
Originariamente Scritto da
Defender
Per chi si di definisce di "destra radicale" (anche se "destra" non ci piace così tanto), è inevitabile il confronto con un dilemma: rappresentiamo non una "parte" ideologica ma l'interesse comune. La comunità locale si incarna nel Comune, la comunità nazionale (volksgemeinschaft, dicevano gli studiati) si incarna nello Stato. Questo Stato è un po' difettoso, ma nondimeno incarna la Nazione. Ma allora, facendo politica, come si può conciliare questo punto fermo con il dover prendere voti, con il fare opposizione o maggioranza? La risposta l'ho trovata nella riflessione che propongo di seguito.
Il peso e l'onore di un servizio nei confronti della Autorità di Governo che ci hanno voluto a quel posto, è anche una sorta di magistero devoto allo Stato. Pur in ossequio ad un ufficio fiduciario o elettivo, è bene sentire di dover servire lo Stato, e ciò significa riconoscere la sua essenza come bene supremo della comunità nazionale: una realtà che trascende le singole persone e che chiede dedizione, lealtà e misura. Agire nell’interesse generale richiede equilibrio, silenzio operativo e coerenza etica, soprattutto nei momenti in cui le convenienze suggerirebbero il contrario.
In questo contesto, servire lo Stato significa anche custodire una tradizione di civiltà: difendere la continuità della nostra storia e dei nostri valori, affinché la modernità non diventi oblio. In un’epoca segnata dal disincanto, servire lo Stato è un atto di fede nella permanenza del bene comune, nella dignità della legge e nella possibilità che l’Italia resti sé stessa anche nel mutare dei tempi. Il Servizio allo Stato non è un mestiere: è una forma di testimonianza.
E in effetti il concetto è chiaro. Sul palazzo della Questura di Lecce c'è una frase incisa nel marmo, forse, di altri tempi, ma per è quasi una preghiera da riportare attuale: Tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato. Un sacrificio, nel senso romano del termine, sacrum facere, rendere sacro ciò che non lo è.
Ma questo Stato non è e non può essere quell'informe mostro burocratico, non può essere "l'INPS più i carabinieri". Lo Stato è un modello etico di partecipazione che racchiude e deve racchiudere tutti gli appartenenti alla Nazione nel suo seno. Ormai tre anni (e due giorni) fa Ignazio La Russa si insediava come presidente del Senato. Non sono qui per farne l'elogio, ma per sottolinearne un passaggio. Nella sua allocuzione inaugurale, teneva a riconoscere come figli d'Italia i caduti degli Anni di Piombo. Ma, lungi da volerne fare una rivendicazione di parte, vedeva nell'Italia, nella madrepatria, un amorevole abbraccio filiale, che racchiudeva tanto i caduti "nazionali" (Sergio Ramelli fu il suo esempio), i caduti delle istituzioni dell'epoca (esemplificato dal commissario Calabresi), ma anche i caduti "sovversivi" come Fausto e Iaio. L'Italia, gran madre dei suoi figli senza distinzioni di colore, è la vera "famiglia" nazionale, la vera comunità, che è incarnata dallo Stato e dai suoi uomini.