
Originariamente Scritto da
Giò
Le discipline scientifiche che ricorrono al metodo matematico-sperimentale non indagano affatto i fenomeni sotto il profilo qualitativo, bensì quantitativo. Il fenomeno è misurato dallo scienziato. La qualità si misura? No, ma la quantità sì. Se non è chiaro questo, è inutile proseguire il discorso perché si prendono lucciole per lanterne.
L'uomo conosce i singolari (per "singolari" s'intendono i singoli oggetti, considerati nella loro individualità, di cui abbiamo conoscenza), dai quali però ricava, astraendo l'universale dal particolare, la loro essenza. Infatti, se ci si fa caso, l'essere umano è in grado di ragionare e parlare solo per astrazioni. Potrà parlare di quell'uomo o di quella donna (cioè di un determinato uomo o di una certa donna), ma lo farà sempre ricorrendo ad un concetto (il concetto è astratto ed universale) - in tal caso quello di uomo e quello di donna. L'essenza di una cosa non è altro che ciò che rende tale l'ente, ossia le sue caratteristiche costitutive. Come si può facilmente arguire, non è affatto vero che questo prescinda dall'esperienza. Quando l'Aquinate dimostra l'esistenza di Dio, lo fa partendo da evidenze immediate, come il fatto che ogni ente sia uguale a se stesso, che un ente non possa essere e non essere simultaneamente e sotto il medesimo aspetto, che ogni ente che non ha la propria ragion d'essere in se stesso la riceva da un altro, ecc. (i principi primi dell'essere e della conoscenza non solo altro che formalizzazioni rigorose di ciò di cui l'uomo ha immediata esperienza). Dire che la filosofia o la religione si muovono "in un circuito di asserzioni avulso dalla realtà" significa fare un'affermazione non solo falsa ma anche ridicola: ad es., la prima delle cinque vie di S. Tommaso prende in considerazione, come punto di partenza dell'argomentazione dimostrativa, il fatto del divenire. Chi di noi può negare che ogni cosa di cui abbiamo esperienza per un verso o per l'altro divenga, ossia passi dalla potenza all'atto? Gli stessi fenomeni che studiano le scienze fondate sul metodo matematico-sperimentale non ne sono una delle più vive testimonianze?
Lo studioso delle discipline scientifiche fondate sul metodo matematico-sperimentale è sempre disposto a mettere in discussione la conoscenza acquisita perché è (rectius: dovrebbe essere) consapevole dei limiti epistemologici della sua disciplina e del fatto che abbia inevitabilmente un certo grado di provvisorietà. La filosofia, soprattutto se intesa come metafisica, invece, indaga gli aspetti più universali della realtà perché indaga l'essere e gli aspetti connessi con l'essere. È chiaro invece che più gli aspetti della realtà oggetto di studio saranno particolari e/o contingenti maggiore sarà il margine di incertezza della conoscenza acquisita. Questo fideista di cui parli ha tutta l'aria di uno strawman argument in relazione al discorso che stiamo facendo, una sorta di personaggio mitologico a cui attribuisci a seconda di come ti fa comodo i difetti che, a tuo avviso, avrebbe il filosofo, il teologo, l'uomo di fede, ecc., un po' come una notte in cui tutte le vacche sono nere.
Poi qui salti di palo in frasca perché da un dibattito che riguarda l'ontologia, la gnoseologia e l'epistemologia passi ad uno che, invece, riguarda la morale ed il fondamento della morale. Non che quest'ultimo discorso non abbia relazioni col primo, ma perché fare questo mischione? Come fai ad introdurre il discorso del bene e del male morale, se non hai ancora chiarito - in primis, a te stesso - "come stanno le cose" sul piano ontologico e logico e quale sia il rapporto tra le varie scienze?