
Originariamente Scritto da
Giò
Severino confermerebbe, sulla base di questa ipotetica risposta che gli attribuisci, che è fermo ad una concezione univoca dell'essere.
È vero che l'essere non implica necessariamente, in sé, la materia e che può essere pensato in quanto tale senza la materia, ma questo non significa che la metafisica non possa o non debba parlare della materia. Infatti, ne parla in quanto intellegibile e rientrante nella sfera dell'essere. Non è un mistero che il nostro primo approccio all'essere avvenga con quello che i tomisti chiamano l'
ens concretum quidditati sensibili, così come non è un mistero che la materialità di un ente sia chiaro indice del fatto che esso abbia potenza passiva. In concreto, la materia è sempre materia di un determinato ente, dotato di una certa forma, ma nulla toglie al fatto che la materia eserciti il ruolo di substrato permanente assumendo, per usare un'espressione di Battista Mondin, una funzione insostituibile nella spiegazione del divenire. Questo non vuol dire che il divenire riguardi solo gli enti materiali: esso si verifica anche negli esseri immateriali finiti, ma è un tipo particolare di
motus, come il ragionamento nel caso dell'anima umana, in cui permane la sostanza (incorruttibile) pensante (cioè, per l'appunto, l'anima umana).
Quel che accomuna gli enti esistenti è proprio il fatto che
siano, ossia il possesso di ciò che, per astrazione, chiamiamo
esse commune rerum. Nel passaggio da un ente all'altro, non vi è mai un istante in cui qualcosa esista senza che
sia, senza che l'ente possieda in qualche modo l'essere. Cosa accomuna l’essere minerale, l'essere pianta e l'essere uomo? Indubbiamente, in termini minimali, il fatto di essere. Quindi è erroneo pensare la successione degli enti contingenti come un passaggio dall'essere al non essere. L'obiezione "severiniana" di @
Placido acquista interesse se, invece, ci volgiamo unilateralmente a
quell'essere determinato, che non è più presente (a noi). Per riprendere l'esempio fatto in precedenza: nel passaggio dal corpo umano con le sue funzioni ancora vitali al cadavere e dal cadavere alla polvere, c'è stato sempre un passaggio da un essere (determinato) ad un altro (determinato), ma l'essere corpo umano è venuto meno in favore dall'essere cadavere e poi l'essere cadavere è venuto meno in favore dell'essere polvere. Quell'essere corpo umano prima e quell'essere cadavere poi, da un certo istante in poi, non sarebbero più. Ma la domanda da porci è: l'essere del corpo umano, del cadavere e della polvere...che essere è? È un
essere corruttibile, cioè che ha nella sua stessa natura il fatto che la sua esistenza possa venire meno. Sarebbe paradossale rimarcare che l'essere "si dice in molti modi" e poi parlare dell'essere corruttibile in modo difforme da ciò che è. Se un essere corruttibile non si corrompesse, sarebbe qualcosa di contraddittorio.
A dire il vero, se tu dici che un "ente non è più", lo fai solo perché non è più a te presente. Quindi supponi che il "non essere più presente" significhi "non essere più" in senso assoluto. Cioè assolutizzi il presente.