

NO UE, NO EURO, NO NATO, NO NUCLEARE, NO GREEN, NO TAV, NO PONTE, NO IA AD AZIENDE PRIVATE, SOLO DI STATO
Giustizia per Rosa e Olindo. Giustizia per la Palestina
“Sorgi, Dio, difendi la tua causa.”
"Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli…"


Se hanno fondamento nelle cose non sono mere astrazioni, bensì astrazioni fondate sulla realtà. Pertanto, ti contraddici. Ed io ho detto che sono "inesistenti fuori dalla mente" come universali, non che non trovino riscontro nella realtà come (e nei) singolari.
Siccome l'essere è ricavato - cioè astratto - dalla realtà, non è qualcosa né che la nostra mente s'inventa né che è presente solo al suo interno, ne consegue che la metafisica non è "scienza di qualcosa che esiste solo come oggetto mentale". D'altronde, se è vero che quello di "essere", come ogni concetto, è universale, va rimarcato che l'universalità di tale concetto non copre soltanto un determinato insieme di cose, ma proprio tutte le cose e tutto di ogni cosa. Questo vuol dire che consiste in ciò che si individua e riscontra necessariamente in ogni cosa e in tutto di ogni cosa.
Non si vede dove sia l'ipostatizzazione dell'essere nel momento in cui si dice che Dio dà l'essere alle cose e che le cose hanno l'essere, fermo restando che Dio dà alle cose l'essere che è ad esse connaturato e che le cose hanno il proprio essere determinato. D'altronde, se un meccanico modificasse un'automobile, dandole potenza, e, in seguito, dicessimo che l'auto in questione ha potenza, a nessuno verrebbe in mente di dire che queste affermazioni implichino un'ipostatizzazione della potenza.
Ti piaccia o meno, l'essere si dice in molti modi e, pertanto, la nozione di "essere" comprende "la totalità delle cose che esistono divenendo e trasformandosi", ma anche l'essenza, la sostanza, l'accidente, la qualità, la quantità, l'azione, la relazione e così via.
Non è la descrizione scientifica di un fenomeno, ma di una parte del corpo umano sì.
Per il resto, mi sembra che tu scada nuovamente nei sofismi: i colori non sarebbero "proprietà delle cose" ma "caratteristiche con cui [le cose] assorbono o riflettono in un certo modo la luce" (come se le proprietà non fossero anch'esse caratteristiche delle cose...).
Perché una cosa possa essere giudicata bella o brutta dev'essere conoscibile. Per poter essere conoscibile dev'essere determinata e per essere determinata dev'essere un ente o un aspetto dell'ente. Quindi il giudizio si ricava dalle cose che, viste, e quindi conosciute, piaciono. Parlare di "gusto estetico" può esser valido solo se si usa la parola "gusto" in senso analogico: il gusto è uno dei cinque sensi esterni ed è la facoltà sensibile con la quale noi sentiamo i sapori provenienti dal cibo. Ma il godimento estetico non è, in senso proprio, il piacere che noi sentiamo quando apprezziamo un determinato cibo che abbiamo ingerito. Né si può dire, ragionevolmente, che il cd. piacere estetico si limiti ad essere un mero piacere sensibile. Non è un caso che non si riscontrino attività propriamente estetiche negli animali, a meno che non si voglia forzare indebitamente ciò che si evince dalla realtà conosciuta. Per affermare che un determinato oggetto è bello serve sapere preliminarmente che cosa sia, cioè averne il concetto, e poi (ri)vederne il concetto (che è universale) nella sua concretezza sensibile. È l'individuale, il singolare, visto alla luce della sua essenza. Quindi, per tagliare corto in un argomento che richiederebbe una trattazione molto più ampia e dettagliata, la bellezza non è altro che un trascendentale, cioè una delle proprietà che noi cogliamo nell'ente. E quello che ci induce ad apprezzare (in senso estetico) l'ente è il fatto di riscontrare, in misura maggiore o minore a seconda dei casi, quei tre elementi individuati, a suo tempo, da S. Tommaso d'Aquino: la conoscibilità della forma dell'oggetto (claritas) e quella completezza ed armonia delle parti necessarie a farne trasparire la forma dalla materia (integritas e debita proportio). Quindi la mia obiezione non era affatto peregrina: quando noi diciamo che una cosa è bella, esprimiamo un giudizio sulle cose - e le cose sono fatti. Pertanto, resta valido quanto segue: molteplicità e disparità di giudizi, opinioni e convinzioni non implicano che giudizi, opinioni e convinzioni siano equivalenti.
E non è opinabile che per "chi ne riceve l'impressione" quell'oggetto sia più o meno leggero, più o meno pesante. Quindi, se vogliamo considerare la pesantezza e la leggerezza di un oggetto come un rapporto fra l'oggetto ed il soggetto che "ne riceve l'impressione", nulla toglierebbe al fatto che tale rapporto è determinato da fattori oggettivi - cioè non discutibili ed innegabili - inerenti il soggetto e l'oggetto in questione.
Vale un discorso simile a quello appena fatto sopra. Ammesso giustamente che il peso è la forza esercitata sui corpi presenti nel campo gravitazionale e che, al di fuori del nostro pianeta, un certo oggetto può assumere un peso differente rispetto a quello che ha sulla Terra, in tale variazione saranno comunque le proprietà insite nell'oggetto stesso a determinarne il peso assieme alla massa del corpo celeste che lo attrae.
Se è davvero così impossibile, allora sono certo che mi citerai fior di esempi che dicono il contrario per mettere in dubbio la mia affermazione. Magari mi citerai il tuo caso, raccontandomi che, ad esempio, quando ti presenti agli estranei non dici: "Io sono @Gunthr", ma: "Io esisto in quanto @Gunthr" oppure che, quando ti trovi in una stanza ed hai di fronte degli oggetti, non dici che c'è il tavolo, che c'è la sedia, che c'è il letto, che c'è il comodino, ecc. ma che esiste il tavolo, esiste la sedia, esiste il letto, esiste il comodino. Molto credibile, mi dicono.
No, semplicemente, siccome la nozione di "essere" è trascendentale, il significato del concetto di "esistenza" è riconducibile al concetto di "essere". Quindi, dire che una determinata cosa esiste nella realtà a noi esterna significa ammettere anche, inevitabilmente ed antecedentemente, che tale cosa c'è. Significa pure che, in determinati casi (non dico sempre), "essere" ed "esistenza" si possono utilizzare intercambiabilmente per veicolare il medesimo significato.
Quindi, se tu fossi cieco, diresti che non c'è niente?
Io mi riferisco a ciò che dici (interiormente prima ancora che esternamente) in prima battuta di fronte ad una cosa mai vista, non a quello che fai dopo (subito o meno).
Si chiama maieutica, @Gunthr. Ti sto rivolgendo quelle domande appositamente per giungere alla risposta, facendola dire a te
Non c'entra niente con questo punto della discussione l'esistenza di "fenomeni non fisici". Il punto è che cadere, volare et similia sono fenomeni fisici particolari e, per averne una conoscenza più esaustiva di quella che se ne ha osservandoli di primo acchito, non è sufficiente soffermarsi sul loro concetto. Banalmente: se si vuole studiare qualcosa di particolare, si deve ricorrere ad una scienza che riguarda il particolare. Non basta studiarne le caratteristiche universali e necessarie.
Io nella realtà ho constatato che "c'è qualcosa" e che "ci sono delle cose". Nei libri di filosofia ho appreso i concetti espliciti e rigorosi di "essere" e di "ente", ma l'uno e l'altro erano già impliciti nella mia constatazione del fatto che c'è qualcosa/che ci sono delle cose. Infatti, cos'è che connota necessariamente quel che chiamiamo "cosa"? Il fatto di essere o, se preferisci, di esserci (risposta che ti potrebbe dare anche chi non ha mai aperto in vita propria un libro di filosofia).
Perché, tu pensi davvero di avere una conoscenza rigorosa, precisa e dettagliata dell'uno e dall'altra, sapendo soltanto che il sole non è la luna? Pensi che, vedendo il pedone attraversare la strada, a quel punto tu sappia tutto, nel dettaglio, di quanto sta accadendo di fronte ai tuoi occhi? Mi sembri troppo pretenzioso.
So benissimo che l'identificazione del Primo motore immobile nel Dio della religione cattolica è un passaggio che si compie per fede: l'ho detto e ripetuto più volte. Quindi non si capisce proprio perché tu mi accusi di non voler vedere questo passaggio. Ribadisco: l'ho più volte sottolineato sia in questa discussione che in altre discussioni del passato più o meno sui medesimi argomenti.
Ma, come già ho rilevato in più occasioni, il problema - per te, così come per altri atei/agnostici - è che il tomismo fornisce la giustificazione razionale più completa e rigorosa all'esistenza di un ordine sovramondano e, più precisamente, all'esistenza di Dio. Se l'esistenza di Dio non è una certezza di ordine razionale, si può ridurre la fede all'irrazionale, al soggettivo, al sentimentale, all'opinabile, ecc. Esattamente come fai tu. E quindi, comodamente, tu puoi dire: non è certo che Dio esista, pertanto posso permettermi di pensare ed agire come voglio. Se, invece, l'esistenza di Dio è una certezza di ordine razionale, da ciò ne consegue che la fede, anche se va al di là della ragione, ha una base inconfutabile: ossia, ha un presupposto razionale che nessuno può negare. Quindi S. Tommaso, per te, "è il più balordo di tutto" perché...rompe le uova nel paniere a qualsiasi discorso ateo ed agnostico.
Credere - Pregare - Obbedire - Vincere
"Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).


Non ciurlare pure tu nel manico: tu dici di avere attinto "all'italiano comune", asserendo che le due affermazioni sono contraddittorie. Vorrei proprio sapere da te perché, "secondo l'italiano comune", sarebbero contraddittorie. Io posso pure risponderti, ma sono abbastanza sicuro che partirebbero le supercazzole, quindi voglio sapere quale sarebbe il significato "secondo l'italiano comune". Immagina che io non sappia cosa sia l'italiano comune.
Anche una formula matematica non si capisce se non si conosce il significato che hanno i simboli che la compongono.
Credere - Pregare - Obbedire - Vincere
"Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).




«Ogni donna impudica sarà calpestata come sterco nella via. Molti per aver mirata la bellezza di donne altrui diventarono reprobi. Il trattenersi con lei è come fuoco fiammante». No, non è il Corano, ma la sacra Bibbla (Siracide 9, 10-11)


Il fondamento è che questa o quella cosa esistono, non certo che l’esistenza esiste nelle cose o che le cose hanno l’esistenza. Dunque che un “ente di ragione” abbia un fondamento nelle cose non smentisce che questo ente esista solo come oggetto mentale, anzi lo conferma, perché non esiste “l’uomo”, ma solo i singoli uomini, e non esiste “l’esistenza”, ma solo questa o quella cosa. A riprova, nessuno può indicare nella realtà “l’uomo”, “l’esistenza”, “la pianta”, “la cadenza” e così via. Quindi, se si pensa di fare “scienza” dell’esistenza, si fa scienza di qualcosa che fuori della nostra mente non esiste.
L’esistenza è fondata sulla realtà esattamente come la cadenza, la volanza e la parlanza, e si distingue dalle altre astrazioni solo per l’estensione del suo significato, ma per il resto di tutte quante dovresti dire le stesse cose: che non sono invenzioni della nostra mente, che le ricaviamo dalla realtà, che esistono nelle cose, che Dio ha dato alle cose la volanza e la cadenza, alle persone la parlanza, e così via. Solo che nessuno penserebbe che fare “scienza” di questi concetti sia fare scienza della realtà, ma solo vaneggiare, mentre in passato si pensava che si potesse fare scienza del concetto di essere, e dire in questo modo qualcosa della realtà.
Non è che per capire come mai le cose possono cadere o volare “non è sufficiente” fermarsi al loro concetto, è che fermarsi al loro concetto vorrebbe dire sognare, tenere gli occhi chiusi e fantasticare invece di osservare i fenomeni che abbiamo di fronte. Invece per “l’essere” fermarsi al concetto e lavorare solo sulle parole è inevitabile, non si può fare altrimenti. E qui si torna al motivo per cui si studiano i fenomeni nelle loro caratteristiche particolari e distintive, che li rendono differenti gli uni dagli altri e quindi riconoscibili come tali, prescindendo dalla metafisica, che può solo parlare di fantasmi universali.
Per il metafisico si dice in molti modi, ma di questi l’unico che si riscontra nella realtà è appunto “la totalità delle cose che esistono divenendo e trasformandosi le une nelle altre”.
Non è un sofisma, perché assorbire e riflettere la luce non sono “colori”, e nelle cose non c’è fisicamente “il colore”. È surreale che la tratti come se fosse una mia opinione personale.
E niente di quello che hai scritto implica che bellezza e bruttezza siano fatti oggettivi, constatabili nelle cose a prescindere dalle valutazioni individuali.
Se dici che si tratta di un rapporto fra soggetto e oggetto significa appunto che ciò che è leggero per un soggetto non lo è per un altro - e questo in effetti è indiscutibile e innegabile, diciamo pure oggettivo.
Basta vedere come hai provato a giustificare che “innegabilmente” prima viene io sono e dopo io esisto:
1- Cerchi di giocare sulla nota ambivalenza del verbo essere, che si può usare in senso assoluto o come copula fra soggetto e predicato nominale, ma cadi da solo in questo tranello antidiluviano, perché “io sono tizio” non equivale affatto a “io esisto come tizio”. Propriamente la prima frase significa solo “io mi chiamo tizio”, è sostituibile con questa, e il verbo essere vi esprime una semplice attribuzione, l’avere un nome. Quanto poi all’uso assoluto del verbo essere (“io sono”), il suo significato è proprio “io esisto”: prove di precedenza, zero.
2- Pensi di ricavare una genealogia fra concetti “indiscutibile” e valida per tutti basandoti sugli usi di una particolare lingua. Noi diciamo “c’è il tavolo” invece di dire “esiste il tavolo”. Ma che altro significa “c’è il tavolo”? Quale sarebbe il concetto genealogicamente anteriore espresso dalla frase “c’è il tavolo”? L’unica differenza è che “c’è il tavolo” esprime la sua presenza qui, dove mi trovo anch’io (e naturalmente il “dove” può indicare la stanza come il mondo), idea che peraltro è veicolata dalla particella “ci”, non certo dal verbo essere.
È semplicemente la conseguenza del fatto che nella metafisica l’essere non è solo l’esistenza, né si può dire univocamente cosa sia, quindi in un contesto polemico come questo l’unico modo che hai per parlare dell’essere come se fosse qualcosa che ha qualche appiglio nella realtà è parlare di esistenza, e dire che l’essere è l’esistenza. È proprio per questo che ne stiamo parlando in questi termini.
Quello che io non vedrei lo vedrebbero altri per me, e cortesemente me lo racconterebbero. Che domande.
Ciò che io dico “interiormente” in prima battuta di fronte a una cosa mai vista non è “toh, questa è una cosa”, te lo posso garantire. Quello che succede “fattualmente” nella mente degli altri è fattualmente fuori dalla nostra capacità di verifica. Tutt’al più può essere oggetto di teorie.
Capisco, quindi evitare di rispondere a una domanda facendone un’altra sarebbe maieutica. Cos’hanno in comune gli oggetti reali e quelli puramente mentali? Vediamo se chiedendotelo per la terza volta riesco ad ottenere una risposta.
Bene, e “implicito” vuole dire appunto “assente”, perché non è vero che noi cogliamo nella realtà i concetti di essere e di ente: li cogliamo nei libri di filosofia, mentre nella realtà noi cogliamo semplicemente le cose. E se vogliamo capire le cose, non possiamo limitarci a dire che “sono”.
Certo, confermo che tutti abbiamo una conoscenza precisa e perfettamente compiuta dei semplici fatti che il sole non è la luna, e che il pedone sta veramente attraversando la strada, senza bisogno che ce lo dica la metafisica, che su questi fatti non ha nessuna conoscenza imprescindibile da fornirci.
Non so come fai a dire che per me sarebbe un “problema” che il tomismo “fornisce la giustificazione razionale più completa e rigorosa all'esistenza di Dio”, se sto spiegando perché la metafisica in generale non è una scienza, ma una speculazione sul linguaggio, e perché il tomismo è la degenerazione della metafisica in dogmatismo.
Se poi ci aggiungi che la causa prima, anche se esprimesse qualcosa di reale, potrebbe benissimo essere la Vacca Cosmica, e quindi il passaggio decisivo si compie comunque per fede, dovresti capire che il tuo discorso non sta in piedi. Se lo ripeti, vuol dire che trascuri la parte essenziale, cioè che alla fine si torna sempre a “io ci credo” vs. “io non ci credo”.
- Non esiste in Germania una cricca più spudorata e stupida di questi antisemiti.
Nietzsche, 1887


Ma cosa pensi di confutare parlando di “escamotage truffaldino” e di “onestà intellettuale” di Tommaso?Io non intendevo niente che non avessi già detto, cioè che si è invischiato nella contraddizione cercando di fare della creazione dal nulla (che trovava nella Bibbia) una verità di ragione. E la creazione di un universo che esiste da sempre è un’altra contraddizione. In quello che hai detto c’era qualche argomentazione che lo smentisse? No, dicevi solo che secondo lui non c’era “impossibilità metafisica”. Perciò quella parte si poteva benissimo saltare.
Va bene, non ci sono più dubbi che stai delirando. Cioè sarebbe “un’illazione” che ciò che è stato creato ha avuto un inizio?
Sarebbe un non sequitur (!) che una cosa che esiste da sempre non ha avuto un inizio?
Non ti rendi conto che le tue stesse parole ti smentiscono quando parli di initio temporis? Il tempo è stato creato = il tempo ha avuto un inizio = il tempo non esiste da sempre. Se è un’illazione dire che ciò che è stato creato ha avuto un inizio, allora niente impedisce di dire che il tempo esiste da sempre, ma allora non ha più alcun senso distinguere fra tempo ed eternità: o l’eternità è un’idea priva di significato, perché il tempo è sempre esistito, oppure l’eternità è in realtà il tempo stesso.
Quindi ripeto: SE è necessario che l’universo sia stato creato dal nulla, si deve escludere che l’universo esista da sempre. In una prospettiva creazionista, l’unico significato attribuibile a questa espressione è “l’universo esiste da quando esiste il tempo”. Ma il tempo ha avuto un inizio (te lo dice la rivelazione). Punto.
Ricorrere all’esempio di un piede eterno nelle sabbie eterne significa usare l’inesistente per giustificare l’impossibile.
Cioè si immagina una cosa inesistente (il piede eterno) e si sostiene che dimostra una cosa impossibile (l’universo esistente da sempre eppure anche creato).
Ovvio che prodotto a partire dal nulla non significa “che fa le cose usando il nulla”. Significa che produce tutto ciò che non c’era, ovvero che letteralmente, univocamente, questa azione creatrice è “completamente ed assolutamente indipendente” dal principio su cui si fondano l’intera metafisica e il principio di non contraddizione.
Se così non fosse, non ci sarebbe nessun bisogno di ricorrere all’analogia, e di dire: questa produzione va intesa in senso analogico, e non letterale, univoco.
Ma niente impone di accettare un discorso che non si può intendere in senso univoco e letterale, ma solo analogico, nemmeno se si trattasse di analogie proprie, perché anche le analogie proprie stabiliscono somiglianze, e non identità.
Quindi chi vuole si accomodi, ma non tutti possono accettare di ragionare di scienza e filosofia con un linguaggio in cui le parole non hanno un significato univoco, e quindi non esprimono significati che si possono intendere in senso letterale e univoco.
- Non esiste in Germania una cricca più spudorata e stupida di questi antisemiti.
Nietzsche, 1887


@Gunthr
Il punto che continui ad ignorare è per quale motivo non ha cercato di fare della creazione nel tempo (che trovava nella Bibbia) una verità di ragione?
Puoi dimostrare la tua onestà intellettuale dedicando qualche minuto a rispondere alla domanda.


ti risponderà che non lo usa per dimostrare la tesi, ma poi di fatto vi ricorre per dimostrare che l'ipotesi (di simultaneità di una causa e il suo effetto) è plausibile.Ma niente impone di accettare un discorso che non si può intendere in senso univoco e letterale, ma solo analogico, nemmeno se si trattasse di analogie proprie, perché anche le analogie proprie stabiliscono somiglianze, e non identità
If we are honest - and scientists have to be - we must admit that religion is a jumble of false assertions. P. Dirac


- Non esiste in Germania una cricca più spudorata e stupida di questi antisemiti.
Nietzsche, 1887