sono tutti falliti, così come i grandi apporti scientifici di queste scuole. Essi erano infatti tutti soltanto applicazioni di un formalismo giuridico nel campo dell’intelligenza, senza legame col popolo. Nel novembre 1918 si è infranta in Germania questa forma divenuta priva di contenuto, poiché anche i sistemi giuridici non si misurano secondo una “esattezza” astratta, immanente, formale, bensì in ultima analisi esclusivamente dalla loro affermazione storica. Noi diamo atto volentieri che degli uomini grandi e degni furono i fondatori di queste scuole o ad esse si formarono. Felici della nostra unità tedesca finalmente conseguita, noi non guardiamo con disprezzo alle tremende lotte del pensiero sostenute dal nostro popolo nelle epoche anteriori.

    Noi proclamiamo ormai la scuola giuridica tedesca, fondata sul pensiero tedesco, dedicata al servizio dell’azione tedesca. Essa è la scuola del diritto sostanziale dello Stato del Führer, dunque del diritto tedesco alla vita. Essa è la forma con la quale il Nazionalsocialismo si costruisce la propria scienza del diritto. Poiché noi portiamo dentro di noi la grande fede della vocazione tedesca, questa scienza del diritto non può avere quella fredda obiettività né quella tanto vantata libertà nella valutazione dei valori, delle quali in altri tempi la scienza faceva volentieri sfoggio. Noi sappiamo oggi che la scienza del diritto, nelle sue ricerche e nel suo insegnamento, non si fonda soltanto sul criterio di valutazione, ma che deve muovere da questo. Il dovere della scienza giuridica nazionalsocialista consiste nel servire il Reich di Adolf Hitler. L’obiettività della scienza non era che una circonlocuzione del disagio derivatele dall’incapacità di acquisire, nei caotici subiettivismi dei tempi anteriori, una qualche base sicura, senza ledere questo o quello. Oggi la scienza del diritto è libera. La sua obiettività si identifica con la subiettività propria di tutti i membri del popolo, per cui il Reich di Adolf Hitler è divenuto e resterà la fondamentale comunità di destino del nostro popolo. La scienza del diritto è oggi in condizione di fare atto di fede politica. Lo scienziato tedesco del diritto è politicamente un nazionalsocialista, egli crede nel proprio popolo e sa di collaborare all’avvenire del Reich. È superata la separazione fra la sfera politica e quella scientifica. Le conclusioni del pensiero giuridico, dell’indagine giuridica e della dottrina giuridica non possono pertanto non concordare sempre col governo e con la condotta politica. Sono superati i tempi nei quali la scienza del diritto si staccava sempre più dall’evoluzione storica del proprio popolo e si estraniava dagli avvenimenti nazionali. La scienza giuridica tedesca, come scuola giuridica tedesca, è caratterizzata dalla fede nel diritto come fondamento immortale del destino del nostro popolo, dall’ammirazione per l’arte del Führer, suscitatore e reggitore dello Stato, e dalla vocazione per l’illustrazione dello spirito delle leggi nazionalsocialiste, nella dottrina, nello studio e nell’insegnamento. E da questa scienza verranno elaborati, favoriti e diffusi anche il senso giuridico, l’idea del diritto, la sapienza e la capacità giuridica.

    Io invito la scienza giuridica tedesca, e specialmente la gioventù tedesca che ad essa si dedica, a porre ogni energia al servizio dell’opera del Führer e del popolo tedesco. La lotta tende anche a conquistare al diritto tedesco il riconoscimento dei grandi popoli di questa terra.

    Credo che l’evoluzione del diritto stia per ascendere verso le più alte mete, realizzabili su questa terra dalla volontà, dal pensiero e dalla forza degli uomini.

    Di Hans Frank

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    Predefinito Re: Fascismo e nazionalsocialismo.

    LA GUERRA DEL SANGUE CONTRO L’ORO. RIFLESSIONI DEL SOLDATO DEL REGIO ESERCITO GAETANO LA ROSA


    La Rassegna di Cultura Militare di Roma, nell’ottobre del 1941, pubblicò un interessante saggio del soldato del Regio Esercito Gaetano La Rosa, concernente le origini del Secondo conflitto mondiale e i motivi per cui l’Italia e la Germania entrarono in guerra, dal titolo La guerra del sangue contro l’oro. Lo presentiamo qui, in forma integrale, per la prima volta dalla fine del conflitto.

    1.

    La lotta in atto tra le potenze totalitarie e le nazioni plutocratiche rappresenta l’urto violento tra le forze di due mondi decisamente opposti.

    Due concezioni di vita, due ordini di morale, due principi fondamentali stanno di fronte in un cozzo mortale, dall’esito del quale dipende l’avvenire del mondo e dell’umanità. Se dovessero malauguratamente prevalere i plutocrati anglosassoni, alleati al Comunismo e alle forze oscure dell’Ebraismo internazionale, i destini del mondo resterebbero inevitabilmente ancorati per parecchi secoli a sistemi ormai del tutto sorpassati. Solo la vittoria dell’Asse, solo il pieno e assoluto trionfo dei principi propugnati dall’Italia e dalla Germania possono dare ai popoli un avvenire consono al processo evolutivo che, dai primordi sino ad oggi, contrassegna lo sforzo creativo delle masse umane.

    Ma il passato tenta di arginare con ogni mezzo la travolgente marcia dell’avvenire, per impedire che una nuova etica proietti sull’umanità i suoi benefici. Non si tratta tanto di conseguire, dall’esito vittorioso di questa guerra, rettifiche o acquisizioni territoriali, quanto di cancellare dalla vita del mondo le tare di un indirizzo che non risponde più alle esigenze politiche e sociali di popoli sani e forti.

    Per questo la lotta è mortalmente totalitaria, senza possibilità di compromessi; per questo la guerra che infuria in Europa rappresenta la sanguinosa fatica e il duro travaglio dei popoli che, coscienti delle loro necessità, reclamano una reale giustizia distributiva, un’adeguata valorizzazione del loro diuturno sacrificio e, più di tutto, la soppressione di ogni interesse particolaristico, affinché trionfino indirizzi nuovi, capaci di riformare tutta la prassi su cui è stata, fino ad oggi, imperniata l’esistenza dei nuclei nazionali dei paesi diseredati.

    La teoria dello “spazio vitale”, il problema delle materie prime, il lavoro umano che da oggetto diviene soggetto nel campo economico, costituiscono i termini della contesa che ha condotto all’attuale conflagrazione.

    Un nuovo capitolo si apre dunque nella Storia dell’umanità con la presente battaglia tra l’oro e il sangue, ad opera delle nazioni dell’Asse, paladine di un Nuovo Ordine Mondiale nel campo delle varie posizioni territoriali e nell’ambito dei valori morali.

    Per quanto i popoli delle nazioni totalitarie conoscano queste sacrosante verità, per quanto essi sentano nel sangue il cocente bruciore della vasta gamma d’ingiustizie alle quali furono fatti segno da troppo lungo tempo, i vari organi statali competenti non tralasciarono mai occasione per proclamare le vere finalità per le quali l’Italia e la Germania, unitamente ai loro alleati, hanno combattuto e combattono l’immane guerra.

    Particolarmente espressiva è stata, al riguardo, la sintetica proclamazione del carattere e delle finalità del presente conflitto fatta dal Duce in occasione del suo discorso alla nazione italiana nel primo anniversario dell’intervento.

    Conclusa vittoriosamente la campagna di Grecia, stroncata la malafede jugoslava, cacciati ignominiosamente da Creta i superstiti nuclei inglesi, nonostante le vanterie del Primo Ministro di Sua Maestà Britannica Winston Churchill, con la conclusione della primavera dell’anno in corso calava il sipario sul dramma aperto il 28 ottobre 1940 dall’intervento italiano contro l’Ellade del generale Metaxas. La trionfale conclusione di questa campagna, che aveva determinato, negli ambienti ostili all’Italia, tante assurde calunnie, e il compimento di un anno di ostilità condotte dal nostro paese contro il primo impero del mondo, erano avvenimenti tali da indurre il Duce ad illuminare direttamente il popolo italiano sugli avvenimenti verificatisi e sulla situazione derivata dal primo anno di aspra e gloriosissima lotta.

    Effettivamente, malgrado le stupide ironie apparse in Inghilterra all’epoca del nostro intervento, un anno di guerra italo-inglese ha duramente pesato sulle spalle del truculento John Bull.

    Ad un anno di distanza dal Suo memoriale discorso col quale aveva annunziato all’Italia e al mondo la decisione di infrangere le catene che tenevano prigioniero il nostro paese nel suo mare e realizzare il trionfo delle aspirazioni morali e materiali del nostro popolo, il Duce poteva, con legittimo orgoglio, affermare che le mire e le aspettative italiane circa il sud-est europeo, nei riguardi dello spazio vitale dell’Italia, erano realizzate.

    La cancellazione degli ingiusti trattati imposti dal precedente conflitto, l’eliminazione dalla vita ellenica degli elementi che avevano avvelenato per lungo tempo i rapporti italo-greci, la rinascita dell’antico Regno di Croazia, la riequilibrazione delle situazioni albanese e bulgara rispetto alla Grecia e alla Jugoslavia, la resurrezione del Montenegro e i nuovi successi ungheresi erano avvenimenti tali da porre l’Italia, all’alba del 10 giugno dell’anno 1940, in una situazione paragonabile soltanto a quella raggiunta da Roma dopo la Prima guerra punica, alla vigilia del ciclo delle campagne annibaliche.

    In queste condizioni era naturale che la parola del Duce, dopo aver elencato i successi riportati dalle armi nazionali che avevano inchiodato importantissime aliquote di truppe imperiali inglesi in Africa, che avevano svalorizzato la possibilità mediterranee della Gran Bretagna e che, in unione ai camerati tedeschi, cooperavano al blocco totale delle isole britanniche, accennasse, per quanto sobriamente, alla posizione internazionale dell’Asse e, oltre le ben note mete italiane in rapporto al conflitto, additasse al popolo – memore e cosciente – l’essenza e le finalità di questa lotta mortale con la semplice, lineare, efficacissima frase esprimente la sua assoluta certezza di vittoria:

    In questa immane battaglia fra l’oro e il sangue, l’Iddio giusto che vive nell’anima dei giovani popoli ha scelto. VINCEREMO!

    2.

    Effettivamente, i discorsi e le azioni del Presidente Roosevelt e dei suoi accoliti, nel corso del primo semestre del 1941, erano valsi a delineare, in tutta la loro evidente chiarezza, le vere caratteristiche e le autentiche finalità di questo conflitto.

    Le potenze anglosassoni, detentrici della maggior parte delle ricchezze della terra e dei beni-base dei cicli lavorativi e produttivi indispensabili alla vita dei popoli, costituivano ormai un blocco unico di volontà e di forze, deciso a puntellare il traballante edifizio della loro supremazia mercantile, in attesa che, a questo sforzo, cooperasse anche la Russia dei sovietici attraverso l’ibrido e bestiale connubio del Supercapitalismo col Comunismo.

    Mai come alla fine della primavera del 1941 il conflitto in atto aveva assunto il carattere di lotta aperta tra l’oro e il sangue, tra il capitale e le forze vive del lavoro, rappresentate dalle potenze dell’Asse.

    Per quanto la teoria dell’essenza economica dei conflitti moderni, instaurata da Jakov Novikov e poi da Norman Angell, avesse fallito nelle sue ultime conclusioni, è tuttavia indubitato come antitesi di tal genere costituiscano cause atte a generare profondi squilibri tra le nazioni.

    In effetti, nella genesi dell’attuale crisi ha avuto larga parte l’insostenibile situazione creata nel mondo dal formidabile problema della disponibilità delle materie prime e dal conseguente divario formatosi tra i popoli detentori e quelli che, meno favoriti dalla sorte, hanno forzatamente dovuto darsi un ordinamento e un’organizzazione di natura autarchica per evitare la loro sicura e lenta rovina.

    In concomitanza, quindi, con altre cause di diversa natura, il conflitto in atto allinea nel suo intimo la portata dell’insanabile antitesi tra la concezione dell’organizzazione capitalistica e quella dell’umana trascendentale maestà del lavoro. Non bisogna formalizzare sul fatto che il problema delle materie prime è sempre esistito. La sua determinazione era, in altri tempi, di ben più modesta portata, per il limitatissimo numero dei beni indispensabili essenziali, talché molto difficilmente si verificava il caso di un paese totalmente escluso dal possesso dei mezzi indispensabili alla sua vita e alla sua produzione.

    Quando il tecnicismo s’inserì in misura sempre più ampia nella funzionalità dei moderni aggregati economici e politici, quando il processo inventivo portò alla ribalta dell’interesse mondiale nuovi prodotti ottenuti con la valorizzazione di materiali mai prima di allora utilizzati, il problema dei beni che stanno alla base dei cicli lavorativi e produttivi cominciò ad assumere un aspetto di essenzialità, che non ha fatto altro che crescere col correre del tempo.

    Indipendentemente da questo indirizzo, la scottante questione delle materie prime si avviò verso l’attuale acme quando, dal campo economico, cominciò a slittare insensibilmente sul piano politico.

    Dal momento in cui il possesso di questi prodotti si trasformò in un mezzo di potenza e di prepotenza a disposizione delle poche nazioni fortunate, venne a delinearsi, in maniera sempre più manifesta, la possibilità di un pericoloso asservimento economico e, conseguentemente, politico, di tutte le altre alle prime.

    In sostanza, il mondo non si divise soltanto in popolo abbienti e in popoli non abbienti, ma in paesi che avevano la possibilità di dilatare smisuratamente la loro potenza e in paesi costretti alla condizione di satelliti nel campo politico ed economico, con vastissimi riverberi nell’ambito dei loro problemi sociali. Si delineò così un panorama intollerabile e insostenibile, per il quale i popoli poveri, tra l’altro, erano condannati a diventare sempre più poveri, mentre i ricchi aumentavano a dismisura le loro ricchezze, di cui, in effetti, beneficiava solo un’esigua minoranza nazionale.

    Di fronte a queste condizioni negative, le nazioni ricche di energie – dominate da un possente dinamismo demografico – dovettero rivolgersi verso correttivi adeguati alla situazione per evitare che la portata pratica della loro indipendenza si trasformasse in un vuoto simulacro e per porre rimedio al perturbamento sociale derivante dal suddetto stato di cose nel mondo.

    Sorsero e si ampliarono così i principi di autarchia economica, espressione della naturale reazione dei popoli diseredati, decisi a non lasciarsi sopraffare dal nuovo mito dell’oro.

    Certo, però, che, quando i risultati di questa pratica apparvero innegabili, allo scherno seguì, nei confronti di questi popoli, un’ostilità sempre più palese ed ostinata.

    Se da un lato, nei centri del mondo capitalistico, si osservava, con crescente stupore, che le nazioni diseredate acquistavano, giorno per giorno, un più vasto grado di potenza, di cui beneficiavano, in primo luogo, le loro forze armate, aumentando il loro potenziale d’urto e sviluppando, in maniera prodigiosa, la loro capacità di resistenza, dall’altro le preoccupazioni economiche e finanziarie cominciavano ad assorbire l’attenzione delle organizzazioni affaristiche di questi paesi.

    Il progressivo vincolo delle nazioni povere assoggettate alle ricche incideva poi sui loro guadagni, che minacciavano di contrarsi con progressiva sensibilità.

    Indipendentemente dal lucro cessante e dal danno emergente, l’aumento della capacità lavorativa e produttiva dei paesi autarchici, accompagnato dal considerevole sviluppo del tecnicismo delle loro popolazioni, causava una somma di gravi ‘preoccupazioni, mentre il complesso dei provvedimenti sociali, promossi dai governi autoritari a favore delle classi lavoratrici, costituiva una fonte di timori di altra natura, per l’eventualità che le masse operaie dei paesi plutocratici imponessero ai ceti che le sfruttavano l’instaurazione di provvedimenti che avrebbero diminuito il largo margine di utile di cui beneficiava la ristretta cerchia degli azionisti delle grandi organizzazioni economiche.

    Un vasto movimento contrario all’indirizzo tendente a cristallizzare l’aspetto e le possibilità del mondo veniva ormai a delinearsi, in maniera sempre più evidente, attraverso la progressiva caduta dei valori del mondo demo-plutocratico, ormai in deciso declino.

    Di tutte le espressioni del nuovo fenomeno autarchico, quella che più preoccupava gli ambienti politici anti-totalitari era il costante aumento di potenza e di capacità di resistenza dei loro antagonisti, che, pur proclivi a dar un seguito evolutivo al raggiungimento da loro desiderato, non decampavano dalle loro idee di revisione nei riguardi della situazione politica ed economica del mondo. Gli esponenti del movimento capitalistico comprendevano pertanto come le nuove teorie attentassero alle basi del loro sistema imperniato sull’oro, la cui determinazione e importanza erano in progressiva diminuzione.

    Col sorgere di un nuovo termine di paragone nel campo del valore e con la formazione di una nuova tecnica nell’ambito dei mezzi di scambio, la potenza dell’oro aveva ricevuto il colpo mortale.

    Se nel concetto di valore erano venuti ad inserirsi, con obbiettivi rivoluzionari, i nuovissimi elementi della fatica, del sudore, del sacrificio delle masse lavoratrici, nell’ambito della tecnica distributiva il fattore lavoro, con la sua trascendentale portata, minacciava di scalzare il secolare dominio dell’oro.

    Così, a poco a poco, il lavoro, che, per tanto tempo, era stato considerato semplice oggetto dell’economia, assurgeva a soggetto dell’economia stessa. In una parola, il lavoro, rimasto allo stato di fattore subordinato nel piano economico, era riuscito a trovarsi alla ribalta dell’interesse mondiale, rivoluzionando il quadro della preesistente situazione.

    Mentre nel campo sociale delle potenze totalitarie scompariva la lotta di classe – mostruoso parto delle teorie socialistoidi e democratiche –, nel campo economico la pace tra il capitale e il lavoro permetteva il raggiungimento di una meta considerata dalle teorie liberali irraggiungibile, in quanto questa scuola definiva programmaticamente antitetici e, quindi, irreconciliabili, i due termini primordiali della vita lavorativa e produttiva delle nazioni, vale a dire il lavoro e il capitale.

    Una nuova mèsse di risultati benefici per l’economia e per le possibilità dei popoli si delineava all’orizzonte dei paesi autarchici, mentre la produzione dei paesi democratici, nonostante i numerosi elementi di favore, scadeva sempre più nella sua espressione qualitativa e quantitativa.

    Al disopra di ogni altro divario, si affermava l’insanabilità di due concezioni economiche e sociali. Un mondo nuovo sorgeva, mentre il vecchio perdeva sempre più terreno.

    In questa situazione, la Plutocrazia ritenne che solo la forza avrebbe potuto determinare il miracolo di arrestare la progressiva caduta delle sue concezioni e il crollo del Supercapitalismo mondiale.

    La guerra fatta scoppiare nel settembre 1939 dalla Gran Bretagna dovrebbe raggiungere lo scopo di imporre l’abolizione del principio autarchico, fonte di potenza e di benessere per le nazioni non adeguatamente provviste di beni naturali e correttivo del problema delle materie prime, per ripristinare la situazione precedente, per la quale l’umanità intera dovrebbe dipendere dal volere e dal prepotere delle nazioni sazie, vale a dire dall’Impero inglese, dall’Unione nordamericana e dalla Russia sovietica.

    Per questo, gli ambienti demo-liberali avevano sempre risposto con dei non possumus alle eque domande italiane e germaniche per la revisione della situazione coloniale mondiale. Contemporaneamente, Londra, Parigi, Washington e Mosca cercarono con ogni mezzo, attraverso un sotterraneo lavorio politico, di mettere l’Italia fascista e la Germania nazionalsocialista in condizioni da rendere possibile una ripetizione, ai loro danni, della tattica di esaurimento così ben riuscita nella guerra del 1914-18. Senonché, per le mutate condizioni politiche dell’Europa e per le previdenze autarchiche realizzate dalle potenze dell’Asse, tale piano si è dimostrato fatalmente inconsistente.

    La guerra odierna rappresenta quindi la suprema reazione al tentativo delle nazioni ricche di sopprimere i nuovi indirizzi portati alla ribalta dell’interesse mondiale dalle potenze dell’Asse per l’istaurazione di una nuova etica internazionale, per il raggiungimento di principi di giustizia distributiva adeguati al nostro tempo e per lo smantellamento di quelle posizioni egoistiche che hanno troppo lungamente reso possibile e inattaccabile il predominio corruttore della ricchezza sui valori umani in genere e su quelli del lavoro in particolare.

    L’epoca degli sfruttamenti ammantati di pompose, seppur vacue, teorie di una fratellanza universale, è ormai definitivamente tramontata. Il progresso e l’avvenire dell’umanità dipendono dalla vittoria dei popoli che hanno preso le armi per il trionfo dei nuovi principi tanto osteggiati dal liberalismo soffocatore.

    I popoli dell’Asse, coscienti di questa insopprimibile necessità, conoscono perfettamente gli scopi di guerra dei rispettivi governi, senza bisogno di lunghi ed elaborati discorsi. Sanno che la loro vita, quella dei loro figli e la loro sacrosanta libertà dipendono dalla loro vittoria e per questa combattono con fede e decisione.

    Convinti che l’avvenire di un paese non può più essere alla mercé dell’asservimento dei magnati della finanza internazionale e dei loro esosi interessi, essi sono decisi a completare totalitariamente i risultati della lotta che i loro maggiori, nel secolo XIX, attraverso patimenti e dure battaglie, realizzarono nel campo dell’autonomia politica delle rispettive nazioni, dopo che l’esperienza degli ultimi anni ha dimostrato come il concetto dell’indipendenza nazionale si svuoti di ogni effettivo contenuto se manca un minimo di autonomia economica.

    I popoli della nuova Europa, in particolare quelli dell’Italia e del Terzo Reich, perfettamente consci delle loro capacità evolutive e produttive, non possono tollerare ancora oltre l’impero di un regime a base nettamente schiavista, di un mondo dominato dalla nefasta influenza di dottrine materialistiche che dividono l’umanità in privilegiati e non privilegiati, in nazioni opprimenti e in nazioni oppresse, con mezzi e sistemi decisamente più feroci di quelli in uso in epoche buie; in popoli condannati a lavorare e a vivere stentatamente per consentire a minoranze di altri paesi di condurre una vita di agi superlativi e di realizzare una preminenza non adeguatamente basata su tangibili valori individuali e collettivi.

    Il concetto di potenza delle nazioni si è oggi evoluto verso orizzonti nuovi.

    Esso si orienta ormai verso ideali di assoluta equità per tutti i popoli in base alla loro effettiva capacità e al loro apporto nel campo del lavoro, obbligo che compete all’intera umanità per la sua diuturna faticosa evoluzione.

    Per questo, in Italia, in Germania e nei paesi aderenti al Nuovo Ordine Mondiale, sono oggi tutti convinti che la guerra sostenuta dalle potenze dell’Asse è dominata dai principi ideali espressi dalle loro dottrine, dal cui trionfo dipende l’avvenire del mondo e della civiltà.

    Di fronte a questa sacrosanta verità, gli otto punti del convegno[1] Churchill-Roosevelt a bordo del Potomac diventano un’inutile rievocazione dei principi falsi e bugiardi, della cui effettiva portata il mondo ha già fatto una ben amara esperienza, in quanto essi tenderebbero a confermare ai popoli anglosassoni, da secoli fedeli adoratori del dio Oro, un’intollerabile supremazia su tutti gli altri.

    Ma il mondo, che vuole raggiungere una vera libertà, non permetterà che tale indirizzo prevalga.

    Da questa scienza e coscienza è pervenuta nell’anima delle nazioni dell’Asse la sensazione insuperabile della necessità che l’immane battaglia fra l’oro e il sangue si concluda con la vittoria dell’Italia e della Germania.

    Per questo, le teorie caldeggiate dall’Italia del Duce e dalla Germania del Führer, esponenti della giustizia e della libertà sulle rovine di un mondo ormai in dissoluzione, prevarranno inevitabilmente su quelle dei loro avversari, che, asserviti alle forze oscurantiste del male, non potranno arrestare il fatale corso di un rinnovamento mondiale, ormai saldamente inserito nel processo dell’elevazione umana.

    Di Gaetano La Rosa

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    Predefinito Re: Fascismo e nazionalsocialismo.

    WELTANSCHAUUNG. I VALORI SPIRITUALI DELLA GERMANIA NAZIONALSOCIALISTA. DI WERNER EICKE

    Dopo il successo del breve saggio La nostra Weltanschauung. Appunti di un giovane hitleriano di Heinz Kraemer, la redazione di Ardire ha scelto di pubblicare anche Weltanschauung. I valori spirituali della Germania nazionalsocialista di Werner Eicke, un prezioso scritto risalente al 1937 (Dottrina fascista, n. 9) che mostra quel lato spirituale e metafisico della Germania di Hitler molto spesso ignorato o addirittura distorto dalla moderna storiografia accademica. Buona lettura!

    Quando noi, oggi, parliamo degli indirizzi del pensiero contemporaneo in Europa, escludiamo subito tutto quello che si riferisce all’ideologia bolscevica, negazione brutale di ogni pensiero europeo e di ogni cultura umana; e consideriamo come il nocciolo della vera e unica “mistica” europea quella che vogliamo chiamare l’interferenza o l’interdipendenza di due elementi o, meglio, di due valori: cioè del valore latino e di quello germanico, e delle loro manifestazioni più dirette e immediate, che sono il genio italiano, da un lato, e quello tedesco, dall’altro, essendo queste le due espressioni più vere e autentiche, l’uno della latinità, l’altro del germanesimo. L’Europa, come la vediamo noi, e come esiste realmente e storicamente, non è né esclusivamente una concezione germanica, né esclusivamente una concezione latina; essa è una concezione che si può chiamare dialettica, cioè una sintesi strutturale e ideale – strutturale perché deriva dal comune ceppo razzistico ariano, mediterraneo, nordico, europeo, e ideale perché si è realizzata e concretizzata nel corso della storia di questo nostro Occidente.

    Questa sintesi si è venuta a determinare nel linguaggio politico odierno come l’Asse Roma-Berlino, che non vuol essere e non è solamente uno strumento diplomatico delle relazioni politiche ed economiche fra i nostri due paesi, ma vuol essere ed è una realtà e, più precisamente, il contenuto spirituale e politico dell’Europa futura.

    Individuare, di questa realtà e di questo contenuto, il lato tedesco, è il compito di questo mio scritto.

    Lo spirito delle due concezioni, fascista e nazionalsocialista, è uguale e, con esso, lo scopo verso cui esse tendono. Ciò che è differente è il loro contenuto dottrinale e il processo di sistematizzazione – e, qui, occorre precisare che “dottrina” non vuol dire “dottrinarismo”, né “sistema” vuol dire “schema di marca intellettualistica”.

    La vera Europa, quella che noi abbiamo chiamato “dialettica”, da quali valori ha preso la propria vitalità e il proprio slancio? Li ha presi dalla sua profonda coscienza della comune origine e dalla sua grande tradizione, una manifestazione che si è manifestata attraverso la storia dell’Impero romano, del Medioevo romano-germanico, del Rinascimento umanistico e riformatore e di quel secolo filosofico per eccellenza che è stato l’Ottocento e che oggi si manifesta in questo clima nazionalsocialista e fascista, che è e sarà il clima del nostro grande secolo.

    Perciò – e qui entriamo nel vivo del nostro discorso – individuando la compagine spirituale e morale della nuova Germania hitleriana, ci proponiamo di procedere punto per punto.

    Popolo, Nazione, Stato, Razza

    Noi riconosciamo – ed è questo il primo punto della mia esposizione – come base e valore supremo della nostra mentalità nazionalistica, della nostra realtà politica e sociale, il popolo; non il popolo inteso nel senso del liberalismo e del marxismo, nel senso, cioè, di massa o di classe, ma nel senso di unità di sangue, nel senso, dunque, della comune origine razzistica. Tale comunità o unità presuppone non soltanto il medesimo principio biologico per questo popolo (secondo noi importantissimo per ogni cultura umana e per ogni sviluppo della civiltà occidentale); essa garantisce anche e soprattutto una perfetta armonia e una profonda uguaglianza di visioni spirituali e morali e di sentimenti.

    Questa unità, intesa come realtà biologica e spirituale, costituisce la Nazione.

    La Nazione, per noi, non è un concetto astratto o più o meno giuridico, ma è la realizzazione, il contenuto ideale e concreto del popolo.

    E lo Stato, infine, cos’è?

    Lo Stato, in questa concezione, è l’espressione organizzata e formale del contenuto nazionale. Ed è sempre ed esclusivamente lo Stato che risponde alla Nazione. Lo Stato concepisce e abbraccia solo gli elementi di comune origine nazionale. Esso è quindi omogeneo e non imperiale, nel senso che esso non potrebbe mai conciliare gli elementi eterogenei di altri popoli e di altre nazioni. Esso è – come noi diciamo – völkisch, poiché si rivolge al popolo, al Volk. E la politica che si adatta a questo Stato (inteso nel senso sopradetto) è una völkische politik, una politica che, per suo oggetto immediato, ha il popolo cosciente della propria razza; e, ora, il Popolo cosciente della propria razza è quello che, nella nostra terminologia, si dice Volkstum.

    Da tutto questo risulta chiaramente che noi dobbiamo essere contro gli elementi estranei all’unità del nostro popolo. Uno Stato esige, anzi, postula una Nazione, e questa Nazione, per noi, è il popolo tedesco, cosciente della sua origine, che è ariana, nordica, europea.

    Popolo, Nazione e Stato è il triplice periodo del processo genetico della nostra realtà spirituale, politica e sociale. Il popolo ne è il presupposto, la base e la conditio sine qua non, lo Stato è l’organizzazione di questo presupposto e la Nazione è il legamento di tutt’e due.

    Come la Nazione è l’espressione politica del popolo, la concezione del mondo, la Weltanschauung, come noi diciamo, ne è l’espressione ideale. La Weltanschauung è il legame fra il popolo, inteso come unità psicofisica, e lo Stato, inteso come unità politico-sociale. Essa è, in fin dei conti, una categoria politica e morale e una categoria spirituale. La Weltanschauung è il centro vitale di tutte le manifestazioni del nostro paese, di quelle strettamente spirituali e intellettuali e di quelle strettamente politiche e sociali. Essa scaturiscono da questo centro e, in esso, hanno la loro ragione d’essere e verso di esso convergono come verso la loro destinazione ultima e definitiva. La Weltanschauung trae tutta la sua forza dall’origine nazionale del popolo; essa dà l’impulso alla vita politica del paese, il vero senso alla vita interiore e religiosa della comunità popolare, ed è l’unica e valevole tendenza all’attività spirituale, artistica e scientifica della Nazione.

    La Weltanschauung

    Viene quindi chiarita la nostra opposizione netta e categorica all’esistenza delle torri d’avorio, così nella politica e nella vita privata, come nelle manifestazioni spirituali e scientifiche. Quello che lega tutti gli elementi sopradetti è, per noi, questa Weltanschauung, intesa nella sua completezza politica e spirituale come nuovo stile di vita. La religione ha un regno proprio, che è quello dell’Essere assoluto e indipendente dalle contingenze effimere di questa terra, ma essa non può mai realizzarsi senza questa Weltanschauung o contro o fuori di essa. L’arte ha un suo dominio che è quello della ricerca della vera bellezza immortale ed eterna, ma essa è, come la religione, legata intimamente e necessariamente a questa nostra concezione; in questo senso, il suo ideale corrisponderà sempre ai tipi trovati nell’ambito di quel popolo da cui proviene. La scienza ha un campo strettamente riservato ai suoi compiti, che sono quelli dello studio oggettivo della realtà e della verità in sé e per sé, ma anch’essa avrà raggiunto il suo scopo solo se sarà cosciente del complesso spirituale e politico in cui è situata, che è quello della Weltanschauung come la interpretiamo e come la viviamo noi. Noi consideriamo i risultati che abbiamo raggiunto nel campo culturale come le espressioni più alte dell’essenza del popolo, ma essi non sono e non saranno i modelli, valevoli ed efficaci una volta per sempre e per tutti i popoli. Dipende da quel determinato tempo e da quel determinato popolo ciò che esso vuol credere e sapere e creare.

    Questo non è un nuovo relativismo. Tutt’altro! Noi crediamo e siamo convinti che non ci possa essere vera cultura umana senza questo slancio verso i nuovi orizzonti. La tradizione da sola non basta. E non basta nemmeno quell’ideale di validità universale e umana, se esso non è integrato dai contributi dei singoli elementi che garantiscono – per la loro stessa struttura originale – la diversità nell’armonia. La diversità nell’armonia e lo slancio nella continuità costituiscono la vera civiltà nazionale e universale.

    E qui veniamo al terzo punto della nostra esposizione, ossia al concetto di civiltà o, meglio, di cultura. Questo concetto – come noi tedeschi lo intendiamo – corrisponde perfettamente al contenuto politico, spirituale e morale del nostro popolo, e di esso soltanto. Perciò, il nostro concetto di cultura si trova ad essere una qualità particolare e non universale. Si rivolge a quel determinato popolo e non al mondo intero e all’umanità. Esso non si separa dalla sua origine, che non è una categoria storica e ideale, ma razzistica ed esistenziale; che non è un concetto di erudizione, ma di carattere; non un concetto di misura, ma di fede; non un concetto di urbanità, ma di originalità.

    Un concetto che, accanto ai sacrosanti principi di unità, di infinito, di essere e di essenza, ridà un nuovo valore ai principi considerati spesso come inferiori ai primi, cioè ai principi di molteplicità, di finito, di divenire e di esistenza. Ora, per conoscere il vero significato di questo concetto di cultura che noi possediamo, conviene considerarlo nelle tre fasi più importanti della sua “esplicazione”, che sono:

    1) la rivalorizzazione delle origini (germanicità);

    2) l’idea dell’uomo politico;

    3) l’immanenza e la trascendenza.

    La germanicità

    Che cosa dobbiamo intendere con questa rivalorizzazione delle origini? Essa vuol dire rinascita, vuol dire rivivere i principi della nostra esistenza e della nostra essenza come popolo cosciente delle sue fonti nazionali. Ricercando queste nostre origini, non procediamo certo in modo scientifico, alla maniera dello storico erudito e appassionato del documento autentico, ma cerchiamo invece le qualità vere e tipiche della nostra vita, cerchiamo, in altri termini, la germanicità così com’è, in sé e per sé: questa germanicità non sarà il nostro modello, ma il nostro ideale o, piuttosto, il nostro simbolo. In questo senso, la germanicità non è una qualità storica e ideale, ma una qualità razzistica ed esistenziale. La fede nella germanicità è il nuovo mito del nostro essere. E, da questo mito, creare un nuovo tipo di umanità sarà il compito primordiale e genuino del nostro secolo.

    L’uomo politico

    Ci troviamo ora alla seconda fase di quella che abbiamo definito l’esplicazione del concetto di cultura. Ci troviamo nell’idea dell’uomo politico, che si è sostituita definitivamente a quella vecchia, falsa e tramontata ideologia dell’uomo teoretico, prodotto caratteristico della borghesia demo-liberale e illuministica dell’Ottocento. Essa aveva creato il tipo dell’uomo contemplativo e oggettivo, che pensava di essere lui il rappresentante della cosiddetta “società” e degli strati “superiori”.

    Qual è invece l’uomo politico? È il tipo dell’uomo dell’azione diretta e spontanea, dell’uomo pieno di entusiasmo, di realismo e di “tendenze partigiane”. Questa è la differenza fondamentale che separa i nostri due tipi d’uomo: mentre uno si adatta a tutte le situazioni, non si decide mai, crede – per la sua cultura raffinata – di potere e di dovere comprendere tutto e intendere il vero e ultimo significato della vita con la sua ratio e con l’autocoscienza pura, l’altro è legato invece ai suoi istinti, ai suoi interessi quotidiani, alle sue passioni e ai suoi impulsi soggettivi.

    Mentre uno cerca il suo esemplare nel concetto astratto e aprioristico, l’altro trova il suo ideale nella fede; uno aspira alla sécurité, l’altro ha la certitudo nel suo semplice agire. L’agire non viene dopo la riflessione, non è una conseguenza del ragionare precedente; l’agire è sempre immediato, non contraffatto da nessun intermediario. Afferrare i dati, e non ponderarli. L’uomo politico è l’uomo della prontezza, della disposizione, dell’einsatz [missione].

    Immanenza e trascendenza

    Per concludere, ci preme ora sfiorare quel terzo punto, l’ultimo del binomio trascendenza e immanenza, espressione del sentimento religioso e metafisico dei nostri popoli. Quello schema è la formula rigida, teoretica e dottrinaria di una realtà: non è perciò la negazione dello schema, ma lo allarga e gli dà più grande verità e autenticità.

    Nello schema sopradetto, l’uomo germanico sarebbe quello che trova la realtà assoluta unicamente in sè stesso, che vive la verità divina esclusivamente in sè, che tende a realizzare Dio nella sua anima, che crede di poter immedesimarsi con esso, e di crearlo. Il duomo gotico, in questo senso, sarebbe il simbolo della tensione mai appagata dell’uomo germanico, della sua volontà attiva di conquistare e di prendere d’assalto il cielo e di tenerlo. Per lui non rimarrebbe più nessun segreto. Invece, l’uomo latino sarebbe quello che crede in una Divinità che non può, né vuol comprendere, che gli è superiore, che egli non può e non vuole realizzare in sè, che accetta passivamente qual è, in un atto di sola fede, che lo trascende e lo supera. La Basilica di San Pietro sarebbe il simbolo di quest’uomo, che s’inchina davanti al sommo Segreto.

    Da una parte – e siamo sempre nello schema descritto – la presunzione di aver Dio in sè, dall’altra la modestia di averlo solo come segreto. Fin qui, lo schema. Cosa dice, invece, la realtà? La realtà non è nient’altro che la sintesi conciliante dei due opposti. Il fascismo dice, la mistica agisce!

    E come abbiamo esaminato la conciliazione necessaria di due elementi che si erano accostati nello schema, così essa è necessaria anche in quel che precede: non vi è popolo, senza la sua forma che è lo Stato; non vi è Stato, senza il suo contenuto che è il popolo (noi – sia detto in parentesi – conciliamo la germanicità, che è il contenuto popolare, con la prussianità, che è la sua forma statale). E non ci sarà mai lo spirito senza il suo presupposto, che è il sangue. Perciò, non può esserci vera cultura se essa non trascende i confini stretti della nazione e del tempo presente, riallacciandosi alla civiltà mondiale e alla tradizione storica. Forse questo è il motto del nostro tempo: la sintesi. Ma non come livellazione o negazione dei contrasti, ma piuttosto come rilievo e gerarchia.

    Di Werner Eicke

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    Predefinito Re: Fascismo e nazionalsocialismo.

    «LA NOSTRA È UNA DEMOCRAZIA AUTORITARIA». INTERVISTA A BENITO MUSSOLINI. DI THEODOR WOLFF


    L’11 maggio 1930, sul giornale Berliner Tageblatt (uno dei più importanti giornali liberali tedeschi dell’epoca), apparì una lunga intervista a Benito Mussolini firmata dal giornalista ebreo Theodor Wolff. Si trattava in sostanza del resoconto dell’incontro avvenuto fra i due pochi giorni prima a Palazzo Venezia, a Roma, nel quale Wolff interrogò Mussolini su diverse questioni concernenti il fascismo e l’Italia fascista, ma non solo. Inedita da oltre ottant’anni, l’intervista è qui riproposta al fine di far conoscere a studiosi o semplici appassionati la vera natura del fascismo, che – contrariamente a quanto si possa pensare – non è quella che viene mostrata fra le pagine dei libri in vetrina alla Feltrinelli.

    1.

    Nell’estate 1922, poco prima della Marcia su Roma, Mussolini è stato a Berlino; cosa che solamente pochi sanno.

    Egli all’epoca mi visitò, ed io lo informai, nel miglior modo possibile, sulle condizioni politiche della Germania; e risposi inoltre alle sue numerose domande, che, una dopo l’altra, si susseguivano come colpi di pistola.

    In quel momento, con evidente intenzione, egli tenne un portamento napoleonico anche nelle conversazioni private: il volto, come la testa di una medaglia romana, rimaneva immobile e la straordinaria energia, ogni momento, traspariva anche all’esterno. Egli non era ancora arrivato alla meta; però, nell’ultima fase del suo percorso, prima del segnale di partenza «In marcia!» [allusione alla Marcia su Roma], rappresentava già una forza di volontà in forte tensione.

    Oggi, dopo otto anni, l’ho rivisto a Roma [a Palazzo Venezia]. Quando l’usciere aprì la porta, vidi un’immensa sala, totalmente vuota, e, infondo, nell’angolo a destra, scorsi Mussolini dietro a un tavolino. Altri visitatori hanno già descritto questa straordinaria scena del tutto fuori dal comune, ma quello che si è già detto non riduce la sorpresa che involontariamente si prova a vivere tale esperienza.

    La sala, dalle pareti dipinte e dal pavimento chiaro di marmo, con un tavolino sul fondo e sedie davanti e dietro, è così lunga che, nell’ampio vuoto, alla prima occhiata, Mussolini sembra molto piccolo. Non si ha il tempo di riguardare meglio la stanza, che bisogna andare, con lo sguardo in avanti, incontro all’Uomo, che lì, completamente solo, così separato da ciò che lo circonda, è nel suo essere tutto e nel suo essere solo [alleinsein und allessein]. È chiaro che le persone dipendenti da questa tempra e, soprattutto, i gregari del Partito [PNF], ai quali vengono mostrate, al massimo, le sembianze di pietra di un busto di Mussolini, sudano freddo quando debbono affrontare il suo sguardo fisso scrutatore che, al tempo stesso, li affascina. Nessuna arte scenica ha potuto trovare un mezzo di suggestione più potente.

    Quando avevo già percorso un terzo della sala, Mussolini si alzò, mi venne incontro porgendomi la mano e, ridendo, mi disse, in segno di apprezzamento, che, sebbene fossero passati otto anni, non era cambiato nulla. Al che io risposi: «E lei non ha un solo capello grigio!». E, difatti, egli ha tutti i capelli scuri, senza strie grigie, appare sano e forte e si muove leggero ed elastico. Non si scorgeva alcuna traccia del suo assiduo lavoro, e non vi era nessun dubbio che quello che si dice sulla sua salute appartiene alle numerose leggende che circolano su di lui.

    Le due sedie di fronte al tavolo sono collocate in modo che egli siede abbastanza vicino, di fronte al visitatore. Mentre parla, cambiano – in maniera del tutto particolare – gli atteggiamenti e l’espressione del volto, dominato dai suoi grandi occhi, come un gioco che consiste solo in contrasti. Se facevo una domanda o se toccavo un tema un po’ complicato, egli si ritraeva in sé stesso. Non era la calma, fissa nella pietra, con cui egli, dal balcone o dalla tribuna, guarda in giù verso le sue truppe, ma una calma più spontanea, un “impietramento” momentaneo, divenuto abitudine, con cui egli si concede il tempo per pensare o per studiare la persona che interroga o semplicemente per difesa. Egli allora taceva, dinanzi alla persona un po’ esitante, e rimaneva senza movimento, con le labbra serrate e il mento rigido, stringendo di tanto in tanto le braccia al petto. E gli occhi, straordinariamente grandi, in cui il bianco contrasta meravigliosamente con lo splendore scuro della pupilla, possedevano un’impenetrabile immobilità. Pertanto, si sarebbe potuto credere che ciò fosse la quiete prima della tempesta, che egli, in qualche modo, sarebbe scoppiato, ma, invece, non fece niente e l’espressione impietrita si mutò in espressione naturale. La tensione dei lineamenti si sciolse, e ciò che prima era riservatezza diventò calore e disinvoltura, mentre gesti vivaci sottolineavano le risposte e, tra gli altri pregi della sua personalità, vi era anche quella qualità particolare che, con parola francese, noi chiamiamo charme, forse perché da noi essa non rappresenta la più spiccata qualità nazionale.

    Parlammo francese; Mussolini lo parla correttamente e con completa padronanza; e fa sorprendere che egli, gravato da tanto lavoro, accresca anche la sua conoscenza delle lingue. Sembra anche che vi abbia aggiunto quella del tedesco; due o tre volte, infatti, quasi come per civetteria, adoperò parole tedesche.

    La nostra lunga conversazione toccò molti punti, ne approfondì altri, ed egli, almeno credo, parlò senza riserve e con molto franchezza. Non ebbi neppure l’impressione che egli tenesse presente il punto di vista dell’interlocutore. E mi permise di pubblicare tutto quello che volevo delle sue dichiarazioni.

    Ci si sente naturalmente in debito da così tanta fiducia, ma voglio sottolineare che tutto quello che ho escluso dalla pubblicazione non contiene niente di aggressivo, ma è sobrio e ponderato, in quanto risultato di un pensiero maturo.

    2.

    «Lei è stato a Napoli», cominciò Mussolini. «Mi racconti allora come le è sembrata la città. Io non ci vado da sei anni e sono un po’ diffidente verso quelle descrizioni troppo belle che mi vengono fatte; è veramente così pulita come mi si dice?».

    Risposi che Napoli l’avevo trovata completamente cambiata e che gli stranieri, i quali se ne stavano negli hotel con tutto il comfort moderno, trovano ciò naturalmente meno pittoresco.

    «Pittoresco?», egli disse. «Cioè il puzzo pestilenziale, gli insetti, la sporcizia…».

    Gli chiesi tuttavia di chiarire il mistero che circonda la sua permanenza a Berlino, nella primavera del 1922, quando mi venne a far visita. Gli dissi che nemmeno le persone che dovrebbero, di norma, essere sempre informate, non seppero nulla della sua presenza. Rispose che era stato quattordici giorni a Berlino: aveva voluto vedere, prima della Marcia su Roma, la Germania del primo dopoguerra. Solo che, disgraziatamente, a Berlino si era ammalato: l’aveva colto un’influenza. Ma aveva fatto visita anche a Stresemann e aveva perfino avuto tempo per studiare le condizioni della Germania.

    «Lei trova oggi una Germania notevolmente trasformata; nonostante tutte le crisi, politiche e finanziarie, e nonostante tutte le enormi difficoltà, la rinascita è straordinaria, se paragonata al periodo che seguì la catastrofe [della Prima guerra mondiale], e tutto questo – mi perdoni – l’abbiamo raggiunto con la politica di Locarno».

    Ed egli disse: «Ma io non sono per niente contro la politica di Locarno! Capisco molto bene quello che le deve la Germania. E Stresemann…».

    È stato splendido, da parte sua, che si ricordò – ed io non me lo sarei mai aspettato – di Stresemann. Allora egli aggiunse subito: «Il tempo lavora per la Germania; io credo in una rinascita tedesca, nella prosperità della Germania. E, inoltre, nella questione delle riparazioni siete andati avanti tappa dopo tappa. Prima Londra, poi Dawes, poi Young».

    Risposi che era vero il fatto che, fino adesso, il tempo aveva lavorato per la Germania, ma che, forse, ora non era più come prima, almeno non in tutte le parti, come, per esempio, verso l’Est. Nell’Est, infatti, l’influsso polacco, con il tempo, si poteva rafforzare, mentre la situazione per una politica tedesca orientale non veniva migliorata. Questi problemi sembrarono interessarlo molto; egli mostra una conoscenza della geografia più profonda di quella di altri uomini politici, fuori dalla Germania; però non espresse nessun giudizio e, naturalmente, non fece conoscere il suo punto di vista. Mi diede ragione, invece, quando dissi che, per noi, l’unico mezzo per andare avanti poteva essere solo un modo di agire diplomatico per trarre profitto da ogni possibile occasione e una certa accortezza politica, la quale, purtroppo, da noi in molti non apprezzano; e che la grande maggioranza del nostro popolo era contro qualsiasi idea di cimentarsi in nuove avventure.

    Anche quando il tema del discorso si avviò in altre direzioni, egli parlò attenendosi alla realtà politica, senza fantasie o millanterie, per nulla accecato da vanità nazionalistica, con molta conoscenza della realtà attuale, e se egli doveva pensare al futuro, se ne vedeva separato da una lunga via. Il condottiero di popoli potrebbe credere necessaria la fanfara che entusiasma; l’uomo di Stato pesa, prova e riflette con molta precisione. Egli, invece, giudicò le relazioni che potevano sussistere fra l’Italia e la Germania con tranquilla freddezza. Disse che desiderava relazioni amichevoli con la Germania, ma aggiunse che i rapporti fra Italia e Germania si distinguono da sempre per una «indifferenza politica». In genere, prevale l’opinione che non si può fare molto insieme.

    Benché non condividevo del tutto il suo giudizio e, più volte, espressi un’altra opinione, gli dissi che esisteva perlomeno una certa comunanza di interessi e che, in date circostanze, poteva avere un certo valore una reciproca solidarietà morale. E dopo che, per circa un minuto, se ne stette irrigidito, attendendo in atteggiamento di riservatezza, rispose: «Desidero, come ho già detto, buone relazioni con la Germania, ed esistono questioni che, senza dubbio, possiamo affrontare insieme. Per esempio, nella questione del disarmo ed anche nella questione dei mandati coloniali, il punto di vista dovrebbe essere uguale; poi, nel campo degli scambi commerciali… L’Italia è principalmente una produttrice agraria, la Germania ha le sue grandi industrie…».

    Io risposi: «I nostri agrari probabilmente non approverebbero».

    3.

    Per quanto riguarda lo sviluppo dei rapporti italo-tedeschi, sorgono incontestabilmente delle difficoltà causate dal contrasto della politica interna dei due paesi. Gli dissi: «Voi siete un Regime fascista, mentre noi una democrazia».

    «Ma anche io sono democratico! In ogni caso, un democratico autoritario!».

    «Si… La diversità della politica interna non dovrebbe influire anche sulla politica estera. In fondo, noi abbiamo cercato un’intesa anche con Mosca. Ma le cose stanno così: da voi, tutto quello che succede in Germania è giudicato da un punto di vista di politica interna e, poiché siamo una democrazia parlamentaristica, viene disapprovato; e, altrettanto spesso, lo stesso errore si ripete da noi».

    «Molto bene. Per citarle un esempio, da poco tempo ho letto un libro scritto da un autore italiano, il quale dice che Berlino è una città nazionalista, poiché, per caso, in un restaurant berlinese, ha sentito cantare canti nazionalisti. Che cosa non è stato raccontato su di me!? Si è detto persino che io voglio fare allungare le vesti alle signore! Io so bene che esistono due cose che non si possono toccare: la moda e la religione. Tutto quello che si scrive e si dice su di noi, ci lascia del tutto indifferenti. Il fatto è che si realizza la realtà che noi viviamo, si compiono le opere che noi conduciamo a termine, e non serve a nulla cercare di rimuovere la menzogna dal mondo. Se noi due, lei ed io, diciamo che il sole non c’è, il sole c’è lo stesso. Se lei – democratico – ed io – fascista – diciamo: il tavolo non è qui, esso, malgrado ciò, sta qui. Pertanto, si può disconoscere quello che noi facciamo, ma esso esiste e permane. …Che vogliamo noi, dunque? Noi creiamo l’ordine morale, non un ordine poliziesco, ed è nostro problema farlo penetrare nel popolo. In questo periodo, noi possiamo senza dubbio realizzare questo programma solamente attraverso un certo rigore – ma anche questo viene spesso esagerato – e ne è seguita una milderung [attenuazione]».

    Egli adoperò proprio la suddetta parola tedesca. E continuò: «Non serve a niente governare con le mitragliatrici e con la polizia. Noi creiamo lo Stato, il “sentimento italiano dello Stato”. Finora non c’è mai stata una coscienza unitaria dello Stato. Ogni provincia, ogni comune, in fondo, viveva per sé stesso. Il Fascismo raccoglie tutto insieme: crea l’unità, poiché riempie il popolo della coscienza fascista dello Stato. Ma noi non siamo reazionari, come si vuol far credere. Tutt’altro! Dalla nostra legislazione sindacalista appare evidente come sia stata sviluppata la concezione che unisce insieme capitale e lavoro. Persone che sono orientate verso sinistra, vennero dalla Germania e rimasero meravigliate da tutto quello che era stato fatto qui [in Italia]».

    Egli, in proposito, ripeté l’espressione «democrazia autoritaria», usando anche le parole «ordine morale» per definire l’antitesi ad un «regime poliziesco senz’anima [geistlos]».

    4.

    Gli dissi: «Un ostacolo ad una reciproca e obiettiva valutazione è rappresentato soprattutto da quelli che da noi si definiscono “partiti di destra” o, meglio, “organizzazioni di destra”, ossia le comunità nemiche dello Stato tedesco di oggi. Per farla breve, le dico che i nostri cosiddetti “fascisti” agiscono in maniera tale da far credere che Lei sia il loro protettore…».

    Mussolini, con un gesto vivace, disse protestando: «Ma non c’è nessun rapporto fra i nostri imitatori all’estero e me!».

    «Io ne sono convinto, ma questi “imitatori” ricevono un certo appoggio morale, sforzandosi di presentarLa come il loro prototipo! Lei è il loro profeta, al quale essi chiamano, e, come i fedeli cattolici vengono qui per il Papa, così essi vengono da Lei, a Roma».

    «Ma io non ne ho chiamato nessuno, non ho chiesto a nessuno di venire! Io non conosco nessun fascista fuori dall’Italia, e non ve ne sono nemmeno all’estero. Il Fascismo italiano è tutt’altra cosa: non è – lo ripeterò sempre – reazionario, ma è una democrazia autoritaria. L’ho già detto in un mio discorso, non proprio con questa espressione commerciale, che, però, è molto eloquente: IL FASCISMO NON È ARTICOLO D’ESPORTAZIONE. Noi non riconosciamo alcun imitatore e non abbiamo niente a che fare con loro. Si è detto che Primo de Rivera avesse le nostre stesse idee. Ma, invece, rimase completamente lontano da noi. Quando egli è caduto, si disse che il Fascismo avesse subìto una sconfitta e che ciò fosse una disfatta per il Fascismo. No! Noi non siamo responsabili per questa gente di fuori, e se anche essi sono delle nostre stesse idee, essi non ricorrono a noi».

    «Anche se non si aderisce al principio fascista, bisogna però ammettere che il Fascismo italiano, malgrado la sua intransigenza, poggia su una tradizione di correnti ideali dell’umanità. Esso è nato su un suolo spirituale che non ha niente a che fare con le imitazioni tedesche e non conosce nemmeno lontanamente l’antisemitismo, che è il più grande postulato di questi partiti tedeschi di destra».

    Mussolini mostrò assoluta approvazione. «Si, il Fascismo italiano è assolutamente estraneo al concetto dell’antisemitismo».

    A questo punto, però, è necessaria una constatazione.

    Se anche Mussolini stesso non ha e non desidera avere alcun rapporto con i “fascisti tedeschi”, tali relazioni, però, vengono avviate e curate da alcuni rappresentanti, grandi e piccoli, del Fascismo italiano, sia sul suolo tedesco che a Roma.

    Gli imitatori tedeschi, che solamente una cosa non possono imitare, ossia il genio del Capo, trovano in questi benevoli e amichevoli incontri un vero incoraggiamento; e lo stesso avviene quando personalità tedesche, grazie al facile dialogo instaurato coi loro amici italiani, s’infiammano per alcune fantasie politiche che, oltre ad essere folli e pericolose, in contrasto col pensiero da uomo di Stato di Mussolini, non corrispondono alla realtà,

    E non si può negare che queste relazioni, più o meno intime, provenienti da “simpatie elettive”, allontana i partiti repubblicani tedeschi e opera contro una “considerazione realistica” dell’Italia fascista, rendendo difficile ad ogni politico serio il superamento di quella fase che Mussolini chiama “indifferenza”.

    Sarebbe quindi giusto se Mussolini ponesse fine a questi dannosi amoreggiamenti, i quali, partendo da ingenue intuizioni, hanno finito per influire nelle chances del radicalismo tedesco. Frattanto, è già un bene che si conosca la sua opinione.

    5.

    «Lei», dissi io, «poco fa ha pronunciato la parola tedesca milderung… Non se ne abbia a male, se mi permetto di farle una domanda: non è possibile nessun passaggio dall’intransigenza del Regime ad una posizione moderata? Ciò non sarebbe raccomandabile?».

    Mussolini, vivace come in tutta questa parte della conversazione, disse, con simpatico calore: «Io le assicuro che le cose non sono come si dice; si è molto falsata la realtà».

    «In una corrispondenza di un giornalista americano, non molto tempo fa, si leggeva che vi erano ancora molti confinati nelle isole…».

    «Le voglio dire come stanno le cose. Lei stesso potrà poi giudicare», rispose Mussolini. «In un’isola del golfo di Napoli ci sono ancora duecento o trecento persone, che, per ragioni politiche, sono stati mandati lì al confino. Ma non tutti sono oppositori di questo Governo; vi sono anche fascisti, contro i quali, se essi incorrono in qualche colpa, io sono ancora più severo che con gli altri. I confinati politici sono separati dai delinquenti comuni, dato che vi sono anche di questi. A ognuno è permesso di esercitare la propria professione. I medici esercitano la loro pratica professionale. Il clima come quello di Capri è sano. E nessuno, badi bene, rimane lì sino alla fine della sua condanna. Ogni giorno io accordo gràzie e, anche oggi, su questo tavolino, ho posto la mia firma sotto ad un atto di gràzia. Durante il periodo del fidanzamento di mia figlia, mi sono giunte moltissime domande. Io ho detto a mia figlia: “Tutte le domande di gràzia che arrivano saranno accordate”, e così è avvenuto. Io non amo parlare troppo di queste cose, e non le faccio pubblicare volentieri. Ma se lei vuole, lo può dire, poiché è la verità».

    Egli, naturalmente, non avrebbe nulla da ribattere se si dicesse che, nel metodo delle gràzie, vi è qualcosa che ricorda le usanze di antiche potenze autoritarie, anche se, nelle sue dichiarazioni, ci sono tratti umani molto commoventi. Come Mussolini ami la figlia – che, proprio ora, tre giorni prima della presente intervista, si è sposata – è ormai risaputo in tutta Italia.

    «E la libertà di stampa?», domandai. «La libertà di critica?».

    «Non è giusto se si dice che da noi non è permessa la critica e che una critica non ci sia. Io so molto bene che la critica ha il suo valore e che, secondo le circostanze, è necessaria. Ma una critica che si rivolge contro l’essenza dello Stato fascista, contro il Regime fascista, e che incita a rovesciarlo, io non la permetto; essa viene soppressa senza riguardi. In questo – dato quello che sono e dato il mio punto di vista – io non ho alcuna esitazione. No! Se si vuole mettere da parte il Regime fascista, se si combatte lo Stato che noi vogliamo costruire, noi non possiamo sopportarlo. Ma se si prescinde da ciò, noi accettiamo la critica e, specialmente nel campo economico e nelle questioni finanziari, la critica si esercita liberamente. Essa si esprime sia nelle discussioni che sulla stampa, e noi abbiamo proprio oggi cambiato la legge sulla tassa del vino, perché ci è sembrata giusta la critica che ne è stata fatta. Da poco tempo, per l’apertura del Consiglio Nazionale delle Corporazioni, io ho detto nel mio discorso: “Noi vogliamo lavoro legislativo, niente incensamenti!” E ciò, del resto, è abbastanza evidente».

    6.

    Mi è stato confermato da più parti che Mussolini sta lasciando più lenti i lacci con cui era stata imbrigliata la libertà d’opinione. Là dove il Fascismo non è fatto oggetto di critica o, perlomeno, di allusioni critiche, la censura deve avere limitata la propria azione; e la costituzione di un “Parlamento delle Corporazioni” è già una prova che Mussolini ritiene utile l’esistenza di una “opposizione bianca”, seppur limitata, su un terreno dal quale siano escluse le questioni fondamentali del Fascismo. Però, a mio avviso, è proprio qui il punto debole delle sue argomentazioni.

    In genere, Mussolini parlò sempre molto realisticamente, ma quando volle riunire la tesi del cosiddetto “ordine morale” con il mantenimento di un sistema di dittatura, si poté notare la sua illusione o, meglio, la sua intima contraddizione – poiché non è possibile che, nel suo chiaro spirito, si radicasse un’illusione. Mussolini aveva ragione quando diceva che egli vuole ben altro che un regime poliziesco e che, inoltre, bisogna tendere all’unità morale. Poiché questa unità morale non esiste, difficilmente può essere raggiunta; nella borghesia, oppressa da tasse e da difficoltà finanziarie, e fra gli intellettuali e l’aristocrazia, la latente opposizione, dietro i muri del silenzio, non è poca. E così, Mussolini rimane legato allo strumento che egli stesso si è forgiato in maniera così grandiosa, per la creazione e il consolidamento della sua potenza.

    Questa potenza, che è mantenuta con tutti i mezzi della disciplina, della propaganda e del teatro e si appoggia al Partito fascista, che egli sistematicamente ringiovanisce e alla cui epurazione continuamente lavora, e alla milizia, a cui si perviene attraverso due eserciti giovanili, resta salda e non c’è potere che possa travolgerla finché il capo si chiamerà Mussolini. Ma questa potente macchina del Partito, anche se funzionasse sino alla più piccola rotella, come può superare sé stessa e il proprio spirito? Come può muoversi dall’ordine, che essa mantiene, all’ordine voluto e vagheggiato da Mussolini, fino all’unità spirituale? Nessun dubbio: Mussolini sa tutto, e il suo sguardo, rivolto verso il futuro, non si confonde. Egli crea senza pausa, costruisce opere, trascina con sè, con la sua straordinaria energia, i suoi seguaci. Queste opere debbono pur rimanere, e se uno volesse negarle, esse sarebbero sempre qui, non è vero? Come il sole che ritorna a risplendere e come lo scrittoio sui cui egli poggia la mano! Il suo genio ha la sua tragica fisionomia.

    Ed è forse questo che porta più in alto la sua figura, e che lo avvicina di più, oltre ogni contrasto, alle persone che cercano l’uomo dietro la maschera. Egli mi accompagnò con amichevoli, cordiali parole di commiato attraverso la lunga sala vuota, sino alla porta.

    Fuori, nell’altra stanza, gli uscieri di servizio alzarono il braccio in cenno di saluto.

    Di Theodor Wolff

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    Predefinito Re: Fascismo e nazionalsocialismo.

    LA NOSTRA WELTANSCHAUUNG. APPUNTI DI UN GIOVANE HITLERIANO. DI HEINZ KRAEMER


    Il presente scritto, originariamente pubblicato in tedesco, venne tradotto e pubblicato sulla rivista Dottrina fascista nel gennaio 1938, al fine di far conoscere agli italiani, nella sua più autentica nudità, la Weltanschauung nazionalsocialista. Pertanto, la redazione di Ardire ha optato per una sua pubblicazione integrale, con l’obiettivo di mettere a disposizione a studiosi e ricercatori materiale storico altrimenti ignorato. Buona lettura!

    Oggi noi constatiamo di aver raggiunto una grande sintesi, comprendente insieme due realtà: lo Stato e la Weltanschauung (concezione del mondo).

    In questa concezione vi è il senso di una rinascita, di un riprendere i principi della nostra esistenza, non nel senso temporale, ma piuttosto in quello esistenziale. Ci spieghiamo: noi troviamo il nostro ideale non in un certo periodo della nostra storia, ma nella germanicità come essa è, in sè e per sè, come esiste al di là del tempo e dello spazio.

    Questa germanicità diventa quindi il nostro modello supremo. Si tratta non di un ritorno a un’epoca ben definita della nostra storia, ma di rivivere il carattere e l’essenza medesima del nostro essere. Tutto questo sarà possibile se riconosceremo in noi il sangue, cioè il valore supremo della nostra vita, che è anima e corpo nello stesso tempo.

    Col riconoscere il sangue, noi non neghiamo l’interiorità, anzi, noi ridiamo a questa interiorità il suo giusto e delineato valore.

    Solo un’umanità sradicata e scialba ha potuto livellare tutte le differenze che derivano appunto da questa interiorità. La nostra concezione biologica del mondo ridà agli uomini la cultura, che è espressione vivente e immediata del loro essere, della loro interiorità.

    Una nuova filosofia politica

    Tutto questo deve essere il contenuto di una nuova filosofia politica, cioè una filosofia che non si rinchiude nelle torri d’avorio, ma che riprende le direttive della vita contingente e concreta.

    Il sapere non ci conduce più alla teoria, ma alla potenza. Wissen ist Macht. E non ci conduce più alle scienze particolari, ma alla totalità di una scienza nuova.

    Non ha più nessun valore il sapere senza un riflesso della vita, senza quindi un “centro vitale”. Non esiste più il sapere senza la fede. Noi oggi tendiamo a rivalorizzare l’istinto così come la forza normativa nella vita del popolo. Ma quando un’idea politica deriva dalle categorie dell’istinto, del subcosciente, allora non si tratta più di un’interpretazione critica di quest’idea, ma di un comprendere più vasto e coattivo, di un “credo”. Mentre l’analisi tendeva a paralizzare la decisione e l’azione, la fede le conduce all’apice.

    Così, il nazionalsocialismo è sbocciato dalle forze elementari di una coscienza dell’origine e dell’istinto. Quello che il filosofo Nietzsche non aveva potuto conciliare, ossia il principio dell’aristocrazia con l’idea sociale, il nazionalsocialismo l’ha realizzato.

    Il concetto di “aristocrazia” non si restringe più ad una certa e determinata classe sociale, ma si estende a tutto il popolo, imprimendo a questo popolo il senso di un’alta origine e della qualità del suo sangue. Ed è appunto il concetto di “socialismo” il legame maggiormente intimo fra quelli che un medesimo istinto racchiude e combina.

    Si tratta quindi di dedurre, da questi valori e da questi ideali, un nuovo stile di vita, un nuovo modo d’agire, completamente adattati alle esigenze non solamente storiche e ideali, ma anche attuali del nostro popolo.

    L’essenza del popolo

    Ogni popolo sano, grande e giovane fa derivare il proprio ideale dalla sua essenza e dalla forza suscettibile di poter attuare un nuovo “tipo di umanità”.

    Questo tipo di umanità, la filosofia politica ha il compito di concretizzarla. Mentre la filosofia è, e sempre rimarrà, la ricerca eterna e assoluta della verità, la filosofia politica stabilirà il modo di vivere e di sentire. Essa sarà la giustificazione del movimento politico, la sua forma teorica e dottrinale.

    Gli ideali politici saranno veri in quanto rispondenti alle leggi vitali di un popolo. Noi giovani abbiamo il dovere di contribuire sempre con maggiore intensità alla ricerca di queste verità politiche, che costituiscono davvero le nuove forme di vita dei popoli.

    E noi abbiamo il desiderio di far coincidere queste verità contingenti ed effimere con la verità in sè stante. Rivediamo il nostro stile di vita, la nostra Weltanschauung, sempre secondo la legge eterna, che è verità assoluta.

    Di Heinz Kraemer

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    Predefinito Re: Fascismo e nazionalsocialismo.

    «LA VENDETTA È IL NOSTRO GRIDO DI BATTAGLIA». LA STORIA MAI RACCONTATA DEI “NAZI-PIRATEN”

    Ultimi rappresentanti del nazionalsocialismo clandestino, i “Nazi Piraten” configurano un archetipo, quello hitleriano, le cui origini vanno ricercate nella stessa etica nazionalsocialista, fondata sulla fedeltà, sul combattentismo e sul rispetto degli impegni presi

    Si è spesso sentito parlare degli Edelweiss Piraten, i cosiddetti “Pirati della Stella Alpina” di matrice anarchico-operaia che, fin dagli anni ’30, contribuirono alla lotta contro il Terzo Reich, ma sono completamente sconosciute ai più le “formazioni di resistenza” degli Edelweiss Piraten di credo nazionalsocialista, formatesi in Germania subito dopo la Seconda guerra mondiale al fine di proseguire la lotta contro le forze Alleate.

    Tali formazioni, sorte già a partire dal luglio 1945 nei territori occupati dagli americani e dai britannici, erano composte prevalentemente da ex membri della Gioventù Hitleriana, ex soldati delle Schutzstaffel (SS) e del gruppo Werwolf e giovani nostalgici del Terzo Reich, tutti accomunati dalla volontà di non raggiungere alcun compromesso con le nuove autorità Alleate, considerate acerrime nemiche del popolo tedesco, e continuare la lotta ad oltranza. Secondo un rapporto dei servizi segreti di Norimberga del 1946, i gruppi nazionalsocialisti legati agli Edelweiss Piraten riunivano circa 7.000 membri e simpatizzanti, la cui lotta era rappresentata perlopiù da attacchi terroristici contro gli occupanti Alleati, attacchi contro gli sfollati polacchi ed ebrei, azioni contro le donne tedesche che frequentavano soldati americani di colore, tentativi di liberare ex membri delle SS detenuti e sabotare i processi di Norimberga, il tutto con l’obiettivo a lungo termine di far rivivere l’ideologia nazionalsocialista e gettare le basi per un nuovo Reich.

    La maggior parte di questi “Nazi Piraten” erano giovani di 18-22 anni che, malgrado la caduta del Terzo Reich e la morte di Adolf Hitler, non avevano perso la fede nell’avvenire e conservavano ancora intatta quella Weltanschauung combattentistica e fanatica che, nel bene e nel male, aveva contraddistinto dal 1933 l’intero popolo tedesco. Molti di loro – incuranti della morte e delle conseguenze delle proprie azioni, ma sempre coerenti con sé stessi – vivevano di espedienti e si erano dati alla macchia, nascosti in rifugi di campagna pieni di armi, esplosivi e vecchi libri proibiti e copie del Mein Kampf. Un rapporto dell’intelligence tedesca dell’epoca, riportato nell’opera Endkampf di Stephen Fritz, li definisce addirittura un movimento «sentimentale, avventuroso e romanticamente antisociale».

    Fin dalle loro prime apparizioni, risultò subito chiaro che, per i Nazi Piraten, la guerra non era mai finita. La parola resa, fra loro, rappresentava un insulto: il timbro indelebile dell’umiliazione. Avrebbero preferito penzolare da una corda o ficcarsi una pallottola dritta in testa piuttosto che dichiararsi sconfitti e sottomettersi alla famigerata “democrazia ebraica” a stelle e strisce. Per loro contava soltanto la fedeltà, l’onore e il rispetto degli impegni assunti: nient’altro. Non c’era posto per il concetto di waffenstillstand o altre sciocchezze simili: la guerra sarebbe dovuta continuare, senza alcun compromesso, fino al trionfo del nazionalsocialismo e all’annientamento delle forze nemiche.

    Ma l’esistenza degli Edelweiss Piraten non durò a lungo. Nel gennaio 1946, infatti, con l’emanazione di una serie di direttive di denazificazione da parte del Consiglio di Controllo Alleato di Berlino, vennero intensificate le operazione per smantellare ogni residuo di ideologia nazionalsocialista, e i giovani Nazi Piraten – considerati dagli ufficiali americani una seria minaccia, malgrado la maggior parte dei loro propositi fossero rimasti sulla carta, poiché troppo visionari e difficili da attuare – furono tra i più colpiti e perseguitati.

    Ad inizio marzo, vari raids della polizia in alcune città dell’ovest portarono all’arresto di 80 militanti legati al circuito degli Edelweiss Piraten. All’interno di uno dei loro nascondigli venne ritrovata una lista di 400 persone «da eliminare», nella quale figurava anche il Primo Ministro del governo bavarese, Wilhelm Hoegner, noto democratico e “uomo degli americani”. Altri militanti furono scovati nelle campagne, nascosti in vecchi casolari abbandonati e in possesso di armi, casse di munizioni e persino razzi anticarro. Ma il colpo finale che portò al completo scioglimento dei Pirati della Stella Alpina nazionalsocialisti avvenne a fine marzo, quando circa un migliaio di militanti, in seguito a numerosi scontri a fuoco con la polizia, vennero arrestati in varie città dell’ovest. Fra di loro – riporta Fritz – c’era anche Arthur Axmann, ultimo capo della Gioventù Hitleriana, noto per aver riportato in auge, fra i Nazi Piraten, il vecchio motto dei Werwolf: «L’odio è la nostra preghiera e la vendetta è il nostro grido di battaglia».

    Con loro, non morì soltanto il movimento clandestino degli Edelweiss Piraten, ma anche lo stesso spirito romantico e “passionale” del nazionalsocialismo. Mai più, infatti, né in Germania né altrove, si rividero movimenti d’ispirazione hitleriana analoghi a quello dei Pirati della Stella Alpina.

    Di Javier André Ziosi

 

 

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