https://www.corriere.it/sette/25_mar...e8b6bxlk.shtml
C’è una folla oceanica che attraversa la storia, mutevole nelle forme ma identica nella sostanza. È la stessa che il 10 giugno 1940 straripava in Piazza Venezia, esultando al proclama di guerra di Benito Mussolini. Quella massa ondeggiante di entusiasmo e retorica, convinta di essere padrona del proprio destino, in realtà lo stava consegnando nelle mani di un uomo solo. Una guerra spaventosa e decine di milioni di morti sembrano ora un lontano ricordo, ma le paure che potessero ripetersi (e la consapevolezza che non dovessero) hanno generato 80 anni di pace.
Oggi questa stessa folla riempie le piazze e i bottini elettorali di chi promette sicurezza a scapito della libertà, forza invece che dialogo, dominio anziché coesione, discriminazione anziché inclusione. Il nome cambia, può essere Trump, Putin, Bolsonaro, Orbán, Vučić e molti altri, ma il meccanismo di fondo rimane il medesimo: il popolo bue*, privo di spirito critico, continua a lasciarsi sedurre da chi urla più forte, insulta, divide o sottomette. Attenzione però: non si tratta di destra o di sinistra. Il principio concettuale è molto più profondo.
Il popolo bue ha bisogno di una guida, e quella guida sa bene che il modo più semplice per governare non è favorire la conoscenza attraverso l’istruzione, ma dividere grazie all’ignoranza e al controllo della comunicazione. Mussolini parlava di “plutocrazie demo-giudaiche”, Hitler di razze inferiori, i leader di oggi di immigrati, élite globaliste, intellettuali traditori, giudici corrotti. Ogni epoca ha il suo nemico, costruito per incanalare il malcontento in una direzione precisa, per trasformare la paura e la rabbia in armi di dominio. Il risultato, oggi come un secolo fa, è lo stesso: si rinuncia alla dialettica e alla complessità per abbracciare una visione semplicistica della realtà, fatta di slogan e di odio.
Non è un caso che i regimi autoritari abbiano sempre preso di mira la cultura e la consapevolezza. Un popolo istruito, capace di pensare autonomamente, è un popolo difficile da tenere sotto controllo. Al contrario, chi vive di reazioni istintive, chi si lascia trascinare dall’emotività collettiva senza porsi domande o dubbi, diventa l’ingranaggio perfetto di un sistema che si alimenta di consenso cieco. Il popolo bue è attratto dall’uomo forte e cede al suo fascino perché teme la propria responsabilità e la vera libertà. Delegare è più semplice che scegliere, obbedire è più comodo che comprendere. La democrazia è più faticosa, richiede confronto e, spesso, compromessi, accordi e non imposizioni. L’autoritarismo, invece, appare più rassicurante perché elargisce risposte immediate e nette, un capo da seguire, un nemico da odiare. Ecco perché, nei momenti di crisi, la folla cerca un leader che non dubita mai, che sembra non avere esitazioni, che appare granitico, inflessibile.
Ma dietro quella fermezza si cela il vero pericolo, e cioè un potere che non ammette repliche né tantomeno dissenso, che si nutre di fedeltà cieca e non di confronto. Così, si ripete il copione già visto nel Novecento: prima le promesse (e le illusioni) di un primato, di un (pre)dominio. Poi - inevitabile - il tracollo, con un prezzo di sangue e rovine pagato dal popolo.
L’antidoto a questa deriva è una nuova consapevolezza, innanzitutto di se stessi e dei princìpi che regolano la vita, la natura e l’umana coesistenza. L’antidoto è una rivoluzione nelle coscienze, perché ciò che vediamo oggi prende origine in una generazione affascinata dal culto della personalità, dagli strumenti della tecnologia utilizzati per manipolare moltitudini di persone, dalla cupidigia e dall’abuso di potere. Occorre, in buona sostanza, scoprire la dimensione della spiritualità autentica, che non è da intendersi come una dottrina o una pratica religiosa (perché anche fra le religioni, si è visto, si annidano odio, divisioni e conflitti), ma un percorso condiviso di consapevolezza fondato sulla coscienza del miracolo della vita, sui principi di interconnessione e interdipendenza di tutte le forme di vita, sulla compassione, sull’amore e sull’inclusione. Per spiritualità intendo tutto ciò che avvicina realmente alla propria vocazione, al significato e al proposito più profondo e autentico di se stessi e della propria vita; tutto ciò che ci permette di vivere in armonia con la natura e le altre forme di vita.
Il vero leader non è chi divide, ma chi unisce; non chi fomenta la paura, ma chi l’attenua e la dissolve attraverso la conoscenza; non chi impone, ma chi interpreta il potere come esercizio della responsabilità etica del proprio ruolo. Dove governare non significa dominare e la leadership diviene, invece, un atto di ascolto, non di imposizione.
Questa evoluzione politica e sociale è possibile solo con il superamento, o almeno l’attenuazione, dell’individualismo sfrenato e della competizione esasperata, affermatisi o imposti come modelli (dogmi) sociali prevalenti, a scapito di una visione in cui il bene collettivo sia la vera misura del successo.
Per arrivare dal popolo bue al popolo consapevole ci vuole un percorso che, per non ricadere nei tragici errori del passato, investa su una nuova forma di educazione spirituale, personale, sociale, economica ed ecologica. Perché lo sfacelo che stiamo vedendo dipende anche e soprattutto dalla sregolata cupidigia umana, dal culto dell’ego e dall’assenza di una spiritualità autentica.
La storia insegna che il popolo bue esiste perché gli è stato tolto lo spazio per pensare, per dubitare, per cercare risposte proprie e gli sono state spalancate, senza regole, le porte degli strumenti - oggi soprattutto informatici - per scatenare le proprie aggressività. Ma il passato non è una condanna e la soluzione non è la frontiera di nuovi mondi, la “fuga” dal “nostro” mondo e un’improbabile migrazione su Marte. Forse non abbiamo molto tempo, ma possiamo ancora scegliere un altro cammino.
Se vogliamo evitare di ripetere gli errori del Novecento, dobbiamo investire su un’idea di società, di essere umano e di una cultura politica fondate su un nuovo senso di responsabilità, consapevolezza, integrazione e spiritualità.
Questo non significa soltanto cercare i più appropriati ed efficaci mezzi di contrasto per evitare che prevalgano gli autoritarismi, ma soprattutto lavorare per non creare le condizioni che li rendono possibili. Un popolo consapevole non ha bisogno di uomini forti, ha bisogno di governanti avveduti, saggi, equilibrati e pienamente consapevoli. La saggezza non urla nelle piazze, ma illumina il cammino. Perché più che di autocrazie e autoritarismi, ci sarebbe estremo bisogno di autorevolezza. Perché in verità non abbiamo bisogno di leader autoritari e di successo, ma di persone che conoscano la natura dell’amore.
* P
.S. Il termine "popolo bue" è stato usato da Antonio Gramsci per descrivere quella parte della popolazione che, pur avendo una forza potenziale enorme, rimane passiva e facilmente manipolabile dal potere e che accetta senza reagire le imposizioni delle élite dominanti. L'espressione si rifà all'immagine del bue, dotato di grande forza fisica ma docile e remissivo, che si lascia condurre senza ribellarsi. Gramsci criticava la tendenza delle masse popolari ad accettare passivamente le decisioni delle classi dominanti senza sviluppare una coscienza critica autonoma. Nel tempo, il concetto è stato ripreso in vari contesti, per indicare le folle che seguono acriticamente il potere, sia in regimi dittatoriali sia in democrazie deboli, dove il consenso è costruito più sulla manipolazione che sulla partecipazione attiva e consapevole.