Prima della peste nera, c'è stata mai stata una tecnologia più complessa del mulino da seta ad acqua bolognese?




NO UE, NO EURO, NO NATO, NO NUCLEARE, NO GREEN, NO TAV, NO PONTE, NO IA AD AZIENDE PRIVATE, SOLO DI STATO
Giustizia per Rosa e Olindo. Giustizia per la Palestina
“Sorgi, Dio, difendi la tua causa.”
"Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli…"






Per dire che S. Tommaso non ne trasse le necessarie conseguenze dovresti dimostrare che il concetto di creazione contraddice il concetto di esistenza ab aeterno dell'universo, ma non è quello che hai fatto. Su questo rimando sia a quanto ti ho già detto che a quanto dirò in seguito in questo stesso intervento.
Non mi risulta che S. Tommaso abbia mai scritto in qualcuna delle sue opere che l'ipotesi della creatio ex nihilo et ab aeterno non potesse essere esclusa in virtù dell'autorità di Sant'Agostino. L'Ipponate viene effettivamente citato in Summa Theologiae Iª q. 46 a. 2 ad 1, ma non nei termini che tu dici.
Nella parte della Summa Theologiae in cui tratta della creatio ab aeterno, l'Aquinate cita una sola volta Platone, oltre tutto non in termini proprio lusinghieri ed elogiativi.
Per quanto riguarda Sant'Agostino, parla della creatio ab aeterno in De Civitate Dei X, 31 ed in De Civitate Dei XI, 4, 2. In questi due passi dell'opera dell'Ipponate non c'è una sola riga dalla quale si possa dedurre che l'autore fosse indulgente verso l'ipotesi della creatio ab aeterno perché se no si sarebbe dovuta trarre una conclusione insolita, inverosimile o inaccettabile riguardo all'autorevolezza di Platone e dei suoi epigoni.
Hai fatto una confusione tremenda, affermando delle vere e proprie falsità. Facciamo chiarezza a beneficio tuo e di chi ci legge:
1) né Sant'Agostino né San Tommaso d'Aquino hanno mai negato che l'ipotesi dell'esistenza ab aeterno dell'universo fosse in contraddizione con la Divina Rivelazione. Anzi, lo hanno affermato loro stessi;
2) Sant'Agostino e, soprattutto, San Tommaso d'Aquino si sono limitati ad ammettere (più esplicitamente l'Aquinate dell'Ipponate, a dire il vero) che tale ipotesi, pur essendo in contrasto con la Divina Rivelazione, non poteva dirsi in se stessa contraddittoria.
Pertanto, se davvero Sant'Agostino e San Tommaso d'Aquino fossero stati animati dall'intento di mostrare la compatibilità dell'idea (platonica o aristotelica) dell'eternità dell'universo con la Divina Rivelazione, non avrebbero detto - come invece fecero a chiare lettere - che tale ipotesi la contraddiceva.
Escludo a priori che Sant'Agostino e San Tommaso d'Aquino possano aver sbagliato, non vedendo una palese contraddizione? Io lo escludo non per motivi aprioristici, ma perché non vedo argomenti conclusivi che confutino inequivocabilmente la compatibilità ipotetica, su un piano meramente metafisico e logico, tra creatio ex nihilo ed esistenza dell'universo ab aeterno.
Se proprio vuoi parlare di posizioni aprioristiche, inizia a guardarti allo specchio. Prima neghi che si possa parlare di filosofia tomista perché quest'ultima sarebbe solo un tentativo di ammantare di razionalità verità di fede che tu ritieni irrazionali. Poi, messo di fronte all'evidenza che sarebbe stato più conveniente a San Tommaso d'Aquino (e, prima ancora, a Sant'Agostino) negare la razionalità dell'ipotesi della creatio ab aeterno se davvero i concetti di "creazione" e di esistenza dell'universo ab aeterno fossero stati palesemente incompatibili, t'inventi che Sant'Agostino non voleva ammettere a se stesso che "l'idea platonica dell'eternità del mondo contraddicesse la rivelazione, e fosse quindi una dottrina eretica" (sic!), nonostante l'Ipponate nel De Civitate Dei sostenga esplicitamente la creatio ab initio temporis in quanto basata sulla Rivelazione. Non pago di ciò, t'inventi pure che San Tommaso d'Aquino avrebbe seguito l'Ipponate nell'inesistente errore di non ammettere a se stesso che l'esistenza dell'universo ab aeterno sia incompatibile con la Rivelazione, nonostante l'Aquinate dica a chiare lettere nel "Commento alle Sentenze di Pietro Lombardo" che l'ipotesi della creatio ab aeterno sia eretica ed affermi nella Summa Theologiae che per fede si deve sostenere che il mondo abbia avuto un inizio temporale, escludendo che sia esistito da sempre.
A che gioco stai giocando? Non ti sembra di esagerare?
Dispiace dirti che, fra me e te, se c'è uno screditato, quello sei proprio tu. Come dimostra quanto hai scritto sopra: ti sei inventato una posizione che né Sant'Agostino né San Tommaso d'Aquino hanno mai sostenuto, cioè il tentativo di coniugare la creatio ab aeterno con la Divina Rivelazione.
Poni ancora una volta delle alternative che non si escludono a vicenda. Per dire che, se il mondo è stato creato, allora non può esistere da sempre dovresti dimostrare che il concetto di "creazione" contraddice quello di "esistenza da sempre". Dov'è questa dimostrazione? Non c'è.
L'unica parvenza di argomentazione risiede nel tentativo di confrontare il significato dell'aggettivo "eterno" con quello dell'aggettivo "creato", ma pure qui non riesci a fare a meno di ricorrere all'ennesima trovata sofistica. Perciò, l'aggettivo "creato" significherebbe esclusivamente "che è stato fatto nascere, che ha iniziato ad esistere". Ma proviamo a consultare qualsiasi vocabolario o dizionario della lingua italiana.
Ecco cosa dice il Devoto-Oli (anche se ho un'edizione del 2003, penso che ti possa andare bene): "creato agg. e s.m. 1. agg. Che è opera di Dio. 2 s.m. L'universo in quanto dovuto alla creazione divina".
Ecco cosa dice il vocabolario della Treccani: "creato1 agg. e s. m. [part. pass. di creare]. – 1. agg. Fatto nascere, tratto dal nulla alla vita, come opera della creazione di Dio".
Prendiamo anche in considerazione il dizionario online del Corriere della sera e di Repubblica, che non penso siano sospettabili di occulte adesioni al tomismo:
"creato1
[cre-à-to] (part. pass. di creàre)
A agg.
1 Fatto dal nulla per opera divina: dinanzi a me non fur cose create / se non etterne (Dante)
|| Ben creato, fortunato, destinato alla salvezza eterna
|| Mal creato, destinato alla dannazione
2 Prodotto, fatto, inventato: imprese create e da creare
|| Generato, procreato
3 Educato, allevato
|| Ben creato, bene educato
|| Mal creato, male educato, screanzato
B s.m. (solo sing.)
Complesso delle cose create da Dio; universo: l'immensità del c."
https://dizionari.repubblica.it/Italiano/C/creato.html
"creato 1
[cre-à-to] agg., s.
agg. Formato dal nulla: cose c.
s.m. (solo sing.) Universo in quanto tratto dal nulla da Dio, secondo il racconto biblico: meraviglie del c."
https://dizionari.corriere.it/dizion...creato_1.shtml
Chissà come mai tu, invece, riporti come unico significato dell'aggettivo "creato" quello che ti fa comodo per sostenere la tua tesi...
Nessuna smentita dal "semplice significato delle parole", quindi. Salvo quest'ennesimo escamotage sofistico (omettere il principale significato della parola, mostrando solo quello che potrebbe corroborare la tua tesi), c'è solo la monotona ripetizione che la creazione ex nihilo escluderebbe ipso facto l'esistenza dell'universo da sempre senz'altra motivazione adeguatamente argomentata.
Pertanto, si torna al punto di partenza: se la creatio ex nihilo non è di per sé un atto con uno svolgimento nel tempo perché non è una mutazione stricto sensu, come si fa a sostenere che per necessità logica la creatio ex nihilo richieda che l'universio abbia avuto un initio temporis?
Nel concetto di "creazione" si ricorre all'analogia per spiegarne il significato e, perciò, sono certi termini impiegati a tale scopo a dover essere intesi in senso analogico, non il concetto stesso di "creazione".
Ma tu rifiuti l'analogia perché pensi che, accettarla, significhi scadere in un discorso non rigoroso, ignorando (o facendo finta di ignorare?) che una sistematizzazione rigorosa dell'analogia e del suo uso nelle sue diverse declinazioni è stato fatto, tra l'altro, proprio da S. Tommaso d'Aquino e dai filosofi tomisti successivi.
In realtà, non è così: finché non si arriva all'istante in cui il malato è guarito, la medicina ingerita non può essere considerata causa dell'effetto curativo perché, prima di quell'istante, il malato resta tale. Ancor più evidenti sono i casi del fuoco e del pensiero. L'effetto del riscaldamento c'è solo nel momento in cui il fuoco viene acceso, non prima. Potrai dire che un oggetto risulterà più caldo solo negli istanti successivi - il che è vero -, ma non potrai negare che l'azione del riscaldamento c'è se non nello stesso identico istante in cui viene acceso il fuoco. Se io penso alla lettera X, io sono causa del pensiero della lettera X nell'istante stesso in cui genero tale pensiero. Questo pensiero potrà protrarsi nel tempo per mia stessa volontà, ma rimane il fatto che io non posso dirmi causa del pensiero della lettera X se non nell'istante in cui lo produco. Ecco quindi la simultaneità di causa ed effetto.
La "fantasticheria" di cui parli è incontraddittoria. Ed il requisito minimo perché una cosa sia realmente possibile è l'incontraddittorietà. Ora, prova a trarne le debite conclusioni, se hai un minimo di onestà intellettuale.
Il che per te non dovrebbe essere un problema, visto che reputi possibile che si verifichi effettivamente una contraddizione nella realtà. O a riguardo preferisci continuare a glissare?
Infatti non ho detto che l'universo è "diveniente nell'eternità immobile". Ce la fai per una volta a non distorcere quel che ti si dice per tentare di ribaltare la frittata?
Ho detto che, siccome vive nell'unico istante dell'eternità immobile, Dio nell'istante stesso in cui vuole l'universo (che è per l'appunto l'unico istante dell'eternità immobile), l'universo c'è, letteralmente senza un "prima", in cui non esisterebbe, ed un "poi", in cui invece vi sarebbe. Siccome né Dio né l'universo creato "non sono", resta confermato quanto fatto notare da Vittorio Possenti nella citazione che ho riportato: la creatio ex nihilo non implica un ex nihilo nihil perché è una partecipazione del finito all'infinito, degli enti finiti all'Essere infinito. Proprio perché la creazione non è un ex nihilo nihil non si può sostenere che ci sia violazione del pdnc o negazione dell'assunto parmenideo che l'essere è e non può non essere. Dio "è" e l'universo pure in virtù di Dio medesimo. Certamente questo ci porta alla conclusione che il mondo non esisterebbe se non fosse per Dio. Ma questo implica solo la dipendenza assoluta del mondo da Dio, cioè dell'essere creato dall'Essere creatore: non che il creato sia preceduto letteralmente dal nulla.
Ma l'aporia non c'è. Dio è l'Essere stesso sussistente e l'universo è l'insieme degli enti creati (e di ogni loro aspetto). Dall'Infinito il finito, dal Creatore il creato, dall'Essere l'ente, anzi: dall'Essere ogni ente e tutto di ogni ente. Non c'è un solo istante, per così dire, in cui il "non essere è" o in cui una cosa è ed insieme non è sotto il medesimo aspetto.
No, quello se mai lo diresti tu.
Non è un'ipotesi, ma un fatto. Se io dico che Tizio è "sano", che il suo colorito è "sano", che il cibo è "sano" e che l'aria è "sana", sto ricorrendo ad un'analogia di attribuzione o di proporzione semplice. Tutte affermazioni pienamente intellegibili che possono riferirsi a qualcosa di reale. Stesso dicasi dell'analogia di proporzionalità propria o intrinseca: il termine "visione", infatti, può essere usato tanto per indicare la vista dell'occhio quanto per indicare ciò che la mente coglie o capisce. L'analogia impropria, cioè la metafora, indubbiamente risulta meno precisa e rigorosa delle altre due analogie, ma anche qui ce ne vuole davvero per sostenere che essa non possa cogliere effettivamente qualcosa di reale: quando io dico che Tizio ha un coraggio da leone, è palese che sto ricorrendo ad una metafora, ma è altrettanto evidente a chi ascolta o mi legge che sto affermando che Tizio possiede in grado notevole o eminente quella virtù.
Se ti sei letto i mattoni astrusi di Severino, puoi leggerti anche i testi degli autori in cui si affronta con rigore il tema dell'analogia e delle sue possibili declinazioni.
Credere - Pregare - Obbedire - Vincere
"Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).


Non ci siamo: siccome gli enti di ragione fondati sul reale non sono presenti nella realtà esterna come universali, allora ne trai la conclusione che "fuori dalla nostra mente non esistono". Ma questa conclusione è quanto meno equivoca, se non addirittura errata, proprio perché sono enti di ragione fondati sul reale. Se non fossero fondati sul reale, sarebbero solo nella nostra mente - e basta. Noi quindi non troviamo nella realtà esterna l'esistenza in quanto tale, ma le singole cose che esistono, così come non troviamo l'uomo in quanto tale, bensì i singoli esseri umani. E così via. Questo non toglie che le singole cose esistenti, i singoli esseri umani, ecc. siano tali proprio perché possiedono quelle caratteristiche fondamentali che li rendono cose esistenti, esseri umani, ecc. e che sono, per così dire, racchiuse nei concetti di "esistenza", "essere umano", ecc. Pertanto, dire che una determinata cosa possiede o ha l'esistenza non significa altro che affermare che una determinata cosa è connotata dall'avere la caratteristica di esistere, senza che ciò implichi alcuna ipostatizzazione dei concetti di cui sopra. Ad ogni modo, se siamo d'accordo che i concetti non sono presenti nella realtà esterna come universali, ma si riscontrano nelle singole cose reali, dovremmo esser giunti, almeno su questo, ad un punto d'incontro.
Sì, ma quello che ometti è che le "relative parole" non sono meri flatus vocis: hanno dei significati che veicolano ciò che è stato appreso nella realtà esterna dal soggetto che li utilizza. Avere il concetto di un determinato oggetto o di un certo fenomeno implica averne una conoscenza, per quanto possa essere scarna o generica.
Per l'essere è inevitabile fermarsi al concetto? L'essere non è un concetto che si limita ad indicare una certa categoria di fenomeni, ma abbraccia la totalità del reale in ogni suo aspetto. Quindi non pone il problema di sapere come determinati fenomeni si svolgono. Tuttavia, l'essere pone il problema di sapere quali ne sono le leggi e le proprietà necessarie o, per meglio dire, quali sono le leggi e le proprietà necessarie di tutto ciò a cui l'essere si riferisce. Dire che la metafisica è soltanto "scienza di un'astrazione" significa ricorrere all'ennesimo sofisma che intorbidisce le acque della discussione: l'uomo si esprime necessariamente attraverso termini che, a loro volta, veicolano concetti ed i concetti, come già chiarito, sono astrazioni. Ma non è solo una questione di linguaggio: l'uomo conosce sempre tramite astrazioni e, quindi, concetti. Anche nell'ambito disciplinare delle scienze fondate sul metodo matematico-sperimentale è così. Gli stessi numeri non sono altro che forme di astrazione. Quindi, per concludere: dire che la metafisica è "scienza di un'astrazione" è un'obiezione nulla, dato che la conoscenza umana è fatta necessariamente di astrazioni. Il che non la rende di per sé vacua.
Invece sì, perché è proprio la metafisica a formalizzare che la contraddizione implica in se stessa e necessariamente l'impossibilità. Che si consideri questa formalizzazione la formalizzazione di una banalità scontata, data per assodata da tutti, o meno, rimane il fatto che questo è un contenuto imprescindibile della metafisica, la quale mostra che pdi e pdnc costituiscono una legge fondamentale della realtà: non del solo pensiero o discorso, ma in primis et ante omnia della realtà.
Si parla di significato "ontologico" del pdnc per riferirlo alla realtà anziché al solo discorso o al solo pensiero.
Il ragionamento a cui sto facendo riferimento (quello di topquark) implica che l'impossibilità della contraddizione sia un'impossibilità reale, non meramente discorsiva.
Quindi, detto fuori dai denti, puoi risparmiarti le tue solite tiritere sulla "fallacia del parassita" et similia.
Visto che mi riproponi un'argomentazione che avevo già smentito, ripeterò quello che già ti dissi: se anche ammettessimo che la metafisica con le sue formalizzazioni non faccia altro che interpretare o dare una chiave di lettura del reale, questo non deporrebbe contro la validità delle sue formalizzazioni, che possono essere smentite o "relativizzate" solo entrando nel merito di quelle stesse formalizzazioni. Ci sono interpretazioni e chiavi di lettura corrette ed altre che non lo sono. Per il resto, ti ribadisco che a me può pure stare bene l'espressione "totalità delle cose che esistono divenendo e trasformandosi le une nelle altre", ma il problema è che dipende da che cosa intendi dire tu con tale espressione: che siamo parte indistinta di una totalità in continua trasformazione? È un modo per indicare quanto è formalizzato nelle categorie aristoteliche? O un modo surrettizio per esprimere altri concetti? Cosa vuoi dire asserendo che le cose divengono e si trasformano le une nelle altre? Che la tua mente può diventare un carciofo?
A dire il vero, quello che ha partorito un'espressione evanescente sei tu.
Ma perché la luce è ciò che permette di vedere il colore.
Invece sì, perché il grado di bellezza dell'oggetto n'è una proprietà, che l'uomo rileva ed esprime formulando un giudizio (ossia, per usare le tue parole, facendo una valutazione).
Sono le proprietà insite nel soggetto e quelle insite nell'oggetto a determinare la natura del rapporto. E tale rapporto non può che essere, a sua volta, oggettivo, giacché non è discutibile che un oggetto di dieci chili sia pesante per un bambino di cinque anni. Se per assurdo non ci fosse qualcuno in grado di constatare la natura di tale rapporto, rimarrebbe il fatto che per un bambino di cinque anni, stante la sua corporatura e tutto un insieme di fattori fisici, un oggetto di 10 kg è pesante. Se poi si vuol dire che, se non ci fosse uno dei due termini del rapporto, il rapporto stesso non sussisterebbe, allora sono d'accordo, ma questo non autorizza ad assumere una posizione soggettivista, secondo cui la realtà esiste in virtù di un soggetto che la conosce, "ricevendone l'impressione" (come se l'esistenza della città di Roma dipendesse dal fatto che tu la visiti o meno).
Purtroppo, una delle difficoltà ricorrenti nel discutere con te è che disconosci l'effettiva funzione e portata del linguaggio. In tal senso, va ribadito che la convenzionalità del linguaggio nulla toglie al fatto che le parole veicolino dei contenuti e che questi contenuti siano conoscenze ricavate dalla realtà stessa, a meno che non si riferiscano ad invenzioni della nostra mente. Nel caso di specie, la maggior immediatezza dell'"io sono" rispetto all'"io esisto" od il fatto che si dica "in questa stanza c'è un tavolo, c'è una sedia, ecc." anziché "in questa stanza esiste un tavolo, esiste una sedia, ecc." celano la priorità concettuale della nozione di "essere" su quella di "esistenza".
La "traduco" così perché una persona sana di mente, che non soffre di allucinazioni, non direbbe mai che qualcosa esiste...se non perché ha constatato il fatto che esiste.
Se tu fossi stato attento, avresti notato che la mia risposta è già nel post precedente, a cui hai replicato, e l'ho data ricorrendo a ciò che tu stesso hai ammesso: utilizzi il termine "cosa" per indicare sia oggetti mentali sia oggetti che riscontriamo nella realtà esterna alla nostra mente perché quel termine generico accomuna tutto ciò che c'è. Sono modalità d'essere differenti, ovviamente: nel primo caso, parliamo di cose che sono presenti intenzionalmente nella nostra mente (e fra questi dobbiamo distinguere quelle che sono ens rationis cum fundamento in re e quelle che sono parti dalla nostra fantasia), mentre nel secondo parliamo di cose che sono all'esterno della nostra mente. Tu forse obietterai: "Ma io non ho parlato di essere!". Vero: hai usato il termine "esistenza". Che però possiamo convertire con il termine "essere". Ora, per quale ragione si dovrebbe ammettere che l'uso del termine "cosa" per indicare sia gli oggetti mentali sia quelli che riscontriamo esternamente nella realtà indichi ciò che condivide il fatto di esistere, seppur secondo modalità diverse, ma non ciò che condivide, seppur secondo modalità differenti, il fatto di essere?
Ed invece sì: le "cose" sono tali perché caratterizzate ed accomunate dal fatto di essere.
Che siano concetti formalizzati o, come dici tu, introdotti dalla metafisica non rileva perché ciò che conta è che il concetto di "cosa" sia effettivamente convertibile con quello di "ente" a motivo della loro sinonimia. Se sono sinonimi, vuol dire che veicolano il medesimo significato e si riferiscono allo stesso contenuto appreso dalla realtà. Se quest'operazione non fosse possibile, allora non si potrebbe dire che i concetti di "essere" e di "ente" sono impliciti. Ma invece lo è.
Chi se ne frega mica tanto: quei due esempi dimostrano che l’affermazione "il sole non è la luna" e "il pedone sta attraversando la strada" non esprimono conoscenze "autosufficienti" e complete, come da te asserito, bensì conoscenze che, indubbiamente, sono generiche, non approfondite ed abbastanza superficiali. Infatti, sapere che il sole non è la luna non ci dice molto né sulla struttura del sole né su quella della luna, così come sapere che il pedone sta attraversando la strada non ci dice granché della velocità del passo del pedone, che però sono aspetti che ineriscono il sole, la luna ed il pedone che attraversa la strada. Dovresti ammetterlo serenamente, senza troppi patemi d’animo.
Intanto la metafisica 'consente' di dire che l'uomo ha un'anima spirituale ed immortale, così come che è necessaria l'esistenza di Dio: il che fornisce una base razionale innegabile alla religione in generale e alle religione cattolica in particolare. Sono d'accordo che non è la metafisica a poterci dire se la Prima causa incausata sia la Santissima Trinità, ma non mi pare di aver affermato nulla di diverso finora. Ciò non toglie che susciti l'avversione di atei ed agnostici incalliti, che non possono accettare che l'esistenza di Dio non sia solo un'opinione, un sentimento, qualcosa di relegabile all'irrazionale.
Si giudicano le intenzioni nella misura in cui si manifestano esternamente e tu direi che, in merito, le hai manifestate a sufficienza.
Si può essere cattolici senza essere tomisti, ma non mi pare che tu abbia maggior benevolenza verso (ad esempio) l'agostinismo, la scuola francescana e lo suarezismo. D'altronde, tu stesso conosci bene l'importanza filosofica e teologica della speculazione tommasiana per la Chiesa Cattolica ed il suo insegnamento (anche perché questo è stato uno dei tuoi motivi di accusa).
Parlare di "estinzione della metafisica", riferendosi al tomismo, significa sostenere una falsità: indubbiamente, non viviamo un'epoca in cui l'orientamento maggioritario dei filosofi pende verso il tomismo, ma è altrettanto vero che, se la metafisica ha conosciuto delle eclissi o degli oscuramenti, di estinzione non si può proprio parlare. Anzi, si può constatare che il tomismo è una delle correnti filosofiche più longeve della storia.
Sono pure d'accordo nel dire che "credere alla veridicità della religione cattolica è una questione di fede", ma il problema - come al solito - è che tu per "questione di fede" intendi qualcosa che inerisce l'ambito dell'irrazionale, del sentimentale e del meramente soggettivo. So di essere ripetitivo, ma è così che stanno le cose.
Ammettere che ti picca che io ritenga che tu ed altri forumisti abbiate certe posizioni perché ragionate male e commettete degli errori non smentisce quanto sopra: il vero bersaglio non sono io, che nell'economia delle cose non conto granché e non merito tutta questa attenzione, ma ciò che tu consideri una "parascientifica speculazione sul linguaggio" (leggasi: gli aspetti eminentemente filosofici del tomismo, che tu non riesci ad ammettere come tali) ed "una ineliminabile componente dogmatica" (cioè la religione cattolica, che vuoi relegare all'irrazionale, derubricandola da "fede" a forma di "fideismo").
Credere - Pregare - Obbedire - Vincere
"Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).




che bella questa pittura,
poi hegel col volto di vasco rossi gli dà un tocco di postmodernismo,
dacché l'hegelismo è la filosofia nuova, che apre il futuro,
mentre quella con platone aveva il volto di pletone (non leonardo davvinci come ben spiega maggnani), contrapposto a Bessarione.
Platone col volto di Pletone.
«Ogni donna impudica sarà calpestata come sterco nella via. Molti per aver mirata la bellezza di donne altrui diventarono reprobi. Il trattenersi con lei è come fuoco fiammante». No, non è il Corano, ma la sacra Bibbla (Siracide 9, 10-11)


è un troll ma grazie all'inesistenza delle cause finali aristoteliche il libero arbitrio esistenzialistico o la necessità deterministica possono deludere atrocemente i solidali empatici come te presi a schiaffi dalle repliche di ogni giorno che infliggono sofferenze atroci ai diversi e gli esclusi, condannati a sofferenze quotidiane se non proprio alla morte e al suicidio come capita qualche volta

