Il criterio di realtà di Hegel è talmente opposto a quello dei fisici che in un momento di debolezza scrive:
[da: Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio; tr. it. di V. Verra, Torino, Utet, 1981, pp. 129 sg. (tr. con modifiche)]
[§ 6, annotazione] Nella Prefazione alla mia Filosofia del diritto si trovano le proposizioni:
Quello che è razionale, è reale,
e quello che è reale, è razionale.
Queste semplici proposizioni a molti sono sembrate sconcertanti e sono state osteggiate […]. [Ora,] nella vita comune accade che si chiami accidentalmente realtà ogni cosa che viene in mente, l’errore, il male e cose simili, come pure qualsiasi esistenza per quanto avvizzita e transeunte. Ma, già per il sentimento comune, un’esistenza contingente non merita il nome enfatico di realtà. […] Se l’intelletto con il dover essere si rivolge a oggetti, istituzioni, condizioni banali, esterne e transeunti, che possono magari aver avuto una grande importanza relativa per un certo tempo e per cerchie particolari, può ben aver ragione […]; chi non sarebbe così perspicace da vedere nel proprio ambiente quello che in effetti non è come dovrebbe essere? Ma questa perspicacia ha torto, se immagina di trovarsi, con tali oggetti e con il loro dover essere, nel campo degli interessi della scienza filosofica. Questa scienza ha a che fare soltanto con l’idea che non è così impotente da dover soltanto essere e non aver realtà, e, quindi, con una realtà nella quale quegli oggetti, quelle istituzioni, quelle condizioni ecc. sono soltanto il lato esterno superficiale.




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