Ffwebmagazine - Quelli che citano Marinetti e non hanno capito niente...
Quelli che citano Marinetti
e non hanno capito niente...
Li citano come se fossero figurine: ce l'ho, ce l'ho, mi manca. Li citano solo per scelte fatte e non per quello che hanno detto; per la loro divisa, non per la loro cultura... Per dirla tutta: li citano perché sono stati fascisti. Tutto qua. Non gliene frega nulla di quale infinita declinazione di fascismo culturale abbiano rappresentato. L'importante è l'etichetta indicibile, il non detto che riporti indietro le lancette dell'appartenenza, per continuare a non fare politica, per cercare, ancora una volta, di darsi un'identità a basso costo. Chissenefrega del merito, l'importante è continuare a succhiare risorse da una storia che non si vuole condivisa...
Citano Filippo Tommaso Marinetti, citano Gabriele D'Annunzio, magari aggiungono uno spruzzo di Luigi Pirandello e un Ezra Pound, propongono Giorgio Albertazzi come senatore a vita, non per quel che hanno detto (figuriamoci) ma solo perché in forme, modi e stili diversi sono stati tutti fascisti. È l'unico modo che hanno per sentirsi un po' fascisti anche loro: ma un fascismo macchiettistico, ovviamente, re-inventato su un'idea immobile della storia umana... E facendo così, non si rendono nemmeno conto di voltare completamente le spalle a quelli che vorrebbero rispettare. E ricordare.
Perché una cosiddetta "destra davvero Destra", dura e pura, tutta pensiero forte e conservatorismo come la vorrebbero senz'altro i vari Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri non ha davvero niente a che fare con le effervescenze culturali di quel Novecento. Qualche esempio? È presto fatto. Sentite qua: «Tutto ciò che è nuovo è buono, al di là del nuovo non c'è nulla di sano. L'umanità può durare solo se si rinnova continuamente, uccidendo con gli anni la propria vecchiaia». È il francese Pierre Drieu la Rochelle a parlare sintetizzando così lo spirito del suo tempo. È il 1917, il cuore di quegli anni dieci di un Novecento carico di miti energetici, veloci, roboanti, eccitati. Guasconi e libertari.
Sono gli anni in cui tanti giovani immaginano la guerra come un grido necessario, come la liberazione estrema, come la fine di un mondo asfittico e polveroso. La Guerra come unica, possibile energia vitale e, paradossalmente, per nulla mortale. Il mito della guerra come catarsi esistenziale, come esperienza di liberazione individuale, ha affascinato, come spiega Gorge Mosse, i volontari di tutta Europa. L'anima collettiva di un'intera generazione sceglie il conflitto come unica opportunità di slancio vitale. La guerra come libertà dalla palude, dalla famiglia, dalle regole borghesi, dal salotto buono. Cosa c'entra, viene da chiedersi, l'atteggiamento trombone verso le manifestazioni giovanili di questi giorni con l'effervescenza di quei futuristi, di quei dannunziani, di quei fascisti? Nulla, ovviamente.
E cosa c'entra una destra conservatrice e conservativa nei confronti del nuovo che insorge utilizzando gli strumenti che ha a disposizione? Con la vittoria di Marinetti che si scaglia contro i musei in nome della velocità e del volo? Cosa c'entra una destra clericale e papalina con il Marinetti che sognava la devaticanizzazione dell'Italia? Cosa c'entra con quello spirito laico, sociale e socialista che aveva impregnato di sé il primo fascismo? O con l'idea che Alessandro Barbero nel suo Poeta al comando fa dire a uno dei due ufficiali che portarono a D'Annunzio l'ultimatum del Regio esercito ai ribelli di Fiume? «Forse ha ragione lei, è questo il mondo nuovo, lubrificato dall'olio dei motori. Forse la civiltà della razza bianca va incontro a una serie di generazioni senza scrupoli e senza riguardi, proprio come i giovani che apprezza tanto: generazioni di sportivi, di meccanici e di ingegneri; generazioni in velocità, sprezzanti di vincoli, di soste, di discussioni e di leggi». I combattenti, in questo contesto, sono gli innovatori, i ribelli, attratti dalla mistica dell'azione, viaggiatori del continente con la bisaccia piena di speranze e di sogni.
Per favore non li citate più. Non citate quegli uomini pieni di sogni di modernità. Non siete i loro eredi. I loro eredi sono altrove, sono ovunque, in tutta Italia. Gli eredi di Filippo Tommaso Marinetti, Gabriele D'Annunzio e gli altri sono ovunque ma certo non sull'elicottero di un ministro che lancia volantini su Kabul. Là c'era il sogno chiamato patria, qua la tristezza di una retorica patriottarda. Cosa c'entra l'idea chiusa della politica con la poesia di Ezra Pound? «La tradizione è una bellezza da conservare, non un mazzo di catene per legarci», diceva il poeta e certo non pensava a Ignazio La Russa...
L'energia, in fondo, è la stessa che animava Umberto Boccioni quando scriveva, chiudendo il suo libro Pittura e scultura futuriste: «Sola necessità: salire!». E "salire" è stampato obliquamente, in copertina, come un jet che s'impenna, proprio a sottolineare che l'obiettivo al quale puntare in ogni tempo e in ogni luogo è l'altrove, anzi di più, è l'al di sopra di sé. Come il funambolo che avanza in pericoloso andar dall'altra parte. Senza voltarsi, perché sa che girarsi indietro è inutile, oltre che pericoloso. Così, se uno dei grandi rischi che ci troviamo davanti è quello di sopravvivere imprigionati in un eterno presente soffocante e impaurito, allora l'antidoto è alzarsi di nuovo e mettersi in cammino, per guardare al futuro, con più entusiasmo, con più energia. Con coraggio. Con eroismo.
Giovanni Gentile nel 1927 individuava tra gli antenati dello spirito fascista il nazionalismo, il sindacalismo e il modernismo cattolico: «La stessa vecchia coscienza cattolica - spiegava Gentile - era ridesta e ravvivata dal movimento modernista che trovò ardenti fautori nei giovani sacerdoti...». Dalla parte dell'"eresia", insomma. Dalla parte dei giovani rivoluzionari ovunque fossero. Niente a che vedere, allora, con il conservatorismo e bacchettonismo urlato a squarciagola da una certa destra nostrana. Come niente ha a che vedere con una destra con la bava alla bocca quello "strano" fascismo descritto da Hugo Pratt: «Il fascismo tendeva a cambiare la società, mentre invece la mentalità borghese tende ad essere conservatrice e rifugge con orrore da qualsiasi cambiamento... È stato il fascio che, grazie ai suoi movimenti giovanili, mi ha dato la possibilità di uscire dalla cerchia familiare...».
In realtà, la destra conservatrice, moderata, estrema o reazionaria declinata in questi anni da certi epigoni di un fascismo caricaturale, e mai usciti dal neofascismo, non ha davvero nulla a che fare con gli intellettuali che hanno fatto delle intuizioni del Novecento un grande movimento culturale. «L'avidità dell'individuo d'essere felice, la sua continua insoddisfazione per quanto ottenga, è un fenomeno che mi colpisce sempre. Il bisogno d'essere felice va all'infinito: per ciò mai contentabile», ha spiegato ad esempio un Giuseppe Prezzolini esaltato dalla capacità umana di non accontentarsi. Mai. Altro che estrema destra. E altro che destra. Con questa destra, poi...




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repapelle:
