Bene, non c’è esistenza a prescindere dalle cose che esistono, non c’è bianchezza a prescindere dalle cose bianche, ed entrambe sono astrazioni, cioè oggetti mentali che non sussistono senza la mente che li pensa. L’esistenza non ha alcuna realtà indipendente dalle cose che esistono, dunque non è “l’esistenza” a far esistere le cose, ma è il contrario: poiché ci sono le cose, la nostra mente astrae il concetto di esistenza. Quindi l’essere inteso come esistenza non indica altro che la somma delle cose che esistono (e divengono, trasformandosi le une nelle altre, perché questa è la realtà che noi cogliamo nelle cose).
Lo stesso vale quando si scopre qualcosa che prima non si conosceva, non cambia niente se invece di parlare al presente si parla al passato: quella cosa esisteva anche prima, il che non significa che sia “l’esistenza” a far esistere le cose, nemmeno quelle non ancora scoperte. Infatti quando diciamo che si scopre l’esistenza di una cosa, stiamo semplicemente dicendo che si scopre una cosa, non che quella cosa, insieme alle altre già note, esisteva perché “aveva l’esistenza” - frase priva di senso che fa dell’esistenza qualcosa che si ha, e quindi si prende e si lascia, come se avesse una sua natura indipendente. Vera e propria malattia del linguaggio, che diventa malattia del pensiero, ma che svanisce non appena si torna a parlare un linguaggio semplicemente referenziale: questa cosa esiste, questa non esiste più.
Bellezza e bruttezza sono soggettive, i colori sono effetti ottici, non ci sono leggerezza e pesantezza senza l'atto di prendere e sollevare: questo non è relativismo, sono proprio fatti.
Senza il soggetto che vede e valuta, e a cui le cose appaiono bianche o brutte, non c’è bianchezza né bruttezza, perché il colore è un effetto ottico che dipende dalla luce, mentre bello e brutto sono giudizi estetici soggettivi, non proprietà delle cose. Questi sono fatti conclamati, parla a vanvera chi sostiene il contrario. Cioè tu, che sostieni che bianchezza e bruttezza esistono oggettivamente a prescindere dal soggetto.
Non dire niente di dettagliato sulle cose significa appunto non dire niente delle cose, significa non esprimere quelle caratteristiche che rendono tali le singole cose, quelle caratteristiche senza cui non si potrebbe mai parlare di questa o quella cosa, e dunque nemmeno generalizzare pensando alla totalità delle cose, e riferirsi ad esse usando appunto un termine generico. Significa anche non aggiungere nulla a ciò che già sappiamo delle cose, semplicemente perché quando parliamo di qualcosa di concreto sappiamo già che quella cosa esiste, e quando parliamo di qualcosa di immaginario sappiamo già che esiste solo come oggetto mentale. C’è forse qualcosa che oggettivamente accomuna le cose reali e quelle immaginarie? No, proprio niente, se non noi, e il fatto che noi diciamo che esistono in questo o in quel modo.
Dunque il presunto “fondamento che accomuna universalmente ogni cosa” fa riferimento a noi, non alle cose. E infatti, quando vuoi dire che tutte le cose hanno qualcosa in comune, devi sempre tornare a parlare di noi che nominiamo e che diciamo che questa o quella cosa esistono. Ma questa non è una proprietà comune delle cose, non è una qualità delle cose, è appunto una predicazione di esistenza. E se della predicazione di esistenza si vuole fare un tratto comune delle cose, allora l’esistenza diventa un qualcosa che le cose hanno e che le fa esistere. Ma un conto è dire che le cose esistono, un altro che le cose hanno l’esistenza (l’essere) e perciò esistono.
La cadenza è una realtà nel fatto che ci sono delle cose che cadono, la volanza è una realtà nel fatto che ci sono delle cose che volano, la parlanza è una realtà nel fatto che ci sono delle persone che parlano. Tutti questi concetti sono ricavati dalla realtà e fondati su di essa: evidentemente, quindi, le cose cadono perché hanno la cadenza, le cose volano perché hanno la volanza, e le persone parlano perché hanno la parlanza. Si tratta forse di astrazioni che esistono solo nella nostra mente? No di certo, a meno che non si voglia assurdamente sostenere che non ci sono cose che cadono, cose che volano, e persone che parlano. Questo ci dice "la sana terza via del realismo moderato”.
E proprio in quel senso la metafisica non ha nulla da insegnarci: noi sappiamo benissimo che il sole non è la luna, che l’atomo è un atomo, e che il pedone sta veramente attraversando la strada, ed è per questo che della sua “formalizzazione rigorosa” non ce ne facciamo nulla - questo vale per lo scienziato come per l’uomo qualunque.
Se la metafisica portasse davvero alla luce una conoscenza imprescindibile, ce ne potremmo persuadere se ogni sapere, scientifico o meno, dovesse prendere avvio dallo studio della stessa, e non, come nei fatti è, saltandola a piè pari senza subire alcun danno. Questo ti costringe a ribaltare i fatti dicendo che invece tutti la presupponiamo implicitamente: cioè, per non dire che di fatto non c’è perché non serve a niente, devi dire che è implicita.
Il problema è che nessuna delle speculazioni metafisiche sul significato ontologico del pdnc o sulla “incontraddittorietà” di una cosa può prescindere dal discorso sull’inconsistente “essere”, che non si sa bene cosa sia (al contrario delle cose con cui abbiamo a che fare), e che quindi solo il devoto alla fede metafisica nell’essere può presentare come assoluta certezza.
In fondo ci sono dei ragionevoli motivi se la metafisica oggi è una disciplina estinta: questa “scienza” che credeva di poter ricavare conoscenze universali speculando sul linguaggio, può prosperare solo finché si ritiene sensato il ragionare di fantasmi universali invece che delle cose.
Se continui a parlare di realtà falsamente percepita come incontraddittoria significa che non hai letto quello che ho scritto, quindi lo ripeto:
Il paragone con il miope dimostra che tu pensi che noi conosciamo la realtà come oggettivamente è, mentre gli animali la conoscono in maniera approssimativa o difettosa. Ma noi non abbiamo facoltà che alcuni animali hanno, e la loro percezione quindi include elementi che noi non cogliamo, non nel senso che contraddicono ciò che cogliamo noi, ma nel senso che di fronte alla stessa realtà colgono elementi ulteriori e differenti. Questo dovrebbe suggerire che la realtà non è oggettivamente come la vediamo noi e basta, ma piuttosto la somma di diverse possibili prospettive. Perciò se si vuole dire che la realtà è invece solo e oggettivamente quello che appare nella nostra prospettiva (tale e quale l’ha pensata Dio), occorre motivare perché, cosa che tu non fai.





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