
Originariamente Scritto da
Giò
Se sostieni che le strutture della realtà, così come intese dalla metafisica di ascendenza aristotelico-tomista, potrebbero essere mere strutture del pensiero spacciate erroneamente per strutture della realtà, allora non si capisce per quale ragione non spingere oltre la tua critica scettica, ipotizzando l'indistinzione fra pensiero e realtà o, addirittura, l'inesistenza stessa della realtà. Questo imporrebbe, quanto meno, la coerenza. Ma, a questo punto, non mi stupirebbe se relativizzassi persino quella.
Così però condanni le tue posizioni ad una radicale inconsistenza.
Parli di "oggettività assoluta", quasi come se fosse possibile o esistente una "oggettività relativa", per riconoscere la quale è/sarebbe comunque necessario un riferimento ad un'"oggettività assoluta".
Per stabilire se il raggiungimento dell'"oggettività assoluta" (espressione quanto meno ridondante, per non dire inesatta, ma transeat) è o non è una chimera, serve inevitabilmente un criterio in virtù del quale risulta possibile distinguere con chiarezza il certo dall'incerto, il "veramente vero" (mi concedo anch'io una ridondanza) dall'illusorio. Come fai a considerare non sufficientemente fondata la metafisica aristotelico-tomista - o qualsiasi altra filosofia -, se non avendo un termine di paragone grazie al quale poter discernere ciò che è vero da ciò che non lo è? Il dubbio metodico ha senso solo in vista di un'evidenza da raggiungere, altrimenti si tratta solo di mera retorica.
Chiedi insistentemente una "verifica" delle autoevidenze formalizzate dalla filosofia tomista. A parte che, a suo modo, questa "verifica" già esiste, è per caso "verificato" che la filosofia tomista possa essere meramente ipotetica? E se sì, in base a quale criterio? Criterio che, ovviamente, non può che (pretendere di) essere veritativo perché, altrimenti, anche in tal caso si finisce per fare una mera esercitazione parolaia.