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Discussione: Fede o scienza?

  1. #11021
    "Abbi Fiducia"
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Dr. Gori Visualizza Messaggio
    Imaho l'emotivismo sarà anche fragile ma ha più cogenza rispetto a un codice morale razionale (se parliamo di altruismo). Del tipo: se le costolette d'agnello te le devi procurare macellando di persona l'indifeso animale, una buona parte della popolazione rinuncerebbe a quel tipo di pasto.
    Viceversa, davanti a un succosa bistecca, quando la morale razionale ti comunica che stai contribuendo indirettamente al perpetuare una spirale di morte, altrettanto razionalmente troverai una scusa per addentare quello squisito boccone.
    stavo facendo finta che la ragione arrivasse davvero a prescrivere divieti, se alla Giuseppe Rensi mi opponi scetticamente che esistono "tante ragioni" chiaramente il problema è ancora più grave

    ma come dicevo a un filosofo analitico animalaro, se anche la ragione/logica prescrivesse qualcosa non ho motivazione a non voltarle le spalle, non è un Dio sanzionatore, e l'argomento "ti conviene usare la ragione altrimenti sbatti contro la realtà" si applica soltanto alla dimensione pragmatico/strumentale ("ti conviene usare la ragione altrimenti fallirai i tuoi scopi"), non alla pura deontologia sconnessa da conseguenze spiacevoli (sul forum qualcuno pensava di fondare il divieto della carne con l'argomento pseudorazionale "ti piacerebbe se un alieno ti mangiasse?", nell'idea che sarebbe "illogico" fare qualcosa che non ci piacerebbe fosse fatto a noi; ma l'arrivo di un tale alieno non è sventato dal nostro desistere dal consumo di carne, e la possibilità che possa arrivare aumenta le ragioni per godercela finché siamo in tempo)

  2. #11022
    "Abbi Fiducia"
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da TheMeroving Visualizza Messaggio
    Il fatto che non creda ad un etica universale non significa che non sappia distinguere un azione etica da una azione non etica. Semplicemente uso un criterio non assoluto

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    ne discende che il tuo criterio non è più vicino ad una "oggettività etica" (i "fatti morali" dei realisti morali) rispetto all'etica genocida della purezza etnica e della superiorità razziale, e ogni scontro fra questi due paradigmi incommensurabili si risolve su un terreno extrafilosofico

  3. #11023
    "Abbi Fiducia"
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da TheMeroving Visualizza Messaggio
    Il fatto che non stabiliscano cosa sia o non sia etico (circostanza del resto tutta da verificare) non gli impedisce di comportarsi eticamente.

    Inviato dal mio SM-A536B utilizzando Tapatalk
    se etica vuol dire etologia diventa una sorta di tautologia per cui l'etica non atterrà più a un dover essere ma a come si comporta di fatto questo o quel gruppo di esseri

  4. #11024
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Troll Visualizza Messaggio
    ne discende che il tuo criterio non è più vicino ad una "oggettività etica" (i "fatti morali" dei realisti morali) rispetto all'etica genocida della purezza etnica e della superiorità razziale, e ogni scontro fra questi due paradigmi incommensurabili si risolve su un terreno extrafilosofico
    Sono le conseguenze che ne fai discendere sul piano della realtà al di fuori del gioco filosofico, quelle che si scontrano. Con esiti spesso tragici.

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    - Solo gli imbecilli non hanno dubbi!
    - Ne sei sicuro ?
    - Non ho alcun dubbio !

  5. #11025
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Troll Visualizza Messaggio
    se etica vuol dire etologia diventa una sorta di tautologia per cui l'etica non atterrà più a un dover essere ma a come si comporta di fatto questo o quel gruppo di esseri
    Dipende da cosa definisci morale ( non tanto etica). Se una scelta morale dirime il dilemma fra interesse della parte e interesse del tutto allora anche gli animali sono capaci di scelte morali. Se per morale si intende una supposta morale assoluta e/o divina allora no.

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    - Solo gli imbecilli non hanno dubbi!
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  6. #11026
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Placido Visualizza Messaggio
    @Darwin

    Vedo che non sai dare una risposta sintetica, ma ironizzi sulle risposte altrui, insomma la solita sconfinata presunzione.
    La risposta sintetica è stata fornita:
    Le differenze specifiche sono molteplici.
    Poi se a te interessa solo una differenza specifica è un altro paio di maniche.
    Io stimo più il trovar un vero, benché di cosa leggiera, che 'l disputar lungamente delle massime questioni senza conseguir verità nissuna

  7. #11027
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da TheMeroving Visualizza Messaggio
    Dipende da cosa definisci morale ( non tanto etica). Se una scelta morale dirime il dilemma fra interesse della parte e interesse del tutto allora anche gli animali sono capaci di scelte morali. Se per morale si intende una supposta morale assoluta e/o divina allora no.

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    se il modo in cui si comportano gli scimpanzé è "la morale degli scimpanzé", i modi in cui si comportano gli umani (variabili storicamente a differenza degli scimpanzé) sono "le morali degli umani", delle quali nessuna è "vera ossia conforme ai fatti morali" più delle altre; rimangono tutt'al più le esortazioni "comportati come ti raccomando io, ti è più utile" oppure "comportati come dico io, altrimenti proverai sentimenti di rimorso ed infelicità" (entrambe da verificare, alla luce della molteplicità degli istinti animali a cui si aggiunge la storicità dei comportamenti umani) e la famosa speranza nella tendenza storica (appesa a qualcosa di contingente, nel senso che quando le cose vanno storte non vale a niente protestare "si supponeva che la storia andasse da un'altra parte")

  8. #11028
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da TheMeroving Visualizza Messaggio
    Sono le conseguenze che ne fai discendere sul piano della realtà al di fuori del gioco filosofico, quelle che si scontrano. Con esiti spesso tragici.

    Inviato dal mio SM-A536B utilizzando Tapatalk
    se la filosofia è un gioco retorico e non l'accertamento di verità vincolanti è naturale che i dissidi si risolvano a schiaffi

  9. #11029
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Che non esistano realtà contraddittorie non è vero in senso assoluto, ma solo relativo a una certa modalità di esistenza,
    Dopo questa frase spero che tu non voglia più sfiorare i limiti del ridicolo negando che la tua sia una posizione scettica.

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    e infatti anche tu hai detto che noi possiamo pensare qualcosa di contraddittorio, e anche parlarne e darne una rappresentazione, ma allo stesso tempo hai detto che la contraddizione “non è riscontrabile né realizzabile”. È chiaro che la seconda affermazione va intesa in senso ristretto, perché esistono ambiti in cui la contraddizione è parte della nostra esperienza. Per esempio il sogno, in cui è normale trovarsi di fronte a cose, luoghi e persone che sono e allo stesso tempo non sono le stesse. Oppure tutto il campo della creatività, della fantasia, dell’immaginazione, per esempio l’arte o la religione, in cui i principi della logica non sono vincolanti. Sono anche queste a loro modo forme di conoscenza, quindi invece di dire che la contraddizione non è realizzabile o riscontrabile, sarebbe meglio dire che anche la contraddizione fa parte della nostra esperienza, e infatti anche in termini metafisici si dovrà dire che la cosa immaginata o pensata che è, e insieme non è la stessa, è senz’altro un ente, con la sua esistenza.
    Noi possiamo pensare alla contraddizione (o a qualcosa di contraddittorio), ma il pensiero della contraddizione (o di qualcosa di contraddittorio) si annulla in se stesso. Quindi è...niente. Pertanto, la contraddizione non può esistere sotto nessun profilo ed è falso sostenere che è solo in senso relativo, anziché assoluto, che non esistano realtà contraddittorie. Nei termini del pensiero, la contraddizione è nulla; nei termini del linguaggio parlato, la contraddizione è mero flatus vocis; graficamente, è un insieme di segni che non veicolano alcunché di sensato.

    Gli esempi che riporti non sono minimamente pertinenti:

    • nel caso dell'arte, se provassi a rappresentare un soggetto in se stesso contraddittorio, non riuscirei a dipingere alcunché;
    • nel caso della religione, dire che nel suo ambito "non si è vincolati ai principi della logica" è tipico di chi interpreta la religione in termini fideistici e volontaristici;
    • nel caso dei sogni, come fai a dire che in essi appaiono cose che insieme sono e non sono sotto il medesimo aspetto? Se ne hai memoria, è proprio perché rispettano pdi e pdnc.


    Nessuno degli argomenti addotti corrobora la conclusione che trai.

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Al di là di queste circostanze invece, i principi di identità e di non contraddizione fanno parte degli strumenti con cui noi conosciamo e ci orientiamo nella realtà, strumenti imprescindibili, e in questo senso necessari, nel senso cioè che non ne possiamo fare a meno, come una macchina non potrebbe fare a meno del software con cui lavora. Strumenti anche universali, nel senso che li consideriamo operativi non in uno, ma in ogni uomo. Eppure non è questo il senso che tu attribuisci a queste definizioni: quando dici che l’uomo con i suoi strumenti può ottenere conoscenze universali e necessarie, intendi che può ottenere conoscenze vere a prescindere dall’uomo e dai suoi mezzi. Mezzi che però sono appunto umani, necessariamente vincolati alle nostre strutture biologiche e neurologiche, relativi ad esse, dunque tutt’altro che assoluti. Allora come si spiega questo salto fra mezzi relativi e traguardi assoluti? In base a cosa affermi che la realtà conosciuta da uno sguardo umano è la realtà a prescindere dallo sguardo umano, tale e quale sarebbe se fosse conosciuta da un ipotetico sguardo sovrumano?
    Il fatto che io possa cadere e che, effettivamente, ogni tanto cada significa che io non posso far altro che cadere?
    Il fatto che io non possa correre ad una determinata velocità vuol dire che io non posso affatto correre?
    La risposta è no ad entrambe le domande. Analogamente, il fatto che la mia conoscenza sia limitata e, in un certo senso, condizionata e che - talvolta o addirittura spesso - possa rivelarsi errata non significa che non possa essere certa ed oggettiva in alcun caso.

    Quindi l'argomento della limitatezza, dei condizionamenti o addirittura degli errori della conoscenza umana non è affatto dirimente per confutare il carattere necessario, universale ed oggettivo di determinate cognizioni umane, che noi possediamo con certezza.

    Se i mezzi che abbiamo per conoscere la realtà sono limitati o condizionati e, per tale motivo, siamo impossibilitati a conoscere esaustivamente tutta quanta la realtà, questo non significa che questi stessi mezzi non siano adeguati per conoscere con certezza ed oggettività una parte significativa - più o meno estesa, ma comunque non esauriente - della realtà.

    Riguardo alla dipendenza della nostra conoscenza dai nostri organi corporei - ciò che chiami "le nostre strutture biologiche e neurologiche" -, bisognerebbe poi precisare in che termini c'è questa dipendenza (un conto è una dipendenza diretta o intrinseca, un altro è una dipendenza indiretta od estrinseca): argomento che abbiamo toccato discutendo dell'immaterialità dell'intelletto.

    Tralasciando i casi di forti condizionamenti dettati da patologie (es.: fenomeni allucinatori), all'interno della nostra mente siamo in grado di distinguere chiaramente tra ciò che, da un lato, è frutto della nostra fantasia o della nostra inventiva e ciò che, invece, dall'altro, si impone a noi stessi dall'esterno. Stante ciò, mettere in dubbio che esista una realtà esterna e, quindi, indipendente da noi, significa andare contro il testimonio evidente della coscienza.

    Questo però non vuol dire che quella realtà, ancorché esterna ed indipendente da noi, sia fatta nel modo in cui la percepiamo? Un miope con gli occhiali può vedere meglio di come vede senza, ma non vede il contrario di ciò che vede quando non indossa gli occhiali adeguati. Quando osservo al microscopio un campione di sangue, vedo le cellule di cui è composto, ma non smetto di vedere quel sangue che già avevo percepito ad occhio nudo.

    L'uso dell'aggettivo "assoluto" che fai, peraltro, rischia di essere improprio e fuorviante: di per sé, "assoluto" significa "illimitato". Ma nessuno ha mai preteso che la conoscenza della verità da parte dell'uomo sia letteralmente assoluta, ossia senza limiti. Infatti, più appropriatamente, in questo caso si parla di conoscenza oggettiva. Vogliamo dire che questa conoscenza è "assoluta" nel senso che è indiscutibile? Va bene, ma questo è già un significato derivato e di portata differente. Una conoscenza indiscutibile non è una conoscenza illimitata o necessariamente esaustiva.

    Perciò, parlare di mezzi relativi e traguardi assoluti alla fine si rivela essere solo un ulteriore espediente retorico perché l'aggettivo "relativi", in realtà, sta per "limitati" e l’aggettivo "assoluti" sta per "certi ed oggettivi". E pensare che la limitatezza dei mezzi implichi la loro inefficacia nel raggiungere con certezza determinati traguardi è un non sequitur.

    Ma, al di là di ciò, si ripresenta il solito problema: come fai a sostenere che non possiamo dire di avere con certezza quanto meno alcune conoscenze oggettive, universali e necessarie, senza un parametro di riferimento in virtù del quale possiamo affermare che quelle conoscenze non possano dirsi certamente oggettive, universali e necessarie?

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Rispondere che il rapporto perfettamente simmetrico fra pensiero e realtà è “autoevidente e, come tale, esso è necessario, così come sono necessari i termini in cui si presenta a noi” significa mancare il segno, perché autoevidente e necessario è semmai il rapporto fra pensiero e realtà, non certo la simmetria (o l’asimmetria) fra l’uno e l’altra. Su questo punto nessuna conclusione oggettiva si può ottenere, dal momento che di questo rapporto non possiamo essere osservatori esterni, ma solo, inevitabilmente, parte in causa.
    È inutile che ripeti questa obiezione: sulla base di cosa sostieni che sarebbe necessario un osservatore esterno per trarre conclusioni oggettive sui termini effettivi del rapporto tra intelletto/pensiero e realtà esterna? Chi lo dice, infatti, che non si possano conoscere i termini oggettivi di questa relazione necessaria, se non dall'esterno? Non hai fornito e non stai fornendo alcuna motivazione sensata a giustificazione delle tue affermazioni.

    Ribadisco ancora, peraltro, che, se il rapporto fra pensiero e realtà esterna è necessario e, pertanto, oggettivamente vero, non sarebbe affatto possibile constatarlo nel caso in cui pdi e pdnc non avessero un valore universale e necessario. La realtà esterna sarebbe ed al tempo stesso non sarebbe, sotto il medesimo aspetto, la realtà esterna ed il pensiero sarebbe ed insieme non sarebbe, sotto lo stesso aspetto, il pensiero. Una cosa del genere implicherebbe la totale impossibilità di distinguere l'una dall'altro (e viceversa).

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Si può rispondere invece che “se il pdi fosse "relativo" - cioè, non necessario, universale, certo, oggettivo..., se non per nostra "attribuzione" arbitraria -, vorrebbe dire che non è detto che ogni cosa sia uguale a se stessa e vorrebbe pure dire che una stessa cosa possa essere e non essere simultaneamente e sotto il medesimo aspetto”?
    Certamente no, perché se il pdi fosse relativo - relativo ai criteri con cui l’uomo conosce la realtà (individuazione di identità, elaborazione di definizioni ecc.) - e non anche una sorta di legge della realtà, non avrebbe alcun senso parlare di “cose”, e quindi nemmeno di contraddizione fra modi di esistenza delle “cose”, se non appunto a proposito della realtà filtrata e interpretata dai sensi e dall’intelletto umano.
    Ma che questa sia la realtà nella sua assoluta oggettività, cioè anche a prescindere dal punto di vista umano, non possiamo certo darlo per scontato. Non vedo come si potrebbe eludere questo aspetto. Per spiegarlo con un’immagine, noi abbiamo evidenza che esistono le costellazioni, le distinguiamo e le nominiamo, e tuttavia oggi sappiamo che al di fuori della prospettiva umana non esistono, se non appunto come effetto prospettico, come effetto del nostro sguardo, che organizza in un’identità elementi originariamente irrelati. Il pdi, come tutti i mezzi intellettuali e sensibili con cui l’uomo conosce, costituisce lo sguardo, e la realtà, come tu stesso seppur a fatica ammetti, non è la descrizione della realtà. Questo ovviamente non significa che la realtà non esista o sia illusoria, significa semplicemente che è una realtà percepita, elaborata e conosciuta da noi, e che dunque riceve la nostra impronta.
    Ma chi lo dà per scontato? Aristotele elaborò l'élenchos proprio per confutare le argomentazioni scettiche che lo avevano preceduto. In altri termini: nessuno dà per scontato niente. Semplicemente, si constata che, una volta formalizzati e sottoposti al vaglio della critica, i dati del senso comune risultano a tutti gli effetti ineludibili.

    La descrizione della realtà non è la realtà? Anche la descrizione del quadro non è il quadro: questo non toglie che ci siano descrizioni del quadro in grado di restituire ciò che effettivamente si osserva nel dipinto e descrizioni che invece non restituiscono alcunché del quadro. Magari le prime non saranno del tutto esaustive, ma certamente possiedono una validità di cui sono prive le altre.

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Quando dicevo che un filosofo aristotelico difenderebbe la sua visione delle cose senza essere costretto a presentarla come irrinunciabile, perché questa sua visione non avrebbe nessuna ricaduta religiosa sul piano dogmatico, intendevo dogma in senso letterale. Tu sei costretto a sostenere che se si mette in dubbio il tomismo si mette in dubbio la realtà, perché il tomismo ha per te una ricaduta dogmatica sul piano religioso, cioè esiste un dogma, stabilito da un papa, secondo cui si deve credere alle cosiddette cinque vie di Tommaso. Pertanto per te non si tratta semplicemente di filosofia, di una possibile chiave di lettura della realtà, ma di un dogma che va creduto, e che non puoi permetterti di mettere in discussione.
    Nemmeno per Aristotele la sua filosofia era soltanto una possibile chiave di lettura della realtà, ma "il" sapere e non avrebbe mai ammesso - nemmeno per ipotesi - che il pdi ed il pdnc potessero essere relativi solo a determinati contesti. Eppure, non era cristiano né contemplava, per quanto ne sappiamo, il concetto stesso di dogma nei termini intesi dal cristianesimo. Come te lo spieghi?

    Quanto a me, nessuno mi punta una pistola alla tempia: se aderisco a determinati dogmi, è perché riconosco che l'autorità che me li presenta come tali è credibile. E tale credibilità la evinco da determinati segni o motivi. D'altronde, l'alunno non si fida di ciò che gli dice il docente riguardo alla propria materia d'insegnamento perché riconosce la sua autorevolezza e credibilità in merito?

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Dire che Severino, affermando che esiste solo l’essere e non il nulla, “reifica” il nulla, significa non aver capito nulla di Severino, che non lo reifica più di quanto faccia tu parlandone. Bisogna riconoscere che su questo punto Severino sostiene che del nulla si può dire una sola cosa: che non esiste. Tu invece arrivi a dire che dal nulla può uscire qualcosa, cioè che l’universo è stato creato dal nulla.

    Al fisico che parla del big bang tu chiedi cosa c’era prima del big bang, lui risponde che non ha senso parlare di “prima” dell’inizio del tempo, e tu dai la stessa identica risposta a proposito del “prima” della creazione. Il fisico non aggiunge altro, accettando in questo modo un limite a ciò che può sensatamente (scientificamente) affermare, allo stato attuale delle sue conoscenze.
    Tu invece insisti dicendo che sarebbe contraddittorio pensare che prima del big bang non ci fosse nulla, perché a differenza del fisico pensi di poterti spingere oltre, ma così facendo cadi proprio in quella contraddizione che rinfacci a lui. Infatti dicendo che prima della creazione non poteva esserci altro che Dio, affermi che la realtà è stata creata dal nulla, materia compresa. Cioè proprio quell’idea che il senso comune troverebbe assurda, proprio quell’assurdità in cui non cadevano né Aristotele né Severino. L’uno ammettendo una materia prima insieme alla causa prima, l’altro affermando l’eternità dell’essere.
    Affermare che Dio abbia creato dal nulla l'esistente né significa affermare che "dal nulla può uscire qualcosa" (a meno che non ci si esprima in termini metaforici) né significa contraddire l'affermazione che "il nulla non esiste". Come già detto, significa che Dio ha fatto l'esistente senza alcun presupposto. Si esce fuori da qualcosa di già esistente e nessuno sostiene che il nulla fosse letteralmente qualcosa prima dell'esistente.

    Dire che Severino, affermando che esiste solo l'essere e non il nulla, "reifica" il nulla, significa non aver capito nulla di Severino?

    Se tu l'avessi capito così bene, allora non avresti detto che Severino "parte anche lui dal senso comune", come se il tomismo e la filosofia di Severino riconoscessero ad esso la medesima validità. E questo è chiaramente un errore, stante l'evidente svalutazione che Severino, per sua stessa ammissione, ha fatto del ruolo del senso comune in relazione alla conoscenza e alla filosofia.

    A parte questo, nessuno dice che esista il "nulla". Di per sé, nessuno lo fa. Se mai, quella è l'accusa che Severino formula alla filosofia occidentale, da Platone in poi, sulla base di una sua personale interpretazione della filosofia occidentale ed in particolar modo sulla base della sua personale interpretazione del passaggio dalla potenza all'atto come "passaggio dall'essere al niente". Interpretazione che è stata sottoposta a critica serrata da più parti e alla quale, come ho fatto vedere nei messaggi precedenti, si possono rivolgere più obiezioni.

    La reificazione del nulla operata da Severino presumibilmente è involontaria, dato che il suo intento dichiarato sarebbe quello di "salvare" l'essere dal "nichilismo" della filosofia occidentale ma, come spesso capita, si è di fronte ad un'eterogenesi dei fini. Severino, infatti, ipostatizza l'esse commune rerum (nozione che si ricava dai singoli enti) e, conseguentemente a questa ipostatizzazione, formula un'opposizione col nulla in termini che, concretamente, non sussistono proprio perché il nulla "non è". Come già ti dicevo, non ci si può 'imporre' - per ricorrere ad un verbo da te utilizzato - su qualcosa che non esiste e, se si sostiene che l'essere s'impone letteralmente sul nulla, non si fa altro che reificare il "non-essere". In concreto, infatti, l'opposizione si dà sempre fra un determinato modo di essere dell'ente e quegli altri modi d'essere che non corrispondono al modo d'essere di quel determinato ente.

    Se il fisico dice che non ha senso chiedersi cosa ci fosse prima del Big Bang perché riconosce che a tale domanda la fisica non può dare risposte in quanto non fa parte dell'oggetto della disciplina, non c'è alcun problema. Il problema si pone se e quando il fisico da ciò ne trae una conclusione dalle implicazioni filosofiche e, in particolar modo, metafisiche, sostenendo che Dio non è necessario o che il principio di causalità non ha portata universale e necessaria.

    Per il resto, non ti avvedi del fatto che la negazione o anche solo la messa in discussione della creazione dal nulla da parte di Dio implichi l'assurdo di affermare che ciò non è di per sé possa essere senza che qualcosa abbia fatto in modo che sia.

    Quanto ad Aristotele e alla materia prima, che è pura potenzialità, ti ripeto ciò che già ti feci notare mesi fa, citando Abbagnano e Fornero: questo è uno dei punti meno chiari e più problematici della filosofia aristotelica e solo il tuo astio anti-cristiano verso la creazione dal nulla, i cui termini peraltro mostri di non avere nemmeno capito, può spiegare perché citi questo aspetto del pensiero aristotelico come se fosse un argomento, visto che non hai mai motivato adeguatamente perché, a tuo avviso, il rapporto fra materia prima e primo motore immobile in Aristotele non presenti alcun tipo di problema. Infatti, finché si ammette la materia prima come concetto-limite, è un conto, ma nel momento in cui si sostiene che essa esista, cioè sia in atto, viene meno il contenuto stesso del concetto di materia prima come pura potenzialità.

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Ma non c'è bisogno di “un nuovo termine”: dato che secondo te c’è una “materia enunciabile” dell'essere a prescindere dalla parola essere, ti ho chiesto di enunciarla senza la parola essere. Pensavo che potessi farlo in italiano, senza bisogno di complicarti la questione ricorrendo a lingue straniere. Ma vedo che continui a non volerlo fare.
    L'esempio che ho fatto non complica la questione ma dimostra che, se la parola "essere" fosse vuota di contenuto, non sarebbe stato possibile a persone che non avevano nella loro lingua un termine identico comprendere il concetto veicolato da quella parola in greco, coniando a propria volta un termine che lo potesse rendere in arabo.

    Se io ti dicessi la parola "pianta", senza che tu sappia che a questa parola corrisponde un organismo vegetale con determinate caratteristiche distintive, non mi capiresti. Come avranno fatto i traduttori arabi di Aristotele a capire cosa volevano dire τὸ ὄν e τὸ εἶναι, se dietro queste parole non ci fosse stato un significato intellegibile a prescindere dalla lingua stessa anziché - come da te sostenuto - qualcosa di vuoto od equivoco?

    La tua domanda, quindi, manca il bersaglio.
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  10. #11030
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da topquark Visualizza Messaggio
    eh no, temo che al contrario sei tu non stai capendo la portata della discussione sulla causalita' nel mondo naturale.
    non mi interessa la "metafisica" (anche perche non si ben e' capito cosa sia), mi interessano invece affermazioni del tipo "affinche x->y deve esistere qualcosa che renda conto del passaggio", perche sono affermazioni che fanno parte dell'indagine fisica.
    Quello che chiami "mondo naturale" non potrebbe esistere "a monte" se violasse il pdnc. Nel momento in cui voi dite che il passaggio da X a Y può avvenire senza alcunché che lo causi, affermate una contraddizione, come già ho mostrato più volte senza essere smentito.

    L'indagine fisica riguarda l'aspetto misurabile dei fenomeni naturali, che sono considerati in termini quantitativi. Che la realtà si esaurisca in ciò che è misurabile ed è considerabile in termini quantitativi è - di per sé - un'affermazione senza fondamento ed un assunto tipico di quell'ideologia positivista e scientista tanto diffusa nell'Ottocento.

    Detto questo, ciò che rende ragione del passagio da X a Y non dev'essere necessariamente un evento osservabile specifico, ma può pure risiedere altrove.

    Citazione Originariamente Scritto da topquark Visualizza Messaggio
    Uhm chatgpt dice che stai mentendo:

    > E' vero che le locuzioni "indisposizione della materia" e "determinazione della forma sulla materia nell'ente" hanno un significato univoco e condiviso in filosofia?
    No, non è vero che le locuzioni "indisposizione della materia" e "determinazione della forma sulla materia nell'ente" abbiano un significato univoco e condiviso in filosofia. Entrambi i termini appartengono al linguaggio tecnico della metafisica e dell'ontologia, ma il loro significato varia a seconda del contesto e della tradizione filosofica di riferimento...

    Le due locuzioni non sono legate a definizioni universali perché:
    Differenti tradizioni filosofiche: Autori come Aristotele, Plotino, Tommaso d'Aquino, Kant o Heidegger usano i termini "materia" e "forma" in modi a volte compatibili, altre volte divergenti.
    Evoluzione del linguaggio filosofico: I significati sono stati reinterpretati nel tempo, e il contesto storico-culturale può alterarne l'applicazione.
    Assenza di un'autorità centrale: La filosofia, a differenza della scienza, non ha criteri universalmente accettati per definizioni tecniche assolute.
    In sintesi, queste locuzioni hanno significati che dipendono fortemente dal sistema filosofico, dall'epoca e dall'intenzione dell'autore. Non è corretto considerarle univoche o universalmente condivise.
    Citazione Originariamente Scritto da topquark Visualizza Messaggio
    Ah ecco spiegato l'arcano...:

    Le espressioni "indisposizione della materia" e "determinazione della forma sulla materia nell'ente" non compaiono come formule precise e universali nel linguaggio filosofico classico o medievale. Tuttavia, concetti simili o equivalenti sono discussi da vari filosofi, specialmente quelli appartenenti alla tradizione aristotelico-tomista.

    Capisco che tu sia un fisico, ma la lingua italiana dovresti capirla lo stesso. Io non ho detto che quelle espressioni veicolano concetti condivisi dai filosofi, ma che il significato di quei concetti è noto a tutti gli studiosi di filosofia perché quest'ultimi hanno (o dovrebbero aver) studiato la filosofia di Aristotele e quella di San Tommaso d'Aquino.

    Questa è la terza volta che ripeto il medesimo concetto. Siccome sei tutt'altro che stupido, mi aspetto che tu lo recepisca adeguatamente, senza rigirarlo, con quel minimo di onestà intellettuale che si deve avere fra interlocutori in una discussione.
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

 

 
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