



1 Settembre 2013
La Lega e la cultura: abbasso l’intelligenza, viva la cadrega
di GILBERTO ONETO
In un rifugio arroccato in cima alle Alpi lecchesi si è conclusa la cosiddetta Università dell’Estate organizzata da Terra Insubre. È stata la decima edizione di un evento che consolida il suo ruolo di raro (se non unico) strumento di didattica rivolto ai giovani del vasto e frantumato mondo autonomista e indipendentista. Da questa “scuola” sono negli anni passate molte centinaia di giovani che sono venuti a stretto contatto con studiosi, giornalisti e politici che hanno qualcosa da dire, trasmettere e insegnare. L’operazione avviene in stretta coerenza con la lunga attività dell’Associazione culturale Terra Insubre che è un caso speciale per durata, costanza e capacità operativa che travalica di molto i confini identitari delineati dalla sua ragione sociale.
Alcune considerazioni vanno fatte sulla vicenda e, soprattutto, sul ruolo giocato (o non giocato) dalla Lega nella cultura autonomista e nella sua diffusione nel mondo giovanile.
La prima, amara, constatazione riguarda il fatto che a nessuno dei frequentatori di questi eventi, ma neppure di associazioni culturali o di iniziative di qualità sia mai stato attribuito un ruolo di qualche rilievo all’interno del partito. Sembra anzi (ma più che una sensazione è una certezza) che chiunque sia sfiorato dal sospetto di simpatie o competenze culturali vada scrupolosamente tenuto lontano dai luoghi dove si decide e opera. Sembra (ma è un’altra granitica certezza) che per avere ruoli nel partito o nelle istituzioni si debba fare professione di olimpica ignoranza, si debba essere – per usare una espressione “sgarbata” – delle capre o essere abilissimi nel sembrarlo. La frequentazione con una larga fetta degli eletti e dei rappresentanti dell’attuale Carroccio è in questo senso imbarazzante, e certo non fa del bene al comune progetto di libertà. Chiedere a questi “fratelli De Rege” informazioni sul federalismo, sull’identità padana o sull’essenza dell’autodeterminazione è come coinvolgere un paracarro in un simposio sulla filologia baltica. Hanno trasformato lo slogan un po’ truculento ma non privo di un suo appeal di luciferino romanticismo “Abbasso l’intelligenza e viva la morte!” dell’eroe franchista Millan Astray in un più pecoreccio – ma redditizio – “Abbasso l’intelligenza e viva la cadrega!”
La Lega ha sempre guardato con sospetto le associazioni culturali (con l’ovvia eccezione delle patacche belleriane) fino a osteggiarle duramente: se avesse impiegato contro gli avversari solo una porzione dell’energia messa a combattere La Libera Compagnia Padana, Terra Insubre, Raìse Venete, Dumà Nünch, Noste Rèis e cento altre iniziative minori, oggi la condizione politica generale sarebbe senz’altro migliore.
Si assiste a un caso unico nel panorama italiano, ma anche mondiale, di un movimento giovanile di un grande partito che non abbia una rivista, un giornalino, un bollettino ciclostilato su cui esprimere e dibattere idee: non c’è al mondo un’altra comunità giovanile di quella estensione che non critichi, ragioni, litighi, cerchi e ricerchi.
La Lega ha avuto (e ancora ha in parte) straordinarie occasioni e potenzialità di diffusione di cultura e di informazione, di fare propaganda e creare consenso: ha preferito distribuire milioni di gadgets piuttosto che libri, ha gettato risorse in Miss Padania, giri ciclistici, circhi, campionati di calcio e festival della canzone, ha chiuso una casa editrice e due settimanali, ha ridotto un quotidiano e una televisione a patetici paciocchi, inquina una radio potenzialmente deflagrante con ufo, cagnolini, massacri linguistici e altro becerume. Poteva raggiungere milioni di persone, tutte le famiglie della Padania, tutti i luoghi di incontro; poteva distribuire idee, sollecitare e incanalare pulsioni, trasformare la protesta e il risentimento di una grande comunità in idee, sogni e progetti.
Oggi non serve sollecitare un partito di badanti, tesorieri e portavoce a diventare quello che non può essere. Serve solo che ciascuno continui a fare la propria parte: questo giornale in primis, Terra Insubre e tutti gli altri operatori di buona volontà. Meglio ancora sarebbe inventarsi un coordinamento. Ma questa è un’altra storia.
La Lega e la cultura: abbasso l?intelligenza, viva la cadrega | L'Indipendenza
Ultima modifica di Eridano; 01-09-13 alle 22:49
Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
Tacito, Agricola, 30/32.


Ora vado a dormire. Ci vediamo domani.
Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
Tacito, Agricola, 30/32.


La Toscana è la Toscana, non è né Padania né Italia
di GILBERTO ONETO
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Nella questione toscana la Lega ha sempre tenuto un atteggiamento piuttosto strampalato, frutto di una serie di incertezze e di ambiguità. Per ragioni varie, legate soprattutto a convenienze elettorali (la necessità di coprire un numero minimo di collegi e l’esigenza di mantenere quorum e percentuali raccattando voti un po’ ovunque), non è mai stato chiaramente definito il confine meridionale della Padania belleriana: qualche volta la Toscana vi è rientrata (e con essa Marche e Umbria) su motivazioni di ordine socio-economico, altre è stata esclusa quando hanno prevalso le tematiche identitarie. Si è a un certo punto inventata una stiracchiata differenza fra Nord e Padania, all’interno della quale la Toscana sarebbe stata il “Nord non Padano”. I riferimenti più battuti sono stati quello della Macroregione Etruria (l’Italia centrale “depurata” dalla presenza imbarazzante del Lazio), dei confini linguistici o delle tradizioni autonomiste comunali. In realtà la condizione non è mai stata definita con chiarezza e questa indeterminatezza ha sicuramente penalizzato l’autonomismo locale, in pericoloso bilico fra il leghismo e un orgoglioso isolazionismo.
Il tema va affrontato con serietà e la “toscanità” va messa in condizione di sviluppare le sue potenzialità politiche.
Vediamo quali sono i punti fermi della faccenda.
La Padania identitaria finisce sulla Linea Gotica ed esclude perciò molto decisamente la Toscana con l’eccezione di alcune parti dell’attuale Regione amministrativa (la Lunigiana, parte della Garfagnana, Capraia, Gombitelli, i comuni a nord dello spartiacque): il confine storico-linguistico-identitario corre sul fiumiciattolo Frigido, fra Carrara e Massa. Naturalmente si tratta di un confine che necessita della conferma della volontà popolare.
La Toscana storico-linguistico-identitaria è una realtà molto ben definita che coincide in larga parte con i confini più recenti del Granducato e trova straordinaria forza simbolica nel suo limite sul Fosso del Chiarone.
La Toscana ha caratteri linguistici e culturali ben definiti che le derivano dal suo passato più antico e dalla continuità storica più recente.
La Toscana ha caratteri socio-economici più simili a quelli padani che a quelli italiani: il suo residuo fiscale è in equilibrio, le sue strutture sociali efficienti e il suo grado di civismo molto elevato.
Padania e Toscana hanno molti caratteri comuni che derivano da un comune substrato longobardo, da una simile tradizione di civismo culturale, dal Rinascimento e da contatti culturali ininterrotti da millenni.
La Toscana ha una storia, una tradizione civile e culturale di primissimo ordine; il Granducato era prima dell’unità uno degli Stati più prosperi, civili e avanzati del mondo intero. La Toscana ha pagato l’unificazione nella stessa drammatica misura delle più progredite regioni padane.
La Toscana è una grande Nazione d’Europa, è una delle comunità che più hanno dato alla cultura continentale, è da sempre uno dei grandi centri di civiltà.
La Toscana è la Toscana, e non ha bisogno di essere altro: non le serve essere Padania e la danneggia essere Italia. Non si capisce perciò perché taluni autonomisti toscani insistano in una artificiosa e anche un po’ sminuente aspirazione alla padanità.
Sicuramente la Toscana ha la forza e le dimensioni per essere una libera Nazione europea ma non è in grado da sola di liberarsi dalla prigione italiana: in questa lotta si gioca la vera fratellanza padano-toscana, in questo mutuo soccorso verso la libertà. Come le Piccole Patrie padane, anche la Toscana non ha la massa critica che le permetta di contrapporsi allo Stato italiano: se in questo è fondamentale l’unità d’azione padano-alpina, è altrettanto indispensabile la comunanza di lotta della Padania con le altre tre Nazioni oppresse da Roma: il Tirolo, la Sardegna e la Toscana.
In questa prospettiva va strutturata l’azione degli indipendentisti toscani: fratelli dei padani nella lotta di liberazione, associati a essi nei futuri assetti istituzionali, affiancati a essi nell’Europa dei popoli liberi.
Non perdano tempo, energie e credibilità i fratelli toscani nel farsi passare per padani: sono Toscani e tanto basta! Ed è davvero tanto!
3 Settembre 2013
La Toscana è la Toscana, non è né Padania né Italia | L'Indipendenza
Ultima modifica di Eridano; 03-09-13 alle 08:19
Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
Tacito, Agricola, 30/32.


la Toscana (come Umbria e Marche) è stata tirata dentro nella Padania dalla lega solo per avere più voti nel parlamento romano ...
oltretutto l'operazione non ha funzionato, non solo perchè la Toscana non è Padana, ma perchè il voto a sinistra in quella regione è ai livelli di un culto da setta religiosa


9 Settembre 2013
Appello agli indipendentisti: siamo uomini o caporali paflagoni?
di GILBERTO ONETO
È stato da poco pubblicato un bel libro di un giovane studioso, Damiano Minante, che parla di federalismo e di indipendenza veneta con serietà e competenza: Il Neofederalismo. Unica via possibile all’indipendenza del popolo veneto (Rimini: Il Cerchio, 10 Euro).
Il lavoro è interessante perché riesce a unire passione patriottica e cultura federalista, sogni e progetti, aspirazioni e impietosa analisi della realtà. Il fatto che sia dedicato a Miglio e che si ispiri al suo insegnamento è una ulteriore garanzia di serietà. Sono però due i punti trattati che meritano una particolare attenzione: la disamina serena della pasticciata situazione del movimentismo venetista e l’esame sensato delle opzioni realisticamente percorribili nel cammino dell’autonomia.
La storia del venetismo militante è un groviglio di entusiasmi ma anche di piccole miserie, è una selva di sigle quasi sempre autoreferenziali che intessono un gomitolo di belle aspirazioni, sogni, frustrazioni e delusioni. L’autore riporta anche un grafico piuttosto significativo (“Albero Genealogico dei Movimenti indipendentisti del Veneto”, tratto dai Quaderni Veneti, 2009) che cerca di illustrare il complicato affardellarsi di unioni, scissioni e gemmazioni che in pochi lustri ha prodotto un repertorio di sigle in cui annaspa ogni residua considerazione sul buon senso di certo autonomismo autolesionista. La mappatura si limita alla metà degli anni ’90 ed è un peccato perché il seguito avrebbe richiesto capacità documentarie e la stesura di grafici quadridimensionali (c’è anche una evidente dimensione psichedelica) davanti alle quali l’autore giustamente si arrende: la sua rinuncia è il più drammatico dei giudizi di merito.
Altro punto interessante è il confronto con le tre possibili alternative fra le quali i venetisti dovrebbero scegliere il loro obiettivo: 1) la creazione di uno Stato autonomo, indipendente e sovrano; 2) uno Stato federale italiano comprendente il Veneto autonomo; 3) la formazione di una Repubblica federale di Padania comprendente Stati liberi fra cui il Veneto. C’è una quarta opzione: tutto resta immutato e ai veneti si continuano a propinare stangate e promesse. L’autore per ovvie ragioni omette questa triste eventualità che è purtroppo quella continuerà a prevalere, visto lo stato di confusione e di masochismo in cui si dibatte oggi il venetismo.
Il nostro giornale da continua e puntuale cronaca di tutte le ebollizioni del nervosissimo autonomismo veneto ed è giusto che continui a farlo dal momento che – pur con tutti i suoi limiti e le sue strampalatezze – esso rappresenta la porzione più vitale dell’indipendentismo padano, altrove davvero troppo sonnecchiante. L’Indipendenza (e tutti non con essa) osserva con speranza e partecipazione queste pulsioni, ma deve anche registrarne i limiti e gli errori e segnalare quando le aspirazioni degenerano in flatulenze. Premesso che sia unanime e condivisa la convinzione che l’autodeterminazione debba passare dalle istituzioni esistenti e perciò principalmente dalle Regioni, che fra i regionalismi padani quello veneto sia oggi il più robusto e avanzato in termini di proposte referendarie, e che tutti (padanisti o regionalisti) siano concordi nel ritenere la battaglia venetista giusta, buona e conveniente per tutti, non si può non richiamare gli amici venetisti per alcuni errori che stanno commettendo e che danneggiano loro e tutti gli altri indipendentisti.
1 – Il primo è una loro presunzione di “differenza”, il credere cioè di essere in qualche modo diversi dagli altri popoli padani al punto di ritenere giusta la ricerca di un percorso non solo autonomo ma addirittura antitetico: la pretesa di essere più simili ai loro vicini d’oltralpe che non a quelli di oltre Mincio e Po, o – peggio – la dichiarazione (s’è sentita anche questa) di preferire il centralismo romano a quello lombardo, peraltro inesistente. È funzionale a questa presunzione di diversità la ricerca di origini etniche e storiche aggrappate a onirismi stralunati: i veneti non hanno la faccia da paflagoni ma somigliano agli sloveni, ai brianzoli e ai biellesi. Tutte le gloriose balle su Antenore e i troiani le ha inventate Tito Livio, che era un padovano, forse anche un po’ celta, che si era venduto ai romani e che doveva dimostrare una comunanza inesistente per giustificare la differenza fra i suoi concittadini e quelli insubri: il vero inventore del “Divide et impera” con cui i romani (e oggi gli italiani) hanno sempre fregato chi abita sopra l’Appennino. I veneti attuali sono celti, veneti, liguri e longobardi proprio come tutti gli altri padani: forse ripassare gli scritti di un grande veneto e venetista come Gualtiero Ciola eviterebbe certi scarrucolamenti storici. I soli discendenti dei paflagoni che si trovano in Veneto oggi sono forse alcuni curdi senza permesso di soggiorno.
2 – Anche il riferimento alla Serenissima è buono e giusto ma non si può continuare a confonderla con il Veneto che ne era solo una parte e neppure la più antica. Fino alla caduta di Costantinopoli, Venezia ha rappresentato un’idea sovraterritoriale, quasi universale, di cultura, commerci e libertà. Una vocazione a “Coltivar el mar e lassar star la terra”, secondo l’espressione di Tommaso Mocenigo, che riguardava anche l’indifferenza per l’entroterra veneto.
Dopo Venezia ha cercato di espandersi risalendo il Po, di diventare Padania: il non esserci riuscita ad Agnadello ha segnato il suo destino. Aveva cercato di diventare uno Stato territoriale moderno per competere con quelli che stavano nascendo a occidente ma non c’è riuscita: se li è trovati tutti contro, proprio come oggi ai poteri forti non piace l’idea di una Padania libera e prospera.
La Serenissima è stata orgogliosa città libera (governata da famiglie veneziane che la storia ha oggi consunto ed esaurito) con vocazione mercantile oppure aspirazione alla Padania: in ogni caso non il Veneto.
Cercare la rifondazione della Serenissima – come molti venetisti fanno – è entusiasmante ma si dovrebbe comprendere anche posti come la Romagna, Cremona, Piacenza, Pavia e Lodi che sono state veneziane o che che hanno a un certo punto espresso “dedizione”. Siamo tutti d’accordo: facciamo la Padania!
3 – La lingua è un derivato dalla presenza culturale veneziana ed è oggi un potente strumento identitario. Ma va impiegato coerentemente: come si spiega che il dibattito più importante per il futuro dei veneti sia avvenuto in Consiglio regionale in italiano? Come si spiega che non esista un poderoso impegno nella pubblicistica, nella letteratura, nell’informazione per l’uso del veneto? Così fra un paio di generazioni anche l’oggi ancor vitale veneto diventerà un reliquiato come quasi tutte le altre lingue gallo italiche, e cioè padane.
4 – La cultura è uno straordinario strumento politico e di affermazione identitaria. La riproposizione di simboli storici è fondamentale in ogni processo di “nation building” ma fa fatta con serietà e senza invenzioni fumettistiche: non serve inventarsi progenitori anatolici, polacchi o bretoni, non servono troppo benevole revisioni storiche: il giuramento di Perasto è stato – ad esempio – fatto in croato, è perfetto per segnare la fedeltà che era data alla Serenissima ma non c’entra un fico secco con il venetismo. Non serve neppure inventarsi – come è stato fatto su questo giornale – l “genocidio di 20.000 istro-veneti infoibati nel 1945”. Non serve inventarsi grafie piene di Kappa o esagerare con le maiuscole per sostantivi e aggettivi: se una identità ha bisogno di queste miserie, siamo messi proprio male.
Non aiuta neppure il ricorso a certe invenzioni fasciste come il Triveneto: Venezia euganea, giulia e (figuriamoci!) tridentina.
5 – Le recriminazioni giuridiche possono essere un interessante strumento di dibattito culturale ma non hanno alcun peso nella lotta di autodeterminazione, se non come rafforzante morale. La Serenissima è finita perché così voleva la storia e non serve cercare cavilli normativi. Non esiste alcun documento di autoestinzione dell’Impero sumero né di quello romano: li ripristiniamo ope legis? Tutti i plebisciti di annessione all’Italia erano farlocchi, qualcuno – come quello lombardo – più farlocco e truffaldino degli altri: ricorriamo a qualche tribunale? L’autodeterminazione si basa sull’espressione attuale della gente: questa va ricercata e non serve scavare negli archivi notarili ma cercare consenso.
6 – Serve un progetto chiaro che definisca l’obiettivo e tracci un percorso per arrivarci. In questo tutti i movimenti autonomisti e indipendentisti (non solo veneti) non sono meglio della Lega. La confusione regna sovrana: si discute molto di più (anzi, quasi solo) di poltrone e cariche che non di progetti, percorsi e programmi. Sarebbe bello che i gruppuscoli venetisti (e non solo loro) si accapigliassero su quesiti referendari, su progetti istituzionali, su forme di attuazione del federalismo: sarebbe un bel passo avanti.
7 – Per combattere lo Stato italiano – diceva Miglio – occorre la forza contrattuale giusta: bisogna essere in tanti e concordi per abbattere i muri della prigione e organizzare un’evasione di massa. Chi si scava il suo buchetto o si cala con le lenzuola dalla finestra non va lontano. Piaccia o no, lo schema di battaglia giusto è quello padano: ogni altra pulsione micronazionalistica è velleitaria e suicida. È sacrosanto affermare la propria specificità e lottare per un sistema che la istituzionalizzi ma non si può, in suo nome, continuare a mortificare tutte le identità e costringerle nella prigione italiana. Quello che ci unisce sono le nostre diversità (alla svizzera) ma soprattutto (sempre alla svizzera) la consapevolezza che le si può affermare e difendere solo assieme; ci uniscono poi fondamentali comunanze socio-economiche (la Padania è un ininterrotto reticolo di attività produttive) e la comune convinzione della giustezza dell’autodeterminazione. Sono le nostre divisioni che dalla notte dei tempi ci tolgono la libertà: insubri, cenomani e veneti di due millenni fa; la devastante rivalità fra Venezia e Milano durata molti secoli; oggi le scempiaggini sul lombardocentrismo (che era poi il risultato di un matriarcato siculo-pugliese). È sintomatico cole questa esigenza di “marciare separati e colpire uniti” sia stata perfettamente colta dalla gente più che dai politici o dagli aspiranti stregoni della politica: chi prospettava l’indipendenza della Padania ha ottenuto il consenso elettorale di più di un terzo dei veneti. Chi parla di patrie sempre più piccole ed esclusive non raccoglie neppure i voti dei parenti stretti.
La considerazione finale riguarda tutti gli autonomisti e gli indipendentisti, e non solo i veneti, cui tocca più che agli altri perché sono la punta più avanzata e dura del più generale movimento e si riferisce alla necessità di essere seri, colti, corretti e pragmatici.
Seri perché bisogna smettere di giocare a risiko, fare della fantapolitica paflagonica (che sta all’autodeterminazione come la patafisica alla scienza) ed avere grande rispetto dei problemi e delle aspirazioni della nostra gente, anche di quella che non sa di averli.
Colti perché bisogna finirla con le invenzioni abborracciate, con il revisionismo storico belleriano, con la non conoscenza puntuale di cose, numeri e fatti, perché le nostre buone ragioni vanno documentate e spiegate alla gente.
Corretti perché da troppo tempo la nostra battaglia è inquinata da cadregari, incapaci e autentici lestofanti. Nessuno richiede stuoli di eroi e di santi pronti al sacrificio e all’abnegazione assoluta: è sufficiente mettere nell’impegno politico la correttezza, l’impegno e la moralità che la maggior parte dei padani mette nel suo lavoro e nel tirar su la famiglia.
Pragmatici perché i sogni sono belli e ci danno forza, inni e bandiere sono necessari per andare avanti, i simboli sono alla base di tutto ma bisogna essere più furbi e abili dei nostri nemici che sono una ben organizzata masnada di lupi, volpi e sciacalli. Per vincere bisogna essere più forti, astuti, intelligenti e pronti di loro. Se non crediamo di potercela fare, è meglio lasciare perdere, dedicarci al giardinaggio o rassegnarci a sventolare tricolori paflagonici.
Appello agli indipendentisti: siamo uomini o caporali paflagoni? | L'Indipendenza
Ultima modifica di Eridano; 09-09-13 alle 20:17
Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
Tacito, Agricola, 30/32.


Altro ottimo e condivisibilissimo articolo di Oneto.


La marcia del “gambero verde”: dal Po a “Forza Alto Adige” con la Biancofiore
di GILBERTO ONETO
Nei giorni in cui la Catalogna festeggia la sua giornata nazionale, la Diada, con una straordinaria catena umana per richiedere l’autodeterminazione, i relitti di quello che è stato il più grande partito indipendentista d’Europa si dedicano ad alcune audaci imprese autonomiste. Bossi annuncia la sua candidatura alla Segreteria federale, giusto per portare una ventata di novità e di pulizia. Il suo quasi dimissionario successore, già ammaliato dai fasti dell’Expò, impegna tutto il suo ardore combattivo in un’altra gloriosa tenzone secessionista: portare le Olimpiadi a Milano. Il sindaco monocolore leghista di Arona gorgheggia tronfio l’Inno di Mameli. Infine (ma solo provvisoriamente) a Bolzano viene presentato il simbolo congiunto “Forza Alto Adige-Lega Nord- Team Autonomie” per le prossime elezioni provinciali. La capolista sarà la consigliera leghista Elena Artioli, fondatrice del geniale e rivoluzionario Team Autonomie.
La boutade è stata presentata alla stampa dalla deputata superberlusconiana Michaela Biancofiore: il simbolo è una piccola meraviglia che gli elettori apprezzeranno estasiati. La Lega non si è alleata né con la Svp, né tanto meno con il partito indipendentista di Eva Klotz, come forse qualche illuso sognatore avrebbe sperato (e come avrebbe dovuto essere per un partito davvero indipendentista) ma con la peggior greppia terron-patriottica, sotto il neologismo giacobino e fascista di “Alto Adige”, per la conservazione dell’occupazione del Tirolo, legittimando con una moscia pennellata di autonomismo di facciata il patriottico meridionalume rappresentato dalla Biancofiore. Il Segretario federale della Lega – in fregola olimpionica – ha evidentemente avallato questa infamia.
Tutte queste miserie sono avvenute mentre Eva Klotz va avanti sul suo progetto di referendum per l’autodeterminazione, e mentre i catalani danno un’altra spallata ai camerati iberici della Biancofiore. La loro catena umana è il coerente passo in un entusiasmante crescendo di iniziative sul cammino della libertà: viene dopo decenni di lotte, di impegno, di lavoro, di penetrazione nella società, di costruzione di identità culturale e di creazione di consenso. Per farlo i catalanisti hanno impiegato tutti gli strumenti più adatti: la propaganda spiccia, la ricerca storica, la diffusione di notizie, le elezioni e anche – con intelligenza – il controllo delle amministrazioni locali a tutti i livelli. Non hanno fatto Miss Catalunya, neppure il giro ciclistico, la banca, il circo e le altre belinate e porcherie con cui è stato lordato il padanesimo.
I primi a utilizzare l’immagine della catena umana per la libertà erano stati i paesi baltici nel 1989: in pochi anni avevano raggiunto i loro obiettivi. La “via catalana” dell’11 settembre può essere uno degli ultimi decisivi atti nel processo di emancipazione. In Padania si è fatto l’esatto contrario: si è organizzata la catena, si è proclamata l’indipendenza e poi – un passo indietro alla volta – si è rinunciato a tutto, passando per il governo nazionale, a quello regionale, alle alleanze più mortifere, fino all’inutile esercizio dell’amministrazione locale.
È la gagliarda marcia del gambero verde, che porta un nuovo elemento nel già rigoglioso acquario leghista. Sul Po, quel lontano settembre del 1996, c’era ben più di un milione di persone, forse più di quanti ne abbiano radunati assieme baltici e catalani. Era gente che ci credeva, piena di entusiasmo, di energia e di speranza. Chi c’è stato ritiene un ricordo sfolgorante e commovente di quel giorno in cui la libertà sembrava a portata di mano. Oggi, diciassette anni dopo, siamo all’Expò, a Tosi, alla Biancofiore. Il Signore stramaledica chi ci ha portati a questo.
16 Settembre 2013
La marcia del ?gambero verde?: dal Po a ?Forza Alto Adige? con la Biancofiore | L'Indipendenza
Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
Tacito, Agricola, 30/32.


La Lega a Bolzano non dovrebbe esserci. O stare con la libertà
di GILBERTO ONETO
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L’alleanza elettorale con “Forza Alto Adige” (vedi articolo) è la goccia che fa traboccare il vaso della Lega MTV: un partito che dichiara al primo punto del proprio Statuto di volere l’indipendenza che si congiunge alla peggior greppia nazional-patriottico-terrona per impedire che i sudtirolesi possano liberarsi.
È l’ignobile coronamento di parecchi lustri di lotte e di speranza, l’atto finale di un nevrotico “rito dell’ampolla” (qualcuno dei caporioni leghisti si ricorda che sul palco di Venezia del ’96 era stata invitata anche Eva Klotz?) che corona una evoluzione di 180°, un ribaltone, una piroetta degna del peggior trasformismo mediterraneo.
Cosa dovrebbe invece fare un serio movimento padanista a Bolzano? Avrebbe due alternative.
Prima. Non esserci affatto. Cosa ci fa un partito che vuole l’indipendenza della Padania fuori dalla Padania? È già piuttosto ridicolo che si presenti in Calabria o giù per il tacco, dove ha almeno la debole scusante di essere contro lo Stato. Ma in Sud Tirolo si è messo con quelli che lo Stato lo vogliono così com’è, o addirittura più statalista, più italiano. Aberrante.
Seconda. Potrebbe rappresentare le minoranze “non tedesche” del Tirolo, potrebbe essere il partito di raccolta di quelli che sono sempre stati tirolesi ma che parlano gallo-italico o reto-romancio: i trentini e i ladini. Ma anche degli immigrati che si sono perfettamente integrati in Sud Tirolo fino a essere totalmente partecipi della comunità locale e condividerne le aspirazioni. Di tutti quelli insomma che credono nel buon diritto del Tirolo di riunificarsi in una sola heimat e decidere del proprio futuro. I sudtirolesi di lingua toscana potranno essere la rispettata minoranza linguistica di un paese libero. I ladini e i trentini, che costituiscono due delle dodici “piccole patrie” padano-alpine, potranno decidere se essere parte del Tirolo libero o dell’unione delle comunità padane. I ladini dolomitani sono sempre stati tirolesi ma nulla impedisce anche ai ladini del Comelico di condividerne la sorte in una ritrovata comunanza etno-linguistica. I trentini sono da sempre i welschtiroler e devono avere la libertà di decidere se ripristinare una delle frontiere più antiche, o collegarsi con gli altri padani, o costituire un ponte fra padani e tirolesi nell’ambito di una più grande patria comune alpina. Insomma a tutte le comunità deve essere assicurato il diritto di stare con chi ritengono più opportuno e con chi li vuole. Questo dovrebbe fare da quelle parti un vero partito indipendentista: combattere per l’indipendenza nelle forme che i cittadini decideranno essere le più adatte alle loro aspirazioni.
Quindi una Lega Nord a Bolzano dovrebbe o non esserci proprio, o essere alleata con chi lotta per la libertà, come la Südtiroler Freiheit, e certo non con bianchi fiori, camice nere e gualdrappe tricolori.
Maroni e Salvini, ci siete?
PS. Non dispiacerebbe che qualcuno rispondesse a noi e ai militanti.
19 Settembre 2013
La Lega a Bolzano non dovrebbe esserci. O stare con la libertà | L'Indipendenza
Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
Tacito, Agricola, 30/32.


25 Settembre 2013
Caso Montichiari, la Lega faccia casino contro le prepotenze tricolori
di GILBERTO ONETO
La vicenda è nota. Il sindaco leghista di Montichiari, Elena Zanola, è stato relegato agli arresti domiciliari con l’accusa di tentata estorsione ai danni della società Gedit che gestisce una discussa discarica nel territorio comunale. Il sindaco avrebbe preteso che la Gedit, attraverso una “convenzione compensativa”, effettuasse prestazioni a vantaggio del Comune in aggiunta a quanto già previsto dalle disposizioni regionali.La cosa induce a una serie di considerazioni. L’azione del sindaco non persegue fini di vantaggio per sé ma per il Comune che amministra. Le indagini sono appena iniziate e ciò richiederebbe una formula dubitativa che però il curriculum e la conoscenza della signora Zanola consentono di escludere.L’intera comunità dovrebbe essere perseguita e in realtà lo è. E’ infatti una specie di guerra che lo Stato italiano muove alla ricerca di autonomia di un Comune e dei rappresentanti che la gente si è liberamente scelta. Gabellieri, magistrati, poliziotti e burocrati duo-siciliani e “italiani veraci” entrano nella casa comunale dei montichiaresi, aprono i cassetti, rovistano negli armadi, interpretano i documenti e privano della libertà personale la figura più importante delle residue autonomie locali – il sindaco – e lo destituiscono in una manifestazione di tracotanza tricolore contro la libera volontà dei cittadini.Seconda serie di considerazioni. La comunità locale non è padrona del proprio territorio e delle proprie risorse. Il controllo delle cave e delle discariche è sostanzialmente regionale o – finché dura la fattispecie – provinciale. Il potere di imposizione fiscale – come tristemente noto – appartiene allo Stato italiano. Non si dispone di dati dettagliati sul residuo fiscale dei cittadini di Montichiari ma esso è sicuramente enorme: il Comune fa parte di una delle comunità territoriali più vessate dai gabellieri di Roma.Se fosse padrona del proprio destino, Montichiari non avrebbe certo bisogno di discariche scabrose, di cercare “convenzioni compensative”, e se proprio avesse una masochistica predisposizione a vivere fra buche, puzze e cumuli di schifezze, potrebbe decidere di farlo in maniera libera e consapevole, ma senza che la cosa le fosse imposta da altri. Miglio diceva che se una comunità proprio volesse distruggere il proprio territorio dovrebbe essere libera di farlo purché la cosa non arrecasse danni ai propri vicini, a terzi o alle generazioni future. Non è certo il caso di Montichiari, che si trova in mezzo a decisioni prese altrove, che è rapinata delle sue ricchezze e che non può neppure cercare di mitigare gli inconvenienti che deve subire.In definitiva, si può sicuramente dire che la signora Zanola sia una vittima delle prepotenze italiane e della lotta fra le aspirazioni autonomiste e l’imperialismo all’amatriciana dei portatori dell’elmo di Scipio.Proprio per tutto questo non si può non esprimere una ultima dolorosa constatazione a proposito del partito leghista che non può limitarsi a dichiarazioni formali e a comunicati stampa, ma che dovrebbe fare della vicenda un esemplare caso di battaglia.La destituzione e gli arresti domiciliari di un sindaco meritano manifestazioni, occupazioni e cortei. Gli strapagati zerbinotti mandati a fare i turisti a Roma trasformino le aule parlamentari in rumorose tribune di libertà. Le decine di ectoplasmi con pochette verde dei Consigli regionali si guadagnino lo stipendio usando ogni civile strumento di lotta. Insomma, sulla vicenda di Montichiari facciano casino!E’ un caso esemplare di scontro fra periferia e centro, fra autonomisti e statalisti, fra Padania e Italia. E’ un perfetto casus belli per riportare la lotta autonomista al centro del dibattito.Invece di fare quello che dovrebbe, invece di difendere le comunità padane dalle prepotenze tricolori, quel che resta della Lega invece si occupa oggi di manfrine congressuali, Expò e olimpiadi: come un qualsiasi partito democristiano o socialdemocratico.C’è ancora in attività il vecchio Nicolazzi. Viste le attuali propensioni del caporalume belleriano, sarebbe perfetto come prossimo Segretario federale della Lega.
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Ultima modifica di Eridano; 25-09-13 alle 20:12
Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
Tacito, Agricola, 30/32.