
Originariamente Scritto da
Giò
Quindi Severino ha scritto "Ritornare a Parmenide", citando un filosofo a caso?
Se l'essere di cui parla Severino è l'
esse commune rerum, non sfugge all'accusa di aver indebitamente ipostatizzato un concetto. L'essere che si ricava dalle cose certamente si fonda sulla realtà (infatti, l'ente è tale perché ha l'essere - o, se preferisci: l'ente è tale perché è) e la nozione di
esse commune esprime quel minimo indispensabile che accomuna ogni ente in quanto tale, ma ciò non toglie che, in concreto, esistono solo enti che hanno un proprio essere determinato ed il cui essere in atto, in virtù del quale esistono, è l'essere che gli compete (che può prevedere la corruttibilità).
L'essere di ogni ente determinato, a rigore, non si oppone/impone al nulla, che semplicemente non è e non può essere, ma all'essere determinato di altri enti. Quando si utilizzano espressioni come "l'essere si oppone al nulla" o, a maggior ragione, "l'essere s'impone sul nulla", bisogna stare attenti a non far sfociare l'inevitabile semantizzazione del nulla in una reificazione, come se il nulla fosse un polo positivo, opposto a non si sa bene quale essere.
Il tempo è misura del divenire secondo il prima ed il poi, ma non s'identifica con il divenire stesso. Perciò, il fatto che un determinato ente sia nel tempo t1 e non nel t2 non significa che quell'ente non sia più in senso assoluto, ma solo che è nel passato e non nel presente ed è solo identificando il passato nel nulla che si può affermare l'annichilimento dell'essere. Presente, passato e futuro non si distinguono fra loro perché, assolutamente parlando, l'uno non è (passato), l'altro è (presente) e l'altro non è (futuro), bensì perché sono diversi. L'opposizione fra passato e presente non è, quindi, un'opposizione fra l'essere e il non essere. Su questa terra, l'esistenza dell'ente è certamente un'esistenza nel tempo ma l'esistere è
in primis et ante omnia possesso dell'essere (in atto), persino a prescindere da qualsiasi successione temporale.
Factum infectum fieri nequit. Questa - se vogliamo - possiamo considerarla un po' l'anima di verità del severinismo, che però sbaglia nel considerare "eterni" tutti gli enti, dato che gli enti appartengono pur sempre ad un determinato momento/a determinati istanti.
La tua visione "spaziale" del rapporto fra l'
Ipsum Esse subsistens e gli enti può assumere un valore metaforico, ma non è ciò che, in termini rigorosi, intende il tomismo.
Quindi non si potrebbe chiedere a Severino cosa intenda con "essere" perché questo sottenderebbe una visione dell'essere che lui sta contestando? Invece è utile proprio per evidenziare che, per quanto lui abbia provato a discostarsene, da quella visione dell'essere non si può fuggire.
È tutta una disputa sul piano del linguaggio? Vale quanto, a suo tempo, disse S. Tommaso: "Questo tipo di essere [l'essere come copula che esprime la verità della sintesi proposizionale, nota mia] ha per sede l'intelletto componente e dividente, però si fonda sull'essere della cosa, ossia sull'atto dell'essenza" (I Sent., d. 33, q. 1, a. 1, ad 1). Se parliamo dell'
esse commune rerum, sappiamo a cosa ci si sta riferendo, ma se parliamo dell'essere parmenideo-severiniano...resta un bel punto interrogativo.