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I. Introduzione - II. L'anima umana e l'anima del mondo nelle religioni primitive - III. L'anima umana come sostanza individuale: Platone ed Aristotele - IV. L'anima umana nella Sacra Scrittura - V. L'anima nella teologia cristiana fino all'epoca medievale - VI. Soggettività ed anima umana nella filosofia moderna - VII. Il dibattito sull'anima nella scienza moderna: l'evoluzionismo ed il problema mente-corpo - VIII. L'anima umana fra teologia e scienza - IX. Osservazioni conclusive: l'anima umana, «azione» o «sostanza»?
I. Introduzione
Secondo Platone l'etimologia del termine greco psyché deriva dal verbo anapneîn, cioè «respirare», o anche anapsycho «refrigero», «faccio asciugare» (cfr. Cratilo, 399e). Aristotele ne trova la radice in katápsyxis, «raffreddamento» (cfr. De Anima, I, 2, 405b), un'interpretazione utilizzata incidentalmente anche da Origene quando descrive la primitiva caduta degli spiriti umani in termini di un «raffreddamento» di una realtà puramente spirituale (cfr. De Principiis, II, 8). Il vocabolo ebraico equivalente più vicino è nefes, collegato direttamente ai termini «respiro» e «gola». Il termine latino anima deriva invece dal greco anaigma, che vuol dire «esangue», o più facilmente da ánemos, cioè «vento», o anche «respiro». Le forme tedesca Seele e inglese soul provengono dal tedesco antico saiwolò, legato al vocabolo greco aiólos, cioè «agile», ma anche «semovente», che designa un principio intrinseco di moto. Infine, il termine sanscrito Atman, presente nella tradizione indiana dei Rig-Veda, significa anch'esso «respiro» e compare nel tedesco moderno come atmen, «respirare».
Il contenuto del termine «anima», nelle sue differenti forme ed espressioni, può rintracciarsi praticamente in ogni periodo storico, in ogni civiltà, in ogni antropologia filosofica ed anche in ogni religione (cfr. Eliade, 1993). Si tratta quindi di una categoria trasversale del pensiero e dell'esperienza umana di tutti i tempi. I filosofi, tuttavia, sono sempre stati consapevoli della difficoltà di parlare dell'anima in termini rigorosi. Tommaso d'Aquino, ad esempio, osserverà che «conoscere cosa sia l'anima è cosa assai difficile» (De Veritate, q. 10, a. 8, ad 8um), aggiungendo inoltre che tale conoscenza «richiede una ricerca diligente ed accurata» (Summa theologiae, I, q. 87, a. 1). Lungo la storia della filosofia è poi possibile trovare due comprensioni, diverse e opposte, dell'anima umana: la posizione per così dire «spiritualista» (Pitagora, Platone, Plotino, Agostino, Descartes, Leibniz, ecc.) e quella «materialista» (Epicuro, Lucrezio, Comte, Marx, Engels, ecc.). La prima vi associa una varietà di aspetti della vita e del comportamento umani (autocoscienza, auto-trascendenza, libertà, dialogicità, cultura, creatività, ecc.), e tende di solito verso un'antropologia dualista. La seconda posizione si sente maggiormente in sintonia con un discorso strettamente positivo ed empirico, e tende verso un'antropologia monista. Alcuni autori, fra cuiTommaso d'Aquino, hanno cercato in molti modi una sintesi fra i due approcci.
In ambito scientifico, un discorso sull'esistenza e sugli attributi dell'anima umana - come una sorta di elemento invisibile, immateriale ed unificante situato nel nucleo profondo dell'essere umano - è stato visto generalmente con un certo sospetto. Gli sviluppi della fisica, dellachimica, della biochimica, della
biologia e della psicologia sperimentale sono stati testimoni, quando non direttamente responsabili, di un progressivo declino nell'uso del termine, riservato al più per l'ambito simbolico o poetico. Nelle ultime decadi vi è stata però un'inversione di tendenza, specialmente da quando alcuni scienziati sono tornati a rendersi conto della significatività e dell'utilità di tale concetto nello studio del cosiddetto mind-body problem.
II. L'anima umana e l'anima del mondo nelle religioni primitive
Presso molti popoli primitivi si parla di «anima» principalmente in termini «cosmici», cioè all'interno del tentativo di comprendere l'unità dell'universo (cfr. Lévy-Bruhl, 1927; Rohde, 1961). Nonostante alcune interpretazioni di autori del XIX secolo, sembrerebbe però che presso i filosofi presocratici non fu così: la nozione di anima umana non venne introdotta tanto in relazione alla comprensione del cosmo, quanto piuttosto per descrivere il rapporto fra l'uomo e la divinità (cfr. Jöel, 1906; Marett, 1915). In altre parole, le primitive comprensioni dell'anima sono di tipo etico e religioso, piuttosto che cosmico o scientifico. I presocratici vedono l'anima in termini antropologici, mistici, intuitivi. La nozione di anima come «respiro» o «fuoco» è comune presso molti popoli e, in modo corrispondente, lamorte viene associata con il «volo» o comunque con l'assenza di tale respiro. Filosofi greci della scuola naturalista come Diogene, Anassimandro e Anassimene, identificarono l'anima con l'aria o il respiro. Per Eraclito è fatta di fuoco. A loro volta Democrito, Epicuro e gli stoici la considerano composta di atomi raffinati; ed è mortale e corruttibile a livello individuale perché è solo un elemento del grande organismo vivo dell'universo. Nel linguaggio poetico di Omero, il termine thymós viene adoperato per indicare la sede tangibile di processi vitali, quali il pensiero, i sentimenti, le sensazioni, mentre il termine psyché è riservato a designare la
vita in senso generale, come una sorta di energia vitale immateriale che uomini ed animali possiedono in modo impersonale, una vita cosmica riconoscibile nel respiro, nel sangue, sulla quale però gli esseri umani non hanno potere. Col passare del tempo, la psyché, di natura inconscia, finirà con l'assumere ed inglobare i caratteri consci del thymós, in particolare la coscienza e l'individualità spirituale. La fusione fra i caratteri del «respiro» e della «coscienza», portata a compimento con l'orfismo, favorirà poi l'idea della «trasmigrazione delle anime», quale espressione della sopravvivenza, indipendenza rispetto al corpo, ed immortalità dell'anima umana.
Nel pitagorismo le anime individuali sono espressione di un'anima cosmica comune, legata alla concezione di un'origine unitaria del mondo, una tradizione ripresa da Platone, che considererà l'anima cosmica - di natura invisibile rispetto al corpo del mondo che è invece visibile - come «la più perfetta delle realtà che sono state generate» (Timeo, 37a). Ha qui origine la dottrina dell'«emanazionismo», cioè l'origine delle anime a partire della divinità. Con Plotino, l'Uno dà origine all'Intelligenza (noûs), che a sua volta genera l'anima cosmica (psyché), che sarà poi presente in tutte le cose attraverso «ragioni seminali». Notiamo incidentalmente che la nozione di «anima cosmica», così come le dottrine dell'emanazionismo e delpanteismo ad essa collegate, sorgerà occasionalmente anche in un contesto cristiano, ad esempio nel medioevo con Teodoro di Chartres e Guglielmo di Conches (che ne proporranno un'identificazione con lo Spirito Santo), poi con
Giordano Bruno e, più tardi, con Schelling. È tuttavia chiaro che la dottrina giudeo-cristiana della creazione ex nihilo e della creazione individuale dell'anima umana giungono ad una spiegazione alquanto diversa dell'origine, della natura e del destino dell'anima umana. In ogni caso, la descrizione dell'anima umana come emanazione di un'anima cosmica porta con sé due conseguenze: in primo luogo, essa non riesce ad esprimere la dignità dell'essere umano nella sua individualità, in quanto sempre subordinato al cosmo unitario; inoltre, nel proporsi di spiegare l'unità razionale e il dinamismo del cosmo utilizzando un'epistemologia vitalista, intuitiva o perfino mitologica, ha bisogno di una più seria verifica di carattere razionale e scientifico. Platone ed Aristotele furono tra i primi a contribuire decisamente a tale processo di chiarificazione.
III. L'anima umana come sostanza individuale: Platone ed Aristotele
Considerata da un punto di vista descrittivo, la riflessione dei popoli primitivi sull'anima è, come abbiamo visto, di carattere cosmologico. Ciononostante, essa è motivata da una visione religiosa del mondo, che coinvolge l'immortalità dell'uomo e la sua responsabilità etica. Questi elementi saranno fondamentali per il consolidamento della nozione di «sostanzialità» dell'anima umana, una delle principali eredità dell'età dell'oro della filosofia greca. Tale consolidamento ebbe luogo secondo due direzioni principali. Lungo la prima, in un contesto principalmente etico-religioso, Platone sviluppò un'antropologia del composto umano di anima e corpo, di carattere decisamente «dualista»; lungo la seconda, in un contesto razionale, empirico e metafisico, Aristotele sviluppò una comprensione dell'uomo che comportasse «l'unità sostanziale» fra corpo e anima.
1. La comprensione platonica dell'anima umana. Platone (427-347 a.C.) riceve le nozioni di purificazione e di salvezza dell'anima dalle dottrine dell'orfismo, attraverso il pitagorismo. Per lui le anime hanno un'origine celeste; sono delle particelle staccatesi da uno «Spirito» infinito (pneûma), che, entrando nei corpi, dà loro la vita. Data la loro origine celeste e spirituale, dopo una vita retta nella quale viene raggiunta una completa purificazione, le anime saranno finalmente reintegrate nella loro primitiva origine spirituale. Se così non fosse, esse sarebbero destinate ad una serie di reincarnazioni successive, anche nei corpi di animali o di piante, fino a quando e non avranno realizzato una completa purificazione. Corpo ed anima sono viste in maniera antagonista: la seconda "entra" nel primo come risultato di una caduta primitiva o, anche, di un peccato (cfr. Fedro, 248ss; Repubblica, VII, 514ss).
Platone attribuisce quattro proprietà principali all'anima umana. a) Essa è un «principio di vita»: mentre qualunque cosa mossa dall'esterno non ha anima, la possiede invece chi si muove da se stesso e per se stesso. In tal senso, secondo lui, posseggono delle anime anche il sole, la terra, le stelle (cfr. Leggi, 898d). b) L'anima è immateriale: le è proprio il pensiero e, attraverso di esso, essa comunica con il mondo intelligibile delle idee. Platone rifiuta la comprensione di Pitagora (570-490 a.C.) secondo cui l'anima non sarebbe altro che l'armonia (krásis) tra gli elementi (Fedone 93b). Inoltre, l'anima umana è composta di tre parti: razionale (destinata alle attività superiori), irascibile (sede dei sentimenti nobili) e concupiscibile (sede degli appetiti inferiori). c) Mentre le anime irascibile ed concupiscibile sono mortali, l'anima razionale è immortale ed eterna: «fra tutte le cose che l'uomo possiede, essa è quella più vicina agli dèi, e le sue proprietà sono le più divine e vere» (Leggi, 726a). Platone segnalerà varie ragioni a sostegno dell'immortalità dell'anima, come la natura ciclica della vita, la reminiscenza di cose conosciute in vite precedenti, la sua affinità alle cose spirituali, l'incorruttibilità rispetto al corpo (cfr. Fedone, 70-80; Repubblica, 608-611). d) L'anima «precede» il corpo, al quale è unita in modo accidentale, in certo modo innaturale, come il fantino che guida il cavallo o il timoniere che guida la nave (cfr. Fedone, 246a, 247c). Il corpo quindi non è pienamente umano: l'uomo è la sua anima, egli è un'anima che usa un corpo (cfr. Alcibiade maggiore, I, 130a-131a).
Le idee di Platone sono state riprese frequentemente nel corso della storia del pensiero, primi fra tutti dai grandi neoplatonici, Plotino (205-270) e Porfirio (233-305). La grande influenza delle idee di Platone lungo tutti i secoli successivi fu dovuta a vari fattori. Innanzitutto, la sua visione era in sintonia con molte filosofie etiche e religiose dell'Oriente (cfr. Eliade, 1986) ed aveva inoltre il merito di offrire una prima descrizione dell'anima, intuitiva e pre-critica, sebbene con l'appoggio di alcune basi metafisiche. Poi, da un punto di vista etico e religioso, la dottrina platonica offriva certamente una visione attraente circa l'origine e la natura dell'anima, ma portava con sé delle conseguenze difficili da superare, principalmente derivanti dall'intrinseco dualismo e dalla scarsa attenzione tributata alla corporeità umana. Sebbene Platone difenda l'immortalità e la dignità dell'essere umano, la sua concezione dell'anima rende problematici i rapporti dell'individuo con gli altri esseri umani e con il cosmo. Nella sua comprensione di cosa sia l'anima, in coerenza col suo pensiero, Platone dà poco peso ai dati empirici, appartenenti al versante corruttibile e materiale della realtà, e legati all'attività corporea; si comprende quindi che le scienze esatte svolgono un ruolo alquanto pregiudiziale per il filosofo (cfr. Fedone, 65-67).
2. La comprensione dell'anima umana nel pensiero di Aristotele. Dopo una fase iniziale più vicina alla visione platonica dualista, seguita da una probabile fase di "vitalismo strumentalista", nella quale si sostiene un accostamento accidentale ma non conflittuale fra anima e corpo, Aristotele (384-322 a.C.) approda, anche grazie alle sue osservazioni scientifiche, alla consapevolezza dell'unità psicosomatica dell'essere umano, principalmente rintracciabile nei tre libri della sua opera De Anima. In questo scritto, che Hegel qualificherà assai più tardi come il lavoro migliore e maggiormente speculativo su tale oggetto, Aristotele parlerà senza esitazioni dell'unione sostanziale fra corpo e anima e dell'anima come «forma sostanziale» del corpo, elaborando la teoria denominata come «ilemorfica».
Afferma Aristotele che «l'anima è ciò per cui in primo luogo viviamo, sentiamo, ragioniamo: di conseguenza deve essere nozione e forma, non materia e sostrato», per aggiungere poco più avanti che «né l'anima esiste senza il corpo, né essa è un corpo. Corpo certo non è, ma è qualcosa del corpo» (cfr. De Anima, II, 2, 414a). Essa è il primo principio degli esseri viventi corporali, la sorgente della vita del corpo, ma è distinta dalla materia. L'anima è «l'entelécheia prima di un corpo naturale che ha la vita in potenza» (De Anima, II, 1, 412a). Si tratta dunque di un principio entitativo ed operativo. Secondo lo Stagirita vi sono tre tipi di anima: l'«anima vegetativa», principio delle azioni nutritive, della crescita e della riproduzione; l'«anima sensitiva», origine della conoscenza sensibile e degli appetiti, ed infine l'«anima razionale», principio della conoscenza razionale. Non è corretto, per Aristotele, affermare che l'anima "vive", bensì occorrerebbe dire che "l'intero essere umano vive in virtù dell'anima" (cfr. Metafisica, VII, 11, 1037a).
Riguardo la spiritualità e l'immortalità dell'anima, Aristotele sostiene che nell'essere umano vi sono delle operazioni intellettuali che soltanto una sostanza separata dal corpo (noûs, in opposizione a sôma), e dunque incorruttibile, sarebbe in grado di realizzare (cfr. De Anima, III, 4, 429ab). Tuttavia, le «forme» naturali non sono sostanze separate, e periscono quando il composto di forma e materia si dissolve. Cosa accade dunque quando muoiono gli esseri umani? Sulla base degli scritti di Aristotele non è perfettamente chiaro se il cosiddetto «intelletto agente» (che nell'opera De generatione animalium, 736b, dichiarerà essere di origine divina, qualcosa di separato ed impassibile), sia presente ed attivo quale situazione od attualità compiuta e finale (entelécheia), individuale ed immortale, in ogni essere umano (cfr. Reyna, 1972).
La dottrina aristotelica, insistendo sull'unità sostanziale dell'essere umano, si sforza senza dubbio di rispettare i dati empirici, che suffragano maggiormente tale unità. Non spiega però facilmente come gli esseri umani "individuali" possano acquistare quell'immortalità pure riconosciuta all'anima, né dà ragione della autocoscienza umana. Sebbene in alcuni scritti giovanili, in certa dipendenza da Platone, Aristotele tocca temi aventi a che fare con questioni di carattere escatologico, egli parlerà assai poco dell'uomo dopo la morte nei lavori successivi. È comprensibile pensare all'influsso di Aristotele sui materialismi monisti o atei, di ispirazione scientifica, comunemente inclini a porre in questione il tema dell'immortalità dell'uomo (cfr. Reale, Storia della filosofia antica, Milano 19888, vol. II, pp. 476ss). Aveva dunque ragione Socrate quando sosteneva che la scienza era incompatibile con la religione, ed i dati empirici con l'amore per la saggezza? (cfr. Fedone, 65-67).
Dall'esame del pensiero di Platone ed Aristotele risulta chiaro che la comprensione di cosa sia l'anima risulta condizionata dalla comprensione di cosa sia il corpo, e viceversa. Un punto nevralgico si trova senza dubbio nella questione della mortalità dell'essere umano e del suo destino d'oltretomba. Per Platone, la cui etica religiosa spinge l'uomo interamente verso l'immortalità, la morte è considerata una liberazione, il riscatto dell'anima dal peso morto della materia. Per Aristotele, la cui metafisica, collegata all'ambito empirico, lega l'uomo al mondo sensibile e materiale, la morte sembrerebbe implicare la distruzione della natura e la perdita dell'individualità umana, sebbene egli non rigetti la possibilità, in chiave escatologica, di un'anima immortale (cfr. Metafisica, XII, 3, 1070a). Sarà precisamente all'interno della questione sulla morte e sull'immortalità che la rivelazione giudeo-cristiana consegnerà il suo più importante contributo all'antropologia ed alla nostra comprensione di cosa sia l'anima umana (MORTE, II).




Tommaso d'Aquino, hanno cercato in molti modi una sintesi fra i due approcci.
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