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Discussione: Fede o scienza?

  1. #11611
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Giustizia è 'dare a ciascuno il suo': la violazione di questo principio può indubbiamente far provare al singolo individuo emozioni come odio, tristezza, rabbia e disperazione, con ripercussioni nella sfera dei sensi, ma sono tutte conseguenze di una valutazione operata dall'intelletto. L'istinto, invece, resta nella sfera dei sensi: fame, sete, sonno, ecc. sono tutti bisogni che partono dalle nostre "viscere" e che precedono qualsiasi valutazione intellettiva, mentre l'obbligo di fare (o avere) giustizia, di per sé, no.

    Ribadisco che l'osservazione di comportamenti esteriormente identici, perlomeno in apparenza, fra animali ed esseri umani non è e non può essere un argomento in favore della predetta ipotesi: se non avessimo la possibilità di interrogare la nostra stessa coscienza, sapremmo che gli esseri umani hanno un'etica (o comunque fanno ragionamenti ai quali attribuiscono, a torto o a ragione, un significato morale) proprio perché ce ne danno testimonianza con la parola, con gli scritti et similia. Nel caso degli animali non esiste nulla del genere.
    altre scimmie non umane mostrano lo stesso spettro di emozioni di fronte a situazioni che percepiscono come ingiuste, appunto perche sono esperimenti dove noi stessi riconosciamo/introduciamo l'elemento di ingiustizia.
    la cosa non dovrebbe neppure sorprendere piu di tanto dato che
    1. siamo scimmie
    2. siamo animali sociali dove l'elemento morale deve aver giocato un ruolo primario nell'evoluzione. Animali che non "empatizzano" difficilimente possono considerarsi sociali.
    3. "scritti et similia" sono una nostra forma di comunicare o testimoniare, altri animali ne hanno altre.
    If we are honest - and scientists have to be - we must admit that religion is a jumble of false assertions. P. Dirac

  2. #11612
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da topquark Visualizza Messaggio
    altre scimmie non umane mostrano lo stesso spettro di emozioni di fronte a situazioni che percepiscono come ingiuste, appunto perche sono esperimenti dove noi stessi riconosciamo/introduciamo l'elemento di ingiustizia.
    la cosa non dovrebbe neppure sorprendere piu di tanto dato che
    1. siamo scimmie
    2. siamo animali sociali dove l'elemento morale deve aver giocato un ruolo primario nell'evoluzione. Animali che non "empatizzano" difficilimente possono considerarsi sociali.
    3. "scritti et similia" sono una nostra forma di comunicare o testimoniare, altri animali ne hanno altre.
    Per conferma

    https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/article...re%20violated.
    Io stimo più il trovar un vero, benché di cosa leggiera, che 'l disputar lungamente delle massime questioni senza conseguir verità nissuna

  3. #11613
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Darwin Visualizza Messaggio
    @Darwin

    In questi giorni stavo leggendo il libro "Il dramma delle persone sensibili" di Nicola Ghezzani in cui sostanzialmente afferma che il Sapiens è partito con una tendenza genetica alla schizofrenia che il Neanderthal non aveva e che non mi risulta abbiano altri animali.

    Semplicemente certi Sapiens trascurano la vera portata simbolica del linguaggio umano.


    Ero Narel Jarvi...

  4. #11614
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    5. Genetica: l’ipotesi opposta

    Implicazioni genetiche. Una mutazione preziosa

    Alla luce dell’osservazione clinica, tutto lascia supporre che le persone che dispongono di menti complesse – quelle persone che ho proposto di chiamare “plusneotenici” o “iperfunzionali” – siano coloro che hanno maggiori possibilità di sviluppare un disagio psichico.

    Di conseguenza, proprio perché caratterizzate da un qualche tratto psicopatologico, le persone altamente sensibili sono i nuovi discriminati sociali.

    È possibile fornire una base d’appoggio all’ipotesi che siano proprio gli iperfunzionali gli individui più a rischio di sviluppare un disagio psichico? Sì, io penso sia possibile, benché i dati siano ancora incerti, data la complessità dell’oggetto.

    Un interessante “aggancio” mi viene offerto dalle pagine di un lungo e fascinoso saggio di genetica. Secondo lo studioso Matt Ridley (2004, pp. 134–136), il gene BDNF che produce la proteina BDNF (“fattore neurotropico di derivazione cerebrale”), localizzato sul cromosoma 11, in alcuni casi (meno del 5% della popolazione) presenta una piccola variazione, in conseguenza della quale varia anche la sintesi proteica. Se si somministra un test di personalità a un gruppo di individui campione e simultaneamente si verifica la loro situazione genetica relativamente al BDNF, si scopre che i soggetti con la proteina variata presentano valori elevati per almeno quattro tratti relativi al cosiddetto “nevroticismo”: depressione, timidezza, ansia e vulnerabilità. Sembrerebbe che il gene e la sua proteina siano i responsabili della vulnerabilità alla sofferenza nevrotica. E dunque? Avevano ragione gli psichiatri ultra-biologisti? No, bisogna proseguire nella disamina.

    Secondo lo stesso autore, ai tratti citati si associa anche un altro tratto, piuttosto evocativo, denominato “apertura di sentimenti”. La deduzione conseguente è che il gene BDNF con la sua proteina variata influenzi tanto il nevroticismo quanto una maggiore apertura dei sentimenti, dunque la sensibilità, l’empatia e il giudizio morale. La conclusione sembra confermare l’ipotesi di Elaine Aron e mia: una minuscola variazione genetica presente in alcuni individui – quelli che ho definito iperfunzionali – produce ansia e depressione se interagisce con ambienti negativi; promuove invece vivacità emotiva, intelligenza empatica e giudizio morale se si sviluppa in un ambiente favorevole.

    La controprova dell’esperimento citato (purtroppo non effettuata) consisterebbe nel valutare se gli individui con la proteina “giusta”, quindi con meno “nevroticismo” e meno “apertura dei sentimenti”, presentino maggiori percentuali nell’egoismo, nel pragmatismo, nell’insensibilità sociale e magari anche nelle perversioni morali e nei comportamenti criminali. Io ho il sospetto che potrebbe essere così.

    Laddove non esiste predisposizione alla vita dei sentimenti, perché non dovrebbero strutturarsi personalità anaffettive, la cui patologia passa inosservata perché conforme alle regole oggi imperanti di cinismo, consumismo e sfrenata competizione?

    In sintesi: che gli esseri umani dotati di sentimenti rischino di soffrire di più degli altri è una verità banale che i poeti sanno da sempre; ma oggi è necessario dimostrarlo con argomenti scientifici, per evitare che il tecnicismo psichiatrico e l’interesse farmaceutico si facciano beffe della ricchezza culturale tradizionale e del buon senso. Oggi, tuttavia, risulta altresì chiara un’altra verità: che un essere umano sensibile, vivendo nell’ambiente giusto, può raggiungere soglie di felicità personale e di utilità sociale precluse ai meno sensibili.

    Altre mutazioni. Gli schizofrenici sono così diversi?

    Il dato innovativo aguzza lo sguardo, stimola la ricerca, rende più attenti. Sulla traccia di una piccola mutazione genetica utile a indurre una maggiore apertura dei sentimenti, cioè più empatia e più altruismo, è possibile fare altre scoperte, non meno interessanti. Pochi anni fa, comparve su un giornale italiano una notizia relativa alla schizofrenia, prontamente ripresa in un suo libro da Luigi Anepeta (2017). Ecco la notizia:

    «GENI A DOPPIA FACCIA
    SCHIZOFRENIA, LATO OSCURO DELL’EVOLUZIONE

    Venerdì di Repubblica, 23 settembre 2016

    La schizofrenia è una delle più diffuse malattie mentali: colpisce, almeno una volta nella vita, quasi l’1% dell’umanità. E il dato non sorprende il genetista Ole Andreassen, dell’Università di Oslo. Secondo lui, infatti, questa malattia è una sorta di “effetto collaterale” dei geni che ci rendono umani.

    La schizofrenia è caratterizzata da allucinazioni, soprattutto uditive, pensieri deliranti e paranoici, confusione di linguaggio e isolamento sociale. Non è chiaro cosa, fra struttura cerebrale e influenze esterne, la causi, ma è di sicuro ereditabile: una ricerca del 2014 ha individuato 128 varianti di geni legati allo sviluppo del cervello più comuni della media negli schizofrenici.

    Adesso Andreassen e colleghi hanno dimostrato, analizzando il Dna dei Neanderthal, che molti di questi geni sono propri del solo Homo sapiens, perché sviluppatisi dopo la separazione dai nostri “cugini” circa 300 mila anni fa. Non esistevano insomma Neanderthal schizofrenici, quindi, e quel dubbio privilegio è tutto nostro.

    “Che sia legata ad alcune nostre funzioni cerebrali superiori, in particolare al linguaggio, è certo: è la loro voce interna quella che spesso gli schizofrenici scambiano per un messaggio esterno” ci dice Mario Maj, professore di psichiatria all’Università di Napoli. “Il fatto che nessun animale soffra di qualcosa di simile indicava già che si trattasse di una nostra esclusiva. Il vero mistero, però, è perché questi geni ‘dannosi’ non siano stati eliminati dalla selezione naturale: un’ipotesi è che diano il vantaggio di pensare in modo creativo, fuori dagli schemi, al costo di favorire, in certe situazioni, le psicosi”. E la lunga lista di geni forse schizofrenici, da Isaac Newton a Vincent Van Gogh e al matematico John Nash, non farebbe altro che confermarlo».

    Incuriosito, rintracciai la ricerca originale, pubblicata su una rivista scientifica internazionale molto accreditata. Secondo il direttore della ricerca, Ole Andreassen (2016), i geni della schizofrenia sono presenti in tutta la popolazione umana. Per un genetista questo è un fatto insolito; in genere le malattie a base genetica sono tipiche di alcuni gruppi etnici e meno tipiche o del tutto assenti in altri.

    Ciò per il semplice fatto che ogni disfunzione, esprimendosi in un malfunzionamento, dunque in comportamenti disadattivi che mettono a rischio la sopravvivenza, tende ad essere prima o poi selezionata ed estinta. Se in una condizione scarsamente accuditiva come quella di un gruppo umano di centomila anni fa adattato a una boscaglia, un individuo si fosse messo a delirare e si fosse allontanato dalla comunità, nessuno avrebbe potuto salvarlo, quindi costui sarebbe morto di fame e di stenti o sarebbe finito sbranato da un predatore.

    Nel tempo, tutti i portatori di quei geni sarebbero morti e la combinazione genetica si sarebbe estinta. La mutazione osservata per la schizofrenia, sorta proprio nel momento in cui la specie Homo ha cominciato a produrre un linguaggio ricco e articolato, cioè da quando è diventata sapiens, è invece rimasta attiva per centinaia di migliaia di anni!

    Ebbene, in un solo caso il gene da cui deriva un malfunzionamento o una patologia viene conservato: quando quel gene produce, allo stesso tempo, anche una funzionalità utile e necessaria.

    Gli autori della ricerca lo dicono con chiarezza:

    «Our results suggest that there is a polygenic overlap between schizophrenia and […] a marker of human evolution, which is in line with the hypothesis that the persistence of schizophrenia is related to the evolutionary process of becoming human» (Andreassen, 2016).

    Cioè schizofrenia ed evoluzione dell’uomo coincidono e la loro coincidenza appare proprio nel momento in cui l’uomo diventa quell’animale dotato di autocoscienza che conosciamo. Dunque, il complesso poligenico che è possibile rintracciare nei casi di schizofrenia è lo stesso che ha favorito l’evoluzione dell’uomo.

    La differenza fra Homo neanderthalensis e Homo sapiens non sta tanto nella massa cerebrale (i due cervelli avevano un volume simile) quanto nella combinazione delle parti e nella crescita della neocorteccia.

    Quindi, duecentomila anni fa, quando Homo sapiens fece i primi passi, comparve questo nuovo cervello capace di linguaggio parlato (e poi anche scritto) e allo stesso tempo i geni della schizofrenia.

    L’uomo che noi siamo è pratico e socievole; è altresì empatico come i suoi predecessori, ma a differenza di loro e come nessuno mai, è astrattivo e semantico.

    Riprendo Ian Tattersall:

    «Noi esseri umani siamo animali enigmatici. Siamo imparentati con il resto del vivente, ma ci distinguiamo per le nostre capacità cognitive. Gran parte del nostro comportamento è condizionato dall’interesse per concetti astratti e simbolici; [e inoltre] Se vi è una sola cosa che distingue l’uomo da tutte le altre forme di vita, attuali o estinte, è la capacità di pensiero simbolico: saper generare complessi simboli mentali ed elaborarli in nuove combinazioni. È proprio questo il fondamento dell’immaginazione e della creatività: la capacità, unicamente umana, di creare un mondo nella propria mente, e di ricrearlo in quello reale che si trova all’esterno» (1998, pp. 8 e 156).

    Dunque, a detta dei ricercatori, la specie Homo neanderthalensis non presenta il gruppo di geni che accompagna la schizofrenia; Homo sapiens sì. La mutazione che predispone circa l’1% della specie umana a sviluppare una qualche forma di schizofrenia in termini evoluzionistici non è antica: è comparsa circa duecentomila anni fa, in coincidenza con l’evoluzione della specie Homo e in particolare con la nascita del linguaggio.

    Riprendiamo ora Matt Ridley in un punto determinante:

    «La schizofrenia è comune, all’incirca nella stessa misura, in tutto il mondo e in tutti i gruppi etnici: pressappoco un caso ogni cento persone. Essa presenta la stessa forma negli aborigeni australiani e negli eschimesi. Questo è insolito; molte malattie influenzate geneticamente sono tipiche di certi gruppi etnici, oppure molto più comuni in un gruppo rispetto all’altro. Tutto questo potrebbe implicare che le mutazioni predisponenti alcuni esseri umani alla schizofrenia sono antiche, essendo comparse prima che gli antenati di tutti gli esseri umani non africani lasciassero l’Africa e si disseminassero nel resto del mondo. Poiché all’età della pietra essere schizofrenici di certo non era vantaggioso ai fini della sopravvivenza, e sicuramente non facilitava la prolificità, questo carattere universale è sconcertante: come mai quelle mutazioni non si sono estinte? Spesso è stato osservato che gli schizofrenici sembrano comparire nelle famiglie di persone intelligenti e di successo. […] I soggetti affetti da una forma leggera del disturbo – a volte definiti “schizotipici” – sono spesso insolitamente brillanti, sicuri di sé e determinati. Come disse Galton: “Sono rimasto sorpreso nel constatare quanto spesso la follia sia comparsa fra i parenti stretti di uomini eccezionalmente capaci”.

    Questa eccentricità potrebbe addirittura aiutare ad avere grandi successi. Forse non è un caso che molti grandi scienziati, leader politici e profeti religiosi abbiano parenti schizofrenici e sembrino essi stessi muoversi sull’orlo della psicosi, come lungo il bordo del cratere di un vulcano. James Joyce, Albert Einstein, Carl Gustav Jung e Bertrand Russell ebbero tutti dei parenti stretti schizofrenici. Isaac Newton e Immanuel Kant potrebbero essere descritti entrambi come “schizotipici”.

    In uno studio improntato a un’assurda precisione si stima che il 28% degli scienziati insigni, il 60% dei compositori, il 73% dei pittori, il 77% dei romanzieri, e uno sbalorditivo 87% dei poeti abbiano dimostrato un certo grado di disturbo mentale […].

    Lo psichiatra del Michigan Randolph Nesse ipotizza che la schizofrenia possa essere un esempio di “effetto soglia” evolutivo, in cui le mutazioni di diversi geni sono in sé tutte benefiche, salvo quando si presentano tutte insieme nella stessa persona, o quando la loro evoluzione si spinge troppo lontano, nel qual caso improvvisamente si combinano producendo effetti disastrosi […]. Forse la schizofrenia è la conseguenza dell’eccesso di qualcosa che di per se stesso sarebbe positivo: in altre parole, deriverebbe dalla concomitanza, in un unico individuo, di troppi fattori genetici e ambientali che in genere hanno un effetto positivo sulla funzione cerebrale. Questo spiegherebbe perché i geni che predispongono gli esseri umani alla schizofrenia non si estinguono; fintanto che non si ritrovano insieme, ciascuno di essi favorisce la sopravvivenza del suo portatore» (Ridley, 2004, pp. 188–190).

    Dunque, riassumendo: non esistevano neanderthal schizofrenici; la schizofrenia appare circa duecentomila anni fa con Homo sapiens. Possiamo dedurre che i neanderthal, per quanto avessero un cervello leggermente più grande del nostro (soprattutto per quanto attiene alle funzioni visuo-spaziali) e fossero abili nel costruire oggetti, ebbero comportamenti individuali non troppo diversi da quelli degli ominidi pre-sapiens. Immaginiamo un branco di scimmie in natura (se non ne abbiamo uno disponibile sotto casa, osserviamolo su internet): ogni interazione fra i singoli membri risponde a un sistema complesso e armonico in cui, nonostante improvvisi turbamenti corali o rapidi conflitti fra un individuo e un altro, tutto torna rapidamente in uno stato di coerenza sistemica. La scena è inequivocabile: nessuno di loro appare isolato come un pazzo o tormentato e conflittuale come un nevrotico; nessuno di loro è immerso in solitarie ruminazioni come un filosofo o impegnato a disegnare simboli come un artista o un matematico. Nessuno segue un’ispirazione interiore, né compie gesti incomprensibili agli altri.

    L’uomo di Neanderthal, per quanto abile costruttore di strumenti e dotato di un proto-linguaggio fatto di gesti ed esclamazioni, aveva una coerenza simile a quella di un branco di scimmie superiori. Cosa è dunque successo nel passaggio da Homo neanderthalensis a Homo sapiens?

    Appena è stato in grado di formulare immagini interiori e materiali e di inserire l’altro essere umano e se stesso fra quelle immagini, Homo sapiens è stato in grado di astrarre simboli, quindi di possedere un linguaggio. A questo punto ha potuto parlarsi, ammonirsi, darsi degli ordini, confliggere con se stesso, tormentarsi: ha potuto opporsi a se stesso, quindi anche impazzire. La mutazione genetica avvenuta duecentomila anni fa consentì di abbinare l’empatia con un’enorme capacità di immaginazione simbolica, per cui fu possibile – assieme ad altre novità – portare nella propria mente l’immagine dell’altro e ricavare da quella anche la propria immagine. A quel punto non una ma due identità erano presenti nella stessa mente. Due identità che potevano opporsi l’un l’altra e confliggere.

    Traendola dalla sua capacità immaginativa e simbolica, l’uomo moderno si è fatto dentro di sé un’immagine dell’altro essere umano, trasformandolo in quella entità onnipresente e assoluta che chiamiamo “Super-io”. Un Super-io che vive in lui come una seconda persona, alla luce della quale ha preso coscienza di sé, quindi ha potuto considerarsi, valutarsi, amarsi e odiarsi, darsi ordini, punirsi, dubitare, tormentarsi, impazzire.

    Grazie e disgrazie dell’empatia

    L’evoluzione ha prodotto individui sempre più cooperativi ed empatici. Ma, allo stesso tempo, grazie all’attitudine simbolica, ha prodotto individui sempre più immaginativi e creativi, sempre più dubbiosi circa la realtà sociale e i suoi valori, quindi sempre più disadattivi. La capacità di mettere in dubbio il reale – rapporti affettivi e sociali, scelte, valori, visioni del mondo – ha prodotto un’ansia che agli animali è sconosciuta. Una psicologia evoluzionista non può non tenere conto di questa caratteristica peculiare dell’essere umano: la mente umana produce tanto adattamento quanto disadattamento. Quindi ansia. D’altra parte, ogni specie vivente tenta il recupero dei propri caratteri disadattivi al fine di renderli più funzionali; e come alcune specie di animali di terraferma adoperarono i loro piccoli arti superiori trasformandoli in ali per volare, e divennero uccelli, così la specie umana tenta di adoperare le sue disfunzionalità cerebrali per sempre nuovi scopi.

    Questa operazione di riutilizzo cerebrale in alcuni casi riesce, in altri no. E laddove non è riuscita, lo squilibrio e l’angoscia l’accompagnano come note costanti. L’uomo è un animale ansioso; anzi – come ho argomentato in uno dei miei ultimi libri – la specie Homo è la specie malata per definizione. A questo ambiguo privilegio di possedere emozioni e immaginazione disadattativi, le società umane hanno ovviato da un lato utilizzando il disadattamento per generare creatività e innovazione; dall’altro hanno creato dispositivi collettivi atti a ridurre l’angoscia. Le esperienze mistiche – intrinseche al sentimento dell’infinito – si sono presto trasformate in religioni organizzate, che fungono ovunque da immensi dispositivi di produzione, catalizzazione e soluzione di dubbi, dilemmi e ansie. La percezione dell’infinito ha indotto, come effetto collaterale, l’angoscia di impotenza, che ha dato luogo alla solidarietà sociale, ma anche agli Stati e alle istituzioni di proprietà, cioè a fonti di possibile iniquità e di guerra. Al giorno d’oggi, sempre allo scopo di ridurre l’ansia, ha generato quella grande droga collettiva che è il medicalismo, l’illusione della cura onnipotente, la quale è divenuta, come ben argomentato da Michel Foucault, strumento di biopolitica.

    Nel suo libro Felicità: un’ipotesi, Jonathan Haidt afferma che gran parte dei caratteri psicologici sono di diretta derivazione genetica, poi aggiunge che alcune coppie di gemelli (le coppie sulle quali è invalso l’uso di effettuare gli studi di genetica della psiche), quelle più “solari”:
    «Hanno vinto la lotteria corticale: i loro cervelli sono stati configurati per cogliere il bello del mondo. Altre coppie di gemelli, però, sono nate per afferrarne il lato oscuro. In effetti, la felicità è uno degli aspetti più altamente ereditari della personalità. Gli studi sui gemelli dimostrano che le variazioni nella parte centrale di un ipotetico “spettro della felicità delle persone” si possono spiegare con le differenze dei geni piuttosto che con le esperienze vissute» (Haidt, 2006, p. 40).

    All’indomito Haidt manca la capacità di cogliere le sue stesse contraddizioni. A pagina 10 del suo libro, ammette che le aree neurologiche implicate nel “negativismo emotivo” sono le stesse coinvolte nel processo di riconoscimento del volto umano. Che vuol dire? Che può sviluppare pensieri pessimisti solo colui che è predisposto a percepire la vita emotiva altrui. Poco dopo, segnala che chi attiva le emozioni e pensa maggiormente con l’emisfero destro (l’emisfero dell’empatia) ha più tendenza al ripiegamento nella tristezza; chi invece pensa maggiormente con il sinistro (l’emisfero pratico) è più attivo e sereno. In sostanza: chi è insensibile alla relazione umana se la passa meglio di chi s’identifica con gli altri e soffre con loro o a causa loro. E cosa suggerisce il professore circa la depressione? Val la pena sentirlo:
    «Bisogna fare qualcosa che modifichi il repertorio dei pensieri disponibili. Ecco i tre metodi migliori per farlo: la meditazione, la terapia cognitiva e il Prozac» (2006, p. 43).

    Dietro l’ipotesi genetica, il solito medicalismo! Se Woody Allen consiglia di fare un pellegrinaggio a Lourdes, Jonathan Haidt lo supera in comicità e consiglia il Prozac.

    La mia ipotesi riguardo ai disturbi psichici è del tutto opposta. Come dicevo, la disposizione ansiosa dipende da complesse capacità neurali di empatia, identificazione e preoccupazione morale: le persone sensibili si identificano per natura con gli altri, si preoccupano per loro, dubitano della qualità dei rapporti umani; e quando la fonte della preoccupazione sono gli atti delle persone amate o i loro stessi atti e desideri inconsci ecco che sono in ansia, perché possono ricevere e fare del male e, facendo del male, possono perdere se stessi.
    A proposito della centralità del volto umano nell’esperienza soggettiva, tutta la psicologia contemporanea indaga con crescente attenzione l’importanza dell’empatia.

    Dice Colwyn Trevarthen:

    «Tutti i muscoli destinati all’espressione, soprattutto nel viso, nelle mani e nel tratto vocale, sono collegati in maniera elaborata alle strutture profonde e limbiche del cervello» (1997, p. 174).

    Il paleoencefalo, che determina e articola la mimica espressiva del volto e del corpo, sta alla base del cervello, sotto i due emisferi superiori, un po’ come il cuore sta alla base della doppia circolazione sanguigna. Ciò vuol dire – e Trevarthen lo nota con precisione – che la porzione di cervello più profonda e più antica, la porzione basale, indivisa, e perciò esente dalla specializzazione che caratterizza i due emisferi, si preoccupa del volto umano e delle espressioni emotive. La base più antica del nostro cervello è dunque costruita per decifrare, generare e articolare espressioni, quindi per trasmettere informazioni emotive, riceverne in ritorno e in tal modo comunicare.

    Già dai primi giorni dalla nascita, il neonato possiede competenze espressive che lo rendono attivo negli scambi comunicativi con il caregiver; a pochi mesi egli può ritenersi competente e co-responsabile quanto l’adulto del processo di regolazione emotiva che scandisce il ritmo e il tono della relazione. Quindi, i volti e i corpi sentono, esprimono e comunicano. Lo fanno in continuazione. In ogni momento della vita ne rappresentano lo strato inconscio. Le strutture originarie della mente umana ci impongono la relazione emotiva, affettiva, sentimentale con gli altri esseri umani. Questa è dunque la base della natura umana.

    Di conseguenza:

    «In molti bambini di culture diverse, verso i venti mesi fa la sua comparsa una sorta di panico rispetto ai “difetti” del mondo» (1997, p. 158).
    In virtù di una percezione attenta del mondo umano, i bambini sensibili possono entrare in uno stato di allerta. Distonie profonde, contraddizioni fra ciò che il mondo ci trasmette e ciò che desideriamo generano stati di panico precoci. Il volto altrui, con le sue comunicazioni inconsce, può indurre nel bambino sensibile stati di angoscia e panico.

    Negli anni Novanta del secolo scorso, lo psicologo ricercatore Edward Tronick (2007) sviluppò la procedura sperimentale detta “Still Face Experiment”, nella quale alla madre veniva chiesto, dopo un breve periodo d’interazione faccia a faccia con il bambino di circa due minuti, di mantenere il volto immobile e inespressivo quanto più possibile, sospendendo ogni contatto e comunicazione emotiva col figlio. A cospetto del volto materno inespressivo, il bambino dapprima era sconcertato, poi cominciava a toccare il volto della madre cercando di vitalizzarlo, infine, non ricevendo alcun segno di empatia, piangeva disperato, precipitando nell’ansia.

    L’empatia ha dunque le sue grazie e le sue disgrazie. Una madre che non lascia più trasparire emozioni e diventa atona, o che s’infuria in modo inatteso o che si accora e si rattrista, una coppia di genitori che litiga, la presenza di un estraneo o un intrico di voci indecifrabile sono occasioni di perplessità, di dubbio, di ansia. Il bambino piccolo registra ogni sfumatura del disordine umano e prova ansia nel percepire la disarmonia del mondo adulto e – quando sarà più grande – alla disarmonia del suo stesso mondo interno. L’ansia segnala la tensione disarmonica, la minacciosa estraniazione fra il soggetto e gli altri. E, nel suo essere un atto comunicativo, chiede una soluzione relazionale e intrapsichica.

    L’empatia, dunque, è alla base dell’intera vita sociale: rende solide e proficue le relazioni di accudimento, fa in modo che le relazioni affettive attecchiscano e creino coppie, famiglie e amicizie, infine rende possibili le più complesse relazioni che si hanno col mondo storico-sociale. Ma tutto ciò ha un risvolto drammatico. Il bambino empatico acquisisce modelli di risposta che funzionano dentro di lui come dei “comandi”: legge con immediatezza le emozioni, quindi i desideri degli adulti, si identica con loro e tende a compiacere le attese di coloro che ama. Sicché quando avverte la necessità di porre in atto pensieri e comportamenti diversi dai modelli appresi, prova ansia, vergogna e senso di colpa.

    Cosa ci impedisce di pensare, a questo punto, che alcuni individui nascano con una dotazione empatica maggiore di altri? E cosa ci impedisce di pensare che chi nasce con una dotazione siffatta non possa presentare allo stesso tempo anche un’elevata attitudine alla differenziazione, alla comparazione e alla reattività morale? Un simile individuo non andrebbe incontro, più facilmente di altri, a conflitti morali, quindi a crisi psichiche più o meno gravi, oppure a soluzioni geniali?

    Una mutazione che resiste

    A partire dagli anni Cinquanta del Novecento, i grandi terapeuti che si sono dedicati alla cura dei pazienti gravi – come Frieda Fromm-Reichmann, John N. Rosen, Ronald D. Laing, Silvano Arieti, Gaetano Benedetti, Luigi Anepeta – hanno sempre osservato che in quasi tutti i loro pazienti, nonostante la perturbazione indotta dal disturbo psichico, è possibile riconoscere tratti di personalità inusuali: un’intuizione sottile e preziosa, che non di rado li metteva direttamente in contatto con il loro (dei terapeuti) inconscio; una sensibilità sociale estrema, accompagnata da un senso morale esasperato; nonché forme le più varie di creatività.

    Come ho già accennato, la genetica dimostra che ciò corrisponde al vero. Gli stessi geni implicati in malattie mentali gravi, se diversamente utilizzati, possono dar luogo a personalità intense, originali, brillanti e non di rado di genio.

    L’epoca in cui si ingaggiavano furiose battaglie fra esponenti di approcci biologisti ed esponenti di teorie socio-ambientaliste è superata. Ad eccezione delle esperienze psicopatologiche che si realizzano per via di ambienti particolarmente degradati, dobbiamo ammettere una predisposizione genetica. Una predisposizione non assoluta ma relativa. Cosa accade se quello stesso patrimonio genetico ha uno sviluppo fortunato? Ebbene, come ho già detto, quell’individuo fortunato matura un corredo neurobiologico dotato, quello che ho chiamato “iperfunzionale”.

    Probabilmente la gran parte dei iperfunzionali che si ammalano di una malattia mentale vive un’esistenza marginale e quindi non giunge a riprodursi. Perché mai, allora, la specie non li ha estinti? Spesso non arrivano a riprodursi a causa delle loro anomalie mentali, quindi sarebbero dovuti scomparire decine di migliaia di anni fa. Perché non è accaduto? La risposta è meno complicata di quanto potremmo aspettarci. Quei geni non codificano una malattia (come pretende la psichiatria corrente), bensì un’iperdotazione. Il successo differenziale, cioè la loro riproduzione, è garantito da quel 50% o 60% di iperfunzionali i quali giungono a riprodursi: o perché empatici e quindi sani o perché nevrotici non gravi o perché riusciti come individui geniali, talenti, intellettuali e creatori di nuovi valori culturali. Lo stesso complesso di geni, nel corso dell’epigenesi, da un lato sviluppa contraddizioni interne e conflitti psicopatologici, dall’altro personalità ricche e dotate di molteplici qualità: sensibilità, immaginazione e fantasia, creatività di valori e oggetti, di simboli e opere d’arte. Questa seconda possibilità ha fatto sì che il complesso genetico abbia attraversato duecentomila anni della nostra storia evolutiva senza scomparire.

    Siamo di fronte a una variante eccezionalmente importante di quel fenomeno che Daniel Lieberman (2013) chiama “mismatch evolutivo”, cioè una disevoluzione, ovvero un conflitto fra potenzialità adattive e disadattive presenti nello stesso carattere genetico. Cito Lieberman:
    «Quante volte prendiamo un farmaco da banco al primo segno di febbre, nausea, diarrea o per il minimo doloretto? Spesso queste forme di malessere sono viste come sintomi da alleviare, ma le prospettive evoluzionistiche indicano che potrebbe invece trattarsi di adattamenti a cui prestare attenzione, e da cui imparare qualcosa: la febbre aiuta il corpo a combattere le infezioni, i dolori muscolari e articolari possono essere segnali del fatto che dovremmo smettere di fare qualcosa che ci fa male (come correre nel modo sbagliato), la nausea e la diarrea ci aiutano a espellere tossine e batteri nocivi» (2013).

    È esattamente ciò che dovremmo dire dei sintomi psicologici che, assunti come reazioni emotive e come segni, possono indicare una comunicazione fra parti diverse della psiche. Quando ciò avviene, quando parti diverse della psiche comunicano, siamo di fronte a una personalità complessa, che va capita in tutte le sue sfaccettature.


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  5. #11615
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Placido Visualizza Messaggio
    In sintesi: che gli esseri umani dotati di sentimenti rischino di soffrire di più degli altri è una verità banale che i poeti sanno da sempre; ma oggi è necessario dimostrarlo con argomenti scientifici, per evitare che il tecnicismo psichiatrico e l’interesse farmaceutico si facciano beffe della ricchezza culturale tradizionale e del buon senso. Oggi, tuttavia, risulta altresì chiara un’altra verità: che un essere umano sensibile, vivendo nell’ambiente giusto, può raggiungere soglie di felicità personale e di utilità sociale precluse ai meno sensibili.
    ma ci pensiamo noialtri a rendere l'ambiente in cui sono condannati a vivere qualcosa di molto diverso dall'"ambiente giusto dove possono raggiungere soglie di felicità superiori al resto dell'umanità"

  6. #11616
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Troll Visualizza Messaggio
    ma ci pensiamo noialtri a rendere l'ambiente in cui sono condannati a vivere qualcosa di molto diverso dall'"ambiente giusto dove possono raggiungere soglie di felicità superiori al resto dell'umanità"
    In realtà tu sei uno di noi come Nicce, ma sei stato "traumatizzato", aspetta che ti cerco il passo...


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  7. #11617
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    L’iperfunzionale incattivito: la perversione morale.

    In una bella intervista condotta da Michael Ventura, James Hillman (1992) ha sostenuto che la grande Ombra del mondo contemporaneo è la psicopatia. Io aggiungerei: la psicopatia con i suoi sinonimi: cioè sociopatia, narcisismo, isteria, sadismo morale ecc. Inoltre, accanto alla grande Ombra della psicopatia andrebbe posto anche il rovescio della medaglia: cioè il masochismo morale. Hillman voleva intendere che oggigiorno si è imposta una vera e propria idolatria del potere che ha colonizzato l’Io: dominano codici sociali che promuovono l’insensibilità, la fantasia di autosufficienza, la fantasia di vendetta, il tradimento dei legami, l’invidia e la prepotenza, e che per contro sanzionano come negativi i sentimenti sociali di dipendenza, relazione, scambio, dono, amore. Hillman aveva così centrato un bersaglio importante, che è poi diventato palese nelle innumerevoli analisi contemporanee sul cosiddetto “narcisismo patologico”.

    Secondo la logica narcisista, l’individuo che si scopra a vivere un sentimento di affetto, dedizione e amore, quindi di dipendenza, o di solidarismo sociale, deve ripudiarlo, in quanto vergognoso cedimento alla servitù affettiva. Per porvi riparo, egli dovrà spostarsi sulla polarità “insensibilità/indipendenza”, inaccessibile all’amore, quindi considerata di valore superiore. La diffusione di questa ideologia fa sì che nel mondo odierno la solitudine prenda sempre più campo, coi suoi gadget patinati: web e social, iper-sessualità, aggressività e competizione, palestre, integratori alimentari, culto dell’immagine, abbigliamento griffato, chirurgia estetica, lusso, droghe, status symbol ecc.

    Poiché ha subito precoci misconoscimenti da parte dei genitori o dei maestri inadeguati o maltrattamenti e sadismi da parte di adulti o coetanei invidiosi della sua nobiltà d’animo, e poiché anche da adulto è a contatto con un mondo che poco o nulla vuol sapere delle sue qualità speciali, l’iperfunzionale può scegliere per risentimento la via dell’identificazione con l’aggressore, divenendo più pericoloso di lui. Se un normofunzionale può aggregare molte persone in un progetto violento, un iperfunzionale può farlo con una più profonda conoscenza dell’animo umano e una più rapida capacità di azione. Si tratta di casi estremi, perché l’iperfunzionale di solito è attratto da sentimenti e valori armonici, ma le situazioni di tenace risentimento non sono poche e il rischio di scivolare in una fantasia vendicativa è sempre incombente.

    Nel libro Relazioni crudeli (2019) ho suggerito che molti casi di narcisismo e crudeltà relazionale dipendano da conflitti nella relazione col mondo; lo stesso François de Sade, padre del sadismo, vera e propria – nonché diffusissima – religione moderna della crudeltà, fu un bambino sensibile sviato da un’educazione perversa. Lo stesso Adolf Hitler, icona moderna del male, può essere considerato un iperfunzionale animato da un implacabile sentimento di vendetta. Propongo di chiamare la forma generale che raccoglie questi casi “sindrome del vendicatore”. Il vendicatore è stato un bambino che ha subito traumi che nella psicopatologia contemporanea verrebbero considerati minori. Tuttavia, l’animo ipersensibile attribuisce la colpa di questi traumi a un mondo orribile e ingiusto. Si tratta di microtraumi, perché fanno capo a comportamenti più caratterizzati da superficialità e rozzezza che non da violenza intenzionale o sadismo. Nondimeno questi episodi hanno effetti devastanti. Gli iperfunzionali ad alta sensibilità reagiscono con angoscia e rabbia allo scostamento dei comportamenti altrui dal loro sistema di valori innato. La rabbia si accende in rapporto alla certezza che nessuno dovrebbe mai permettersi di violare quella legge morale. Chi lo fa è colpevole e va punito.

    Spesso però l’iperfunzionale, in mancanza di una cultura critica, ha assunto come legge morale una versione radicale del codice normativo proprio della società in cui vive. Egli s’immagina allora come un giudice supremo, il restauratore di un antico ordine perduto. Quando però anche la norma sociale dominante si rivela inutile a tutelare lui e chiunque altro dall’abuso sadico da parte di persecutori molesti, allora, in questi casi, il giustiziere fa un salto di qualità e accede a quello che ho chiamato “codice sadico” (Ghezzani, 2019), un codice che pone a oggetto di idolatria non più il riscatto della vittima, ma la sua persecuzione. Il codice sadico è una Legge suprema antitetica, intesa alla sistematica umiliazione e persecuzione dell’altro. Il bisogno di giustizia si è mutato in una sete di vendetta che solo la distruzione totale della vita altrui può saziare. Il giustiziere è diventato un vendicatore, un pervertito morale che si accanisce contro le sue vittime – i più fragili e indifesi – senza più nemmeno chiedersi perché.

    Da questa tragica caduta nel labirinto dei gironi infernali si può scivolare nel delirio di onnipotenza oppure, sul versante opposto, in un senso di colpa che traduce il pentimento in una pena inflessibile. Chi pecca – o teme di peccare – di cattiveria deve allora punirsi e soffrire. Ecco allora che la persona sensibile, preda del senso di colpa, ha improvvisi cedimenti durante i quali è costretta a sentirsi debole e a dipendere. Poiché le esperienze personali e il mondo sociale spingono a provare odio per la relazione, quindi a partecipare ideali dell’Io narcisistici onnipotenti, l’individuo sensibile, ipnotizzato e insidiato da questi ideali, si reclude a scopo cautelativo in una dipendenza affettiva e sociale o in una depressione autolesionista. In sostanza, se non sviluppa una visione del mondo adeguata alla sua estrema sensibilità, l’iperfunzionale può scivolare dal rischio sadico alla perversione opposta: il masochismo morale, che lo fa sentire un debole, degno solo di essere uno schiavo o un reietto relegato ai livelli più bassi della scala sociale.

    Questa tendenza opposta a vivere nella sofferenza, piuttosto che nell’edonismo narcisista, si può configurare allora sia come malattia psichica che come malattia morale. In questo senso, l’iperfunzionale si viene a trovare in situazioni che lo umiliano invalidando le sue preziose qualità. La donna sensibile che si fa sottomettere dall’uomo di scarse attitudini empatiche e intellettuali fa parte di questa categoria; come anche il giovane sensibile e intelligente, di elevate qualità morali, che si confronta con vergogna col gruppo dei coetanei opportunisti e amorali, cercando disperatamente di essere come loro.

    Il masochismo morale agisce instillando nel soggetto l’idea che la sua differenza caratteriale derivi da una sua inferiorità irreversibile, un’inferiorità che può essere espiata in virtù di una relazione mimetica e sottomissiva con individui, sadici e crudeli, quindi facendosi denigrare e umiliare. Oppure può essere pagata con la condanna a una solitudine perenne.


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  8. #11618
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Placido Visualizza Messaggio
    In realtà tu sei uno di noi come Nicce, ma sei stato "traumatizzato", aspetta che ti cerco il passo...
    nessuno è mai stato "invidioso della mia nobiltà d'animo", in prima elementare glorificavo marinettianamente la guerra (senza ancora la sottilizzazione per cui conviene mandare a morire i redneck, gli jacuti, insomma il serbatoio di manovalanza sacrificabile di cui dispone anche oggi ogni potenza)

    però mi diverte a un livello molto spassionato e intellettualistico il modo in cui gli umanisti laici per non disperare della contingenza non presieduta da alcuna giustizia benevola devono raccontarsi che i "devianti" sono una minoranza sparuta intanto che la gente intorno a loro mangia carne, fa chiudere i migranti nei lager in mezzo al deserto, elegge al potere gli eredi diretti dei collaborazionisti di Auschwitz e così via (il tutto nel quadro di una immaginaria retribuzione immanente per cui "in ultimo ognuno ha ciò che merita" su questa terra, nel frattempo che generazioni di privilegiati oppressori muoiono comode nel proprio letto intanto che gli ultimi mordono la polvere)

  9. #11619
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Troll Visualizza Messaggio
    nessuno è mai stato "invidioso della mia nobiltà d'animo", in prima elementare glorificavo marinettianamente la guerra (senza ancora la sottilizzazione per cui conviene mandare a morire i redneck, gli jacuti, insomma il serbatoio di manovalanza sacrificabile di cui dispone anche oggi ogni potenza)

    però mi diverte a un livello molto spassionato e intellettualistico il modo in cui gli umanisti laici per non disperare della contingenza non presieduta da alcuna giustizia benevola devono raccontarsi che i "devianti"...
    Converrai che un "deviante" che inneggia alla guerra già in prima elementare è un "deviante" speciale.


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  10. #11620
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Placido Visualizza Messaggio
    Converrai che un "deviante" che inneggia alla guerra già in prima elementare è un "deviante" speciale.
    volevo solo farti capire che non sono uno "spirito nobile decaduto che credeva nella giustizia ma poi deluso e disperato è passato dall'altra parte"

 

 
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