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@TheMeroving
In realtà pensavo che stesse dicendo che è diversa per venirti appresso, ma che in realtà se non sai qual è il motivo per cui è diversa, non puoi dirlo che è diversa, ma forse mi sfugge qualcosa, quindi vi lascio nel vostro brodo.![]()






Il tomismo è un set di mattoncini lego che si incastrano fra di loro. E quando non si incastrano i tomisti se ne inventano (ex nihilo) di nuovi con gli incastri giusti..
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- Solo gli imbecilli non hanno dubbi!
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NO UE, NO EURO, NO NATO, NO NUCLEARE, NO GREEN, NO TAV, NO PONTE, NO IA AD AZIENDE PRIVATE, SOLO DI STATO
Giustizia per Rosa e Olindo. Giustizia per la Palestina
“Sorgi, Dio, difendi la tua causa.”
"Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli…"


L'animale conosce la realtà in un certo modo perché la sua anima si limita ad avere le facoltà sensitive, mentre invece noi conosciamo in un altro modo perché, oltre alle facoltà dei sensi esterni ed interni, abbiamo anche la facoltà intellettiva. Perciò, non c'è nessun "mistero" nascosto da questo punto di vista. La conoscenza animale e la conoscenza umana non si contraddicono: l'animale vede la stessa realtà che vediamo noi, con la differenza (enorme, sia chiaro) che noi dai singolari ricaviamo spontaneamente i concetti tramite astrazione, mentre gli animali no. Certo: un animale potrebbe osservare con la propria vista un oggetto in modo meno nitido di quanto lo vediamo noi oppure, al contrario, potrebbe vederne con maggior precisione le particolarità. Così come può capitare che ciò che noi vediamo di colore verde, l'animale lo veda blu o giallo o grigio. Ma laddove noi vediamo un sasso, l'animale vede altrettanto, con la differenza - per l'appunto - che l'animale non conosce il sasso come tale, ma solo come singolo oggetto particolare. Quello che invece insinui tu, con la tua ipotesi scettica, è che ci sia qualcosa che potrebbe alterare radicalmente il nostro relazionarci con la realtà esterna nell'atto di conoscerla, al punto da farci percepire non solo un oggetto per l'altro (ad es.: percepire un sasso al posto di una pianta) ma un'assoluta diversità nelle strutture della realtà stessa (per intenderci: farci percepire come universalmente e necessariamente incontraddittorio ciò che non lo è). Ma questa ipotesi non può reggere se non si dice come potrebbe verificarsi quest'alterazione: una volta detto che noi siamo condizionati dai nostri organi corporei resta da capire in che modo noi siamo condizionati ed è solo analizzando il modo che si potrebbe dire che può esserci un'alterazione di questo genere. In assenza di ciò, non si può affermare che, quanto meno sotto questo aspetto, la nostra conoscenza sia condizionata. Perciò, decade qualsiasi discorso in merito.
Come spesso ti capita, giochi sull'equivoco. Quando si dice "oggetto conosciuto" non s'intende necessariamente un oggetto particolare (ad es., vedo una pianta e, perciò, l'oggetto della mia conoscenza è quella singola pianta), ma il contenuto di quanto viene colto dall'intelletto attraverso l'atto della conoscenza. L'"essere" è oggetto di conoscenza (o oggetto conosciuto che dir si voglia) in questo secondo senso. Ad ogni contenuto che apprendiamo noi affibbiamo un termine per indicarlo, previa astrazione del concetto dal singolare conosciuto. La nozione di "essere" viene dalla constatazione che ci sono delle cose e che tutte queste cose sono in relazione fra loro proprio in virtù del fatto che sono cose e che queste cose hanno dei connotati. "Essere" è una parola, anzi, più precisamente, come ami ripetere tu, è un verbo sostantivato. Ma cosa esprime, perlomeno in questo caso? Esprime ciò che fonda tale relazione, facendo conoscere tutte le cose e tutto in ogni cosa, imperfettamente quanto alla loro singolarità, ma realmente riguardo a ciò che in ciascuna di esse è fondamentale. La famosa frase res sunt certamente è tale, ma le parole esprimono un fatto ed è da questo fatto che noi ricaviamo la nozione. Come abbiamo appurato in più di un caso, noi conosciamo per concetti ed i concetti sono ipso facto universali e necessari (al punto che la nozione stessa di "particolare" ha carattere...universale): queste nozioni possono riferirsi a cose o ad aspetti di cose sempre più circoscritti, ma possono anche riferirsi a cose o ad aspetti di cose il cui "raggio" s'amplia. Cosa impedisce che vi sia una nozione che le comprenda tutte e tutto ciò che è contenuto in esse? Lo impedirebbe un'eventuale assenza totale di relazione fra i contenuti dei concetti. Cioè, non dovremmo poter dire res sunt perché a tale frase non corrisponderebbe alcuna realtà effettiva, non vi sarebbe un fondamento che unisca le cose, accomunandole e permettendo di riconoscerle come tali. Non potremmo "dire" perché non ci sarebbe una realtà da esprimere.
Passaggio arbitrario dal piano del linguaggio a quello della realtà? Fallacia del parassita? Sono amenità gunthriane. Diciamo che le cose sono (o che ci sono delle cose) perché vogliamo esprimere il fatto (ed il fatto è che, per l'appunto, res sunt). Diciamo che quella di "essere" è una nozione trascendentale perché con essa esprimiamo il fondamento della relazione fra tutti gli oggetti (oggetti intesi come sinonimi di "cose" o "enti") che abbiamo colto nella realtà. A fronte di ciò, sostenere che si cerca "di insinuare il significato metafisico dell'essere nel linguaggio corrente per affermarne la necessità" significa ignorare - volutamente o meno - il nesso fra realtà, conoscenza della realtà e linguaggio con il quale si esprime il contenuto di tale conoscenza, sia essa spontanea o formalizzata in termini rigorosi.
La realtà non aspetta le nostre predicazioni di esistenza per esistere? Verissimo ed infatti la realtà non aspetta la nostra formulazione dei principi primi per essere connotata strutturalmente in modo necessario ed universale secondo quei principi, analogamente a come la forza di gravità non ha aspettato di essere "scoperta" da Newton per regolare l'andamento dei fenomeni fisici.
L'intellegibilità di una parola non dimostra necessariamente che a questa parola corrisponda qualcosa di reale? Verissimo, ma il punto è che la parola "essere", quando indica la nozione trascendentale, viene compresa proprio come nozione che esprime il fondamento della relazione fra gli analogati colto nella realtà.
L'astrazione di un concetto di portata universale non dimostra che tale concetto sia anche il principio universale della realtà? I concetti sono sempre di portata universale, il punto è che quello di "essere" include ogni cosa e tutto di ogni cosa.
Come dicevo sopra: se non ti garba qualcosa, allora è "fede"...che per te è sinonimo di opinione soggettiva e relativa. Già l'obiezione è infondata, in questo modo pure chi la fa perde ulteriormente di credibilità.
Entrando maggiormente nel merito della questione, ricorriamo pure ad un classico esempio della metafisica: se io dico che "Alberto è sano", che "il colorito della pelle di Alberto è sano", che "il cibo mangiato da Alberto è sano" e che "l'aria respirata da Alberto è sana", è chiaro che "l'essere sano" è caratteristica propria solo di Alberto perché, in quanto essere umano, è l'unico che può godere stricto sensu di buona salute. Il colorito della pelle di Alberto è detto sano in quanto manifesta lo stato di buona salute (cioè l'essere sano) vissuto da Alberto. Il cibo mangiato e l'aria respirata da Alberto sono detti sani in quanto sono concause dello stato di salute di Alberto. Alberto quindi è il primo analogato, mentre il colorito della pelle, il cibo e l'aria sono analogati secondari. Il riferimento degli analogati secondari al primo analogato non è di circostanza ma è fondato sulla realtà perché, effettivamente, mangiare certi cibi o respirare una determinata aria concorre allo stato di buona salute del singolo ed una delle conseguenze dell'essere in buona salute è avere un certo colorito di pelle. Questa è la cd. analogia di attribuzione. C'è poi l'analogia di proporzionalità propria o intrinseca, il cui esempio più ricorrente è quello della "vista" o della "visione" in riferimento alla vista (o visione) dell'occhio e al capire/cogliere della mente. Nel primo caso, il fatto indicato dal termine si verifica stricto sensu, mentre nel secondo si verifica in modo simile, ma non uguale. Infatti si dice che il vedere sta all'occhio come il capire/cogliere sta alla mente. Anche qui vediamo, seppur in termini diversi rispetto all'analogia di attribuzione, che c'è relazione fra gli analogati.
Questi esempi molto semplici richiedono "fede"? C'è bisogno di "fede" per sapere che un cibo può dirsi sano in quanto (con)causa del buono stato di salute di una persona che si esprime con l'aggettivo "sano" ed il termine "sanità"? C'è bisogno di "fede" per sapere che l'occhio vede e che la vista ha qualcosa di comune con il capire della mente?
In certi casi, non si capisce se ci sei o ci fai...ma chi ha scritto "soggettivamente convincenti"? Perché devi ricorrere a quest'espressione equivoca, mentre io sono stato chiaro? I motivi di credibilità della fede sono universalmente persuasivi perché sono argomenti che possono essere accettati e condivisi da tutti in quanto tutti possono ritenerli convincenti, vedendone la veridicità. Quel "vedendone la veridicità" ti avrebbe dovuto far capire inequivocabilmente che di "soggettivo" - nel senso di "cosa che potrebbe tanto essere come non essere vera" - qua non c'è nulla. Possono dirsi "soggettivamente convincenti" nel senso che possono persuadere un soggetto - cioè un singolo individuo - ad assentire ai contenuti della fede in quanto hanno, per così dire, la "forza" (dovuta al loro contenuto) di indurre il singolo all'assenso, ma sono certo che non è questo il significato che intendi tu. Se poi vuoi dire che i motivi di credibilità della fede non hanno la forza dimostrativa dell'evidenza intrinseca - immediata o mediata da una dimostrazione sillogistica -, allora sono pienamente d'accordo ma anche in tal caso dubito che fosse questo il senso di quanto volevi dire.
I miracoli, la resurrezione, le profezie, ecc. richiedono già una certa dose di fede? Non necessariamente: se mai, come nel caso dei miracoli e della resurrezione, richiedono che, già al lume della ragione, si riconosca l'esistenza di Dio ed altre verità di ordine naturale. Ma per te la metafisica è già fede, quindi difficilmente accetterai o comprenderai questo discorso.
Per un tomista il criterio ultimo di verità viene dalla religione, non dalla filosofia? Per un vero tomista già impostare un discorso in questi termini, contrapponendo religione e filosofia, è privo di senso.
Ricordo benissimo di cosa stessimo parlando e quale fosse (e sia) la mia posizione. Il problema è ciò che sostieni tu, ossia che l'opposizione fra "essere" e "nulla" implichi una reciprocità paritaria fra i due termini, che ovviamente non ha senso se si riconosce che l'essere è antecedente al "non-essere". Il "nulla" infatti è concetto che significa la negazione dell'essere. Quale negazione implicherebbe la parola "nulla" se per assurdo non vi fosse il concetto di "essere"? Quindi io non nego l'opposizione (mai fatto, ribadisco) ma affermo che, in tale opposizione, c'è un rapporto di necessaria antecedenza fra l'uno e l'altro termine. Perciò, è falso che senza il "non-essere" non potrei parlare dell'"essere": è l'esatto contrario. Senza "essere" non potrei parlare del "non-essere".
Il neologismo è stato coniato proprio perché serviva una parola che esprimesse il concetto di ciò che fonda la relazione tra gli analogati. Il termine al-mawgud fu ritenuto non esprimere a sufficienza il concetto di questo fondamento perché era tra i nomi derivati ed i nomi derivati indicavano gli accidenti di una cosa, che però non esauriscono di certo il plesso di significati del concetto di "essere".
Non tirare in ballo la metafisica per cercare di nascondere i tuoi funambolismi dialettici. Tu sai che hai sognato - "esperito il sogno" - perché te ne ricordi, cioè perché ne hai memoria. Diversamente, non sapresti di aver sognato. Ti torna? Ora, tu devi spiegare come fai a sapere che il sogno era in se stesso contraddittorio, se il ricordo del sogno (nota bene: l'unico modo che hai per dire di aver sognato è averne memoria) non lo è. Devi scegliere: o il ricordo è in se stesso contraddittorio o non lo è. Se affermi che è in se stesso contraddittorio, scadi nell'assurdo perché il ricordo di qualcosa implica necessariamente l'incontraddittorietà di quel qualcosa. Se neghi che il ricordo sia in se stesso contraddittorio, allora ne consegue che il sogno stesso non fosse in se stesso contraddittorio.
Tu hai parlato di una certa quantità d'acqua. Io ti ho postato l'immagine di una certa quantità d'acqua: infatti, i cubetti di ghiaccio e le goccioline d'acqua che vedi cosa sono, se non una certa quantità d'acqua in parte allo stato solido (cubetti di ghiaccio) ed in parte allo stato liquido (goccioline)?
Infatti non sto dicendo che tre persone distinte sono una sola persona. Sto affermando che tre persone uguali e distinte sono un unico Dio.
Credere - Pregare - Obbedire - Vincere
"Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).


Credere - Pregare - Obbedire - Vincere
"Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).


Credere - Pregare - Obbedire - Vincere
"Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

