No, tu hai avanzato un'ipotesi molto chiara: la nostra conoscenza non può dirsi oggettiva perché condizionata dalle nostre strutture biologiche e neurologiche e queste strutture potrebbero condizionarla al punto da offuscarci una realtà nella quale, a differenza di ciò che percepiamo, potrebbero celarsi contraddizioni effettive. Ricominci a lanciare il sasso, nascondendo la mano? Pertanto, la domanda legittima è: in che modo le nostre strutture biologiche e neurologiche potrebbero condizionarci in questi termini? Ossia: i nostri organi corporei come potrebbero condizionarci al punto da restituirci una realtà così falsificata?
Se non esiste un condizionamento che potrebbe ingannarci in questo modo, non si capisce perché la nostra conoscenza non possa dirsi, quanto meno sotto quest'aspetto, incondizionata. Se preferisci: "assoluta". Anche se non è l'aggettivo che la metafisica usa (ma fa niente: ho capito che vuoi insistere sull'equivoco, perché pensi che faccia il tuo gioco).
Riguardo alla "garanzia", ti ho già replicato diverse volte: ciò che è immediatamente evidente non necessita di alcuna garanzia ulteriore. Analogamente a come, visto che l'hai tirato in ballo tu questo esempio, non ho bisogno di garanzie ulteriori del fatto che io non sia il treno su cui sono salito.
Capisco che non ti piaccia la risposta, ma non è un motivo né per dire che non te l'abbia data né per sostenere che io dia la veridicità dei principi primi dell'essere per scontata (se fosse così, non avrei elaborato una riflessione critica in merito o non avrei attinto a quelle elaborate dai filosofi).
La tua domanda suppone, nemmeno troppo implicitamente, che ci siano dei "criteri conoscitivi" strutturali alla nostra mente e che questi criteri siano come le famose lenti colorate di Kant (o poco ci manca). Ma questa non è affatto una certezza ed è assurdo che la spacci come tale: il fatto che siamo noi che conosciamo non dimostra minimamente quanto affermi.
Il resto è una ripetizione di argomentazioni che hai già esposto e alle quali ho già replicato.
Se sappiamo che le costellazioni sono illusioni ottiche, perché non dovremmo sapere se le stelle esistono davvero oppure no?
Io non mi limito a "pensare la realtà", come se fosse un atto tutto interno alla mia coscienza o alla mia mente. Io percepisco la distinzione fra una realtà a me interna (il mio "io") ed realtà a me esterna (le cose che ci sono) e di ciò ho chiara coscienza. Se sostengo che le cose esistono in quanto hanno il proprio essere e che i principi primi dell'essere sono universali è perché lo so in virtù di questa esperienza. È proprio l'esatto contrario di quanto dici ed il problema è sempre lo stesso: supponi che i principi primi dell'essere siano formulati autoreferenzialmente nel chiuso della stanza del pensiero, come se ci fosse "qualcosa" che ci schermi dall'attingere con oggettività - tu diresti: "con assolutezza" - alla realtà esterna.
Il paragone con la scienza non è azzeccato perché la metafisica "lavora solo sulle parole"? Come se l'incontraddittorietà del reale fosse solo una parola... pensarlo ed affermarlo è ridicolo, oltre che errato!
Qui (e negli interventi precedenti) ho già dimostrato perché la prima delle due obiezioni di cui sopra è di natura sofistica: non tiene in considerazione le distinzioni, ben presenti a Mondin e prima ancora ad altri tomisti e allo stesso S. Tommaso d'Aquino, fra relazione reale, ideale/logica e mista ed in quale senso s'intende che la creazione segue il creato.
La seconda obiezione invece suppone immotivatamente che il divenire sia un passaggio dall'essere al nulla (dici infatti: "l'essere creerebbe un'altra specie di essere, che può diventare nulla"), ma questa è solo l'interpretazione errata di Severino riguardo alla quale rimando alle considerazioni che farò qui sotto. Dov'era la materia prima della creazione? La creazione è la sola spiegazione razionale possibile dell'orgine del mondo proprio perché è la sola a dare ragione dell'esistenza della materia. Producendo tutto quanto l'essere delle cose, Dio produce anche la materia degli enti fisici.
Non attribuisco "colpe" al nostro modo di pensare. Semplicemente, noi siamo fatti così: il nostro modo di pensare non può fare totalmente a meno delle immagini sensibili, che sono ipso facto immagini di una realtà diveniente che misuriamo col tempo. Che questo però renda contraddittoria la creazione dal nulla, intesa correttamente, è l'ennesima tua affermazione indimostrata.
L'"essere" non è equivoco, ma analogo. Se fosse equivoco, indicherebbe cose fra loro affatto diverse - classico è l'esempio della parola "cane" in relazione alla costellazione e all'animale -, mentre invece l'"essere" può dirsi di cose differenti ma unite fra loro da una relazione. Questa relazione è onnicomprensiva? Sì, proprio perché quella di "essere" è una nozione trascendentale alla quale ogni cosa si può ricondurre: "(...) l'essere esprime tutta la realtà dell'oggetto di cui si predica e la esprime totalmente (ossia fino alle ultime differenze)" (S. Vanni Rovighi, Elementi di filosofia, II, p. 17).
Se l'"essere" fosse equivoco, lo sarebbe né più né meno di quanto lo sarebbero termini come "unità", "molteplicità", "vita" ed "esistenza". Tutti termini che si possono dire in molti modi, a seconda del contesto in cui sono utilizzati. Il tuo doppio standard è palesemente dovuto ad un pregiudizio ideologico: affermare che questi termini non suscitano le tue obiezioni perché "nessuno pretende di farne principi universali e assoluti della realtà" rivela che fai dipendere l'equivocità della nozione di "essere" da quella che consideri una pretesa illegittima, mentre invece quest'assenza di pretesa da parte di (chi utilizza) concetti come "unità", "molteplicità", "vita ed "esistenza" non li renderebbe equivoci. Si comprende che questa non è una motivazione dettata dall'effettivo merito della questione ma del tutto occasionale e polemica.
Ti si è detto in diverse occasioni non solo che quella di "essere" è una nozione dal valore analogico ma anche in che modi può essere intesa: ad es., come esse commune rerum, come ens concretum quidditati sensibili, come essere che esprime "quell'aspetto, quella forma della realtà per cui precisamente le cose sono reali, sono qualche cosa" (S. Vanni Rovighi, Elementi di filosofia, II, p. 12). Hai espresso perplessità sull'esse commune rerum e ti si è detto che tale nozione esprime il fondamento della relazione che intercorre fra le cose. Ti si è pure fatto notare che questa nozione viene da noi ricavata dalla nostra conoscenza inizialmente generica delle cose, che ci fa dire per l'appunto: ci sono delle cose, res sunt (oppure, per dirla in termini diversi: c'è qualcosa, aliud est). A parte ripetere nuovamente che la nozione di "essere" è equivoca, non hai smentito quanto detto.
Se l'"essere" fosse solo un tratto di linguaggio, senza alcun appiglio al reale, non sarebbe intellegibile e non potrebbe venir utilizzato per esprimere frasi di senso compiuto inerenti la realtà. Altro punto che continui ad eludere, attaccandoti a Severino che considera "essere" tutto quanto allo stesso modo: dalle parole alle cose.
Affermare che le cose cambiano o passano è diverso dal dire che le cose non esistono di per sé? Se pensi che ci sia una differenza è solo perché conosci la visione filosofica di Severino che afferma l'eternità degli enti, che sarebbero determinazioni dell'unico essere che si manifesta progressivamente proprio con l'apparire (dell'apparire) di queste determinazioni. Con l'inconveniente non da poco che Severino non dimostra che le cose stiano così. La nostra esperienza invece ci dice che noi affermiamo che una cosa esiste se è presente a noi o ad altri e diciamo che non esiste più, se cessa di esser presente. La problematizzazione severiniana di questo dato fornitoci dal senso comune è dettata dal fatto che lui interpreta la formalizzazione filosofica di questo passaggio operata da Platone, Aristotele e filosofi successivi (fra cui l'Aquinate) nei termini di un passaggio dall'essere al niente, ma questa ricostruzione è errata: il divenire è un passaggio da un essere determinato ad un altro essere determinato che realizza la potenzialità insita nell'essere precedente e lo scorrere del tempo, che misura il divenire, non implica che l'ente non più presente non 'sia' più in senso assoluto, giacché factum infectum fieri nequit. Riguardo alla creazione dal nulla, non posso che rimandare a quanto già ti ho detto.
Se i motivi di credibilità non fossero universalmente persuasivi, non sarebbero motivi di credibilità. Se, ad esempio, i Vangeli non rendessero testimonianza di azioni che solo qualcosa che possiede gli attributi entitativi ed operativi di Dio può aver compiuto (mi riferisco ai miracoli di Cristo), non potrebbero indurre ad aderire alla religione cattolica. Come si potrebbe credere che Dio s'è incarnato in Gesù Cristo, se quanto operato da Cristo non fosse, per così dire, "degno" della divinità? E, a monte, come si potrebbe dire che Gesù Cristo è esistito, se non ci fossero testimoni che lo hanno conosciuto o persone che hanno conosciuto coloro che ne hanno testimoniato l'esistenza, la vita e le opere? Come scrisse il compianto mons. Antonio Livi: «A differenza dei preambula fidei, i motiva credibilitatis non hanno carattere metafisico, bensì storico-empirico; ma la connessione tra i due ordini di premesse della fede cristiana è stabilita dal fatto che determinati eventi storici e determinate situazioni di fatto possono fare da motivi di credibilità del teste solo se interpretati in un certo modo alla luce dei principi metafisici, ossia in definitiva alla luce dei preambula fidei. Ciò riguarda innanzitutto i segni o indizi della missione profetica, ossia le prove della credibilità dei profeti dell'Antico Testamento (...); quindi i segni o indizi relativi alla divinità di Gesù, il Verbo incarnato; infine, e di conseguenza, i segni o indizi della presenza di Dio nella vita della Chiesa fondata da Gesù (indefettibilità e santità della Chiesa nella storia); infatti, anche se tali segni sono sperimentati empiricamente nelle vicende storiche, essi sono indizi della presenza di Dio proprio perché presuppongono la certezza che ci sia un Dio creatore, il solo che possa santificare gli uomini (...) e il solo che possa inoltre operare interventi di carattere creativo (essendo un atto creativo la productio rei ex nihilo sui et subiecti). È a questi interventi di carattere creativo che si dà propriamente il nome di "miracoli"» (Antonio Livi, Razionalità della fede nella Rivelazione. Un'analisi filosofica alla luce della logica aletica, Casa Editrice Leonardo da Vinci, 2021, p. 199).
A volte, comunque, sembra proprio che ti manchi la nozione di conclusività di una proposizione o di un'argomentazione, come se fosse qualcosa che ti ripugna.
Questa è la tua ennesima "severinata". La relazione tra la nozione di "essere" e la nozione di "nulla" o "niente" (ossia: "non essere") è il classico esempio di relazione ideale o logica ma non reale: «Il rapporto essere-nulla non istituisce una relazione reale, bensì soltanto logica e mentale. Nelle proprietà dell'ente in quanto ente di Aristotele e dell'intera filosofia dell'essere non vi è la disponibilità dell'ente all'unione col niente, vi è la disponibilità a trasformarsi. In merito è necessario avanzare un'annotazione fondamentale: la negazione che l'essere fa del nulla non è pari alla negazione logica che il nulla fa dell'essere; tra le due vi è asimmetria radicale. Negando il nulla, l'essere non ha niente di reale che gli si opponga; mentre il nulla, opponendosi all'essere, non si oppone affatto [realmente, nota mia] poiché non c'è. Dire che il nulla non c'è significa che l'essere è intrascendibile, che l'essere non possiede contrario reale. Perché vi sia relazione reale reciproca due cose sono necessarie: che i due estremi siano reali, e che l'influsso di A su B e di B su A siano reali, il che per l'appunto nel nesso tra essere e nulla manca completamente» (Vittorio Possenti, Ritorno all'essere: addio alla metafisica moderna, Armando editore, 2019, p. 289).
Stai eludendo il punto: se la nozione di "essere" è ambigua, perché si sentì la necessità di non tradurla con al-mawgud, bensì con un termine che non fosse, agli occhi del traduttore arabo, equivoco? L'espressione al-huwiyya fu coniata appositamente per evitare l'ambiguità di al-mawgud, come ti ho detto.
L'hai già detto, ma è una sciocchezza. Come fai a dire che "ciò che si è presentato nel sogno", che sarebbe un ente, era contraddittorio, se hai memoria di qualcosa di incontraddittorio? Fa quasi sorridere quel "come tutti sanno" - a proposito di chi dà per scontato qualcosa.
È l'espressione usata da Dante che viola il pdnc, ma non lo è la realtà che lui indica con quell'espressione: si tratta, per l'appunto, di una contraddizione apparente, ma non effettiva. L'arte non è fatta solo di letteratura o poesia, ma anche dalla pittura e dalla fotografia. Perciò, la mia richiesta è lecita.
L'idrosfera è tutta la quantità d'acqua presente sul nostro pianeta ed include simultaneamente l'acqua allo stato liquido, allo stato gassoso e allo stato solido: ti risulta contraddittoria?
Queste eccezioni sono dovute al fatto che parliamo di Dio, che è onnipotente, ma non sono eccezioni al pdnc. Sono eccezioni al normale corso delle cose.





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