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Discussione: Il deserto avanza

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Attore francese confessa: «Sono gay e sono triste». E per gli attivisti Lgbt è «omofobo» pure lui
    «Non mi piace la mia omosessualità e non rivendico diritti in guanto gay». Il comico Pierre Palmade si apre in un’intervista e viene sommerso dalle critiche
    Benedetta Frigerio
    L’attore comico francese Pierre Palmade, le cui tendenze omosessuali sono note, è stato accusato di omofobia dagli attivisti Lgbt solo per aver espresso le sue opinioni circa la propria condizione e sulla legge Taubira che ha legalizzato il matrimonio omosessuale nel suo paese.
    ATTACCHI. «Non mi piace la mia omosessualità, sono veramente triste. Prima ero arrabbiato, ora sono triste di essere gay», ha confessato il comico ai microfoni di Radio Europe 1. «La mia omosessualità – ha aggiunto Palmade – mi sembra sempre più distante da quella che vedo espressa in giro. Io non sono né pro né anti gay, io non rivendico nulla per questa causa». Ma parlando apertamente del suo disagio, l’attore ha messo in imbarazzo il mondo dell’attivismo gay. Contro di lui è intervenuto anche Olivier Ciappa, regista e disegnatore del francobollo con la Marianna francese ispirata alla leader delle Femen Inna Shevchenko: «Sto cercando di trattenermi, ma le dichiarazioni auto-omofobiche di Pierre Palmade sono totalmente egoiste ed egocentriche e mi rendono isterico».
    «MI RIFIUTO DI ESSERE UN MILITANTE». Palmade ha poi ribattuto su Facebook: «È vero, mi rifiuto di essere gay a tempo pieno, non voglio ridurre la mia identità a quella sessuale (…). E mi rifiuto di essere un militante». Per il mondo Lgbt, però, anche gli omosessuali che non restano fedeli alla linea sono ormai da considerare “omofobi”.
    Palmade: «Sono gay e sono triste». Attivisti Lgbt: «Omofobo» | Tempi.it

    Si auto-sodomizza e lo fa passare per aggressione ‘omofoba’
    I carabinieri di Lanusei hanno ricostruito l’episodio che, in un primo momento, era stato accreditato come aggressione ‘omofoba’ con brutale sodomizzazione con l’uso di una bottiglia di vetro ai danni di un uomo di 62 anni, poi ricoverato in ospedale in gravi condizioni, con profonde ferite e lesioni interne.
    Ma non c’è stata nessuna violenza, nessun attacco dettato da ‘omofobia’ magari di qualche banda di cattivi con la testa rasata. Solo l’atto perverso di una persona con problemi – si può dire o è omofobia? – che ha ha fatto tutto da sola inserendosi la bottiglia nell’ano. E il ‘gioco’ letto su qualche sito per omosessuali lo ha portato all’ospedale.
    Si auto-sodomizza e lo fa passare per aggressione ?omofoba? | VoxNews

    Sono troppo eterosessuali. Cacciati dal locale gay
    A Genova tre amici volevano solo bere qualcosa e scambiare quattro chiacchiere ma sono stati bloccati all'ingresso
    Marino Smiderle
    «Se volete entrare dovete limonare un po'...». Eh già, visto che i ragazzi che si erano presentati all'ingresso della «Rosa dei venti», locale notoriamente gay friendly di Genova, zona Porto antico, non erano vestiti in sintonia con il posto, l'unico modo per esibire una sorta di certificato di omosessualità quale inaccettabile e discriminatorio pass era quello di dimostrare con atteggiamenti inequivocabili la propria preferenza sessuale.
    Il punto è che dei tre giovani intercettati dalla security del locale solo uno, pur senza trucco e movenze effemminate, era effettivamente gay, mentre gli altri due amici volevano semplicemente passare una serata in allegria, a prescindere dalle rispettive tendenze. A far scoppiare il caso è stato proprio il giovane omosessuale che si è sentito discriminato all'incontrario. Per questo Luca Artuso, studente universitario che da due anni e mezzo risiede a Genova, ha spedito una lettera al Secolo XIX perché «profondamente ferito e turbato» da quanto capitato: «Mi sono ritrovato a fronteggiare la pomposa irsutaggine dei buttafuori” - ha scritto - i quali, a seguito di una breve radiografia” dei personaggi, hanno deciso di etichettarci come poco omosessuali».
    Gianmarco Casavecchia, esponente di Disegual, la società che organizza questi eventi, respinge ogni tipo di accusa di discriminazione. Piccolo inciso: il fatto che un esponente del mondo gay si debba difendere da questo tipo di accusa, a prescindere se sia fondata o meno, è già un segnale che molte battaglie del movimento omosessuale, dopo aver accusato il mondo intero di discriminazione, sono state vinte da tempo. Detto questo, Casavecchia dichiara al quotidiano genovese che la vicenda sarà ricostruita con attenzione, addirittura ricorrendo alle registrazioni ricavabili dalle telecamere poste all'esterno del locale. «Mi preme sottolineare - aggiunge - che agli eventi del venerdì partecipano moltissimi eterosessuali».
    E vorrei ben vedere, attacca lo studente rimasto di stucco quando si è visto respinto assieme agli amici etero. I gay hanno combattuto mille battaglie per non essere considerati diversi, per avere gli stessi diritti di tutti, e adesso sono loro ad alzare gli steccati? «Lo shock di subire una discriminazione in un certo senso al contrario - prosegue Artuso nella sua lettera - ci ha costretti a insistere contro l'illogicità delle loro considerazioni. Datevi un bacio, limonatevi, però dateci dentro”, insisteva uno dei tre. Ci siamo ritrovati senza se e senza ma sbattuti fuori dal locale perché dall'aspetto poco effemminato, privi di mascara e pajettes a portata di mano. Nonostante la chiamata ai carabinieri e alla polizia, i temerari difensori dell'identità di genere non hanno ceduto alle richieste degli avventori».
    Sono troppo eterosessuali. Cacciati dal locale gay - IlGiornale.it

    Suicidi dei gay, l'omofobia non c'entra
    di Frank Doyle
    Il punto maggiormente controverso della prossima legge contro l'omofobia sembra concernere la libertà di espressione, tant'è che alcuni parlamentari cattolici si sono detti disposti a votare la legge purché sia garantita a sacerdoti e catechisti la possibilità di esprimere pubblicamente quanto prevede la morale cattolica circa l'omosessualità.
    Pochi mettono in discussione l'opportunità di tale legge, convinti del fatto che lo spropositato numero di suicidi tra le persone con tendenze omosessuali siano la conseguenza dell'omofobia sociale.
    Ora: è senz'altro vero che il tasso di suicidi tra le persone con tendenze omosessuali è più alto rispetto a quello della popolazione generale.
    La ricerca più conosciuta circa la suicidalità omosessuale è quella di Remafedi, che ha dimostrato come i tentativi di suicidio nella popolazione giovanile siano più frequenti tra soggetti omosessuali che tra eterosessuali: tra gli uomini ha tentato di togliersi la vita il 28% dei soggetti omosessuali rispetto al 4% dei soggetti eterosessuali, e tra le donne il 20% contro il 15%1.
    Anche Fergusson ha dimostrato che soggetti gay, lesbiche e bisessuali hanno tassi significativamente superiori, rispetto al campione eterosessuale, di ideazioni suicidarie (67,9% contro 29,0%), tentativi di suicidio (32,1% contro 7,1%) e, tra i 14 e i 21 anni, di disordini psichiatrici (depressione maggiore 71,4% contro 38,2%, disturbo d'ansia generalizzata 28,5% contro 12,5%, disturbo della condotta 32,1% contro 11,0%, dipendenza da nicotina 64,3% contro 26,7%, abuso e dipendenza da altre sostanze 60,7% contro 44,3%)2.
    Una maggior incidenza di pensieri suicidari e tentativi di suicidio sono stati riscontrati anche tra la popolazione gay e lesbica in Italia: “[...] un terzo dei gay e un quarto delle lesbiche italiane hanno pensato qualche volta a [sic] togliersi la vita e che il 6% ha provato a farlo [...]3.
    Il dato, quindi, è acclarato: “Nella letteratura scientifica c'è un considerevole corpo di dati che suggerisce che gli adolescenti GLB [gay, lesbici e bisessuali] abbiano un rischio maggiore di comportamenti suicidari”4.
    I casi sono due: l'elevato tasso di suicidi tra persone con tendenze omosessuali è dovuto o a cause endogene (cioè è legato in qualche modo alla tendenza omosessuale stessa) o a cause esogene (all'omofobia sociale).
    Molti (compresi i parlamentari contrari alla legge anti-omofobia) danno per scontata la seconda ipotesi, ossia che l'elevato tasso di suicidalità nella popolazione GLBT sia una conseguenza dell'omofobia. L'omofobia sociale provocherebbe una situazione di malessere cronico nelle persone con tendenze omosessuali, e questo malessere porterebbe, in molti casi, al suicidio. La prima ipotesi (endogena) è scartata a priori perché metterebbe in discussione il dogma (indimostrato) della “naturalità” dell'omosessualità: per quale motivo una tendenza “naturale” dovrebbe causare di per sé sofferenza?
    La ricerca scientifica, però, dice tutt'altro.
    Un importante studio5 ha confermato il malessere psichico della popolazione omosessuale: “I disturbi psichiatrici sono risultati prevalenti tra la popolazione omosessualmente attiva piuttosto che in quella eterosessualmente attiva. Gli uomini omosessuali hanno avuto, nell’ultimo anno, una prevalenza maggiore di disturbi dell’umore e di disturbi ansiosi rispetto agli uomini eterosessuali. Le donne omosessuali hanno avuto, nell’ultimo anno, una maggior prevalenza di disturbi da utilizzo di sostanze rispetto alle donne eterosessuali.
    Nel corso della vita gli indici di prevalenza riflettono identiche differenze, con l’eccezione dei disturbi dell’umore, che sono stati osservati più frequentemente nelle donne omosessuali piuttosto che in quelle eterosessuali. […] I risultati supportano l’ipotesi che le persone con comportamenti sessuali omosessuali corrono rischi maggiori per disturbi psichiatrici”. Questo studio è particolarmente significativo perché è stato condotto su un enorme numero di soggetti: oltre settemila (7076), tra i 18 e i 64 anni. Presenta inoltre una particolarità che lo rende decisamente interessante: è stato condotto in Olanda, paese nel quale – per ammissione degli stessi autori - “Il clima sociale nei confronti dell’omosessualità è da tempo e rimane considerevolmente più tollerante” rispetto a quello di altri stati6. In altri termini, persino in un paese dove la cosiddetta “omofobia” è inesistente, le persone con tendenze omosessuali presentano un livello di benessere considerevolmente inferiore agli eterosessuali.
    La ricerca è stata replicata qualche anno più tardi7, e ha (nuovamente) evidenziato che l’omosessualità è significativamente correlata con suicidalità e disturbi mentali; e (nuovamente) gli autori sottolineano che “persino in un paese con un clima relativamente tollerante nei confronti dell’omosessualità, gli uomini omosessuali sono esposti ad un rischio suicidario molto più elevato rispetto agli uomini eterosessuali”8.
    In uno studio studio di Warner e colleghi l'avere ricevuto un attacco nei precedenti 5 anni incrementava il rischio di pensiero suicidario del 70%; elevato, ma lo stesso effetto in termini di grandezza dato dall'essere studente (Odds Ratio 1,7)9 o essere disoccupato (OR 1,8)10. Seguendo il ragionamento dei favorevoli alla legislazione anti-omofobia, varrebbe la pena di vietare l'iscrizione all'università di persone con tendenze omosessuali, o di imporre l'assuzione di soggetti con tali inclinazioni in modo da azzerare la disoccupazione gay.
    Anche altre ricerche hanno escluso o notevolmente ridotto il ruolo della discriminazione sociale nella suicidalità di persone con tendenze omosessuali11.
    Di fronte a questi dati il luogo comune secondo il quale un atteggiamento ostile o una legislazione “discriminatoria” nei confronti di gay e lesbiche causerebbe elevate percentuali di suicidio si rivela poco più che un pregiudizio.
    Quali sono dunque le cause dell'elevato tasso di suicidalità nella comunità GLBT?
    Stando a quanto ci può dire la ricerca, sembra confermato che la causa della maggior suicidalità di soggetti con tendenze omosessuali sia da attribuirsi perlopiù a frustrazioni nella vita di coppia (gelosie, infedeltà) che non alla “persecuzione omofobica”12.
    Anche Bell e Weinberg hanno rilevato la maggior suicidalità delle persone con tendenze omosessuali rispetto agli eterosessuali, e che il 43% dei tentativi di suicidio tra uomini bianchi e il 67% tra donne bianche con tendenze omosessuali sono causati da problemi derivanti da una relazione omosessuale (rottura del rapporto, litigi...)13.
    Una recente ricerca condotta in Danimarca nel corso dei primi dodici anni di legalizzazione delle unioni omosessuali (1990-2001) ha riscontrato che per uomini con tendenze omosessuali legalmente uniti ad un altro uomo il tasso di suicidio è otto volte quello di uomini che hanno una unione eterosessuale e il doppio rispetto a quello di uomini single. Il tasso di suicidalità tra uomini con tendenze omosessuali che vivono una unione omosessuale è risultato il più alto rispetto ad ogni altro dato sulla suicidalità in soggetti con tendenze omosessuali14.
    Nello stesso paese una importante ricerca (condotta su 6,5 milioni di danesi tra il 1982 e il 2011) ha evidenziato come la suicidalità tra uomini sposati con un uomo sia quattro volte quella di uomini sposati con una donna e molto più alta rispetto a qualsiasi altra condizione (solitudine, divorzio, vedovanza)15. E' da notare che la Danimarca, anche grazie alla legalizzazione delle unioni omosessuali, è considerata un paese gay-friendly e quindi la particolare rilevanza del tasso di suicidalità di persone con tendenze omosessuali non è imputabile alla “omofobia sociale”16.
    Stando a questi dati, dunque, non solo l'omofobia sociale non ha nulla a che fare con la suicidalità GLBT; ma pare che il matrimonio omosessuale aumenti il tasso di suicidi tra la popolazione omosessuale. Il modo migliore per contrastare i suicidi tra la popolazione con tendenze omosessuali sarebbe dunque quello di vietare le unioni ed il matrimonio omosessuale.
    La ricerca sulla suicidalità GLBT offre però la possibilità di altre riflessioni ed approfondimenti.
    Herrell ha condotto un interessante studio su 6553 coppie di gemelli veterani dell'esercito USA tra il 1965 e il 1975; di queste, 6434 erano concordanti per l'orientamento eterosessuale, 16 concordanti per l'orientamento omosessuale e 103 discordanti17. Il 21% dei gemelli entrambi eterosessuali avevano avuto pensieri di morte contro il 50% dei gemelli entrambi omosessuali; il 6,7% dei gemelli eterosessuali desideravano morire contro il 25% dei gemelli omosessuali; il 15,3 dei gemelli eterosessuali presentavano idee suicidarie contro il 56,3 % dei gemelli omosessuali; il 2,2 % dei gemelli eterosessuali avevano tentato il suicidio contro il 18,8 dei gemelli omosessuali. Questi dati confermano nuovamente la maggior inclinazione al suicidio da parte delle persone con tendenze omosessuali rispetto a quelli con tendenze eterosessuali; ma il dato più significativo è un altro. La ricerca ha analizzato gli stessi sintomi anche in coppie di gemelli nei quali uno aveva tendenze omosessuali e l'altro no. In questo gruppo, i gemelli con tendenze omosessuali fornivano esiti simili a quelli delle coppie di gemelli entrambi omosessuali (47,6 % avevano pensieri di morte, 26,2 % desiderio di morte, 55,3 % idee suicidarie e il 14,7 % tentativi di suicidio); tuttavia, i gemelli con tendenze eterosessuali hanno fornito risposte che li collocano a metà strada tra le coppie di gemelli entrambi con tendenze eterosessuali e le coppie di gemelli entrambi con tendenze omosessuali. Ecco le loro percentuali: 30,1 % pensieri di morte, 9,7 % desiderio di morte, 25,2 % idee suicidarie e 3,9 % tentativi di suicidio.
    Cosa significano questi dati? Gli esiti di questo studio inducono a pensare che sia le tendenze suicidarie che le tendenze omosessuali siano legate ad un malessere che si origina nell'ambiente familiare.
    A sua volta, questo può significare due cose.
    Innanzitutto, le tendenze suicidarie sono connesse all'omosessualità stessa (cioè ad una causa endogena, non esogena); secondariamente, entrambe le tendenze sono connesse ad un certo tipo di ambiente familiare. In altri termini, l'omosessualità sarebbe l'esito di un malessere profondo legato a particolari dinamiche familiari.
    Dopo quello dell'omofobia “che causa i suicidi gay”, anche il totem del “si nasce omosessuali” va dunque in frantumi di fronte al dato scientifico.
    Chi vuole l'approvazione delle leggi anti-omofobia e per il matrimonio gay non può dunque sfruttare (cinicamente) i frequenti suicidi che avvengono nel mondo GLBT; essi indicano infatti una sofferenza profonda che non è causata dall'omofobia o dal mancato riconoscimento di alcuni “diritti”. E che rimette in discussione il dogma dell'omosessualità come “variante naturale della sessualità umana”.
    ---------------------------------
    1 G. REMAFEDI, J. A. FARROW, R. W. DEISHER, Risk factors for attempted suicide in gay and bisexual youth, in “Pediatrics”, n. 87, 1991, pp. 869–875.
    2 D. FERGUSSON, L. HORWOOD, A. BEAUTRAIS, Is sexual orientation related to mental health problems and suicidality in young people?, in “Archieves of General Psychiatry”, vol. 56, n. 10, 1999, pp. 876 – 888.
    3 M. BARBAGLI, A. COLOMBO, Omosessuali moderni. Gay e lesbiche in Italia, Il Mulino, Bologna 2007, pp. 61 – 62; cfr. CHIARA BERTONE, ALESSANDRO CASICCIA, CHIARA SARACENO, PAOLA TORRIONI, Diversi da chi? Gay, lesbiche, transessuali in un'area metropolitana, Guerini e associati, Milano 2003, pp. 195 – 197.
    4 M. GRAGLIA, Psicoterapia e omosessualità, Carocci, Roma 2009, p. 66.
    5 T. G. M. SANDFORT, R. DE GRAAF, ROB V. BIJL, PAUL SCHNABEL, Same-Sex Sexual Behaviour and Psychiatric Disorders, in “Archives of General Psychiatry” vol. 58, gennaio 2001, pp. 85 – 91.
    6 Cfr. http://fra.europa.eu/sites/default/f...art2-NR_NL.pdf, consultato il 06/09/2013.
    7 R. DE GRAAF, T. G. M. SANDFORT, M. TEN HAVE, Suicidality and Sexual Orientation: Differences Between Men and Women in a General Population-Based Sample From The Netherlands, in “Archives of Sexual Behavior”, vol. 35, n. 3, 1 giugno 2006, pp. 253 - 262.
    8 La ricerca ha preso in considerazione anche l’effetto interattivo della “discriminazione percepita”.
    9 L'odds ratio (OR) è uno degli indici utilizzati per definire il rapporto di causa-effetto tra due fattori.
    10 JAMES WARNER, EAMONN MCKEOWN, MARK GRIFFIN, KATHERINE JOHNSON, ANGUS RAMSAY, CLIVE COURT, MICHAEL KING, Rates and predictors of mental illness in gay men, lesbians and bisexual men and women: Results from a survey based in England and Wales, in “British Journal of Psychiatry” vol. 185, 2004, pp. 479 – 485.
    11 D. SHAFFER, P. FISHER, R. H. HICKS, M. PARIDES, M. GOULD, Sexual orientation in adolescents who commit suicide, in “Suicide and Life Threatening Behavior”, N. 25 (Suppl.), 1995, pp. 64–71; S. L. HERSHBERGER, L. SCOTT, A. P. D’AUGELLI, The impact of victimization on the mental health and suicidality of lesbian, gay, and bisexuals, in “Developmental Psychology”, vol. 31, n. 1, 1995, pp. 65–74; J. P. PAUL, J. CATANIA, L. POLLACK, J. MOSKOWITZ, J. CANCHOLA, T. MILLS, D. BINSON, R. STALL, Suicide attempts among gay and bisexual men: Lifetime prevalence and antecedents, in “American Journal of Public Health”, n. 92, 2002, pp. 1338–1345.
    12 Secondo Remafedi il 19% riporta un motivo affettivo per giustificare il loro atto; il 44% riporta motivazioni di carattere relazionale (G. REMAFEDI, J. A. FARROW, R. W. DEISHER, Risk factors for attempted suicide in gay and bisexual youth, op. cit.).
    13 A. P. BELL, M. S. WEINBERG, Homosexualities: A study of diversity among men and women, Simon & Schuster, New York 1978, p. 457.
    14 ROBIN M. MATHY, SUSAN D. COCHRAN, JORN OLSEN, VICKIE M. MAYS, The association between relationship markers of sexual orientation and suicide: Denmark, 1990-2001, in “Social Psychiatry and Psychiatric Epidemiology”, 24 dicembre 2009.
    15 MORTEN FRISCH, JACOB SIMONSEN, Marriage, cohabitation and mortality in Denmark: national cohort study of 6,5 million persons followed for up to three decades (1982 – 2011), in International Journal of Epidemiology, vol. 42, n. 2, pp. 559 - 578.
    16 Cfr. http://fra.europa.eu/sites/default/f...art2-NR_DK.pdf, consultato il 03/09/2013.
    17 R. HERRELL, J. GOLDBERG, W. TRUE, V. RAMAKRISHNAN, M. LYONS, S. EISEN, M. TSUANG, A co-twin control study in adult men: sexual orientation and suicidality, in “Archieves of General Psychiatry”, vol. 56, n. 10, 1999, pp. 867 – 874.
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    Inghilterra, San Paolo «fuorilegge»
    di Gianfranco Amato
    San Paolo è sempre più fuori legge in Inghilterra, nonostante il fatto che a Londra ci sia una cattedrale a lui dedicata, che è pure la Chiesa madre della diocesi anglicana londinese. Lo sanno bene gli agguerriti e volenterosi avvocati del Christian Legal Center, a cui tocca difendere, con una sempre maggiore e preoccupante frequenza, i predicatori di strada che si ostinano a citare le parole dell’«omofobo» Apostolo delle Genti.
    E’ davvero preoccupante l’accanimento da caccia alle streghe con cui vengono colpiti gli street preacher. Dopo il caso di Tony Miano, arrestato a Wimbledon lo scorso luglio, è ora toccato a Miguel Hayworth, ventinovenne predicatore, fermato dalla polizia a Maidstone nel Kent. Il reato contestato è quello di aver citato brani tratti da due lettere di San Paolo. La prima è quella ai Romani, Cap.1 versetti 24-27: «Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore, sì da disonorare fra di loro i propri corpi, poiché essi hanno cambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno venerato e adorato la creatura al posto del creatore, che è benedetto nei secoli. Amen. Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura. Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in se stessi la punizione che s’addiceva al loro traviamento».
    Nella lingua originale usata da San Paolo, peraltro, risulta ancor più chiaro il senso sessualmente allusivo di quale fosse la degna ricompensa («τὴν ἀντιμισθίαν») che gli uomini omosessuali ricevono nel proprio corpo, a causa della loro depravazione («τῆς πλάνης αὐτῶν»). L’altro brano della lettera paolina contestata a Hayworth è tratto dalla prima epistola ai Corinti, Cap. 6, versetto 9: «Non sapete voi che gli ingiusti non erederanno il regno di Dio? Non v’illudete; né i fornicatori, né gl’idolatri, né gli adulteri, né gli effeminati, né i sodomiti». Questi ultimi nel testo originale greco vengono definiti dall’apostolo come «ἀρσενοκοῖται», termine dispregiativo e poco politically correct. Comunque, sul punto San Paolo è esplicito: «neque molles neque masculorum concubitores», con le loro «passiones ignominiae», vedranno la salvezza, essendo destinati alla dannazione eterna a causa della loro perversione.
    Troppo per gli standard della legislazione antiomofoba del Regno Unito. Per questo, in virtù del famigerato art.5 del Public Order Act, Miguel Hayworth è finito in gattabuia. Ma non è ancora l’ultimo caso.
    Il 6 settembre, infatti, è toccato a Rob Hughes, arrestato dalla polizia mentre predicava a Basildon, città della contea inglese dell’Essex meridionale. In questo caso sono stati contestati a Hughes commenti ingiuriosi, rivelatisi poi inesistenti. Ciò non ha impedito al malcapitato predicatore di restare rinchiuso per sette ore e mezzo (dalle 16.00 alle 23.30) nella camera di sicurezza della stazione di polizia di Basildon. E’ stato rilasciato grazie al provvidenziale intervento degli avvocati del Christian Legal Center, i quali sono riusciti a dimostrare la falsità delle accuse. Sembra davvero che per i cristiani del Regno Unito si sia rovesciato il principio di presunzione d’innocenza, per cui essi sono «presumed guilty until found to be innocent» (presunti colpevoli fino a prova contraria), come ha riferito lo stesso Hughes dopo il rilascio. L’avvocatessa Andrea Williams del Christian Legal Center ha parlato di un’allarmante frequenza dei casi di arresto dei predicatori che citano gli insegnamenti di San Paolo ritenuti omofobi.
    Questo scenario che ad alcuni in Italia appare ancora surreale, rischia di diventare drammaticamente concreto anche da noi se si arrivasse ad estendere agli omosessuali gli effetti della Legge Mancino, la quale – com’è noto – condanna gesti, azioni e slogan legati all’ideologia nazifascista, e aventi per scopo l'incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali, etnici religiosi o nazionali.
    Paragonare l’orientamento sessuale alla razza o all’origine etnica, ai fini di quella legge, significa impedire l’espressione di qualunque giudizio negativo nei confronti di una categoria di soggetti giuridicamente protetti. Esattamente come accade nei confronti dei neri o degli zingari. L’estensione della Legge Mancino agli omosessuali impedirebbe, tra l’altro, qualunque forma di opposizione al matrimonio tra persone dello stesso sesso, così come oggi è vietato a chiunque sostenere che un uomo bianco non possa sposare una donna nera, o che una coppia di africani non possa adottare un bambino bianco. L’estensione della Legge Mancino agli omosessuali impedirebbe, tra l’altro, l’affermazione che omosessualità e transessualità appartengono oggettivamente alla sfera etico-morale, e come tali possono quindi essere sottoposte ad un giudizio di riprovazione.
    La nuova bussola quotidiana quotidiano cattolico di opinione online - Inghilterra, San Paolo «fuorilegge»

    Leader massone si lamenta con Hollande dei Veilleurs Debout: «Sta rinascendo la bestia immonda»
    José Gulino scrive a Hollande e chiede di incontrarlo: «Noi massoni francesi siamo allarmati dal crescente anti-massonismo in Francia»
    Leone Grotti
    Il Gran maestro del Grande Oriente di Francia, José Gulino, ha chiesto di incontrare il presidente della Repubblica francese Francois Hollande. Il leader massonico non vuole lamentarsi con il presidente della crisi economica che sta investendo il paese o della disoccupazione galoppante, ma «dell’aumento dell’anti-massonismo».
    «VIOLENZE DEI VEILLEURS DEBOUT». Gulino denuncia in una lettera a Hollande «le manifestazioni dei Printemps francais e dei Veilleurs Debout [movimenti nati dalla Manif pour tous, ndr] davanti ai nostri uffici» e le scritte anti-massoniche comparse sui muri «dei nostri locali di La Rochelle e Rennes». Queste «violenze», secondo il leader massonico, «rimettono in questione la laicità, che permette la libertà di coscienza e la concordia universale».
    «REPUBBLICA MINACCIATA». «Noi francesi massoni», continua Gulino, «abbiamo la Repubblica in fondo al cuore e il Grande Oriente di Francia, sentinella della Repubblica, pensa che l’aumento degli estremismi, dei comunitarismi, delle violenze verbali e dell’intolleranza minacci l’universalismo e la Repubblica, che è fragile perché aperta e tollerante». Una tolleranza poco notata dai manifestanti della Manif pour tous e dagli stessi Veilleurs Debout, che sono stati più volte arrestati solo perché protestavano contro il matrimonio gay.
    «RINASCITA BESTIA IMMONDA». Allarmati dalle azioni «di gruppuscoli che mettono in pericolo la libertà di espressione e di pensiero» e «davanti a questa rinascita della bestia immonda», i massoni francesi si aspettano da Hollande «risposte a questa crisi che mette in pericolo i valori repubblicani» e chiedono perciò un «incontro» al presidente della Repubblica. Visti i precedenti anti-cattolici di Hollande e del suo governo, che in un anno ha attaccato in ogni modo la Chiesa, non è difficile immaginare che l’incontro con i massoni ci sarà molto presto.
    Francia, massoni francesi chiedono incontro a Hollande | Tempi.it




    NO AL RAZZISMO, SÌ AL MASCHILISMO? THURAM VIENE ACCUSATO DALLA EX DI PERCOSSE, MA POI LEI CI RIPENSA
    L’ex compagna del calciatore francese Lilian Thuram lo ha denunciato per “averle sbattuto la testa contro il frigo tre volte” - Ma all’improvviso non solo ha ritirato la querela, ma il suo avvocato ha detto pubblicamente che “Thuram è una persona esemplare” - Ripensamento spontaneo o “aiutato”?...
    Alberto Mattioli per "La Stampa"
    Sarebbe stato davvero troppo imbarazzante. Per lui, l'eroe nazionale denunciato per «violenza coniugale» dall'ex compagna; per François Hollande, che martedì all'Eliseo gli deve appuntare sulla giacca la croce da ufficiale della Legion d'onore; e per la Francia, che lo ama per le sue battaglie quando ancora giocava a calcio e per quelle contro il razzismo quando ha smesso.
    Lui è il nero Lilian Thuram, 42 anni, popolarissimo ex calciatore titolare del record di presenze in Nazionale (in tutto 142) e di una Coppa del mondo nel ‘98, poi icona della lotta per l'uguaglianza, fondatore e presidente della Fondazione Thuram-Educazione contro il razzismo. Ha convissuto per sei anni (e fatto due figli) con Karine Le Marchand, 45 anni, conduttrice tivù di buona fama specie da quando presenta «L'amour est dans le pré», insensato reality show sui contadini che cercano l'amore fra il trattore e le vacche. I due sono separati da qualche mese: lo ha annunciato alla nazione lei, durante una trasmissione radiofonica.
    Però, come anticipato dal settimanale gossipparo «Closer» e confermato da fonti poliziesche, il 4 settembre madame Le Marchand ha presentato al commissariato del XVI arrondissement (il più chic di Parigi) una querela contro Thuram. Accusava l'ex difensore di Parma, Juventus e Barcellona di averla presa per i capelli e sbattuta contro il frigorifero «per tre volte». Il mito nazionale sarebbe, insomma, il solito maschio manesco, una figura tristemente nota anche in Francia dove nel 2011 sono state 122 le donne uccise dai congiunti.
    Poi madame Le Marchand ci ha ripensato e la sua avvocatessa ha fatto sapere a mezzo agenzie che non solo la sua cliente ritirerà la querela, ma deplora che la sua vita privata sia diventata pubblica e considera Thuram «una persona esemplare, dai valori morali molto forti e dalle battaglie sincere e nobili».
    Insomma, Thuram è scagionato. Meglio così, anche per la République. Giorni fa, il ministro dell'Educazione nazionale, Vincent Peillon, lo aveva voluto al suo fianco alla presentazione della Carta della laicità a scuola. E dopodomani Hollande potrà decorarlo con la coscienza serena.



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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    COBAIN
    Rino Cammilleri
    Cosa c’era all’origine del malessere esistenziale che portò il rocker Kurt Cobain, dei «Nirvana», a spararsi con un fucile a pompa nel 1994? Si aggiunse così alla schiera di quegli artisti (sempre rockers) che hanno deciso di farla finita a 27 anni o che a quell’età sono defunti farciti di droghe, alcol e farmaci (suicidio a rate).
    Ecco cosa disse di se stesso Cobain: «Dopo il divorzio dei miei genitori sono diventato asociale. Volevo disperatamente una famiglia classica. Madre. Padre».
    C’è tutto, ogni commento è superfluo.
    Antidoti » Blog Archive COBAIN » Antidoti



    Russia, proposta nuova legge anti-gay: via figli a genitori omosessuali
    Mosca (Russia), 5 set. (LaPresse/AP) - Un deputato russo ha presentato un nuovo disegno di legge che negherebbe la custodia dei figli ai genitori omosessuali. Il testo, pubblicato sul sito web del Parlamento, prevede che un "orientamento sessuale non tradizionale" sia la base per negare l'affidamento dei figli, assimilando così l'omosessualità ad alcolismo, uso di droga e abusi.
    La proposta arriva sulla scia di un'altra legge, che vieta la "propaganda" omosessuale diretta ai minori. I promotori del testo affermano che si tratti di una misura destinata a proteggere i bambini, non a reprimere la comunità Lgbt. Alexei Zhuravlev, l'autore della nuova proposta di legge, ha fatto riferimento alla misura precedente, spiegando di ritenere che la "propaganda" omosessuale debba essere vietata non solo nei luoghi pubblici, "ma anche all'interno delle famiglie".
    Europa. Russia, proposta nuova legge anti-gay: via figli a genitori omosessuali - LaPresse

    Se il relativismo è vero, perché le leggi russe sarebbero sbagliate?
    La domanda che ci facciamo è molto semplice: se il relativismo è vero, cioè se non esiste alcun Dio e dunque alcuna norma etica assoluta conoscibile dall’uomo, se non esistono un bene e un male oggettivi e definitivi a priori, se tutto dipende dal bias degli appartenenti ad una data società, se la morale è semplicemente “il costume del proprio paese e l’attuale sensazione dei propri coetanei”, con quale autorità e su quali basi si afferma che la legge contro l’omosessualismo di un Paese estero come la Russia è sbagliata (ma anche Moldavia e Lituania, che hanno applicato la stessa legge anche nel loro territorio)?
    In una civiltà secolarizzata, ci ripetono laici e omosessuali, non può esservi nulla di intrinsecamente sbagliato. Dunque perché una legge approvata in maggioranza dai rappresentanti dei cittadini di uno Stato sarebbe sbagliata? Sbagliata rispetto a cosa? E se il relativismo è il nostro approccio alla realtà, se la morale non si basa sul diritto naturale, chi decide che le leggi americane “pro-gay” sarebbero “migliori” o “superiori” o “più etiche” di quelle russe? Leggi giuste o sbagliate rispetto a cosa? Chi è il giudice e qual è il metro di confronto? Al massimo sarà un’opinione personale, ma di certo nessuno è autorizzato ad imporre la propria opinione, o quella di molte persone, ad uno Stato estero che in maggioranza ha approvato determinate leggi.
    Secondo molti media occidentali, in Russia i gay sarebbero perseguiti per legge e fucilati, buttati nei gulag sovietici aperti ancora una volta appositamente per loro. La realtà è ben diversa. Il sociologo Massimo Introvigne ha spiegato che la legge firmata dal presidente Putin il 30 giugno 2013 ha modificato l’articolo 6 comma 21 del Codice Federale sulle Contravvenzioni Amministrative, che – come dice il nome – si occupa di reati minori puniti normalmente con un’ammenda anziché con una pena detentiva. Il nuovo comma 21 vieta la propaganda, rivolta a minorenni, di «relazioni sessuali non tradizionali», e recita quanto segue: «S’intende per propaganda l’atto di distribuire a minorenni informazioni che (1) hanno lo scopo di creare atteggiamenti sessuali non tradizionali; (2) rendono attraenti i rapporti sessuali non tradizionali; (3) sostengono che il valore sociale delle relazioni sessuali tradizionali e non tradizionali è lo stesso; e (4) creano un interesse per le relazioni sessuali non tradizionali». Chi si rende responsabile di questa propaganda presso i minori non viene torturato o messo in croce – come si potrebbe credere leggendo certa stampa – ma deve pagare una multa massima di cinquemila rubli (114 euro).
    In risposta delle sciocche proteste occidentali contro la Vodka russa o le sterili polemiche di alcuni sportivi americani che partecipano ai Giochi olimpici (vietate ora dal comitato olimpico), la campionessa russa Yelena Isinbayeva ha semplicemente spiegato: «In Russia non abbiamo mai avuto questi problemi e non ne vogliamo avere nemmeno in futuro. Se si permette che vengano promosse e fatte certe cose per strada, è giusto avere molta paura per il futuro del nostro Paese. Noi ci consideriamo persone normali. Viviamo soltanto uomini con donne e donne con uomini. Certi atteggiamenti e certe parole sono irrispettosi verso il nostro Paese e per i nostri cittadini. Siamo russi e forse siamo differenti rispetto agli europei. Ma abbiamo la nostra casa e tutti devono rispettarla. Quando noi andiamo negli altri Paesi, cerchiamo di rispettare le loro regole senza interferire». Il ”Fatto Quotidiano” non potendo augurarle di essere stuprata per queste parole, come invece ha fatto un dirigente del Partito Democratico (con delega ai diritti umani!), ha dovuto parlare di “scivolone”. Ma quale scivolone, la Isinbayeva sa benissimo quel che dice e lo ha ripetuto in diverse altre circostanze (nonostante i furbissimi quotidiani in questo caso abbiano parlato di “marcia indietro”)!
    Se dunque la legge russa non è così terribile come la si descrive, la domanda provocatoria resta: se non esiste alcun criterio oggettivo in base a cui giudicare l’operato di un uomo o di uno Stato (tutto è relativo e soggettivo, ci viene detto), chi osa affermare che una legge di un Paese estero non è cosa buona e giusta? Su cosa si fonda questo bene e questo male? La risposta è una: se si vuole condannare una legge anti-gay occorre necessariamente abbandonare il relativismo e ammettere l’esistenza di qualcosa di sbagliato in modo assoluto -nel proprio Paese o in quello estero-, come la criminalizzazione degli omosessuali. Chi dice che tutto è relativo e nega un principio morale pre-esistente all’uomo sostiene che picchiare un’omosessuale non è sempre sbagliato ma dipende dall’opinione personale (è relativo!). Invece è sbagliato sempre, ed è una norma etica che ogni uomo trova dentro di sé e che che la tradizione cristiana chiama “diritto naturale”. Il secondo errore commesso dai critici delle leggi russe è non conoscere quel che criticano: queste leggi vietano la propaganda omosessuale verso i minori per la loro salvaguardia morale. Quanti genitori in Italia e in America sarebbero d’accordo che ai loro figli -di 8, 10, 15 o 16 anni- venisse proposto e apologizzato il comportamento omosessuale come atteggiamento normale e naturale da sperimentare il più possibile?
    Se il relativismo è vero, perché le leggi russe sarebbero sbagliate? | UCCR




    Inghilterra, guai a criticare il gay pride
    di Gianfranco Amato
    Disapprovare il gay pride può costare una denuncia penale in Inghilterra.
    È capitato al Reverendo Dr. Alan Clifford, un Pastore della Chiesa Riformata Scozzese di Norwich, che ha avuto la malaugurata idea di inviare agli organizzatori del locale gay pride due email con citazioni del Vangelo. La prima aveva come titolo dell’oggetto: «Cristo può curare – Buone notizie per gli omosessuali». La seconda, invece, indicava come oggetto: «Gesù Cristo – Il Salvatore di cui tutti abbiamo bisogno». I destinatari delle due missive telematiche non hanno evidentemente gradito il contenuto, e invece di cancellarle o rispondere per le rime, hanno deciso di denunciare il fatto alla polizia considerandolo un “hate incident”. Un evidente caso di odio omofobico.
    Così, un tranquillo sabato pomeriggio, il reverendo si è sentito bussare alla porta da un giovane poliziotto della Norfolk Constabulary. Immaginando che la visita fosse dovuta a qualche bagatella del vicinato (un furto, atti di vandalismo, rumori molesti), Il Dr. Clifford è trasecolato quando ha saputo che nei suoi confronti era stata presentata una formale denuncia per “homophobic hate”. Il poliziotto ha quindi invitato il reverendo a conciliare mediante il pagamento di una multa ridotta, oppure a verbalizzare la sua eventuale opposizione. Il Dr. Clifford, peraltro, viene descritto dal giornalista del settimanale The Spectator che lo ha poi intervistato, come una persona intelligente, colta e posata, il cui carattere è così «lontano dall’odio, come l’ombra dalla superficie del sole». Facendo leva sulla propria indole serena e dialogante, lo stesso Dr. Clifford ha cercato pacatamente di convincere il poliziotto dell’infondatezza dell’accusa rivoltagli, cominciando a spiegare – con il tono accademico che si confà ad un dottore in teologia – che il termine “omofobia”, deriva dal greco “fobia” che significa paura e non comprende quindi il concetto di odio.
    Quindi ha precisato: «Io ho certamente timore dell’influenza che l’omosessualità può avere nella società, ma questo non può certo essere considerato “odio”, a meno che il fatto stesso di criticare possa essere considerato “odio”». Poi, ha completato il suo ragionamento, specificando che le sue email erano definite nel sottotitolo come «Un appassionato invito alla conversione cristiana», ed ha domandato: «Può questo considerarsi odio? Noi non odiamo gli omosessuali, anzi li amiamo e vogliamo aiutarli; quindi anche se gli organizzatori del gay pride non hanno gradito l’invito, noi non siamo comunque colpevoli di alcun reato». Infine, ha evidenziato l’infondatezza degli addebiti dal punto di vista legale, citando il caso Handyside v UK (1976) trattato dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, in cui veniva riconosciuto il principio secondo il quale la libertà di espressione comprende non solo espressioni o idee che sono riconosciute come non offensive, ma anche «quelle che possono offendere, scioccare o disturbare ogni fascia o settore della popolazione, poiché così impone la natura pluralista, tollerante e liberale che necessariamente caratterizza una società democratica». Per apparire ancora più convincente lo stesso Dr. Clifford, inoltre, ha provato a citare anche il caso Redmond Bate v DPP (2000), in cui il giudice inglese Lord Justice Sedley si è pronunciato affermando: «La libertà di parola include non solo espressioni inoffensive ma quelle che possono irritare, sempre che esse non incitino alla violenza; una libertà di parola limitata solo alle espressioni inoffensive, non può considerarsi una piena libertà».
    La difesa del reverendo non ha però convinto il poliziotto, il quale si è limitato a reiterare l’offerta di pagare la multa approfittando della possibilità di riduzione. Una sorta di autovelox: catturata l’immagine della violazione omofobica, si può pagare una multa ridotta. Di fronte al rifiuto del Dr. Clifford, l’agente ha fatto rapporto al suo superiore, il quale ha trasmesso gli atti al Crown Prosecutor Service, corrispondente grosso modo alla nostra Procura della Repubblica. La questione non pare, a questo punto, mettersi bene per il denunciato.
    Come, infatti, abbiamo avuto modo di spiegare in questo giornale a proposito del disegno di legge Scalfarotto in materia di omofobia, in Gran Bretagna nessuna legge dà una definizione esatta del concetto di omofobia e transfobia. A supplire il vuoto normativo ci pensa direttamente il Crown Prosecution Service. In un documento ufficiale di quell’Autorità (44899 CPS – Hate Policy), la circolare in cui si delineano le direttive da seguire in materia, al punto 2.1 viene testualmente contemplato quanto segue: «There is no statutory definition of a homophobic or transphobic incident. However, when prosecuting such cases, and to help us to apply our policy on dealing with cases with a homophobic or transphobic element, we adopt the following definition: “Any incident which is perceived to be homophobic or transphobic by the victim or by any other person”» (Non esiste una definizione normativa di caso riferibile ad omofobia o transfobia, e al fine di attuare la nostra politica criminale in materia, noi adottiamo questa definizione: “Si ritiene riferibile a omofobia o transfobia ogni caso in tal modo percepito dalla vittima o da ogni altro soggetto”).
    Saranno quindi gli organizzatori del gay pride di Norwich a definire l’elemento oggettivo del reato di omofobia. Sarà bene, pertanto, che il reverendo Clifford cominci ad intensificare le sue preghiere quotidiane.
    La nuova bussola quotidiana quotidiano cattolico di opinione online - Inghilterra, guai a criticare il gay pride

    Arcigay denuncia musical
    Azione cattolica Bisceglie «No a accuse omofobia»
    BARI – L'Azione Cattolica diocesana – con una nota a firma del presidente, Antonio Citro – esprime la propria solidarietà alla "Comunità Arca dell’Alleanza" di Bisceglie (Bat) circa le accuse di omofobia che le sono state rivolte in merito all’iniziativa "Musical ed evangelizzazione per le strade e le spiagge" in particolare per la serata svoltasi presso l’Anfiteatro Mediterraneo di Bisceglie con il musical "Il mio canto libero (Scegli la vita!)". Ieri l’Arcigay nazionale aveva reso noto che la sera del 16 agosto, durante il musical che si teneva nell’Anfiteatro di Bisceglie un attore aveva esposto la teoria secondo cui "l'omosessualità deriva dalla mancanza della figura paterna e si cura con la preghiera".
    "Condividiamo completamente – scrive oggi il presidente dell’Azione Cattolica Diocesana – i contenuti espressi nella serata, principi stessi della Chiesa Cattolica, e ribadiamo quanto detto nel comunicato dell’Arcidiocesi dell’11 agosto 2013 in particolare 'il timore, in verità, è che venga ferito il diritto fondamentale alla libera espressione della propria opinione '".
    "Quanto detto afferma senza alcun dubbio ciò che è avvenuto in quella serata: il racconto di una storia vera di un omosessuale che scopre Dio e in quel caso riscopre anche la sua eterosessualità".
    "In una ricerca affannosa, vecchia quanto il mondo, si è sempre cercata un’idea di uomo: Diogene per tutta la sua esistenza ripete 'Cerco l’uomo', poi Nietzsche dice che 'l'uomo è l’animale non ancora definito; noi cristiani di oggi – aggiunge Citro - diciamo che l’uomo ha una dignità innata che lo rende sacro, e realizza pienamente la propria umanità solo nel rapporto di dono e di amore verso l’altro da sè e assimilato a sè dalla comune umanità. Siamo attenti a non creare il 'complesso dell’omofobia': chiunque presenti e pronunci il termine omosessuale è accusato di essere 'omofobo', cioè nemico delle persone omosessuali; il buon senso non è un optional, non passa di moda, recuperiamolo e facciamolo nostro, con serenità e senza paura".

    Finanza e politica, lo strano intreccio pro lobby gay
    di Angela Pellicciari
    Oggi il pensiero progressista fa proprie le ragioni del capitalismo finanziario.
    Ricorriamo a due notizie comparse in tempi diversi sul Corriere della Sera. Il 16 gennaio 2008 il giornale milanese riferiva di un "invito informale, qualche sera fa, all´università di Hong Kong, per una cena a buffet, a un patto: che gli studenti fossero tutti gay o lesbiche. Ospite della serata una banca d´affari, il colosso americano Lehman Brothers". L´iniziativa verrà ripetuta ovunque in Asia, compreso Singapore dove l´omosessualità è vietata, specificava il quotidiano. Il 12 novembre 2012 in un articolo dal titolo "Se le grandi banche decidono di combattere per i diritti dei gay" il Corriere scriveva: "Domani a Londra, per la prima volta in Europa, i big della finanza mondiale (Bank of America Merrill Lynch, Citi, Deutsche, Credit Suisse, Goldman Sachs, Hsbc) si confronteranno su come favorire i diritti dei dipendenti gay, lesbiche, bisex, transgender".
    Nel parlamento italiano a difendere la dignità dei gay dal pericolo dell´omofobia -ovvero della discriminazione e dell´intolleranza- in nome dell´uguaglianza, sono schierati in prima fila gli eredi del PCI. Non a caso il governo D´Alema nel 1999, poco prima di cadere, aveva presentato un disegno di legge il cui primo articolo dichiarava di perseguire "la piena attuazione del principio di uguaglianza, assicurando che le differenze di sesso, di razza, di origine etnica, di lingua, di religione o di convinzioni personali, di opinioni politiche, di disabilità, di età, di orientamento sessuale... non siano causa di `discriminazione´".
    Cosa accomuna ragioni economiche e politiche tanto diverse? Qual è il denominatore comune di banchieri, socialisti, ex marxisti e conservatori? La risposta è facile: la gnosi. Coloro che hanno una fiducia illimitata nelle diagnosi elaborate dalla propria ragione. Quanti vogliono cambiare il mondo a partire dai propri interessi sia economici che ideologici. Quanti vogliono imporre a tutti la propria sete di potere scambiata per ansia di giustizia. Il Novecento è stato la palestra, a sinistra come a destra, delle magnifiche realizzazioni della gnosi al potere. Oggi i rischi sono, se possibile, ancora maggiori. Ne I papi e la massoneria ho raccontato le ragioni dei papi nel combattere la gnosi. Adesso, al riguardo, c´è molto silenzio.
    La nuova bussola quotidiana quotidiano cattolico di opinione online - Finanza e politica, lo strano intreccio pro lobby gay

    I COSIDDETTI “PROGRESSISTI” VOGLIONO ABOLIRE “PADRE” E “MADRE”. TRE PASSI NEL RIDICOLO (E VERSO IL BARATRO).
    Antonio Socci
    Quasi cent’anni fa il grande Gilbert K. Chesterton prevedeva che la deriva della moderna mentalità nichilista sarebbe stata – di lì a poco – il ridicolo. Cioè la guerra contro la realtà.
    Intendeva dire che ciò che fino ad allora era stata un’affermazione di buon senso e di razionalità – per esempio che tutti nasciamo da un uomo e da una donna – in futuro sarebbe diventata una tesi da bigotti, un dogmatismo da condannare e sanzionare. Sosteneva che ci dovevamo preparare alla grande battaglia in difesa del buon senso.
    Chesterton infatti scriveva:
    “La grande marcia della distruzione culturale proseguirà. Tutto verrà negato.… Accenderemo fuochi per testimoniare che due più due fa quattro. Sguaineremo spade per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Non ci resterà quindi che difendere non solo le incredibili virtù e saggezze della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile: questo immenso, impossibile universo che ci guarda dritto negli occhi. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l’erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio. Saremo tra coloro che hanno visto eppure hanno creduto”.
    SPREZZO DEL RIDICOLO
    Viene da ricordarlo con una certa tristezza in questi giorni nei quali – seguendo la bislacca trovata del governo francese – anche in Italia sta cominciando a dilagare l’idea di sostituire, nella modulistica della burocrazia scolastica, le categorie “padre” e “madre” con la formula “genitore 1” e “genitore 2”.
    Tutto questo perché – secondo l’ideologia “politically correct” – si deve “desessualizzare la genitorialità”. Cioè perché la dizione “padre” e “madre” potrebbe essere sentita come discriminatoria da qualcuno.
    Resistendo allo sconcerto e al ridere vorrei provare a ragionare pacatamente con chi si fa alfiere di questo tipo di trovate. Anzitutto va sottolineato che “i fatti hanno la testa dura” e – con buona pace di certi opinionisti – tutti sulla terra siamo stati generati da un uomo e da una donna. In qualunque modo sia avvenuto il concepimento. Quindi la realtà contraddice le opinioni e soprattutto mostra che nessuno può sentirsi “discriminato” da quella formulazione perché tutti, proprio tutti, siamo stati generati da un padre e da una madre e dunque siamo loro figli.
    Ma oggi purtroppo la mentalità dominante afferma che se i fatti contraddicono le opinioni, tanto peggio per i fatti. Così, non potendo “abolire” la natura per legge, si decide di abolire le parole che “dicono” la natura delle cose (domani si potrà decretare per legge che due più due fa sette e che si deve chiamare notte il giorno e giorno la notte).
    DISCRIMINAZIONE PEGGIORE
    Torniamo al genitore 1 e al genitore 2. Il fatto è che con questa formula i “politicamente corretti” finiscono pure per creare discriminazioni peggiori.
    Anzitutto discriminano la stragrande maggioranza delle persone che continuano a sentirsi padri e madri – e non genitore 1 e genitore 2 – e continuano farsi chiamare dai figli “papà” e “mamma” (finché non verrà proibito).
    In secondo luogo con la nuova formulazione si discrimina il “genitore 2” che inevitabilmente diventerà secondario. Infatti per ovviare a questo problema al Comune di Bologna pare abbiano pensato di adottare un’altra dizione: “genitore” e “altro genitore”. Vorrei sommessamente notare che è egualmente discriminatoria verso uno dei genitori. E che entrambe poi sono formule fortemente sessiste, perché sia la “soluzione” veneziana che quella bolognese, usano il termine genitore al maschile, mentre la madre – se vogliamo usare un linguaggio non discriminatorio – è casomai “genitrice”. Ma, a quanto pare, in questo caso la discriminazione contro le donne viene ignorata e tenuta in non cale. Alla fine della fiera è evidente che i soli termini che non discriminano nessuno sarebbero “padre” e “madre”.
    Ma ormai l’ideologia dominante ha dichiarato guerra a padri e madri, alla famiglia naturale, alla realtà. E quindi dovremo subire la loro progressiva cancellazione linguistica. Non solo. L’epurazione del linguaggio andrà avanti (per esempio la parola “matrimonio”, che rimanda evidentemente alla mater, quindi alla generazione) e si dovrà estendere alla letteratura.
    DESESSUALIZZARE TUTTO
    Si dovrà censurare quasi tutto, dall’Odissea, dove Telemaco ha la sfrontatezza di aspettare il padre anziché il genitore 1, all’Amleto dove il protagonista vive anch’esso il dramma della morte del padre.
    Dalla Bibbia, dove la paternità di Abramo dà inizio all’Alleanza e dove Gesù insegna a pregare col “Padre nostro”, indicando in Maria la Madre, fino alla psicoanalisi.
    Anche la psicoanalisi dovrà cadere sotto i colpi del politically correct.
    Sigmund Freud nella “Prefazione alla seconda edizione” di “L’interpretazione dei sogni” scrive testualmente: “Questo libro ha infatti per me anche un altro significato soggettivo, che mi è riuscito chiaro solo dopo averlo portato a termine. Esso mi è apparso come un brano della mia autobiografia, come la mia reazione alla morte di mio padre, dunque all’avvenimento più importante, alla perdita più straziante nella vita di un uomo”. Come ha notato Hermann Lang “se Freud è da considerare il padre della psicanalisi” da questa citazione “risulterebbe che questa psicanalisi la deve essenzialmente alla relazione con il padre”. La psicoanalisi infatti ci spiega che il “padre” e la “madre” non sono soltanto l’ineludibile realtà umana da cui tutti siamo nati e nasciamo, coloro che hanno generato il nostro corpo biologico: essa ci svela che le loro diverse figure permeano pure la nostra psiche, fondano, in modo complementare, la nostra identità profonda e la nostra relazione con tutte le cose. Abolire il padre e la madre dunque rischia di portare all’abolizione (psicologica) dei figli.
    Ricordo solo un pensiero di Freud: “Non saprei indicare un bisogno infantile di intensità pari al bisogno che i bambini hanno di essere protetti dal padre” (da “Il disagio della civiltà”, in Opere, X, Boringhieri, Torino 1978, p. 565). Qua, come pure dove parla della madre, come si può “correggere” Freud? Non si può sostituire padre e madre con genitore 1 o genitore 2. Perché non sono intercambiabili. Padre e madre sono complementari. E ineliminabili.
    Ma tutto questo sembra non importare a questo o quell’assessore o politico o ministro o opinionista. Pare che nemmeno ci si accorga dell’enormità e della delicatezza di ciò che si va a spazzar via. Cosa volete che sia la cancellazione di una civiltà millenaria e della stessa natura umana. Basta una delibera del sindaco.
    I COSIDDETTI ?PROGRESSISTI? VOGLIONO ABOLIRE ?PADRE? E ?MADRE?. TRE PASSI NEL RIDICOLO (E VERSO IL BARATRO). ? lo Straniero



    Un’inclinazione errata
    Pubblicato da Berlicche
    Quando si va in montagna uno degli errori più tipici che fanno le persone inesperte e i ragazzini è quello di pigliare le scorciatoie.
    I sentieri che salgono verso le cime hanno quasi sempre la stessa inclinazione. Come fossero stati tutti tracciati dallo stesso progettista, in base ad arcane conoscenze.
    In realtà è la stessa fisiologia umana a dettarne la pendenza. Se un sentiero sale troppo poco si dovrà camminare molto a lungo per raggiungere la destinazione; se è molto inclinato la fatica stroncherà più in fretta. Tra questi due estremi c’è l’ideale per le nostre gambe.
    Quando si prende la scorciatoia che taglia il tornante dobbiamo mettere in conto rocce e crepacci, cespugli e buche, e la fatica supplementare dell’inclinazione scorretta. Se anche la strada percorsa sarà minore ogni metro ci costerà molto di più in storte, graffi e fiato. E alla fine pagheremo.
    Come sempre succede quando pretendiamo di forzare le leggi della natura, quando crediamo di saperne di più.
    L’escursionista esperto, con passo calmo e sempre uguale, giungerà per primo a destinazione e ci aspetterà. Aspetterà che impariamo dai nostri errori.
    Un?inclinazione errata | Berlicche


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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    La dittatura gay comincia da Casale Monferrato
    di Alfredo Mantovano
    Immaginiamo la scena. Una domenica sera di fine estate, una tranquilla città di provincia, un gruppo di associazioni di gay che riuniscono pacificamente i loro simpatizzanti per parlare della legge anti omofobia e per esporre le loro ragioni a sostegno dell’introduzione del matrimonio fra persone dello stesso sesso. Non fanno in tempo a iniziare: nella sala fino a quel momento serena irrompono militanti di organizzazioni ostili, i quali urlano, esibiscono t-shirt e cartelli offensivi, salgono sul palco dei relatori, costringono il convegno a interrompersi. Una vicenda così sarebbe andata subito fra i titoli di apertura dei tg serali, nelle prime pagine dei quotidiani del giorno successivo, qualche alta carica istituzionale si sarebbe precipitata sul posto per manifestare vicinanza agli organizzatori, il Senato si sarebbe riunito d’urgenza per approvare il prima possibile la legge anti omofobia nella versione più punitiva, e guai a chi avesse obiettato qualcosa. Dimenticavo: gli autori della vile aggressione sarebbero stati processati per direttissima.
    Domenica 22 a Casale Monferrato non è andata esattamente così. Tre pacifiche associazioni ecclesiali, Alleanza Cattolica, Comunione e liberazione e Movimento per la vita, organizzano nell’auditorium San Filippo un convegno dal titolo Gender, omofobia, transfobia. Verso l'abolizione dell'uomo?, col patrocinio dell'Ufficio per la Pastorale della salute della diocesi di Casale. Presente un pubblico di 150 persone, saluta un sacerdote – don Luigi Cabrino – in rappresentanza della diocesi; introduce una signora, Margherita Garrone, benemerita dei Centri di aiuto alla vita. Relatori l’avv. Giorgio Razeto, dei Giuristi per la vita, e il prof. Mauro Ronco, di Alleanza Cattolica. Un convegno si studio e di approfondimento, al quale assiste il sindaco di Casale, l’ing. Giorgio Demezzi: che l’aria non sia delle migliori lo si coglie prima dell’avvio, quando relatori e pubblico sono accolti all’ingresso da un picchetto di persone che indossano magliette e reggono cartelli con rivendicazioni dei movimenti gay.
    Il bello viene quando iniziano le relazioni: parla l’avv. Razeto e partono le prime provocazioni, tutto sommato soft, provenienti da una quarantina di molestatori che entrano in sala. La parola passa al prof. Ronco e si scatena il finimondo: nonostante le urla, i fischi, i “buuu” alternati ai “vergogna!”, Ronco va avanti col tono più calmo possibile, senza reagire, nemmeno verbalmente. Alle parole si accompagnano i gesti: c’è chi si mette di fronte al tavolo del convegno con le braccia allargate e grida al relatore che sta mentendo e non sa quello che di dice; una ventina di ragazze, reggendo dei cartelloni, salgono sul palco e si dispongono a cerchio attorno al tavolo stesso. Non potendo più proseguire, Ronco chiude l'intervento e invita il pubblico a lasciare la sala senza raccogliere provocazioni. Nel frattempo giungono due carabinieri, chiamati dal sindaco, ma il convegno è ormai rovinato, e la presenza dei militari evita ulteriori degenerazioni.
    Nessun tg, neanche quello regionale, riporta la notizia e il giorno dopo sui quotidiani nazionali non compare nemmeno un trafiletto di cento battute. Silenzio assoluto! Con una sola eccezione: presente all’incontro è un giornalista de Il Fatto quotidiano, Simone Badaucco, che ha cura di filmare le scene dell’irruzione e di pubblicarle sul sito del giornale (per vederle clicca qui e qui).
    Apprendiamo così che la contestazione è avvenuta da parte di attivisti e attiviste del Coordinamento Torino pride Glbt, unitamente al collettivo Altereva e ad Arcigay. Nella cronaca che accompagna il video pare cogliersi una giustificazione: “Nel corso dell’incontro – si legge – i relatori, dopo aver affrontato il tema dell’estensione della legge Mancino ai reati di omofobia e transfobia, hanno difeso a spada tratta la naturalità dell’unione tra uomo e donna minimizzando il problema dell’omofobia. Posizioni che hanno scatenato la contestazione del collettivo Altereva e di Arcigay che hanno bloccato l’incontro in segno di protesta.” Dal che si ricava che se qualcuno osa criticare l’applicazione della legge Mancino all’omofobia e alla trans fobia e addirittura arriva a difendere – senza spade: i relatori non le possedevano – la famiglia come “società naturale fondata sul matrimonio” fra uomo e donna, come recita l’articolo 29 della Costituzione, è giusto impedirgli di parlare.
    Già sarebbe stato grave interrompere una manifestazione in piazza sul medesimo tema, magari piena di slogan ma povera di approfondimenti. A Casale Monferrato l’interruzione del convegno – non è un dettaglio – è avvenuta quando a parlare era il prof. Mauro Ronco, ordinario di diritto penale all’università di Padova, già presidente dell’Ordine forense di Torino e già componente del C.S.M.: il che vuol dire che i contestatori non erano stati disturbati da frasi a effetto, non volevano proprio che venisse trattato il tema da chi non la pensa come loro, pur con ragionamenti fondati su logica e scienza giuridica.
    È possibile aggiungere, senza processi alle intenzioni, che la presenza del redattore de Il Fatto da un lato conferma il carattere preordinato dell’iniziativa – a prescindere da ciò che avessero detto, i relatori non dovevano parlare –, dall’altro che si contava su qualche reazione del pubblico per essere pronti, attraverso le riprese, a recitare la parte delle vittime. E la cosa non è riuscita.
    Gli attivisti e le attiviste del Coordinamento Torino pride Glbt, insieme col collettivo Altereva e con Arcigay meritano gratitudine. La loro impazienza è istruttiva: sì, impazienza; in fondo hanno anticipato con cartelli, urla e invettive quello che fra breve potrebbe essere scritto nelle sentenze. Bisogna essere loro grati perché, se ve ne fosse bisogno, hanno confermato nei fatti – concedendo quello che può essere definito un acconto – che, come il soggetto sociale realmente discriminato oggi è la famiglia, chi parla della famiglia come realtà di natura deve smetterla, con le buone o con le cattive. Con la consumazione di reati che resteranno impuniti o con norme di una legge liberticida che la Camera ha licenziato sull’onda di suggestioni irragionevoli. Sì, il gesto violento degli attivisti gay in una domenica di fine estate in una città di provincia, reso noto da un quotidiano ferocemente ostile ai principi naturali, può aprire gli occhi a chi finora sul punto ha piegato la schiena per quieto vivere. Come non dire loro grazie?
    La nuova bussola quotidiana quotidiano cattolico di opinione online - La dittatura gay comincia da Casale Monferrato

    Dieci ragioni per opporsi alla legge sull'omofobia
    di Gianfranco Amato
    Ci sono dieci ottime ragioni per opporti alla proposta di legge contenente disposizioni in materia di contrasto dell'omofobia e della transfobia.
    1) All’art.1 della proposta di legge (Orientamento sessuale e identità di genere) viene introdotta per la prima volta nel nostro ordinamento giuridico la definizione di «identità di genere» come la «percezione che una persona ha di sé come appartenente al genere femminile o maschile, anche se opposto al proprio sesso biologico».
    In questo modo la volontà individuale finisce per prevalere sulla realtà, per cui non si è uomo o donna secondo il dato oggettivo derivante dalla natura, ma secondo il pensiero soggettivo capace di determinare ciò che si vuole essere. Siamo al trionfo della teoria del gender, e all’apoteosi dell’ideologia relativista. Tutto ciò con buona pace del principio di certezza del diritto e di oggettività del reato, che, in questo caso, sarebbe del tutto rimesso ad un criterio d’identificazione meramente soggettivo (una sorta di autocertificazione) non empiricamente valutabile da parte del magistrato.


    2) Altro punto pericoloso contenuto nella proposta di legge è quello relativo alla punibilità con la «reclusione fino ad un anno e sei mesi» di chi «incita a commettere o commette atti di discriminazione motivati dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere della vittima». Questo significa, ad esempio, che non sarà più lecito sollecitare i parlamentari della Repubblica a non introdurre nella legislazione il "matrimonio" gay, o ad escludere la facoltà di adottare un bambino a coppie omosessuali, né sarà più lecito organizzare una campagna di opinione per contrastare l'approvazione di una legge sul "matrimonio" gay o sull’adozione dei minori agli omosessuali.


    3) In gioco non c’è soltanto la libertà religiosa ma la stessa libertà di opinione, poiché la proposta di legge, così come formulata, non potrà non avere gravi ripercussioni sui diritti fondamentali dell’uomo riconosciuti dalla nostra Costituzione, tra cui il diritto alla libertà di pensiero (art.21) e alla libertà religiosa (art.19).


    4) Per comprendere la gravità delle conseguenze della proposta di legge in questione, è sufficiente guardare cosa sta capitando nei paesi in cui è in vigore da anni (Francia e soprattutto Gran Bretagna).


    5) Identità di genere e orientamento sessuale, in realtà, non possono costituire una qualità paragonabile alla razza, all’origine etnica, ecc. rispetto alla non-discriminazione, perché diversamente da queste, essa appartiene oggettivamente alla sfera etico-morale. E vi sono ambiti nei quali non può considerarsi ingiusta discriminazione il fatto di tener conto della tendenza sessuale: per esempio nella collocazione di bambini per adozione o affido.


    6) Includere l’orientamento sessuale e l’identità di genere fra le considerazioni sulla base delle quali è illegale discriminare può facilmente portare a ritenere l’omosessualità quale fonte positiva di diritti umani, ad esempio, in riferimento alla cosiddetta “affirmative action”. Ciò è tanto più deleterio dal momento che non vi è un diritto all’omosessualità, che pertanto non dovrebbe costituire la base per rivendicazioni giudiziali. Il passaggio dal riconoscimento dell’omosessualità come fattore in base al quale è illegale discriminare può portare facilmente, se non automaticamente, alla protezione legislativa e alla promozione attiva dell’omosessualità. L’omosessualità di una persona sarebbe invocata in opposizione a una asserita discriminazione e così l’esercizio dei diritti sarebbe difeso precisamente attraverso l’affermazione della condizione omosessuale invece che nei termini di una violazione di diritti umani fondamentali.


    7) Le norme che si intendono approvare rispondono ad una mera prospettiva ideologica, del tutto inutile sul piano legale, godendo gli omosessuali degli strumenti giuridici previsti dal codice penale per i tutti i cittadini, contro qualunque forma di ingiusta discriminazione, di violenza, di offesa alla propria dignità personale.


    8) La Costituzione italiana, peraltro, già sostiene, all’art 3, che «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali».


    9) Si commenta da sola, poi, la proposta di modificare il terzo comma dell’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654, nei seguenti termini: «È vietata ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l'incitamento alla discriminazione (…) motivata dall’identità sessuale. Chi partecipa a tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi, o presta assistenza alla loro attività, è punito, per il solo fatto della partecipazione o dell'assistenza, con la reclusione da sei mesi a quattro anni. Coloro che promuovono o dirigono tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da uno a sei anni». Stiamo parlando di tutti coloro che ritengono giusto discriminare gli omosessuali in ordine alla possibilità di contrarre matrimonio e di adottare minori.


    10) L’impianto ideologico che sta dietro la ratio di questa proposta di legge si evince anche da una delle pene accessorie, ed in particolare dalla «attività non retribuita in favore della collettività da svolgersi al termine dell’espiazione della pena detentiva per un periodo da sei mesi a un anno», costituita da lavoro «in favore delle associazioni a delle persone omosessuali». Siamo alla rieducazione culturale di stampo maoista.
    La nuova bussola quotidiana quotidiano cattolico di opinione online - Dieci ragioni per opporsi alla legge sull'omofobia



    Denunciata coppia lesbica che diffondeva foto del figlio adottivo travestito da femmina
    Benedetta Frigerio
    Il tribunale prima affida il minore alle donne, poi glielo sottrae. Accade in Australia, dove i magistrati hanno sempre più dubbi sulle adozioni gay: «Oh mio Dio, ma cosa stiamo facendo?»
    Prima la legge ha permesso di dare in adozione alla coppia di lesbiche due bambini, poi per lo stesso motivo il tribunale ha denunciato le donne. Si tratta della decisione di una Corte australiana che ha sottratto alla coppia il piccolo Campbell (nome di fantasia). Il bambino, di 6 anni, veniva vestito come una femmina e le sue foto pubblicate normalmente su Facebook. Ma il dietro front del tribunale è quantomeno singolare: anche se non arriva a vestire un maschio da bimba cosa si presume che insegni una coppia omosessuale ai suoi figli, se non che l’identità sessuale è una scelta soggettiva? E se si accetta questo perché scandalizzarsi del singolo episodio?
    LA VICENDA. Campbell fu affidato alla coppia nel 2009, quando aveva 3 anni, insieme alla sorella di 12. Le pratiche svolte dall’agenzia Barnado’s Find-a-Family secondo la Corte australiana non hanno tenuto conto dell’instabilità della famiglia. Tanto che l’affido della sorella maggiore si era interrotto quando la coppia, dopo la lunga luna di miele e i trattamenti di fertilità per avere figli, aveva rotto la relazione per poi ricominciarla. Secondo quanto riportato dai media locali è stato proprio quando Abby se ne era andata che, quasi a volere una figlia femmina come loro, le donne avevano cominciato a vestire Campebell come lei.
    ISTITUZIONI SCONVOLTE. La notizia è emersa il mese scorso, quando la Corte Suprema ha revocato l’affido, dopo che la coppia era ricorsa in appello cercando di mantenerlo. Ma il bimbo vive ormai dal 2010 in un’altra famiglia. Il magistrato dei minori, Barbara Holborow, ha però deciso di indagare in tutte le agenzie di adozione che affidano figli agli omosessuali. La Holborow ha dichiarato sconvolta all’Herald Sun: «Oh mio Dio, ma cosa stiamo facendo?».
    Non solo, anche il ministro per la Famiglia, Pru Goward, turbato dalla notizia, ha deciso di aprire un’indagine rivolgendo agli inquirenti l’unica domanda da porsi: ha chiesto se durante le modalità di affidamento si tiene in considerazione il benessere del bambino. Con il silenzio imbarazzato dei difensori delle adozioni gay, che è cresciuto ulteriormente quando dall’indagine è emerso che, sebbene ci fossero problemi noti, la tutela dei diritti omosessuali ha prevalso su quelli della famiglia naturale: la vera madre del bimbo aveva più volte richiesto la custodia di suo figlio, vedendosi sempre negata la possibilità di riaverlo con sé.
    Lesbiche australiane denunciate per foto figlio travestito | Tempi.it

    Matrimoni gay. Irlanda del Nord boccia la legge: «Si vuole ridefinire l’idea di matrimonio»
    Emmanuele Michela
    Lunedì a Stormont è stata fermata la mozione dello Sinn Fein a favore dei matrimoni tra persone dello stesso sesso: «Differenza tra uomo e donna è fondamentale per crescita dei bambini»
    L’assemblea di Stormont ha rigettato con 53 voti contro 42 la mozione presentata dallo Sinn Fein per introdurre i matrimoni gay in Irlanda del Nord. La norma era già stata bloccata un mese fa per l’opposizione dei partiti unionisti. La proposta viene portata avanti per cercare di adeguare l’Ulster al resto del Regno Unito, dove la riforma dei matrimoni voluta dal governo Cameron è stata già accolta, aprendo alle nozze tra coppie omosessuali (ma deve ancora passare alla Camera dei Comuni per il secondo voto). Lunedì però a Belfast c’è stato l’ennesimo stop. «Questo voto è la dimostrazione che il matrimonio tra un uomo e una donna ha ancora un valore importante nella nostra società», è stato il commento di Tim Bartlett, sacerdote e rappresentante del Consiglio cattolico per gli affari sociali dell’Ulster. «Madri e padri sono importanti, e la differenza tra uomini e donne nella crescita dei bambini è fondamentale. La nostra società lo ha sempre riconosciuto, dando alle nozze tradizionali un valore speciale».
    DISCRIMINAZIONI. Il dibattito sul matrimonio gay è molto acceso dalle parti di Belfast: qui ogni estate si svolge il più grande festival dell’isola del mondo omosex, che richiama in città migliaia di persone. Ma, come ha commentato il Ministro delle Finanze Sammy Wilson, «se si accettasse un cambiamento nella definizione legale di matrimonio, allora coloro che sostengono visioni contrarie si troverebbero ad essere contro la legge. I loro diritti verrebbero violati».
    Matrimoni gay. L'Irlanda del Nord vota no | Tempi.it

    Regione, stanziati 170mila euro per chi decide di cambiare sesso
    Nello specifico si tratta di un finanziamento regionale al centro assistenza del Policlinico di Bari, per l’assistenza psicologica ai transgender
    Redazione
    La giunta Vendola ha stanziato 170mila euro per le attività di sostegno nel Policlinico di Bari a chi decide di cambiare sesso. Nello specifico si tratta di un finanziamento regionale al centro assistenza del Policlinico di Bari, per l’assistenza psicologica ai transgender.
    Immediato il commento del Pdl, che si schiera compatto contro la decisione. Si tratterebbe, a detta dei consiglieri di centrodestra, di una ''scelta ideologica che non tiene conto delle vere priorità del sistema sanitario regionale''.
    "Evidentemente la Sanità pugliese sta vivendo un periodo di vacche grasse, gli Ospedali che si diceva fossero chiusi si stanno invece moltiplicando, le liste d’attesa sono state completamente azzerate, ed in Puglia c’è la piena occupazione, invece dell’emigrazione dei nostri ragazzi c’è la ressa di intere masse alla ricerca della nostra fortuna, le imprese prosperano e crescono, e siamo tutti pieni di soldi- si ironizza dal PdL- Lungi dallo stare sprofondando in fondo a tutte le graduatorie nazionali, come emergerebbe dai dati che ci pervengono, stiamo evidentemente gioiosamente risalendo tutte le chine, se non abbiamo addirittura già raggiunto le agognate vette della felicità collettiva e non abbiamo più bisogno di niente, in un’abbondanza straripante.
    In questo contesto trionfale, in questa Regione in cui non ci sono nemmeno più malati e tutti vivono felici e contenti, Vendola si può evidentemente ben permettere di finanziare i cambi di sesso, come ha fatto erogando 170 mila euro belli sonanti per un apposito day hospital. O forse soltanto nella Puglia vendoliana non c’è più limite alla vergogna.”

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Quando il caos sale in cattedra
    di Tommaso Scandroglio
    “C’è del marcio in Danimarca”, diceva Marcello ad Orazio nell’Amleto di Shakespeare. E pare che avesse ragione se andiamo a vedere cosa succede al KaosPilots Institute, una scuola di specializzazione in design che è sorta nel quartiere latino di Aarhus, in Danimarca.
    Il KaosPilots è una business school di durata triennale in cui si dovrebbero formare i futuri leader e manager di domani. Riceve finanziamenti dalla UE e solo 35-37 studenti vengono accolti ogni anno a fronte di quasi mille richieste provenienti da tutto il mondo. Cosa ha di particolare questa scuola? Un indizio viene dal motto scelto dall’istituto, il famigerato aforisma di Nietzsche: “Bisogna avere il caos dentro di sé per partorire una stella che danzi”. Fedeli a questo motto, in cattedra ci sale il caos allo stato puro. Infatti non ci sono classi o materie specifiche, libri o lezioni nel vero senso della parola, ma molto è lasciato all’improvvisazione, all’estro creativo, al brainstorming. Lo spontaneismo è la stella polare e “danzante” che guida i docenti. E così spazio libero a “giochi energizzanti” come il tango, alla possibilità di seguire le lezioni sdraiati per terra a piedi scalzi oppure distesi su un’amaca. “Silenzio ragazzi!” è un imperativo ormai bandito tra queste pareti. Che ognuno faccia quel che gli pare secondo i sei principi di base dell’istituto: il gioco, il mondo reale, l’esperienza nata dalla strada, l’assunzione di rischi, l’equilibrio e la compassione.
    Lo stabile che ospita la business school è identico a un centro sociale: fatiscente, completamente coperto di graffiti, dentro disordine, arredi spogli e miseri. In particolare in un’aula giganteggiano su uno sfondo bianco due maiali che si accoppiano. L’idea che ha avuto il placet dell’Unione Europea e che è stata imitata anche in altre nazioni non è frutto della mente di qualche anonimo perdigiorno che ha trovato il modo di mungere le tasche dei contribuenti europei con questa trovata, bensì di Uffe Elbaek, ministro della Cultura danese. Il caos, insegnato e assimilato dagli studenti, pare che sia ciò che cerca l’Europa. Infatti il 33% degli studenti è diventato imprenditore e il 63% occupa ruoli manageriali. Solo il 4% è rimasto senza lavoro.
    Il KaosPilost è un’altra testimonianza del fatto che l’Europa stia rinnegando tutto il portato culturale della propria tradizione occidentale, nata dall’incontro tra Rivelazione cristiana, filosofia della Grecia classica e diritto romano. Infatti “imparare” in latino si traduce “discere”, da cui “discipulus”, cioè studente, e “disciplina”. Ciò a dire che il lavoro di studente è per sua natura connesso con una disciplina, con una regola di condotta e di apprendimento. Il caos è l’opposto dell’”ordo”, cioè dell’ordine e dunque senza regole. Infatti ciò che è caotico non si ripete mai uguale a se stesso, non è regolare.
    Cosa si intende invece per ordine? La tradizione scolastica che fa capo a Tommaso D’Aquino, ci dice che l’ordine è un piano, un progetto per condurre le cose al loro debito fine. L’ordine presuppone quindi uno scopo, il caos no, è senza fine e quindi senza senso. Se io mi prefiggo lo scopo di appendere un quadro ad una parete, ordinerò le mie azioni di conseguenza e cercherò gli strumenti per soddisfare il fine: andrò a prendere martello, chiodi e una scala, salirò su questa, fisserò il chiodo alla parete e infine appenderò il quadro. Tutte azioni ragionevoli, cioè comandate dal nostro intelletto che fissa delle regole, delle norme per realizzare l’intento prescelto. In tal modo chi deve apprendere qualcosa non può fare a meno dell’ordine: nei programmi di studio, nel processo di apprendimento, nel rispettare gli orari, negli spazi fisici dove si studia, etc. Il discente allora si sottopone ad una disciplina perché strada ineludibile per crescere sul piano culturale e formativo. A caso non si arriva de nessuna parte.
    Di conseguenza il caos che regna in quel di Danimarca ci fa comprendere che il maestro da ascoltare non è più la ragione, ma l’istinto animale, quello stesso istinto che ha portato i suini dipinti sulla parete dell’aula ad accoppiarsi. E l’istinto è per sua natura cieco, cioè non capace di prefissare obiettivi e poi trovare gli strumenti per realizzarli. Bene le tecniche di brainstorming, l’intuizione, il cambiare punti di vista, ma poi il tutto deve confluire non nello spontaneismo anarchico ma in una forma, cioè in qualcosa di ordinato. L’irrazionale, la spinta emotiva devono essere incanalate dalla ragione perché acquistino forza e direzione. Infine viene da domandarsi che tipo di professionisti la UE, con i suoi finanziamenti, intende offrire al mercato del lavoro e quale idea di “professione” abbia in animo di promuovere. Tutto sregolatezza e anarchia? Banale a dirsi, formatisi nel caos questi ingegneri, economisti, architetti etc. produrranno altrettanto caos nella società, progettando chissà quali abitazioni invivibili, definendo progetti di rilancio economico utopici e ipotizzando piani urbanistici da Alice nel Paese delle Meraviglie.
    Quando il caos sale in cattedra

    Matrimonio gay, l'Africa è sotto ricatto
    di Anna Bono
    Poche ore dopo la celebrazione in Francia del primo matrimonio omosessuale, in Nigeria la camera dei rappresentanti ha approvato all’unanimità una legge che proibisce i matrimoni gay e dichiara illegale la costituzione di organizzazioni in difesa dei diritti degli omosessuali.
    Per i trasgressori si prevedono pene detentive fino a 14 anni. La legge punisce inoltre con il carcere fino a dieci anni chiunque faccia da testimone o in qualche modo aiuti delle coppie omosessuali a sposarsi. Infine, proibisce, e sanziona con il carcere sempre fino a dieci anni, la creazione di club e organizzazioni gay e ogni pubblica manifestazione diretta e indiretta di omosessualità.
    Subito dopo l’approvazione, la legge, che aveva già ottenuto il voto favorevole del senato nel novembre del 2011, è stata inviata al presidente Goodluck Jonathan che la deve ratificare. Che lo faccia, però, non è del tutto scontato.
    Il problema non è dato dall’esistenza di potenti gruppi di pressione contrari alla legge. La condanna dell’omosessualità in Nigeria è generale sia negli stati del nord a maggioranza islamica sia in quelli del sud dove si concentrano i cristiani, e l’omosessualità è proibita fin dai tempi in cui il paese era una colonia britannica.
    Peraltro in tutto il continente africano i matrimoni omosessuali non sono ammessi e in molti stati l’omosessualità è illegale, punita anche con la morte.
    Tra i casi più recenti, ad aprile in Tunisia è stato arrestato per sodomia Mounir Baatour, un avvocato colto in flagranza insieme a un ragazzo in un albergo della capitale Tunisi. A maggio, in Zambia, è toccato a un militante gay, arrestato per le dichiarazioni fatte durante un programma televisivo in difesa del matrimonio tra persone dello stesso sesso e in favore della depenalizzazione della omosessualità.
    Pochi giorni dopo, sempre in Zambia, una coppia di uomini gay conviventi da diverso tempo sono stati a loro volta arrestati e rischiano fino a 14 anni di carcere per atti sessuali contro natura.
    Tornando alla Nigeria, ciò che ha rallentato l’iter della legge e potrebbe indurre il presidente Jonathan a non firmare il testo è il rischio di veder interrotti i finanziamenti internazionali della cooperazione bilaterale e multilaterale allo sviluppo, inclusi e anzi, in particolare, quelli destinati ai programmi di lotta all’AIDS.
    Recentemente il governo britannico ha infatti minacciato di sospendere gli aiuti ai paesi africani che violano i diritti degli omosessuali maschi e femmine. L’Unione Europea potrebbe seguire l’esempio della Gran Bretagna: nel 2011, mentre la legge era in discussione al senato, ha ufficialmente protestato, chiedendo al governo nigeriano di desistere dall’iniziativa. In un suo intervento, il parlamentare europeo Michael Cashman, dell’intergruppo LGBT (acronimo di Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender), aveva dichiarato:
    “Se questo progetto di legge venisse approvato, (i parlamentari nigeriani, n.d.a) dovranno riternersi responsabili delle complicazioni che sorgeranno tra l’Unione Europea e la Nigeria, complicazioni che riguarderebbero anche gli aiuti economici che attualmente diamo”. Anche gli Stati Uniti avevano alzato la voce nel 2011 e il presidente Obama aveva emanato una direttiva che imponeva al personale diplomatico e ai cooperanti USA di promuovere e proteggere i diritti degli omosessuali e dei transgender nigeriani.
    Se promulgata, la legge danneggerebbe per primi i programmi di lotta all’AIDS perché una parte dei fondi dell’UNSAID, il programma delle Nazioni Unite per l’AIDS/HIV, in Nigeria come altrove vanno a organizzazioni che lavorano con gli omosessuali, cosa che non sarebbe più consentita.
    Nel novembre del 2011 la parlamentare Ulrike Lunacek, copresidente dell’Intergruppo LGBT del Parlamento Europeo aveva tra l’altro affermato: “questo è un progetto di legge che si basa sull’idea errata che l’omosessualità non appartenga alla storia e alla cultura dell’Africa, credenza che nel corso della storia di qualunque continente è stata ampiamente smentita, dal momento che sono sempre esistite donne e uomini che si sono innamorati di persone del proprio sesso”.
    È una dichiarazione che lascia senza parole. Si può non essere d’accordo con l’iniziativa di legge nigeriana, ma di certo non è perché ritiene l’omosessualità estranea alle società africane tradizionali che il parlamento nigeriano è contrario ai matrimoni gay, bensì perché si preoccupa di tutelare la famiglia e i bambini.
    Per di più che il verificarsi di un comportamento ne legittimi l’esistenza è un argomento davvero debole: quel che è peggio, avvalora un principio pericoloso che consente di giustificare praticamente qualsiasi cosa.
    Matrimonio gay, l'Africa è sotto ricatto

    Arriva il festival lesbo e la sinistra esulta: "Un regalo e un affare"
    Polemiche su sedi prestigiose concesse gratuitamente
    Milano ancora capitale dell'orgoglio e della cultura omosessuale. «Stiamo facendo un regalo alla città» annuncia infatti sicura Katia Acquafredda, coordinatrice del Festival Lesbische Fuori Salone.
    Una rassegna con 13 eventi dal 29 settembre al 6 ottobre: proiezioni, concerti e incontri di vario tipo dedicati alla «questione di genere». E dieci luoghi, dalla Palazzina Liberty di largo marinai d'Italia, alla biblioteca Sormani al Cam Garibaldi. La maggior parte di queste location è stata concessa gratuitamente dal Comune, che ha dato anche il patrocinio. Visti i tempi di crisi e le prevedibili perplessità, l'assessore alla Cultura Filippo Del Corno ha cercato di prevenire le critiche: «A chi mi dovesse chiedere perché nonostante la congiuntura economica aiutiamo il festival - ha dichiarato ieri - dico che se lo facciamo è perché il festival sta aiutando la città». Ma poi ha anche voluto sottolineare che il sostengo dell'Amministrazione comunale all'iniziativa ha anche un valore più politico, o addirittura economico: «Se a Milano si respira un'atmosfera serena su questi temi - ha riflettuto - non è solo un segno di civiltà, ma anche di un fattore di sviluppo economico, basta vedere le guide turistiche straniere, dove la sezione gayfriendly ha uno spazio importante ed è sempre in espansione».
    Nonostante questa sorta di business previsto a Palazzo, l'evento ha suscitato anche rimostranze, per esempio quelle di Massimo Girtanner, consigliere di zona 6 del Pdl, che ha criticato la decisione di concedere al Festival lo spazio dell'ex Fornace. Quello che già prima di iniziare sembra un festival delle polemiche è stato presentato anche da Francesca Vecchioni, in prima linea su questo come sul tema del registro delle unioni civili: «Questo evento a carattere culturale - ha detto - è utile per sottolineare la diversità nel senso positivo del termine: la produzione culturale di una persona che ha occhi diversi dalla maggioranza non può che arricchire». Entusiasmo vero e proprio ha contagiato Anita Sonego, presidente della commissione Pari opportunità del Comune: «Sembra incredibile che siamo riusciti a organizzare un programma pazzesco, inoltre provo una gioia immensa perché il festival è patrocinato dall'assessorato alla Cultura e non da quello alle Politiche sociali come avviene di solito per iniziative simili: questo è un riconoscimento del suo valore culturale». Da domenica inizia dunque il programma del regalo per Milano, il dettaglio è sul sito Lesbiche Fuorisalone, alla Palazzina Liberty di largo marinai d'Italia con il concerto di Kat Frankie. Poi continua tutta la settimana, escluso il giovedì, e concentra gli appuntamenti nel week end: sabato 5 e domenica 6 ce ne sono sette in cartellone. L'ultimo, «Boston marriage» di David Mamet, chiude i sette giorni nella stessa location dell'inizio del Festival.
    Arriva il festival lesbo e la sinistra esulta: "Un regalo e un affare" - IlGiornale.it

    La lobby gay all'assalto del Mulino Bianco
    di Rino Cammilleri
    Chi si aspetta che chi qui scrive si lanci in una diatriba contro l’ideologia gay per il boicottaggio internazionale della Barilla resterà deluso. La prepotenza della mini-minoranza omo è ormai tale da avvolgere di ridicolo ogni sua ennesima pretesa. Del resto, alle carnevalate è avvezza, basta guardarla in parata nei cosiddetti Gay Pride («orgoglio»: ma de che? boh).
    No, mi pare piuttosto il caso di concentrare l’attenzione sull’origine del caso. Infatti, il vero responsabile dell’attuale bailamme-tempesta sulla Barilla è il cinismo di certi giornalisti che per un lettore in più o un punto di share sgozzerebbero la mamma in diretta. Partendo dalle dichiarazioni della solita Boldrini (enfatizzate dalla solita stampa, anziché trattate da quel che meritano: un’alzata di spalle e poi via ad occuparsi di cose serie), la quale lamentava gli spot pubblicitari dei prodotti casalinghi che vedono sempre una donna a servire a tavola, un paio di conduttori radiofonici hanno provocato Guido Barilla: perché non fate mai spot con «famiglie» (le virgolette sono mie) gay?
    E quello ha risposto, in pratica, che ognuno i suoi spot, coi suoi soldi, li fa come gli pare. Ma i summentovati conduttori avevano ormai trovato l’argomento da sicuro share e a quel punto non hanno smesso di incalzare il presidente del gruppo Barilla fino all’esasperazione e allo sfinimento, stringendolo all’angolo con una raffica di domande tendenziose (ben sapendo di metterlo in difficoltà, dato il trend politicamente corretto). Alla fine il Barilla ha dovuto dire quel che gli si stava cercando di strappare di bocca fin dal primo momento: se a un gay non piace il mio spot può comprarsi un’altra marca di pasta.
    «Malanno, tu sei scatenato, prendi il corso che vuoi», dice l’Antonio shakespeariano dopo avere aizzato il popolo di Roma contro gli assassini di Cesare. Adesso i conduttori-seminatori di zizzania, sazi e appagati, possono tornare a casa ad abbracciare i loro pargoli. Hanno fatto il loro mestiere, li pagano per questo. Bel mestiere, verrebbe da dire. Eppure è un mestiere ambitissimo, per il quale molti sarebbero disposti a tutto (ma proprio a tutto). E, se azzecchi la zizzania giusta, ci fai pure una folgorante carriera, finendo magari in prima, pagatissima, serata, attorniato da altri famelici che ti intervistano, ti fotografano mentre sei in vacanza, ti mettono in copertina mentre ti cambi il costume da bagno, invitano tua madre ai talkshow.
    Avete mai visto quei film «giudiziari» americani in cui uno esce dal tribunale e, sulle scale, è assalito da una torma di reporter alla disperata ricerca di una dichiarazione? Spintoni, gomitate, microfoni che sbattono tra loro, una turba scalmanata che corre dietro a quello, mentre lui cerca di guadagnare l’auto e magari li manda al diavolo a male parole. Giovani, è questo il mestiere che sognate? Contenti voi…
    Ora, l’«incauto» Barilla probabilmente si mangia le mani per avere accettato l’invito alla trasmissione. La lobby gay mondiale gliel’ha giurata e già i concorrenti di mercato si preparano a fargli le scarpe con spot gay-friendly. Ikea, Eatitaly e Benetton si sono adeguati da tempo, ora affilano le armi Buitoni e Garofalo, anche loro pastai internazionali. Ma per questi ultimi si apre il dilemma, sul quale faranno bene a riflettere prima di cedere al primo impulso: quanta pasta mangiano i gay e i loro amici ideologici? I favorevoli alla famiglia naturale sono ancora tanti e non so quanto uno spot in cui lui serve amorevolmente, con tanto di grembiulino, la pastasciutta al suo partner farà passare l’appetito a tutti gli altri. Ma vabbe’, prepariamoci.
    Prepariamoci, noi cattolici, tacciati di «omofobia», a un periodo di persecuzione. Ci siamo abituati: sempre le minoranze agguerrite e instancabili l’hanno avuta vinta e hanno imposto la loro dittatura sugli altri. Solo che le dittature giacobina, nazista e sovietica erano tetramente serie. Quella che si prepara è invece grottesca, e ritrovarsi in galera perché contrari alla «famiglia arcobaleno» sarà quanto meno imbarazzante da raccontare ai posteri.
    La lobby gay all'assalto del Mulino Bianco

    Gay, un arresto a Londra per avere letto San Paolo
    di Gianfranco Amato
    Gran Bretagna, Wimbledon, 1 luglio 2013, ore 16.50, davanti al Center Court Shopping Center.
    Questa è la scena in cui viene eseguito da tre agenti di polizia l’arresto di Tony Miano, quarantanovenne statunitense, ex Vice Sceriffo della Contea di Los Angeles oggi “street preacher”, predicatore di strada, che ha avuto la disavventura di commentare in pubblico il Capitolo 4 della Prima Lettera ai Tessalonicesi di San Paolo, nel punto in cui si condanna l’immoralità sessuale. Alcune ore prima, infatti, un’adirata signora, dopo aver apostrofato Tony Miano con un sonoro «F... off», ha richiesto l’intervento della polizia, sentendosi minacciata ed offesa dalle «affermazioni omofobiche al vetriolo» udite durante la predica.
    Da qui l’arresto disposto ai sensi dell’art.5 del Public Order Act, con l’aggravante omofobica. Al reo la polizia propone di accettare una multa di 90 sterline e la garanzia di poter tornare nel Regno Unito, minacciando di sottoporlo, in caso di mancata accettazione, ad un formale interrogatorio. Tony, ritenendo di non aver commesso alcun reato, chiede l’intervento di un avvocato. A quel punto, dopo le fotografie di rito, la registrazione delle impronte digitali ed il prelievo di un campione di DNA, viene tenuto per più di sette ore in una cella con una toilette priva, peraltro, di carta igienica. Alle 21.08, nella Stanza Interrogatori n.3 della Wimbledon Police Station, Tony Miano subisce l’interrogatorio.
    Ho ricevuto dagli amici e colleghi avvocati del Christian Legal Center il verbale di quell’interrogatorio, che merita di essere trascritto in alcuni suoi passi, apparendo il relativo contenuto assai più eloquente di tanti astratti ragionamenti attorno al tema.
    I soggetti coinvolti nell’interrogatorio sono il Police Interviewer (P), l’arrestato Tony Miano (T), e il suo avvocato Michael Phillips (A):
    (…)
    P: «Vuole dirci cosa stava facendo fuori dal Center Court Shopping Center oggi pomeriggio?»
    T: «Stavo predicando il Vangelo».
    P: «Lo stava facendo da solo?»
    T: «No, ero insieme a degli amici, alcuni dei quali vengono dagli Stati Uniti, altri sono di Londra».
    P: «Da quanto tempo predica il Vangelo?»
    T: «In tutta la mia vita?»
    P: «No, intendo recentemente in questo Paese»
    T: «Dallo scorso 22 giugno».
    (…)
    P: «Quindi Lei predica il Vangelo. C’è una parte specifica del Vangelo che Lei è solito predicare?»
    T: «No. Tutto il Vangelo»
    P: «Quindi Lei comincia dall’inizio e prosegue?»
    T: «Si. Di solito inizio predicando diversi passaggi delle Sacre Scritture. E una parte della predicazione del Vangelo è costituita dalla condivisione della legge di Dio, al fine di rendere le persone consapevoli dei propri peccati in modo da far comprendere loro l’esigenza di salvezza».
    (…)
    P: «Bene, veniamo ora alle circostanze del Suo arresto. Ricorda esattamente le modalità in cui Lei è stato arrestato? Gli eventi che lo hanno determinato? Le ragioni per cui Lei pensa di essere arrestato? Indipendentemente dal fatto che Lei condivida o meno tali ragioni»
    T: «Certo. Stavo predicando un passaggio del Capitolo 4 della Prima Lettera ai Tessalonicesi di San Paolo»
    P: «Questo deve consentirmi di scriverlo»
    T: «Certo»
    P: «1 Tessalonicesi…»
    T: «Capitolo 4»
    P: «Grazie»
    T: «In quel passaggio biblico, l’apostolo Paolo esorta i Tessalonicesi ad astenersi da tutte le forme di immoralità sessuale, ed a vivere un’esistenza santa, ovvero coerente con Dio e la santità di Dio.
    P: «Quindi Lei stava predicando quel Capitolo, o meglio alcuni versi dei quel capitolo?»
    T: «Esatto»
    P: «E dopo cosa è accaduto?»
    T: «Stavo predicando sulle varie forme di immoralità sessuale, relative sia agli omosessuali che agli eterosessuali, compresa la fornicazione, ovvero il sesso fuori dal matrimonio»
    P: «Bene»
    T: «Così come predicavo sull’adulterio, non solo inteso come tradimento del coniuge ma anche come desiderio lussurioso. Gesù ha, infatti, detto che chiunque guarda una persona con concupiscenza, ha già commesso adulterio nel suo cuore. Ho anche predicato che tutte le forme di immoralità sessuale sono un peccato agli occhi di Dio. Peccato che Dio giudicherà, ma peccato che Dio può anche perdonare. Ebbene, prima che riuscissi a completare la declamazione della buona novella del Vangelo, sono stato interrotto. Stavo ancora parlando della legge di Dio, quando sono stato interrotto, proprio sul punto in cui avrei dovuto affrontare il tema del perdono e del dono della vita eterna grazie alla fede in Gesù Cristo».
    (..)
    P: «Qual è stata la reale intenzione di quello che ha fatto oggi?»
    T: «La mia unica intenzione deriva dalla mia fede cristiana che mi insegna di amare Dio con tutto il mio cuore, la mia anima e la mia mente, e di amare il mio prossimo come me stesso. E il più grande gesto d’amore che potrei fare per il mio prossimo è quello di mettere in guardia dalla collera di Dio contro il peccato ed indicare l’unica Persona che può perdonare, ossia Gesù Cristo»
    P: «D’accordo»
    T: «Quindi il mio solo intento era quello di amare il mio prossimo mediante il Vangelo»
    P: «D’accordo, ma Lei crede a causa della Sua religione che l’omosessualità sia un peccato?»
    T: «Certamente»
    P: «Come pensa che la gente possa percepire questo?»
    T: «Io penso che sia assolutamente importante distinguere tra l’omosessualità come peccato e l’individuo come peccatore. Una persona che pecca contro di Dio è sottoposta alla giustizia divina indipendentemente dal tipo e dalla natura del peccato. Questo vale anche per una persona che mente, una che ruba, una che prova nel proprio cuore rancore, risentimento, odio, una persona scontenta dei doni che Dio gli ha regalato e invidia ciò che hanno gli altri, una persona che pronuncia il nome di Dio invano, che è egoista»
    P: «Va bene»
    T: «Vorrei tornare alla distinzione tra l’atto in sé e la persona che ha l’inclinazione a compiere l’atto. Non è la stessa cosa. Non si può dire che una persona è malvagia solo perché ha un’inclinazione all’omosessualità.(…) Il punto è che tutti noi siamo peccatori e indegni della gloria di Dio. Ecco perché quando oggi parlavo pubblicamente non lo facevo soltanto nei confronti dell’omosessualità ma di tutte le forme di fornicazione. Fornicazione eterosessuale, adulterio eterosessuale, desiderio concupiscente, e tante altre forme di sessualità immorale che rappresentano un peccato agli occhi di Dio»
    P: «D’accordo. Mi faccia fare un esempio giusto per capire meglio. Deve scusare la mia ignoranza in materia religiosa. Quindi, se due uomini passeggiano tenendosi per mano, e a Lei appaiono due omosessuali, li considererebbe peccatori?»
    T: «Sì»
    P: «Bene, questo è quello che volevo sapere. Quindi , tenendo conto del senso della parola peccato, a questo riguardo, Lei non pensa che quello che ha fatto oggi, predicare il Vangelo facendo apprezzamenti sul fatto che l’omosessualità sia un peccato, possa aver indispettito qualcuno?»
    T: «Io penso che potrebbe aver indispettito qualcuno, perché molti amano il proprio peccato. Io penso che se qualcuno fosse passato mentre io parlavo a proposito della menzogna, e quel qualcuno avesse appena mentito, probabilmente si sarebbe indispettito. La stessa cosa sarebbe successa se avessi parlato dell’odio nei confronti del prossimo e qualcuno che cova rancore nel profondo del proprio cuore fosse passato da lì. Tutto ciò dipende dal fatto che la gente non ama sentirsi rinfacciare il proprio peccato contro la santità di Dio»
    P: «Sì ma il punto è che non tutti hanno un sentimento religioso, e quindi non tutti vedono l’omosessualità come un peccato. Non è così?»
    T: «Non penso che il punto sia rilevante, perché Dio lo vede come un peccato».
    (…)
    P: «Così Lei invece è offeso da questo perché è religioso?»
    T: «Offeso da cosa, scusi?»
    P: «Dall’omosessualità»
    T: «Gli omosessuali non mi fanno nulla»
    P: «No»
    T: «Loro offendono Dio, perché…»
    P: «Va bene. Non la offende»
    T: «Proprio come i miei peccati offendono Dio»
    P: «Non La offende?»
    T: «No. Io non nutro né rancore né risentimento»
    P: «Va bene»
    T: «Nei confronti degli omosessuali o…»
    P: «Questo è quello che volevo sentire. Lei non ha, non ha…»
    T: «Io non ho nessuna rabbia nei loro confronti»
    P: «E non li ha mai discriminati?»
    T: «No»
    P: «Quindi se qualcuno che Lei sa essere un omosessuale venisse da Lei e Le chiedesse un favore, Lei sarebbe disposto a farglielo?»
    T: «La parola di Dio mi dice di amare il mio prossimo come me stesso»
    P: «Va bene»
    T: «Questo vuol dire che se un omosessuale viene da me e mi dice: “Ho fame e ho bisogno di mangiare”, io lo porterei nel più vicino ristorante e gli darei da mangiare e condividerei con lui la parola del Vangelo, perché lo amo»
    P: «Bene, mi dica allora cosa stava facendo oggi, visto che dagli atti risulta che Lei abbia offeso qualcuno».
    (…)
    P: «Il punto ovviamente è sempre quello che Lei già sa. Io comprendo le Sue opinioni religiose e il fatto che Lei stesse predicando il Vangelo. Come Le ho detto prima, però, non tutti sono religiosi. Pertanto non tutti, ovviamente, hanno la Sua stessa conoscenza del Vangelo»
    T: «Giusto»
    P: «Io certamente no, per esempio. Quindi, Lei accetta che quello che Lei dice può offendere qualcuno?»
    T: «No. Non lo accetto. Io ho anche visto persone con le lacrime agli occhi convertirsi alla fede di Gesù Cristo, dopo aver preso coscienza del proprio peccato contro Dio. Per me, ciò che conta è la parola di Dio a proposito della natura umana, indipendentemente da quello che una persona esprime con la bocca, con il comportamento o con il linguaggio del corpo, e anche se qualcuno dicesse di sentirsi offeso o insultato, questo potrebbe non essere vero. Potrebbe benissimo verificarsi il caso che quella persona si sia convinta nel cuore, ma non voglia darlo a vedere a chi l’ha convinta»
    P: «Va bene»
    T: «E questa, tra l’altro, è sempre la mia speranza».
    P: «Va bene»
    T: «La mia speranza è che quella signora che mi ha denunciato vada a casa stasera, si penta del suo peccato e confidi nella misericordia salvifica di Nostro Signore Gesù Cristo, che un giorno potrei adorare nei cieli accanto a lei»
    P: «Va bene. Ho un’ultima domanda per Lei. Crede che quello che Lei ha fatto possa essere accettabile in un luogo pubblico?»
    T: «Assolutamente»
    P: «Io non so quanta della gente che camminava oggi avesse in mente solo il campionato di tennis, ma Lei crede davvero che quello che ha fatto, le cose che ha detto fosse accettabile dal 100% delle persone in un luogo pubblico?»
    T: «Non solo accettabili dal 100%, ma anche volute da Dio».
    P: «Va bene»
    T: «Io sono stato inviato da Dio ad amare il mio prossimo e proclamare il Vangelo a quanta più gente posso raggiungere»
    P: «Lo farebbe di nuovo domani?»
    T: «Se avessi la possibilità, sì»
    P: «Va bene. Va bene. Ho capito. Ho fatto la domanda che avevo bisogno di fare. Questo è il Suo interrogatorio, ovvero la possibilità di dare la Sua versione dei fatti in ordine alle circostanze che hanno determinato il Suo arresto, e a qualunque altro elemento utile al caso. Ha qualcos’altro da riferire o aggiungere prima che venga spento il registratore?»
    T: «Non penso. Ritengo di aver detto tutto».
    A: «Io avevo solo un paio di domande. Cosa risponderebbe a qualcuno che dicesse che Lei stava cercando di insultare le persone?»
    T: «Direi che si sbaglia»
    A: «E perché direbbe così?»
    T: «La ragione per cui ero là fuori a predicare. La ragione per cui sono venuto a Londra dal Sud della California è che amo il mio prossimo e intendo trasmettere a tutti la verità del Vangelo. Io spero di essere uno strumento di Dio per condurre le persone al pentimento ed alla conversione nella fede in Gesù Cristo. Non c’è mai stato in me nessun intento di offendere, e nessun intento di infiammare gli animi. Certo la gente non sarà d’accordo con tutto quello che dico, così come io non sono d’accordo con tutto quello che la gente dice. Ma la mia intenzione è amare il mio prossimo come lui ama me, e condividere il Vangelo, in modo che io possa ricevere il perdono per i miei peccati e la grazia della vita eterna. Questo è il motivo per cui sono venuto a Londra l’anno scorso durante le Olimpiadi. Questo è il motivo per cui sono venuto a Wimbledon quest’anno. E questo è il motivo per cui spero di ritornare molte alte volte in futuro. Perché io amo questo Paese e amo la gente di questo Paese. E non voglio vedere nessuno condannato alla dannazione eterna».
    A: «Un’altra domanda in merito al contesto culturale. Qualcuno potrebbe dire che il Suo comportamento è molto americano e che gli Stati Uniti sono un Paese molto più religioso del nostro. Lei cosa replicherebbe?»
    T: «Beh, certamente riguardo a questo tema, in realtà, non ci sono differenze tra i nostri due Paesi, dal punto di vista culturale. So cosa accade nel vostro Paese e posso assicuravi che da noi è esattamente lo stesso. Il messaggio che ho predicato ieri è lo stesso che continuo a predicare nel mio Paese, perché i temi sono esattamente gli stessi».
    (…)
    Quanto accaduto a Wimbledon dovrebbe davvero far riflettere tutti i politici italiani che in questi giorni, con un solerte zelo bipartisan, si battono per accelerare il dibattito parlamentare sulla legge ambigua e scivolosa con cui si pretende di combattere la cosiddetta omofobia.
    Tempo fa, intervenendo sul tema, mi chiesi se, a seguito di qualche improvvido intervento legislativo, nel nostro Paese sarebbe stato ancora possibile per un cattolico sostenere – senza per questo essere tacciato di omofobia – che l’omosessualità rappresenta una «grave depravazione» (Gn 19,1-29; Rm 1,24-27; 1 Cor 6,9-10; 1 Tm 1,10.), che i suoi atti «sono intrinsecamente disordinati» (Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, Dich. Persona humana), e «contrari alla legge naturale», poiché «precludono all’atto sessuale il dono della vita e non costituiscono il frutto di una vera complementarietà affettiva e sessuale» (art. 2357 del Catechismo della Chiesa Cattolica).
    A tale preoccupazione qualcuno replicò che si trattava di infondato allarmismo, di considerazioni semplicemente risibili. Beh, guardando ciò che è successo a Wimbledon, pare evidente che ci sia davvero poco da ridere.
    Gay, un arresto a Londra per avere letto San Paolo

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Democrazia anti-cristiana
    di Riccardo Cascioli
    Non solo è inquietante il filo rosso anti-cristiano delle azioni delle attiviste di Femen, ancor più lo è la reazione ostentatamente “morbida” delle forze di polizia nei vari paesi europei teatro delle esibizioni delle donne in topless. Se poi - vedi la Francia - mettiamo a confronto la tolleranza di cui godono gli attacchi delle Femen con l’inaudita violenza usata dalle forze di polizia ai danni dei pacifici dimostranti contro le unioni omosessuali, l’inquietudine diventa allarme.
    Il fenomeno è così evidente che il governo francese dovrà rendere ragione della sua disparità di trattamento al Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa. Tale organismo riunisce gli ambasciatori dei 47 paesi che fanno parte del Consiglio d’Europa; esso esercita soprattutto un potere di controllo sugli Stati per quanto riguarda il rispetto della democrazia, dei diritti umani, e dello stato di diritto.
    Nei giorni scorsi quindi è stata presentata un’interrogazione al Comitato dei ministri da parte di Luca Volontè, presidente del gruppo del Partito Popolare Europeo all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, il quale ricorda la violenza gratuita delle forze di polizia contro quell’enorme folla che nelle settimane scorse ha sfilato pacificamente per Parigi per protestare contro la legge – voluta dal presidente Holland – che permette il matrimonio a persone dello stesso sesso e addirittura l’adozione. Ci sono numerose riprese fotografiche e video che mostrano come le forze francesi abbiano usato il pugno di ferro contro i manifestanti, tra cui numerose donne e bambini.
    La violenza è poi divenuta intimidazione: si ricorda il caso dell’uomo costretto a pagare una multa salata perché indossava una t-shirt con il logo della manifestazione, e poi i 67 giovani arrestati e tenuti in guardiola per una giornata intera solo per aver protestato (peraltro in silenzio) vicino alla sede dell’Assemblea Nazionale.
    Dall’altra parte, invece, le attiviste di Femen godono di una impunità ben poco comprensibile all’apparenza, visto che le loro aggressioni contro persone e luoghi di culto si stanno moltiplicando. Perciò l’interrogazione chiede anche che il Consiglio d’Europa intervenga per far cessare in Francia le violenze delle forze dell’ordine contro i cristiani, oltre che indagare sulle attività di Femen.
    La Francia però è solo la punta dell’iceberg, come ha dimostrato un convegno organizzato a Bruxelles sempre in questi giorni da una organizzazione non governativa cristiana. Qui sono stati messi in evidenza i nuovi attentati alla libertà di coscienza sulle leggi che riguardano il matrimonio, l’adozione omosessuale e la non discriminazione. C’è un clima di crescente ostilità e intolleranza in Europa – è stato denunciato – nei confronti del cristianesimo e delle persone legate alla famiglia e alla morale naturale. E questa ostilità si traduce in una violenza sempre più aperta e tollerata, anche da giornali e tv.
    Non è la prima volta che si mettono in rilievo forme di discriminazione e ostilità nei confronti dei cristiani in Europa, ma ciò che sta accadendo in Francia segnala un pericoloso salto di qualità, con lo Stato direttamente coinvolto in violenze e soprusi contro i difensori del diritto naturale.
    La dittatura del relativismo è una realtà concreta.
    Democrazia anti-cristiana

    La Francia moderata si ribella
    I sindaci contro le nozze gay
    Migliaia di funzionari di stato civile firmano una petizione per l'obiezione di coscienza: deciderà il Consiglio costituzionale
    Roberto Fabbri
    Braccio di ferro in Francia sulla sempre controversa questione dei matrimoni tra omosessuali. Il governo socialista li ha voluti a tutti i costi, ignorando il messaggio lanciato dalle sempre affollatissime manifestazioni dei francesi contrari al mariage pour tous.
    Ma ora che sono legge dello Stato le proteste della Francia moderata non sono finite. Stavolta sono i funzionari municipali a chiedere libertà di coscienza. Addirittura ventimila tra sindaci e vicesindaci hanno firmato una petizione per il diritto di rifiutarsi di celebrare matrimoni che non sentono come legittimi.
    La questione dell'obiezione di coscienza è finita davanti al Consiglio Costituzionale, organo che ha la funzione primaria di verificare la costituzionalità delle leggi. Infatti sette sindaci, guidati dal portavoce del collettivo Sindaci per l'Infanzia Franck Meyer, hanno sollevato questione di costituzionalità davanti al Consiglio di Stato: a loro avviso le sanzioni previste dalla legge Taubira (quella che regola le cosiddette «nozze gay») contro gli ufficiali di stato civile che rifiutano di celebrare matrimoni tra persone dello stesso sesso violano la libertà di coscienza che è appunto garantita dalla Costituzione. Di tutt'altro avviso il governo, secondo cui sindaci e funzionari altro non sono che meri rappresentanti dello Stato, tenuti come tali ad applicare le sue leggi. Il Consiglio di Stato ha deciso rinviare la questione al Consiglio Costituzionale, che se ne occuperà domani in una prima seduta dedicata alle arringhe, cui seguirà una decisione in data ancora imprecisata.
    «Chiediamo solo il rispetto delle nostre convinzioni più profonde - ha detto al quotidiano Le Figaro Bernard Piot, sindaco di Lignol-le-Chateau, un paesello di 200 abitanti nel sud della Francia -. Davanti a una legge che le offende bisogna avere la possibilità di dire no. La libertà di coscienza e di religione è garantita dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo e nel preambolo della Costituzione francese».
    Piot non si è limitato a parlare con i giornalisti: la settimana scorsa il consiglio comunale di Lignol-le-Chateau ha votato su sua iniziativa una deliberazione che autorizza il sindaco e i suoi vice «a fare atto di obiezione di coscienza nel quadro delle loro funzioni di ufficiali di stato civile». La deliberazione è stata sospesa da un tribunale amministrativo, ma l'esempio di Piot è stato seguito da altri sindaci, innescando un processo che ha portato fino all'intervento del Consiglio costituzionale.
    La sfida sull'obiezione di coscienza in tema di matrimoni omosessuali non è l'unico esempio di resistenza in Francia a un'offensiva laicista e «politicamente corretta» guidata dalla sinistra del presidente François Hollande. Risale a pochi giorni fa la decisione del governo di fare affiggere in tutte le scuole del Paese un «decalogo della laicità» che ha spinto l'opposizione e molti intellettuali a reagire denunciando un'aperta offensiva contro la libertà religiosa e la neanche velata intenzione di imporre agli scolari una sorta di pensiero unico di Stato.
    Il caso di cui i «saggi» esperti di costituzionalità sono chiamati a occuparsi vede invece contrapposte due visioni: quella più liberale secondo cui «un eletto del popolo deve avere la stessa libertà di coscienza garantita ad avvocati, medici e magistrati», e quella più statalista per la quale «lo Stato non può accettare che l'applicazione delle leggi repubblicane dipenda dalle convinzioni personali» degli ufficiali di stato civile».
    La Francia moderata si ribella I sindaci contro le nozze gay - IlGiornale.it

    Grida all'avversario «Finocchio»
    Espulso, si difende: «È il suo nome»
    È accaduto nel derby Primavera tra Bologna e Parma,
    in campo il 18enne casertano Francesco Finocchio
    Sandro Di Domenico
    “FINOCCHIO, VIA LA PALLA!”. Non un insulto, ma il nome proprio di un calciatore avversario, il casertano Francesco Finocchio, è costato l’espulsione dell’allenatore del Bologna Primavera sabato scorso. L'occasione, il derby emiliano con il Parma giocato all'ombra delle Due Torri. In campo, sul risultato di 2-2 e pochi spiccioli di partita ancora da giocare, un giocatore rossoblù resta a terra per infortunio mentre si avvia la ripartenza veloce del Parma. Il 18enne Finocchio, attaccante ex under 17 della Nazionale, avanza con la palla incollata al piede. L’allenatore bolognese Paolo Magnani non ci sta, così si alza ed esorta l’avversario a mettere il pallone a lato: ”FINOCCHIO! VIA LA PALLA!”. Peccato l’arbitro inviperito pensi a un insopportabile insulto e butti fuori il mister, «beccato» intanto anche dall’allenatore del Parma, De Patre. Inutile il tentativo di spiegare, l'arbitro Donati di Ravenna non vuole sentire ragioni ed espelle anche il tecnico parmense.
    L'ALLENATORE: COME CHIAMARLO?- , Resta però una domanda, quella che ai taccuini del Corriere dello Sport ha lanciato Magnani: «Se non lo chiamavo Finocchio come avrei dovuto chiamarlo?». Difficile dirlo, ma nel Sorpasso di Dino Risi il soprannome «Occhiofino» riecheggiava senza offesa per nessuno, tra l'ingenuità di Jean-Louis Trintignant e la malizia ilare di Vittorio Gassman.
    Grida all'avversario «Finocchio» Espulso, si difende: «È il suo nome» - Corriere del Mezzogiorno

    Nel fine settimana, in piazza per la famiglia naturale
    di Raffaella Frullone
    Nell’Italia in cui Guido Barilla è costretto a scusarsi per aver esternato pubblicamente come preferisce gestire gli spot pubblicitari della sua azienda, nel Paese in cui l’avvocato Giancarlo Cerrelli è stato attaccato dall’Argigay e dall’ordine degli psicologi per aver avuto l’ardire di affermare che esistono leggi e giurisprudenza “in base alle quali le aggressioni e le vere discriminazioni degli omosessuali oggi in Italia sono già punite”, nella Repubblica in cui il ministro Kyenge si dice favorevole della sostituzione degli obsoleti termini “madre” e “padre” con i più democratici “genitore 1 e 2”, qualcosa si muove.
    Non si muove soltanto la legge Scalfarotto che dopo l’approvazione alla Camera prosegue il suo iter e arriverà in Senato, ma dal basso prende forma, voce e vita un movimento che risveglia le coscienze e mobilita le masse, portando le persone in piazza per dire no ad un provvedimento presentato come “contro l’omofobia” ma realizzato ad arte per impedire che qualunque voce contraria si levi contro l’ormai imperante ideologia del gender.
    A onor del vero qualcosa si era mosso già quest’estate. Sebbene con una ridotta eco sui media, il 25 e il 26 luglio a Roma diverse centinaia di persone hanno partecipato alla manifestazione organizzata da Uomini donne bambini, un movimento apolitico e apartitico nato per sensibilizzare i parlamentari e invitarli a rivedere i contenuti di una legge che pregiudica irrevocabilmente la libertà di espressione, e quella organizzata da Manif pour tous Italia, associazione ispirata all’omonimo movimento che in Francia ha portato nelle piazze oltre un milione di persone che con forza si sono opposte alla legge Taubira, che ha legalizzato il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Qualche giorno dopo, il 5 agosto, a Brescia e Bologna si sono dati appuntamento Le sentinelle in piedi che, sul modello dei Veilleurs debout francesi, vegliano in silenzio, pacificamente, con un libro in mano, per protestare contro chi vuole toglier loro la libertà di esprimersi. Le sentinelle in piedi sono scese in piazza anche a settembre, di nuovo a Brescia e poi a Bergamo, segno che quei primi veglianti silenziosi stavano facendo breccia nelle coscienze sopite.
    Trascorsa l’estate, superato il terremoto politico, se la legge prosegue in sordina il suo percorso verso il Senato, in silenzio ma con altrettanta determinazione si allarga il fronte di coloro che prendono coscienza del grande inganno, ovvero che la legge presentata come “contro l’omofobia” altro non è che una limitazione inaccettabile del diritto d’espressione sancito dalla Costituzione.
    La neonata Manif pour tous Italia ha dato appuntamento per il prossimo fine settimana in diverse piazze italiane: venerdì 11 ottobre a Roma alle 19:00 davanti al Pantheon, in contemporanea in Piazza Municipio a Bolzano, in Piazza XX settembre a Bologna, a Pisa in Piazza Cairoli e a Bisceglie in Piazza Vittorio Emanuele II. Il 12 ottobre invece alla stessa ora la mobilitazione toccherà Venezia, e l’appuntamento per i veneti è a Campo Manin.
    A Milano invece, in Piazza Cordusio, sabato 12 ottobre alle 17 si sono dati appuntamento Le sentinelle in piedi di Milano insieme a quelle di Brescia e Bergamo. La rete interprovinciale ha preso forma nelle ultime settimane con l’obiettivo di non arrendersi di fronte ad una legge liberticida e di sostenere la famiglia, quella naturale, ormai la specifica è d’obbligo, fondata sull’unione tra un uomo e una donna.
    Cambiano i luoghi, la forma, gli ideatori delle iniziative, ma questo fine settimana in Italia si farà sentire un’unica voce. Nell’assoluto rifiuto di qualsiasi atteggiamento di umiliazione, derisione e violenza nei confronti di ogni essere umano, si esige che sia difeso il diritto fondamentale dei figli ad avere un papà e una mamma, e di tutti i cittadini di esprimersi a tutela della famiglia.
    Chi non potrà essere presente questo fine settimana si tranquillizzi, le veglie, le manifestazioni, le mobilitazioni contro la legge Scalfarotto sono soltanto all’inizio, e come ha ricordato sabato a Milano Tudual Derville, portavoce della Manif pur tous, intervenendo al convegno organizzato da Alleanza Cattolica “il percorso è lungo”. E anche accidentato, aggiungiamo noi, ma l’esperienza francese insegna che dire no è ancora possibile. Occorre essere audaci. Lo ha detto lo stesso Derville: «La forza del movimento francese si è basata sulla spontaneità, sull’audacia, sull’unità delle diversità, se siamo diventati così tanti e continuiamo a batterci anche se la legge è ormai passata è solo perché sappiamo che la posta in gioco è troppo alta, che c’è in gioco il futuro dell’umanità intera e perché, come ha detto Benedetto XVI, la questione sociale è diventata questione antropologica».
    Non scendere in campo oggi significa diventare un potenziale fuorilegge domani, sul piano mediatico prima e sul piano giuridico poi, significa non esser più liberi di chiamare le persone o le cose con il loro nome, significa rischiare di essere espulsi soltanto per aver detto "Finocchio".
    Nel fine settimana, in piazza per la famiglia naturale

    Le Sentinelle in piedi a Milano, «per ricordare che si può vivere non allineandosi al pensiero dominante»
    Benedetta Frigerio
    Intervista a Pietro Invernizzi, portavoce di quei cittadini che hanno scelto una forma di protesta originale contro il ddl Scalfarotto
    sentinelle in piediNon si potrà più dire che il matrimonio è fra uomo e donna, che i bambini hanno diritto ad avere un padre e una madre, che l’omosessualità può essere un problema? «Questo il rischio se passasse anche al Senato il disegno di legge Scalfarotto-Leone approvato dalla Camera il 19 settembre scorso». A parlare a tempi.it è Pietro Invernizzi, portavoce delle Sentinelle in piedi di Milano, un gruppo di cittadini che sabato 12 ottobre alle ore 17 si incontreranno in piazza Cordusio a vegliare contro il ddl.

    https://www.facebook.com/pages/Senti...17626318460097

    NEL SILENZIO DEI MEDIA. Cosa prevede questa legge? «Il carcere per i reati di “omofobia” e “transfobia” senza spiegare che tipi di reati siano. Così, se la norma fosse approvata, chiunque dirà, per esempio, che il matrimonio è quello naturale rischierà di essere denunciato». Il reato di opinione verrebbe così reintrodotto in Italia per la prima volta dopo la caduta del regime fascista. «Eppure la legge stava passando nel silenzio dei media e della politica che la presentava come una norma volta a tutelare gli omosessuali dalle violenze». Per questo un manipolo di parlamentari ha cercato di informare la Camera dei reali contenuti del ddl. Anche fuori dal Parlamento alcuni cittadini ne hanno preso consapevolezza, organizzandosi sul modello delle manifestazioni francesi contro la legge Taubira, che legalizza il matrimonio gay: «Sebbene le date stabilite per la discussione della norma fossero il 25 e 26 luglio e la sera del 5 agosto, la Manif Pour Tous Italia e Le Sentinelle in Piedi erano presenti».
    PROTESTA PACIFICA. Manifestazioni e veglie si sono svolte anche in altre città italiane. «Le prime sono state a Roma e poi a Brescia». Venerdì La Manif pour tous si è data appuntamento ancora a Roma e Bisceglie, poi a Bologna, a Bolzano e a Pisa. Voi sabato veglierete, come mai questa forma? «Siamo persone che, sapendo quello che stava succedendo, si sono contattate tramite passaparola, per conoscenze e attraverso i social network. Il nostro è un movimento spontaneo: parte dal singolo che si unisce a quanti, come lui, non vogliono accettare di stare in silenzio». Niente etichette partitiche o confessionali, solo persone che «vegliano per stare desti in una società che ci spinge a non interessarci di quello che accade. Chi veglia, lo fa in silenzio o leggendo libri che facciano riflettere per resistere insieme».
    È un modo originale di reagire: «Vogliamo mostrare che c’è altro, un modo di pensare diverso da quello che passa su tv e giornali. La nostra è la protesta pacifica di normali cittadini che non vogliono farsi etichettare. Senza urlare, senza violenza, ma usando la testa, il cuore e la coscienza per ricordare che si può vivere non allineandosi al pensiero dominante». Quella di sabato sarà solo la prima veglia: «Il passaparola ci sta aiutando. Ne organizzeremo altre sul modello francese, spargendo la voce tramite i social network. Per svelare quello che sta succedendo, ma innanzitutto per non rinunciare a rimanere desti».
    Omofobia. Le sentinelle in piedi a Milano | Tempi.it


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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    «Ero una femminista, poi mio figlio è stato accusato ingiustamente. Così ho capito che è un’ideologia orrenda»
    Leone Grotti
    La testimonianza di Judith Grossman, avvocato di New York, che ha salvato a fatica suo figlio da false accuse di molestie sessuali.
    «Sono una femminista, ho fatto le barricate, abbonata al magazine Ms., ho bussato a molte porte per appoggiare candidati progressisti che si battevano per i diritti delle donne. Fino a un mese fa, avrei appoggiato senza se e senza ma l’articolo 9 e la legge contro la violenza sulle donne». Fino a un mese fa, cioè fino a quando non ha ricevuto dal figlio questo messaggio sul telefonino: «CHIAMAMI. URGENTE. ORA».
    A raccontare la sua storia è Judith Grossman, procuratore di New York, che ha scritto il 16 aprile un articolo sul Wall Street Journal per denunciare l’ideologia del femminismo, in cui lei ha sempre creduto, e gli «orrori» che ha generato. Tutto è cambiato quando il figlio, studente di un college nel New England, è stato accusato senza prove da una ex fidanzata di “molestie sessuali”, avvenute qualche anno prima.
    ADDIO PRESUNZIONE DI INNOCENZA. Una volta accusato, il figlio è stato subito portato davanti a un tribunale. «Nessuna indagine preliminare è stata fatta nella scuola, (…) nessuno ha neanche preso in considerazione che le accuse potevano essere frutto della gelosia o del desiderio di vendetta della ex. Nessuno ha riconosciuto a mio figlio la presunzione di innocenza». Continua: «L’articolo 9, che dovrebbe garantire l’uguaglianza tra i sessi nei college, ha cancellato la presunzione di innocenza, che è la base della nostra giustizia. Nei nostri campus (…) nessuna “chiara e convincente” prova è richiesta per stabilire una persona colpevole di abuso sessuale». Ora, è sufficiente che l’accusa abbia «un margine di verosimiglianza tra il 50,1 e il 49,9 per cento».
    DIFESA RITENUTA IRRILEVANTE. Così, al figlio è arrivata una lettera scritta «in modo molto vago» dai responsabili del campus con le accuse a lui rivolte, senza che fosse indicata alcuna prova della veridicità delle parole dell’ex fidanzata. Durante un’udienza di due ore al ragazzo è stata negata la possibilità di chiamare un avvocato e la sua difesa scritta è stata ritenuta «non rilevante». A quel punto, è arrivato l’sms sul cellulare di Grossman. «Fortunatamente – continua il procuratore di New York – io sono un avvocato e avevo i soldi per assistere mio figlio. Le accuse contro di lui sono alla fine cadute, ma io mi rendo conto molto bene di quanto facilmente le cose sarebbero potute finire in modo diverso e quante volte finiscono effettivamente in modo diverso».
    DIRITTI DELLE DONNE. E chi ha causato questo sistema malato? Il «politicamente corretto», che non garantisce a tutti un «giusto processo». «Io temo – conclude Grossman – che in questo clima l’obiettivo dei “diritti delle donne”, con il benestare delle misure del governo approvate a scopo politico e del tacito assenso degli amministratori dei college, rischi di trasformare le nostre più gloriose istituzioni in un groviglio di vipere pieno di ingiustizia. La sfrenata ortodossia femminista non è più una risposta quando si portano avanti politiche che vittimizzano le stesse vittime».
    Grossman, ex «femminista convinta»: «Ideologia orrenda» | Tempi.it

    Adesso anche la Treccani è omofoba?
    di Tommaso Scandroglio
    “Talvolta le parole ne nascondono altre”. Consci della verità di questo shakespeariano aforisma otto studiosi italiani hanno preso carta e penna ed hanno scritto a Massimo Bray, ministro dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo, e per conoscenza a Giuliano Amato, presidente dell'Istituto dell'Enciclopedia Italiana, affinchè l’enciclopedia Treccani modifichi le definizioni di «transgender», «omosessualità», «lesbismo», «intersessualità», «gender» reperibili su Treccani-on line.
    C’è da osservare sin da subito che gli otto firmatari non sono studiosi di alto rango accademico – tra loro figura addirittura una semplice studentessa universitaria – ma l’appello ha raccolto ben presto l’adesione di altre 200 persone, tra cui alcuni cattedratici italiani e stranieri. Oltre a ciò i settori scientifici in cui sono impegnati questi studiosi in erba interessano soprattutto le scienze sociali. La psicologia, ambito che più di ogni altro dovrebbe essere chiamato in causa da queste materie, manca nelle competenze del gruppo degli otto. Ciò però trova compensazione nel fatto che quasi e tutti questi studiosi sono attivisti del movimento omosessualista. Insomma una lettera aperta più dal sapore politico che scientifico. Ma ciò che importa mettere a tema qui non è tanto l’autorità scientifica di chi ha redatto lo scritto, bensì il contenuto dello stesso.
    Nell’appello si legge: «La lettura di tali voci - in cui il piano della valutazione morale e il piano dell'informazione scientifica risultano sovrapposti, con una netta ed evidente preponderanza del primo sul secondo - ha suscitato in noi uno spettro di reazioni che vanno dallo stupore all'indignazione. […] Indignazione, perché il lessico impreciso e i contenuti stigmatizzanti di quelle voci, diffusi da un soggetto storicamente autorevole nella divulgazione come l'Enciclopedia Treccani, rischiano non solo di annullare il lavoro di quanti - attiviste/i e studiose/i - ogni giorno combattono contro pregiudizi e violenze sessiste e omo-transfobiche ma, soprattutto, di dare legittimità a quei pregiudizi e a quelle violenze».
    E allora andiamo a vedere cosa di così gravemente omofobico scrive la Treccani. Sotto la voce “Transessuali” si può leggere tra le altre cose che «il transessuale […] cerca […] di cambiare quello che considera lo sbaglio della natura circa il suo corpo. […]Il transessuale cerca rimedio in ormoni e altri farmaci, in interventi estetici e infine nel cosiddetto cambiamento di sesso chirurgico. In realtà, la chirurgia non ha affatto tale potere: può al massimo costruire una apparenza del genere sessuale agognato mentre distrugge irreparabilmente l'anatomia di quello originario». Segue la critica degli otto firmatari: «L'Autore/Autrice fornisce poi una sua ultronea (spontanea, ndr) valutazione personale - pesantemente stigmatizzante dell'esperienza della riattribuzione chirurgica del sesso - asserendo che non costituirebbe un “rimedio”». In realtà ha ragione la Treccani e non serve essere degli specialisti per capirlo. Cambiare il proprio aspetto da mascolino in femmineo non può incidere sul dato genetico: se i tuoi geni sono maschili tali rimarranno anche dopo ormoni e interventi chirurgici. Ed anche la percezione di sé come donna rimane un infingimento rispetto al dato reale che rimanda il proprio corpo il quale tenderà sempre ad assumere un aspetto maschile con riverberi pesanti nella sfera psicologica. Che poi gli interventi chirurgici distruggano “irreparabilmente l'anatomia di quello originario” è anche questo un dato di fatto difficilmente contestabile. Curioso comunque che persino gli estensori della lettera ammettano che tali interventi sono solo “un rimedio”, una tamponatura posticcia, e non la soluzione ad un problema di fondo.
    Poi al gruppo degli otto attivisti non va giù nemmeno la definizione di “gender” bollata come «visione distorta e ideologica della sessualità non eterosessuale» solo perché la Treccani osa scrivere che «alcuni studi di antropologia evidenziano l'urgenza di recuperare una visione unitaria della persona, che permetta di cogliere tutte le dimensioni dell'individuo: la sua uguaglianza ontologica rispetto a tutti gli uomini e la sua specificità biologica e psichica, ossia la sua unicità nell'essere pienamente uomo o donna».
    In merito poi all’omosessualità l’Enciclopedia scrive: «A oggi, peraltro, quel che si può affermare con certezza è che, sulla base della evidente bipolarità sessuale uomo/donna, l’orientamento eterosessuale è innato (in-naturae), ma può subire cambiamenti o modificazioni a causa di particolari interazioni del soggetto con l’ambiente familiare e sociale, generando un orientamento omosessuale». La lettera così commenta: «affermare che il desiderio eterosessuale sia “originario” è quindi semplicemente un espediente - a nostro giudizio - per indurre nel lettore una visione negativa del desiderio omosessuale. Nelle suddette voci viene inoltre dato per scontato che esista un'unica “diversità sessuale” (quella maschio/femmina) sulla base di una presunta “evidente bipolarità sessuale uomo/donna” quando ormai decenni di studi sull'argomento (dalle scienze biologiche a quelle umanistiche) hanno evidenziato come il dimorfismo sessuale non sia un universale culturale e che la fisiologia umana si presenta con numerose variazioni nello sviluppo sessuale (di tipo cromosomico, gonadico e/o anatomico), le cosiddette forme di intersessualità o DSD (differenze nello sviluppo sessuale)». In merito a quest’ultimo punto già appuntavamo proprio sulla Nuova Bussola (“In Germania puoi essere maschio, femmina o X”) che ad esempio l’ermafroditismo o il mosaicismo non contraddicono l’asserto scientifico che in natura sono solo due i sessi esistenti, ma lo comprovano perché i geni rinvenibili nel soggetto affetto da queste rarità genetiche sono unicamente quelli maschili e femminili. Il terzo sesso non esiste.
    Gli studiosi infine chiedono alla Treccani di “monitorare” queste voci e di “integrarle” con riferimenti bibliografici aggiornati che loro stessi, se vorranno, possono offrire al fine di fornire una “informazione scientifica, scevra da pregiudizi”.
    Al di là del merito della questione lessicale, di cui si occuperanno gli esperti in materia, quello che balza agli occhi è che stiamo assistendo ad un’azione di cecchinaggio a tutto campo. Se un Buttiglione afferma, così come ebbe di modo di fare nel 2004, che «come cattolico considero l'omosessualità un peccato, ma non un crimine» non può diventare Commissario europeo per la giustizia, la libertà e la sicurezza. Se un imprenditore come Barilla che ha sfamato pletore di persone omosessuali difende la famiglia naturale deve essere rieducato e fare pubblica ammenda. Se porti una maglietta con impressa l’immagine di una famigliola composta da mamma, papà e figli oppure citi ciò che ha detto la Sacra Scrittura sull’omosessualità vieni arrestato, così come è accaduto rispettivamente a Parigi e a Londra. Se un’enciclopedia prestigiosa come la Treccani semplicemente dà conto della letteratura scientifica su omosessualità e lemmi connessi deve prendere in mano lo sbianchetto, cancellare e riscrivere così come vogliono un gruppetto di persone in verdissima età accademica. È poi di tutta evidenza che la questione terminologica su tali temi è centrale perché cambiare il senso delle parole è cambiare nelle persone la percezione della realtà. Tanto più quando la definizione ha carattere enciclopedico, cioè quando si riveste dei paramenti di scientificità. La Treccani allora è una fortezza che ingolosisce e che deve essere espugnata.
    Un’ultima annotazione. Alla voce “Ideologia” il vocabolario Treccani offre, tra le altre, anche la seguente definizione: «Ogni dottrina non scientifica che proceda con la sola documentazione intellettuale e senza soverchie esigenze di puntuali riscontri materiali, sostenuta per lo più da atteggiamenti emotivi e fideistici, e tale da riuscire veicolo di persuasione e propaganda». Suggeriamo di cambiare anche questa definizione perché troppo scomoda?
    Adesso anche la Treccani è omofoba?

    Barilla doveva prendere esempio da Dan Cathy
    di Tommaso Scandroglio
    D’accordo, Guido Barilla ha fatto male a ritrattare e a dirsi pentito per la sua uscita a favore della famiglia, l’unica che esista davvero, quella composta da papà, mamma e figli. Ha fatto male a mostrarsi contrito per aver offeso la sensibilità di qualche ideologo del fronte gay. Ha fatto male per motivi di coerenza e di altri legati a principi di morale. Ma facendo i veniali di bassa lega domandiamoci: almeno il suo portafogli ci ha guadagnato? Se la coscienza piange il conto corrente ride? È stata una mossa furba e vincente sul piano del marketing? È vero che facendo dietrofront ha salvato “barilla e bucatini” oppure, rimanendo solo sul piano economico, ci ha perso dei quattrini compitando coram populo simile excusatio?
    La risposta ci viene da una storia molto simile accaduta negli States. Dan Cathy, bussinessman americano proprietario della catena di fast-food Chick-Fil-A che conta 1.700 punti vendita sparsi in 38 stati, nel giugno del 2012 aveva pubblicamente affermato che «coloro che hanno la temerarietà di ridefinire il matrimonio attireranno il giudizio di Dio sulla nostra nazione». Mr Cathy non le aveva mandate di certo a dire da una parte alle lobby gay che in tutto il Paese stavano promuovendo progetti di legge volti alla legittimazione dei “matrimoni” omosessuali e dall’altra ai suoi colleghi filo-omosessualisti, come l’imprenditore Jeff Bezos, fondatore di Amazon, che negli anni ha rimpinguato le casse delle organizzazioni gay con milioni di dollari.
    I movimenti omosessualisti avevano allora contrattaccato in modo pesante sui media. Al confronto qui da noi gli attivisti gay vanno ancora all’asilo Mariuccia. Seguiva, come nel caso Barilla, una campagna per boicottare i suoi fast-food. Cathy però non ritratta, bensì rincara la dose sostenendo che da tempo finanzia organizzazioni cristiane che difendono il matrimonio naturale e che loro stessi continueranno ad appoggiare «programmi che educano i giovani, rafforzano le famiglie, arricchiscono i matrimoni e sostengono le comunità» evitando però di sponsorizzare «organizzazioni con intento politico».
    Un kamikaze del marketing verrebbe da dire. Il giornale di settore “Business Insider” infatti aveva predetto “danni permanenti al suo brand”. Gli esperti di economia dell’ “Huffington Post” si erano poi dichiarati “esterrefatti” perché Cathy aveva combinato un vero e proprio “disastro di Pr”, cioè di pubbliche relazioni.
    Ma dato che i tecnocrati con tutta la loro scienza non conoscono la povera gente e cosa davvero passa nella loro testa, ecco che nonostante le più funeree previsioni e contro ogni speranza gli affari vanno a gonfie vele, anzi meglio di prima. Infatti, secondo i dati di uno studio indipendente realizzato dalla Sandelman & Associates, nel terzo trimestre del 2012, quello successivo alle improvvide uscite di Cathy, i clienti erano aumentati del 2,2% rispetto allo stesso trimestre dell’anno scorso e la visibilità del marchio era salita del 6,5%. Inoltre un sondaggio realizzato tra 30mila consumatori metteva in evidenza che lo share di mercato era salito dello 0,6%. Tale risultato è anche da accreditarsi al fatto che non poche associazioni cristiane lanciarono una campagna per difendere Cathy e raccolsero 600mila adesioni.
    Ma c’è un dato empirico che se vogliamo è ancora più significativo. Il primo agosto Mr Cathy organizza l’Appreciation Day: chi la pensa come lui venga nel suo ristorante. Risultato: + 29,9% di vendite in quel giorno. Gli attivisti gay rispondo con il Kiss Day: riunione davanti ai fast-food per scambiarsi baci omosex. Ai partecipanti è stato chiesto, oltre alle effusioni di affetto omoerotico, anche di devolvere il costo di un pranzo presso un Chick-Fil-A a favore della causa gay. Un dato però impossibile da misurare.
    Dai fish and chips torniamo ai nostri rigatoni. Perché Guido Barilla – a cui comunque va tutta la nostra solidarietà - non si è comportato come il suo collega d’oltreoceano? Quando Barilla ha fatto la sua uscita a favore della famiglia, la pagina Facebook dell’azienda ha registrato un’impennata di 9.000 “Mi piace” in più. Ad oggi invece la pagina FB “Boicotta Barilla” e “Boicotta Barilla e Mulino Bianco” insieme hanno raccolto solo poco più di 2.100 “Mi piace” e ormai da parecchi giorni le adesioni si contano con il contagocce, poche unità al die. Insomma il vento tirava dalla sua parte.
    E poi bastava un poco di sagacia. Perché non lanciare sul sito di Barilla quando si è sollevato il polverone mediatico un sondaggio tra i consumatori che suonasse più o meno così: “Ha fatto bene Guido Barilla a difendere la famiglia”? I “No” si sarebbero contati sulle dita di una mano di un falegname. Tenuto poi conto che i consumatori gay sono una fettina quasi trasparente di mercato. Forti di questo appoggio popolare, Barilla avrebbe potuto replicare che la strategia di marketing che privilegia la famiglia naturale è la risposta ad un sentito diffuso tra la gente. Insomma, cari gay, prendetevela con gli italiani e non con il sottoscritto, poteva dire il nostro.
    Ed invece il buon Barilla è stato, per rimanere in tema, cucinato a fiamma alta ed è andato subito in ebollizione, lui e il suo staff. Presi da un panico strategico-imprenditoriale i plurilaureati e masterizzati bocconiani-oxfordiani non hanno trovato nulla di meglio che piangere una mea culpa su YouTube.
    Il successo negli affari incassato invece dall’omologo americano è prova che al popolino mangereccio di hamburger e patatine certe sofisticate ed adulterate pietanze sfornate dalle cucine gay sono proprio indigeste. Il coraggio delle proprie idee non fa bene solo all’anima, ma a volte anche ai portafogli.
    Barilla doveva prendere esempio da Dan Cathy


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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Sei contro il matrimonio gay? Licenziato dalla Fox
    di Massimo Introvigne
    Ogni tanto fa bene guardare che cosa succede all'estero per capire come funzionerà in Italia la legge sull'omofobia. Non solo le aziende dovranno stare molto attente - il caso Barilla insegna - per non finire davanti al giudice. Ma, dal momento che tutte le aziende sono inclini a ridurre i potenziali rischi, prima di finire accusate di omofobia si censureranno da sole, adottando codici di comportamento interno rigidissimi.
    Con conseguenze paradossali, come per esempio finire in tribunale accusate di discriminare non i gay ma i cristiani. È quello che è capitato alla Fox, l'emittente televisiva americana che, tra l'altro, non si schiera programmaticamente "a sinistra". Per le partite di football americano fra squadre universitarie - molto seguite negli Stati Uniti - la Fox ha assunto il 30 agosto come telecronista Craig James, ex giocatore e già commentatore sportivo per le reti rivali CBS ed ESPN, con tanto di comunicati stampa dove vantava il gran colpo fatto strappando alla concorrenza il «talentuoso telecronista» con «una conoscenza enciclopedica del football».
    Passano però due settimane e arriva il contrordine compagni. James è licenziato in tronco dopo avere appena cominciato a lavorare alla Fox. La ragione? Allertata dalle organizzazioni gay, la Fox ha «scoperto» che l'anno scorso, quando era stato candidato repubblicano - non eletto - al Senato, James aveva pronunciato un discorso «omofobo». Aveva insultato o minacciato qualche omosessuale? Non precisamente. In tema di matrimonio omosessuale aveva letteralmente affermato: «Le persone scelgono di essere omosessuali. Io penso che sia una scelta. Lo penso. E anche il matrimonio omosessuale è una scelta. Penso anche che ciascuno di noi in questa stanza debba rispondere a Dio per le sue azioni. E che anche chi compie queste scelte dovrà rispondere a Dio per le sue azioni».
    Tutto qui, si dirà? Tutto qui. Ma la Fox sostiene che questi commenti sono contrari alla sua politica aziendale e alle leggi in vigore sull'omofobia, interpretate nel senso che vieterebbero di sostenere che «essere omosessuali» - s'intende, «praticanti» - sia «una scelta» e non un condizione naturale, e anche d'insinuare che pratiche omosessuali e matrimonio omosessuale siano cose contrarie alla legge di Dio.
    Naturalmente si può sostenere che la Fox ha peccato per eccesso di zelo, e che nessun giudice condannerebbe James per i suoi commenti in campagna elettorale. Ma diverse sentenze americane recenti non lasciano ben sperare. In ogni caso, quello che è successo al povero James dà un'idea del clima che si respira quando si comincia a sostenere che gli «omofobi» non hanno diritto di parlare. Succede anche in Italia: vedi le giustificazioni delle associazioni LGBT piemontesi dopo che il nostro giornale ha fatto conoscere a un pubblico nazionale la bravata squadristica da loro organizzata interrompendo una pacifica conferenza di cattolici a Casale Monferrato.
    Quanto a James, non ha alcuna intenzione di cedere. Ha assunto i migliori avvocati disponibili e fatto causa alla Fox, sostenendo che discrimina i cristiani.
    Sei contro il matrimonio gay? Licenziato dalla Fox

    Invadono la sala per contestare l'incontro sulla famiglia
    Redazione
    Milano
    Uno scenario da partita di calcio, davanti a Palazzo Isimbardi, con camionette della polizia e dei Carabinieri.
    Gli ultras, però, erano in una curva sola, quella dei contestatori, che si sono manifestati a metà serata, lanciando volantini dalle retrovie della sala consiliare, con slogan e insulti: «Vergogna! Fascisti! Omofobi!». Nel mirino della contestazione il convegno «Ideologie del Gender quali ricadute sulla famiglia?», patrocinato dalla Provincia e organizzato da una serie di sigle vicine all'associazionismo cattolico e al mondo delle famiglie. Qualche attimo di confusione in sala, poi molto dei partecipanti hanno risposto con un applauso ironico e i contestatori sono stati portati via.
    Il «Coordinamento Arcobaleno di Milano» aveva già contestato l'iniziativa all'ingresso della Provincia, in via Vivaio. «Ha contestato anche un consigliere che avevo invitato - ha detto il consigliere provinciale Nicolò Mardegan - proprio perché vicino alle posizioni delle associazioni gay, ma che ha preferito esprimersi in questo modo poco democratico».
    Invadono la sala per contestare l'incontro sulla famiglia - IlGiornale.it

    Grande successo ieri sera a Milano del convegno sull’ideologia del gender
    Ai contestatori (pochi) viene offerto un microfono sul palco. Ma loro preferiscono urlare e disturbare
    di Paolo Deotto
    Ieri sera, ore 20.30, si è tenuto a Milano, nella Sede della Provincia, in corso Monforte 35, l’atteso convegno sul tema: “Ideologia del gender: quali ricadute sulla famiglia?”.
    Abbiamo raggiunto stamane telefonicamente il dott. Alfredo De Matteo, rappresentante dell’Associazione “Famiglia Domani”, organizzatrice dell’evento. Il dott. De Matteo, che ringraziamo per la cortese disponibilità, ci ha ragguagliato sullo svolgimento del convegno.
    Anzitutto è da sottolineare la grande affluenza di pubblico, tant’è che il convegno, inizialmente previsto nella Sala degli Affreschi, è stato spostato nella più capace Sala del Consiglio. Tutti i posti a sedere sono stati occupati, si sono aggiunte altre sedie e ciò nonostante molte persone sono rimaste in piedi. Si può quindi valutare un’affluenza di almeno 250 persone.
    E parliamo subito di contestazione, ossia di quell’ingrediente che sembra inevitabile quando si organizzano eventi che non rispettino il “politicamente corretto”. Sia ben chiaro: ben venga la contestazione se ciò vuol dire che chi non è d’accordo esprime le sue ragioni in modo civile, utile agli ascoltatori, rispettoso del diritto di tutti alla libertà di pensiero e di espressione. Purtroppo anche questa volta, seppur senza disturbi seri allo svolgimento del convegno, abbiamo avuto una contestazione capace, questo sì, di urlare, ma non di argomentare. E vediamo di spiegarci.
    È da notare una cosa molto importante: a un consigliere provinciale di opposizione era stata offerta la possibilità, pur non prevista dal programma del convegno, di fare un intervento dal palco degli oratori. Siamo franchi: cosa gli si poteva offrire di più? Egli, se li aveva, poteva esporre al pubblico che affollava la Sala del Consiglio, i suoi argomenti. Ma questo consigliere ha rifiutato l’opportunità che gli era stata offerta e ha preferito guidare una prima contestazione all’esterno del Palazzo della Prefettura. I contestatori erano proprio pochini, non più di una ventina, e la presenza delle forze dell’Ordine ha consentito che i partecipanti potessero entrare senza alcun disturbo. Peraltro una decina di contestatori sono entrati, frammisti al pubblico, e durante l’intervento dell’infettivologa dott.ssa Chiara Atzori hanno iniziato a disturbare con schiamazzi. Il tutto però è durato una manciata di minuti. Alcuni agenti in borghese sono prontamente intervenuti, consentendo così il regolare svolgimento del convegno e tutelando il diritto degli oratori e degli ascoltatori.
    Ciò che vi abbiamo riferito è molto molto significativo: perché rifiutare la possibilità di intervenire dal palco degli oratori e scegliere di fare schiamazzi per disturbare? Perché, è chiaro, se non si hanno argomenti non li si possono neppure esporre. L’unico vero argomento di questi personaggi è la volontà di togliere la libertà di parola a chi non la pensa come loro.
    Se ben riflettiamo, siamo davvero al mondo alla rovescia: per dire cose che, in fondo, sono delle ovvietà (come già si sottolineò al precedente convegno, svolto il mese scorso a Verona), c’è bisogno di essere assistiti da Polizia e Carabinieri. C’è quasi dell’umoristico in questi personaggi che per difendere “la libertà” devono anzitutto toglierla a quelli che, a loro insindacabile giudizio, sono i nemici della libertà!
    Insomma, la azioni di disturbo ci sono state, non hanno assolutamente pregiudicato lo svolgimento del convegno, ma sono state estremamente significative per capire l’atmosfera in cui si vive e il curioso concetto di libertà che anima certi personaggi…
    Parliamo ora succintamente degli interventi. La dottoressa Chiara Atzori ha sottolineato la necessità di moltiplicare questi incontri perché purtroppo a molti non è chiara la reale portata della prevista legislazione in materia di “omofobia”. È necessario approfondire, sia per il diritto del cittadino a una informazione corretta, sia per i politici, che spesso, duole dirlo, si trovano a votare leggi senza aver le idee chiare su ciò che stanno votando. La proposta di legge, già passata alla Camera e che tra non molto sarà in discussione al Senato, non solo porterà, se approvata in via definitiva, alla lesione di importanti valori morali, ma esprimerà anche tutta la sua carica liberticida, tappando la bocca, con sanzioni penali, a ogni dissenso in materia di “cultura” (chiamiamola così…) del gender. La nuova prospettata legge sarebbe un passo ulteriore verso quello Stato totalitario che già, giorno dopo giorno, ci sta avvolgendo nei suoi lacci. E ci si arriverà, inevitabilmente, se non si capisce che siamo ben al di là di una generica “difesa degli omosessuali” (che non si capisce bene da cosa debbano essere difesi, essendo cittadini come tutti gli altri): siamo al delirio hitleriano della morale di Stato, dell’uomo nuovo creato per legge, della repressione violenta del dissenso (quanto già accade in Francia è istruttivo).
    Il prof. Mario Palmaro, docente di Filosofia del Diritto e di Bioetica, ha parlato, tra l’altro, della necessità di non perdere occasione di usare gli spazi di libertà, come il convegno di ieri e come i prossimi che seguiranno, per proseguire nella battaglia in difesa della libertà e dell’ordine naturale. Ora questa libertà c’è ancora, e se ne sappiamo fare buono uso senza timidezze e paure varie, potremo conservarla, per noi e per i nostri figli. Ma se noi stessi, magari per il disgraziato “amore per il quieto vivere”, non useremo tutti gli spazi disponibili, di sicuro questi spazi verranno occupati da chi non si preoccupa nemmeno di argomentare le proprie idee, ma con sicurezza e con violenza si impone e toglie agli altri la libertà di esprimersi. Un esempio lampante in tal senso è venuto dallo stesso convegno di ieri. Riflettiamo ancora sul fatto che ai contestatori era offerta, democraticamente, la possibilità di intervenire dal palco degli oratori. No: il loro vero spirito lo hanno mostrato con le loro azioni: contestazione violenta, negazione della libertà di espressione degli avversari. Vogliamo che tutto ciò diventi la regola?
    Proprio perché prosegua questo importantissimo lavoro di chiarimento, l’Associazione Famiglia Domani ha già in programma altri analoghi convegni in ogni parte d’Italia: Roma, Firenze, Palermo, Catania, Cremona, Potenza, né l’elenco è definitivo.
    Per concludere, ci rallegriamo per il successo del convegno milanese, che di certo è un passo avanti importante per la difesa della civiltà e della libertà e ci auguriamo che altrettanto accada nei prossimi convegni.
    Grande successo ieri sera a Milano del convegno sull?ideologia del gender ? di Paolo Deotto | Riscossa Cristiana

    Il Foglio.it 24 settembre 2013
    «La legge sull’omofobia? Come i processi di Mao»
    Scruton: «Si sta creando una neolingua come contro l’anticomunismo ai tempi della Guerra fredda. Una lingua di legno»
    di Giulio Meotti
    «George Orwell ha già detto tutto nei suoi famosi “due minuti di odio” del romanzo “1984”», dice al Foglio il filosofo e commentatore inglese Roger Scruton. «La questione omosessuale è complicata e difficile, ma non puoi imprigionare il pensiero con leggi sulla cosiddetta “omofobia” come quella al Parlamento italiano, che altro non è che la criminalizzazione della critica intellettuale sul tema del matrimonio gay. E’ un nuovo crimine intellettuale, ideologico...»
    Settantenne docente di Filosofia alla St. Andrews University, autore di trenta libri che ne hanno fatto il più noto filosofo conservatore inglese (è stato definito dal Sunday Times “the brightest intellect of our time”), Scruton commenta così la legge in discussione al Parlamento per la criminalizzazione dell’“omofobia”. Anche Amnesty International si sta spendendo a favore della norma. «A me questa legge sull’omofobia ricorda i processi farsa di Mosca, e quelli della Cina maoista, in cui le vittime confessavano entusiaste i propri crimini prima di essere giustiziati».
    «In tutte queste cause in cui gli ottimisti accusano gli oppositori di “odio” e “discorso dell’odio” ci vedo quella che il filosofo Michael Polanyi nel 1963 definì “inversione morale”: se deplori il welfare manchi di “compassione”; se ti opponi alla normalizzazione dell’omosessualità sei un “omofobo”; se credi nella cultura occidentale sei un “elitista”. L’accusa di “omofobia” significa fine della carriera, specie per chi lavora all’università».
    Scruton sostiene che la manipolazione della verità passa attraverso la distorsione del linguaggio, come nell’opera di Orwell, sotto il nome di “Neolingua”. «La neolingua interviene ogni volta che il proposito principale della lingua, che è di descrivere la realtà, venga sostituito dall’intento opposto: l’affermazione del potere sopra di essa. Qui l’atto linguistico fondamentale solo superficialmente coincide con la grammatica assertiva. Le frasi della neolingua suonano come asserzioni in cui la sola logica sottostante è quella della formula magica: mostrano il trionfo delle parole sulle cose, la futilità dell’argomentazione razionale e il pericolo di resistere all’incantesimo».
    Con la legge sulla omofobia, dice Scruton, «si tratta di instillare nella mente del pubblico l’idea di una forza maligna che pervade tutta l’Europa, albergando nei cuori e nella testa della gente che può essere ignara delle sue macchinazioni e dirottando sul sentiero del peccato anche il progetto più innocente. La neolingua nega la realtà e la indurisce, trasformandola in un qualcosa di estraneo e resistente, un qualcosa “contro cui lottare” e che deve “essere vinto”. Il linguaggio comune riscalda e ammorbidisce; la neolingua raggela e indurisce. Il discorso comune genera, con le sue stesse risorse, i concetti che la neolingua proibisce: corretto-scorretto; giusto-ingiusto; onesto-disonesto; tuo-mio»
    Una forma di “rieducazione”
    Scruton dice che c’è una paura dell’eresia che si espande nei paesi europei. «Un sistema ragguardevole di etichette semi ufficiali sta emergendo per prevenire l’espressione di punti di vista “pericolosi”. La minaccia si diffonde così rapidamente nella società che non c’è modo di evitarla. Quando le parole diventano fatti, e i pensieri sono giudicati dall’espressione, una sorta di prudenza universale invade la vita intellettuale. La gente modera il linguaggio, sacrifica lo stile per una sintassi più “inclusiva’” evita sesso, razza, genere, religione. Qualsiasi frase o idioma che contenga il giudizio su un’altra categoria o classe di persone può diventare, dal giorno alla notte, l’oggetto di una stigmatizzazione. Questo politicamente corretto è una censura soft in cui si manda la gente al rogo per i pensieri “proibiti”. Le persone che hanno un “giudizio” sono condannate con la stessa violenza di Salem». Quello del processo alle streghe nel Massachusetts. La lettera scarlatta.
    «Chi si angustia per tutto ciò e vuole esprimere la sua protesta dovrà lottare contro potenti forme di censura. Chi dissente da ciò che sta diventando ortodossia nei “diritti dei gay” è regolarmente accusata di “omofobia”. In America ci sono comitati, preposti alle nomine di candidati, che li esaminano per sospetta “omofobia”, e vengono liquidati una volta che sia stata formulata l’accusa: «Non si può accettare la richiesta di quella donna di fare parte di una giuria in un processo, è una cristiana e omofobica»
    Secondo Scruton, si tratta di una operazione ideologica che ricorda quella di stampo comunista durante la Guerra fredda: «Allora erano necessarie definizioni che stigmatizzassero il nemico intestino e ne giustificassero l’espulsione: era un revisionista, un deviazionista, un sinistrorso immaturo, un socialista utopista, un social-fascista. Il successo di queste “etichette” nell’emarginare e condannare l’oppositore ha corroborato la convinzione comunista che si può cambiare la realtà cambiando il linguaggio: per esempio, si può inventare una cultura proletaria con la parola “proletkult”; si può scatenare la caduta della libera economia semplicemente gridando alla “crisi del capitalismo” ogni volta che il tema venga sollevato; si può combinare il potere assoluto del Partito comunista con il libero consenso della gente definendo il governo comunista un “centralismo democratico”. Quanto si è rivelato facile uccidere milioni di innocenti visto che non stava succedendo niente di grave, era solo la “liquidazione dei kulaki”! Quanto è semplice rinchiudere la gente per anni in campi di lavoro forzato fino a che non si ammala o muore, se la sola definizione linguistica concessa è “rieducazione”. Adesso c’è una nuova bigotteria laica che vuole criminalizzare la libertà d’espressione sul grande tema dell’omosessualità»
    Da ultimo, dice Scruton, è lo scontro fra il “pragmatista” e il “razionalista”: «Non c’è alcuna utilità nelle vecchie idee di oggettività e verità universale, l’unica cosa che conta è che “noi” si sia d’accordo. Ma chi siamo “noi”? E su cosa ci troviamo d’accordo? “Noi” siamo tutti per il femminismo, progressisti, sostenitori del movimento di liberazione dei gay e del curriculum aperto; “noi” non crediamo in Dio o in qualunque religione tramandata, e le vecchie idee di autorità, ordine e autodisciplina per noi non contano. “Noi” decidiamo il significato dei testi, creando con le nostre parole il consenso che ci aggrada. Non abbiamo alcun vincolo, a parte la comunità alla quale abbiamo scelto di appartenere, e poiché non c’è verità oggettiva, ma solo un consenso autogenerato, la nostra posizione è inattaccabile da qualsiasi punto di vista al di fuori di essa. Non solo il pragmatista può decidere cosa pensare, ma si può anche proteggere da chiunque non la pensi allo stesso modo»



    Sentinelle in piedi a Milano
    di Riccardo Zenobi
    Sabato 12 ottobre si sono svolte, in diverse città d’Italia, varie manifestazioni delle “sentinelle in piedi”, ovvero coloro che ora protestano contro il ddl Scalfarotto, ovvero difendono il buon senso. Le sentinelle hanno un loro modo di manifestare, consistente nello stare in piedi, tutti rivolti verso un’unica direzione, come fanno appunto i guardiani; si tratta di una manifestazione del tutto pacifica, silenziosa e incruenta.
    Tra i manifestanti di Milano c’ero anch'io. In una serata abbastanza tiepida sono giunto in piazza verso le quattro e venti, accompagnando un mio amico, membro dello staff delle sentinelle, a cui ho dato una mano a portate alcune borse di libri da prestare ai manifestanti. Preciso che la quasi totalità dei libri era di argomento non cattolico (l’autore più presente era Philip K. Dick): la manifestazione non è infatti confessionale, poiché il ddl Scalfarotto non è sbagliato per motivi religiosi, ma perché limita la libertà d’espressione. Tenuto conto che la legge, per come è stata scritta, non definisce quali sono le “idee fondate sulla superiorità” riguardanti l’omofobia o transfobia, sorge spontanea la domanda se sarà ancora lecito dire che omosessualità ed eterosessualità non sono identiche, o che la “famiglia” omosessuale non è una vera e propria famiglia.
    Tornando alla manifestazione, lo staff ha chiesto alle sentinelle di disporsi nella piazza verso le cinque meno dieci, dopo che molte di esse hanno preso un libro da leggere; in un angolo è stato sistemato un banco con i volantini, attorno al quale vi erano alcuni membri dello staff, delegati come portavoce. La manifestazione in sé è consistita nello stare in piedi per circa un’ora, fino alle diciotto; durante questo tempo, alcuni passanti si sono rivolti allo staff per sapere per cosa ci eravamo riuniti (piazza Cordusio è un punto di passaggio di Milano, ci passano continuamente delle persone), e alcuni di essi si sono anche uniti alla veglia, facendoci raggiungere il totale di circa 500 persone riunite in piazza a manifestare. Da segnalare alcuni disturbatori (io ne ho visti solo 2) che sono passati in mezzo alle sentinelle portando un foglio con scritto “le vostre idee sono il nostro sangue”, vestendo una t-shirt sulla quale era stampata una macchia di sangue. Dopo alcuni minuti se ne sono andati, e uno di loro ha urlato alcune parole contro di noi, chiudendo con l’unico argomento che hanno tutti i sostenitori del “mondo arcobaleno”: gridare “omofobi!” a chiunque non sia d’accordo con loro, per suscitare una reazione emotiva e chiudere la discussione prima di iniziarla. Viene spontaneo, dopo questa azione di disturbo, chiedersi: se noi non vogliamo mettere in galera loro, perché loro vogliono mettere in galera noi? Domanda destinata a rimanere senza una risposta diversa da “omofobi!”.
    Sentinelle in piedi a Milano ~ CampariedeMaistre

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Esercito Usa, cristiani indicati tra le «minacce per la nazione». Di nuovo. I casi isolati cominciano a essere troppi
    Benedetta Frigerio
    In un briefing a Forth Hood evangelici e Tea Party descritti come pericoli per le forze armate e il governo. Pentagono sotto accusa: è la nuova linea ufficiale?
    Prosegue la polemica tra le Forze armate americane e i soldati cristiani che continuano a denunciare episodi di discriminazione. Nonostante i numerosi casi registrati negli ultimi anni, il Pentagono finora ha sempre negato che queste siano le conseguenze di una nuova politica ufficiale, senza mai condannare nessuno. Ieri, però, è emerso un altro fatto che mette in crisi la linea difensiva della U.S. Army.
    Nel corso di un briefing militare presso la base di Fort Hood il 17 ottobre scorso un agente del controspionaggio avrebbe parlato a lungo davanti ai soldati dei cristiani evangelici e dei membri del Tea Party descrivendoli come una minaccia per la nazione, e aggiungendo che fare donazioni a gruppi considerati pericolosi per l’esercito e per il governo è un atto sanzionabile dalla giustizia militare.
    «POSSO ANCORA ANDARE IN CHIESA?». Un soldato che ha partecipato al briefing, rimasto ovviamente anonimo, ha raccontato a Todd Starnes di Fox News: «La mia prima preoccupazione era se andare in chiesa mi avrebbe reso sospetto: posso fare beneficenza? Che accadrebbe se donassi soldi a un politico legato al movimento Tea Party ?». Un altro militare presente all’incontro ha confermato le parole del primo testimone: «Sono rimasto scioccato, non potevo credere alle mie orecchie», ha dichiarato. «Mi sono sentito come se la mia libertà religiosa, quella per cui rischio la vita e sacrificio tempo lontano dalla famiglia combattendo, mi venisse portata via». Nessuna parola, invece, sarebbe uscita dalla bocca dell’agente sulla minaccia dell’estremismo islamico. Un fatto tanto più grave, ha commentato il secondo testimone, in quanto il briefing si teneva proprio a Fort Hood, dove nel 2009 Nidal Hasan, ex psichiatra dell’esercito, ha ucciso 13 commilitoni al grido di “Allah è grande”: «La nostra comunità sta ancora guarendo da quell’atto di terrorismo. Questo è uno schiaffo in faccia».
    COME IL KU KLUX KLAN. Il “Pentagono di Obama” è finito sotto accusa già da tempo per la sua nuova linea ritenuta anti-cristiana. Le prime avvisaglie della discriminazione erano giunte oltre un anno fa dai cappellani, a cui fu vietato di indire giornate di preghiera o di leggere certe parti del Vangelo dopo l’abolizione della legge “don’t ask, don’t tell” che impediva ai soldati omosessuali di esternare in pubblico le loro tendenze. Ad aprile di quest’anno, poi, durante un incontro dei riservisti della U.S. Army, alcuni gruppi cristiani, cattolici ed evangelici, erano stati inclusi in un elenco di “gruppi estremisti” come il Ku Klux Klan e al Qaeda. Anche allora, come in quest’ultimo caso avvenuto a Fort Hood, il dipartimento della Difesa aveva preso le distanze dal responsabile, escludendo però che si trattasse di una qualsivoglia linea politica adottata dall’esercito.
    PROCESSO AL CRISTIANO. In settembre è stata avviata un’indagine a carico del sergente Phillip Monk, che rischia la corte marziale per aver raccontato ai media che il suo sollevamento dall’incarico, avvenuto poche settimane prima per ordine di un superiore gay, era legato alla sua opposizione al matrimonio omosessuale. A metà ottobre, durante un meeting informativo a Camp Shelby, Mississippi, tra i gruppi pericolosi è comparsa l’American Family Association (Afa), che però si limita a difendere il matrimonio tra uomo e donna. In quella occasione, un soldato è intervenuto chiedendo all’istruttore se fosse sicuro di quello che diceva, visto che invece lui, evangelico, non odiava nessuno. Risposta: chiunque partecipi a gruppi simili è passibile di sanzioni disciplinari. Tanto per cambiare, il Pentagono ha specificato che la posizione del relatore non è quella ufficiale della forze armate.
    Esercito Usa, cristiani «minaccia per la nazione» | Tempi.it

    Torino, intimidazioni gay a una scuola cattolica
    di Massimo Introvigne
    Ci avevano raccontato che non bisogna preoccuparsi della legge sull'omofobia: nelle chiese e nelle scuole i cattolici saranno liberi di continuare a presentare la loro dottrina. Le bugie, però, hanno le gambe corte. A Torino, un clamoroso episodio approdato sulle prime pagine di tutti i giornali locali mostra come la tolleranza sia intesa dagli attivisti omosessuali a senso unico.
    L'Istituto Faà di Bruno, fondato dal beato Francesco Faà di Bruno, è una delle più antiche scuole cattoliche piemontesi. Da anni organizza incontri formativi privati per i genitori dei suoi alunni. Quest'anno tre incontri dovevano essere dedicati all'omosessualità, con relatori noti ai nostri lettori tra cui Chiara Atzori e Mauro Ronco. Il primo incontro era in programma l'8 novembre. In qualche modo l'invito è arrivato agli attivisti omosessuali torinesi, e si è scatenata la guerra. Le organizzazioni LGBT hanno iniziato con gli insulti e le minacce via Facebook. Poi quattro consiglieri comunali PD e SEL hanno scritto al sindaco, chiedendo che alla scuola fosse revocata la convenzione comunale che riguarda il suo asilo. Poi gli attivisti gay hanno scritto anche all’Arcivescovo di Torino con un tono fra il suadente e il minaccioso. Infine, si sono mobilitati i giornali «amici» - «La Repubblica» in testa - invocando dalla prima pagina delle edizioni torinesi immediati provvedimenti contro la scuola «omofoba». Il crescendo di minacce ha finalmente indotto l'istituto cattolico a sospendere l'iniziativa, per «non trasformare un pacifico incontro privato di genitori in una guerra», pur «rivendicando il diritto di continuare a proporre liberamente l'insegnamento del Magistero della Chiesa e del "Catechismo" su questi temi».
    Il comunicato del Faà di Bruno ricorda che «come credenti, il nostro punto di riferimento è il "Catechismo della Chiesa Cattolica", più volte indicato da Papa Francesco come "strumento fondamentale con cui la Chiesa comunica il contenuto intero della fede" (enc. "Lumen fidei", n. 46). Dal "Catechismo" impariamo da una parte il dovere di accogliere le persone omosessuali "con rispetto, compassione, delicatezza", evitando "ogni marchio di ingiusta discriminazione" (n. 2358), dall’altra che gli "atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati" e "in nessun caso possono essere approvati" (n. 2357)». «Siamo una scuola cattolica - prosegue il comunicato -. Sappiamo che coniugare l’accoglienza cordiale di tutti con la lealtà alla verità che la Chiesa ci insegna ad amare non è sempre scontato né facile. Ma proprio qui sta la bellezza della nostra vocazione di educatori cattolici, e questo cerchiamo d’insegnare ai nostri ragazzi».
    In serata sulla vicenda è intervenuto con un suo comunicato anche l'Arcivescovo di Torino, affermando che la Diocesi «esprime apprezzamento per la posizione» del Faà di Bruno, e chiede che s'instauri un clima dove «a nessuno sia consentito di esercitare "censure preventive"» su certi temi e su chi è chiamato a trattarli. La Diocesi loda la decisione di sospendere l'iniziativa «per non alimentare contrapposizioni artificiose e strumentali», «mantenendo invece ben fermo l'impegno» a continuare la riflessione sui temi della famiglia e della sua difesa. L'Arcivescovo Nosiglia ribadisce pure che «la scuola cattolica ha il diritto-dovere di educare ai valori fondamentali» «secondo la legge naturale illuminata dalla Parola di Dio e dal l'insegnamento della Chiesa».
    L'episodio è gravissimo, ma anche istruttivo. Conferma l'intolleranza degli attivisti gay, per cui su queste materie si può esprimere solo chi manifesta opinioni «politicamente corrette», mentre agli altri va impedito di parlare con ogni mezzo, dall'intimidazione al ricatto. Già prima che sia approvata la legge sull'omofobia, figuriamoci dopo.
    Non tutto il male, però, viene per nuocere, o - come si dice - il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Il mondo cattolico torinese si è stretto intorno al Faà di Bruno, che ha ricevuto attestati di solidarietà da decine di associazioni, sacerdoti, semplici fedeli, esponenti politici. Come sempre accade, c'è stata anche qualche voce dissonante. Luigi Vico, presidente della FISM (Federazione Italiana Scuole Materne) di Torino, ha dichiarato a «La Repubblica» - citando, al solito, il «Chi sono io per giudicare i gay?» del Papa - che i genitori delle scuole materne «verranno invitati a non partecipare» e che lui è del tutto contrario a queste iniziative. Vico, oltre che della FISM, è esponente dell'area PD. Credeva, con la sua dichiarazione, d'ingraziarsi «La Repubblica». Ma aveva fatto i conti senza l'oste. Perfidamente, «La Repubblica» ricorda che fra tre giorni il Consiglio Comunale di Torino, dove la sinistra ha una salda maggioranza, dovrà pronunciarsi sulla riconferma dei contributi alla FISM. Finalmente, tutto è chiaro: si tratta di quattrini, e anche Vico tiene famiglia. Altro che «Chiesa povera per i poveri».
    Torino, intimidazioni gay a una scuola cattolica

    È dittatura gay, fermarla prima che sia tardi
    di Riccardo Cascioli
    Il pomeriggio di mercoledì 30 ottobre l’avvocato Giancarlo Cerrelli riceve una telefonata dalla redazione di Domenica In per un invito a partecipare alla puntata di domenica 3 novembre, in uno spazio dedicato a un dibattito sul recente suicidio del giovane gay di Roma. Cerrelli è il vicepresidente dell’Unione dei Giuristi Cattolici Italiani, già protagonista di una puntata di Unomattina estate, lo scorso agosto, in cui aveva argomentato contro la legge sull’omofobia e per questo aveva dovuto subire durissimi attacchi da parte delle organizzazioni gay.
    Dunque la redazione di Domenica In aveva ritenuto di invitarlo sapendo benissimo le sue posizioni, anzi proprio per quello. Infatti gli era anche stato detto che degli ospiti previsti (quattro in tutto) sarebbe stato solo su certe posizioni. E’ il solito gioco che si fa in certe trasmissioni: si vuol far passare una tesi, ma per non sembrare di parte si invita anche un ospite contrario che, però, viene messo in mezzo a diversi ospiti impedendogli di esprimere compiutamente le proprie posizioni.
    In questo caso è interessante notare anche chi sono i tre ospiti che la pensano all’opposto di Cerrelli: sono due giornalisti – Pierluigi Diaco e Tommaso Cerno – e don Antonio Mazzi. E qui vedremo domenica in che senso un sacerdote di Santa Romana Chiesa in materia di omosessualità sostiene tesi opposte a quelle di Cerrelli, visto che quest’ultimo non si discosta dal Catechismo.
    Per Cerrelli comunque neanche questo basta: non è sufficiente il ruolo sacrificato, bisogna accertarsi che non faccia affermazioni sgradite; così i redattori di Domenica In gli fanno molte domande per accertarsi su tutte le cose che intende dire.
    Si arriva così a ieri pomeriggio, 1 novembre: intorno alle 15 Cerrelli riceve un’altra telefonata dalla redazione di Domenica In, che gli annuncia che il suo intervento è stato annullato. Sono stati mantenuti gli altri ospiti ma Cerrelli verrà sostituito da una mamma che ha accettato l’omosessualità del figlio. In fondo, gli dice il redattore, ci sarebbe stato troppo poco tempo per lui per esprimere le sue posizioni, quindi terranno conto della sua disponibilità per la prossima occasione in cui si parlerà di omofobia.
    Scusa patetica, in realtà cade ormai anche qualsiasi parvenza di obiettività: sul tema omosessualità non sono più ammesse opinioni che non siano quelle imposte dalla lobby gay. E come non ricordare che dopo la già citata trasmissione di Uno Mattina, era stato chiesto da alcuni deputati l’intervento della Commissione di Vigilanza Rai per evitare che fossero invitati alle varie trasmissioni «ospiti ultracattolici e omofobi»?
    La situazione è ormai oltre ogni limite, come dimostra anche il caso della scuola Faà di Bruno di Torino, che riportiamo in altro articolo. Non c’è ancora una legge sull’omofobia, ma già la dittatura gay è una realtà. Sarebbe il caso che anche la politica intervenisse per garantire la libera espressione di opinioni che non sono diffamatorie né discriminanti né irrispettose. Non solo, sono anche opinioni che ricalcano quanto previsto dalla Costituzione e dalla legge italiana, che riconoscono soltanto la famiglia naturale.
    Chissà se quei parlamentari cattolici che alla Camera hanno votato a favore della legge sull’omofobia, soddisfatti dell’introduzione di un emendamento che garantisce libertà religiosa, si stanno rendendo conto di come sia davvero la realtà.
    È dittatura gay, fermarla prima che sia tardi

    La Francia ci riprova
    Pubblicato da Berlicche
    Non penso qui da noi siano molti coloro che hanno appreso come in Francia, per un sindaco, sia diventato illegale rifiutarsi di sposare due gay. Un primo cittadino che non volesse compiere l’atto si vederebbe incriminato e passibile non solo di multa, ma anche di carcere. Fino a cinque anni.
    I commenti che ho letto, però, non mi pare azzecchino il punto. Infatti non è una questione di obiezione, di libertà di coscienza, di dovere civico. Per niente. E c’entrano davvero poco anche gli omosessuali. Sono stati usati. Utili idioti, se posso dirlo senza essere accusato di omofobia.
    Infatti non è un errore quello che sta avvenendo, non è una conseguenza della legge sul matrimonio gay, ma esattamente il fine ultimo per il quale quella legge contestata è stata concepita ed approvata. A causa sua, infatti, non è più possibile per un cattolico praticante e coerente aspirare alla carica di sindaco. A meno che non sia disposto a testimoniare fino al carcere e, diciamolo pure, al martirio, la sua fede.
    Non è certo una novità, almeno in Francia. Nel 1790 il governo rivoluzionario, con la Costituzione Civile del Clero, aveva posto un’analogo aut-aut: o con lo Stato (per il bene del paese e della Rivoluzione, certo) sopra la Chiesa e sopra Dio, o…
    Seguirono ghigliottine, annegamenti forzati, teste su picche e il resto del repertorio per chi non aveva aderito.
    La prospettiva odierna è certo meno truculenta – ma anche nel 1788 nessuno pensava che di lì a poco sarebbe iniziato un bagno di sangue.
    Con l’imposizione di un “sacrificio all’imperatore” gli attuali governanti francesi, che si sono distinti per una esplicita e reiterata ostilità al cristianesimo e per l’adozione in proposito di un’agenda indistinguibile da quella della massoneria, evidentemente sperano di ottenere un non expedit che liberi il campo da tutti quei fastidiosi provocatori cattolici che non accettano di stare rinchiusi in sacrestia. Magari pretendendo di dire pure la loro.
    E qui da noi in Italia? Bene, ci provano. Infiltrando un po’ di ideologia gender nella legge sul femminicidio, portando avanti la famosa legge sull’omofobia, oppure contando su colpi di mano europei (per adesso falliti).
    Di utili idioti anche qui non ne mancano.
    La Francia ci riprova | Berlicche

    Le Martiri di Compiègne
    Una mirabile pagina di gloria quella delle 16 carmelitane martiri a Compiègne.
    di Paolo Risso
    "Libertà, uguaglianza, fraternità", ecco i "sacri principi" del 1789, quelli che secondo i "lumi" della ragione che ragiona, avrebbero dovuto portare il paradiso sulla terra. Peccato che questi principi fossero stati affermati senza Dio e contro Dio, come se l'uomo fosse dio a se stesso. Così il risultato fu pessimo fin dall'inizio e lo è tuttora, sempre peggiore.
    La nota "dichiarazione dei diritti dell'uomo", promulgata in base a questi principi, a Parigi il 26 agosto 1789, nell'ambito della rivoluzione francese, che doveva dilagare nel mondo sovvertendo tutto, condusse subito alla proibizione di offrire a Dio i voti religiosi e alla soppressione degli Ordini religiosi: secondo costoro, non può essere libero chi si consacra a Dio con dei voti -sicuramente vi è stato costretto- ed è compito della "nazione" liberarlo. E se non vuole essere liberato, sia ammazzato, perché la società dev'essere di liberi e di uguali!
    Le priore di tre monasteri carmelitani francesi, a nome degli altri, inviarono all'Assemblea nazionale il loro "proclama": "Alla base dei nostri voti c'è la libertà più grande; nelle nostre case regna la più perfetta uguaglianza; noi confessiamo davanti a Dio
    che siamo davvero felici". Si rispose loro, mandando alle porte dei monasteri uno stuolo di ufficiali per offrirsi come liberatori!
    "QUI VOGLIAMO VIVERE E MORIRE"
    Gli ufficiali della rivoluzione giunsero anche al Carmelo di Compiègne, dove vivevano 16 monache guidate dalla priora Madre Teresa di S. Agostino. Postele con la forza nella condizione di non poter comunicare tra loro, furono convocate ad una a una per dichiarare liberamente di voler uscire dal monastero. Un segretario verbalizzava le loro risposte, per cui la loro singolare avventura è documentata con scrupolo dai loro stessi persecutori.
    La Priora dichiarò di "voler morire e morire in quella santa casa". La più anziana disse: "Sono suora da 56 anni e vorrei averne ancora altrettanti per consacrarli tutti al Signore". Un'altra spiegò: "Mi sono fatta religiosa di mio pieno gradimento e conserverò il mio abito anche a costo del sangue". Così con parole simili, ripeterono tutte, fino alla più giovane professa da pochi mesi: "Nulla mi indurrà ad abbandonare il mio sposo Gesù".
    Veramente le monache erano 14, due erano solo delle collaboratrici laiche, ma in quel frangente dichiararono che anch'esse volevano condividere con le "sorelle", la stessa passione e la stessa gloria. Dunque, sostanzialmente si tratta di sedici carmelitane.
    Intanto la rivoluzione continuava, volendo separare il Clero e i cattolici di Francia dal papa, iniziando presto la persecuzione più cruenta contro coloro che non accettavano di giurare secondo i suoi "principi". Nella Pasqua del 1792, la Priora di Compiègne propose alle sue consorelle di offrirsi con lei "in olocausto per placare la collera di Dio e in modo che la sua pace sia restituita alla Chiesa e allo stato". Nel settembre 1792, in un massacro durato tre giorni, si contarono 1600 vittime, tra cui 250 preti massacrati a Parigi. Il 12 settembre, le carmelitane di Compiègne ebbero l'ordine di lasciare il monastero, subito requisito.
    Andarono a vivere in gruppetti in quattro case vicine nello stesso quartiere, riuscendo a comunicare tra loro per mezzo del cortile interno e a osservare il più possibile la loro "Santa Regola" di preghiera e di lavoro, in intimità con il Signore Gesù, pronte a ogni evenienza. Il quartiere sapeva della loro presenza e si univa alla loro preghiera per la Chiesa e per la Francia.
    Tra l'ottobre 1793 e l'estate 1794, i senza-Dio scatenarono il grande Terrore, che doveva portare alla scristianizzazione totale. Ogni giorno funzionava la ghigliottina, le cui vittime più numerose e più innocenti furono sacerdoti, religiosi, credenti, sotto l'accusa di "fanatismo": in realtà in odio alla fede.
    Proprio di fanatismo vennero accusate le Carmelitane di Compiègne: le loro abitazioni furono perquisite, le suore arrestate, i loro arredi sacri profanati e infranti. In quei mesi erano venute preparandosi al martirio, proprio secondo quanto aveva profetizzato la loro santa Fondatrice-Riformatrice, Teresa d'Avita: "In avvenire quest'Ordine fiorirà e avrà molti martiri".
    Il 13 luglio 1794, Madre Teresa di S. Agostino e le consorelle giunsero a Parigi e gettate nella Concergierie, il carcere della morte. In quei giorni, il tribunale rivoluzionario comminava decine di condanne a morte. Il 16 luglio 1794, festa della Madonna del Carmelo, le monache composero un nuovo canto, come loro abitudine, per la loro Patrona. Riscrissero la Marsigliese, cambiando l'inno della rivoluzione in un inno di dedizione a Cristo:
    "È arrivato il giorno della gloria/
    Or che la spada sanguinante è già levata,/
    prepariamoci alla vittoria./
    Sotto il vessillo del Cristo Agonizzante/
    avanzi ognuno come vincitore./
    Corriamo, voliamo alla gloria,/
    che noi tutte siamo del Signore!".
    AL PATIBOLO, CANTANDO
    L'indomani, 17 luglio 1794, comparvero in tribunale, accusate di "ribellione", "sedizione", "oppressione del popolo francese", cose incredibili per donne inermi, dedite solo alla preghiera. Risposero che non volevano accuse generiche, confuse e mescolate alla politica. Quando l'accusatore le definì "fanatiche", suor Enrichetta Peiras, domandò: "Vorreste, voi cittadino, spiegarci che cosa significa fanatismo?". Fouquier-Tinville (l'accusatore) s'infuriò e rispose: "È quella vostra affezione a credenze puerili, quella vostra sciocca pratica religiosa".
    Suor Enrichetta, a nome di tutte, lo ringraziò, poi rivolta alla Priora e alle consorelle, disse: "Avete udito che ci condannano per l'affetto che portiamo alla nostra santa Religione. Siano rese grazie a Colui che ci ha precedute sulla via della Croce! Che felicità e che consolazione poter morire per il nostro Dio!".
    Erano le sei di sera, quando, condannate a morte, con le mani legate dietro la schiena, salirono su due carrette per essere condotte alla ghigliottina. In mezzo alla folla che si assiepava ai margini delle vie, lungo il loro ultimo viaggio, cantarono Compieta, come in monastero al tramonto di ogni giornata. Tra lo stupore e il silenzio, la gente allibita e muta, sentì innalzarsi con voce dolcissima l'inno Te lucis ante terminum, quindi il salmo Miserere, il Te Deum, la Salve Regina, come se quelle andassero a una festa lungamente attesa.
    Ai piedi del palco, la Priora chiese di morire per ultima, per assistere le sue "figlie" come una vera madre, come in un "atto di comunità". Nelle sue mani, le monache, una per una, rinnovarono i voti e baciarono una immagine della Madonna che erano riuscite a portare fin là. A quel punto, Madre Teresa intonò il Veni Creator, mentre la più giovane, che aveva avuto tanta paura, saliva per prima al patibolo. Mentre continuava a cantare l'inno allo Spirito di Cristo e il canto si faceva sempre più flebile, le loro teste cadevano una per una sotto la lama. Ultima salì la Priora...
    Sulla piazza, nel caldo sole di luglio, tra l'odore del sangue, era sceso un silenzio solenne mai visto, come se il Ciclo davvero visibilmente si fosse squarciato. Uno dei commissari di polizia, vedendole morire, disse loro: "II popolo non ha bisogno di serve!". La monaca più fiera, rispose: "Ma ha bisogno di martiri, e questo è un servizio che noi ci possiamo assumere". E un'altra tra le più giovani: "Noi cadiamo soltanto in Dio".
    Non trascorse un anno, che il 6 maggio 1795, il nuovo tribunale rivoluzionario di Parigi condannò a morte Fouquier-Tinville e tre antichi giudici, sei giurati e altre sei persone che avevano collaborato con quelli all'esecuzione delle Carmelitane di Compiègne: in tutto sedici, come sedici erano le sante monache!
    Il 27 maggio 1906, Papa S. Pio X beatificava le Martiri di Compiègne: Madre Teresa di S. Agostino, suor Francesca di S. Luigi, suor Maria di Gesù Crocifisso, suor Maria della Risurrezione, suor Eufrasia dell'Immacolata, suor Gabriella di Gesù, suor Teresa del Cuore di Maria, suor Gabriella di S. Ignazio, suor Giulia di Gesù, suor Enrica della Provvidenza, suor Costanza, suor Maria dello Spirito Santo, suor Maria di S. Marta, suor Stefano di S. Francesco Saverio, Caterina e Teresa Soiron.


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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Suicidio di Carlo Lizzani: l’implosione dell’etica laica
    Il suicidio di Carlo Lizzani, il 5 ottobre scorso, è l’ennesimo caso di personaggi di laicità comprovata e manifestata (Monicelli, Lucentini, Magri, D’Amico ecc.) il cui senso dell’esistenza non ha retto di fronte all’invecchiamento e alla sofferenza. Ovviamente ai familiari va la nostra vicinanza e a Carlo il nostro rispetto, ma il suo tragico gesto, divenuto di dominio pubblico, va giudicato pubblicamente.
    Come sempre accade in questi casi, molti esponenti della summa laicale hanno celebrato il suicidio di Lizzani come un atto di eroismo, di coraggio (anche se, a parte Umberto Veronesi, non si sono spinti fino alla logica conseguenza di invitare i giovani all’imitazione di questo valoroso gesto). Come spiegato da Tommaso Scandroglio, hanno sostenuto la loro posizione spiegando che il suicidio di Lizzani non va giudicato perché la morte è affare privatissimo. Peccato che subito dopo ne abbiano però fatto un affare pubblico e di Stato strumentalizzando tale morte per rilanciare la richiesta di eutanasia legale in Italia.
    Ad abusare politicamente di questo “gesto privato” di Lizzani sono stati ovviamente i soliti radicali come Filomena Gallo e Mina Welby, abili manipolatori delle disgrazie altrui come ha sottolineato in precedenza il laico Sergio Romano.
    I vari intellettuali di “Repubblica” e de “Il Giornale”, come Ozpetek e Feltri, hanno avuto il merito di evidenziare invece l’incoerenza della morale laica: il problema per loro non è quella di evitare suicidi e omicidi, ma di dare la possibilità di uccidere e di uccidersi in totale sicurezza. L’eutanasia in ospedale servirebbe a questo perché «il corpo di una persona schiacciata sul marciapiedi mi sembra un torto alla dignità», ha spiegato Ozpetek. È questione di stile: buttarsi giù da una finestra è volgare, suicidarsi con un’iniezione è invece molto rock.
    Allo stesso modo per le stanze del buco: all’intellighenzia laica non interessa che i giovani si drogano e i motivi per cui lo fanno, l’importante è che lo facciano con siringhe sterili e in ambienti controllati. E ancora: è volgare che gli omosessuali comprino i bambini dalle povere donne indiane, molto meglio che facciano l’ordinazione e poi se li facciano regalare da occidentali “madri generose”, come ci hanno spiegato Chiara Lalli e Giuseppina La Delfa.
    Non è un caso che l’implosione dell’etica laica sia perfettamente osservabile nelle parole del più noto esponente italiano, l’oncologo Umberto Veronesi: alla domanda «Che cosa direbbe agli italiani che non hanno più voglia di vivere?», Veronesi non ha dubbi: «Di procurarsi una corda o di aprire una finestra: non c’è altra soluzione legittima o accettabile. È assurdo perché uccidersi non è reato, anche il tentato suicidio non è punibile. Allora perché è reato aiutare qualcuno se questa persona ha scritto chiaramente qual è la sua volontà?».
    Questi sono i consigli illuminanti che Veronesi offre agli italiani, configurando le sue parole come istigazione al suicidio. Le domande che si pone, inoltre, sono completamente assurde e inaccettabili in un confronto razionale: nel nostro ordinamento giuridico il suicidio non è considerato reato perché sarebbe grottesco mettere dietro le sbarre un cadavere. Il tentato suicidio invece non è punibile, non perché lo Stato lo approvi – non tutto ciò che non è punito è da considerarsi legittimo si spiega al primo anno di giurisprudenza alle matricole – bensì perché sarebbe inutile spedire in carcere o comminare una multa al tentato suicida: i suoi problemi non si risolvono con la reclusione e questa sanzione potrebbe solo aggravarli. Se fosse legittimo, come dice Veronesi, tentare di togliersi la vita non si capisce il motivo per cui il nostro Stato punisce chi aiuta a suicidarsi (580 cp) o chi uccide un terzo con il suo consenso (579 cp). Se il suicidio fosse cosa buona l’omicida del consenziente potrebbe solo ricevere un encomio. Lo sfavore del nostro ordinamento invece verso il suicidio lo si deduce proprio da queste due norme che puniscono chi aiuta un altro a togliersi la vita.
    Il suicidio non è un gesto di libertà (ma di arbitrio), nemmeno di coraggio, anzi è proprio un gesto di resa e l’eliminazione di ogni libertà. E’ un gesto di disperazione e chi esalta la disperazione è perché non è capace di ritrovare un significato più alto del vivere, del soffrire e del morire. E’ un problema esistenziale che ossessiona le nostre secolarizzate società. Il vero eroismo, la vera esaltazione della libertà è invece quella di Marina Neri, la giovane colpita da un raro tumore osseo che ha saputo combattere fino alla fine senza mai arrendersi. Non ha invitato l’umanità sofferente al suicidio, come Veronesi, ma ha offerto la sua testimonianza: «Per chiunque viva un’esperienza simile alla mia, credo che valga sempre la pena di lottare, di provarci credendoci totalmente. Darei la vita per non morire».
    Suicidio di Carlo Lizzani: l?implosione dell?etica laica | UCCR

    La cultura LGBT discrimina gli altri, ecco perché
    Secondo molti, dare un’approvazione ufficiale alle unioni omosessuali e dunque valorizzare l’abolizione della differenza sessuale, non comporterebbe alcuno svantaggio a chi è contrario.
    Un esempio recente mostra perché questa tesi è sbagliata: allo storico liceo classico romano Mamiani, riferimento della borghesia sessantottina di sinistra, sono stati aboliti i termini “padre” e “madre” dal libretto delle giustificazioni degli studenti, sostituiti dall’asettica, omologata e misogina definizione di “Genitore 1″ e “Genitore 2″. Tutto al maschile, (niente “genitrice”) dunque, con l’approvazione contraddittoria delle sempre più in crisi femministe italiane. Anche le famiglie contrarie all’omologazione e non prive di paura verso la diversità sessuale, si sono trovate costrette ad essere identificate dalla scuola del loro figlio attraverso i numeri “1″ e “2″, in nome di un ipotetico rispetto. Discriminare 99 per rispettare 1, ma se i termini “madre” e “padre” sono una mancanza di rispetto bisognerebbe avere il coraggio di bandirli da tutta l’area pubblica, non soltanto nell’ambito scolastico. Perché una coppia omosessuale, infatti, dovrebbe essere “rispettata” solo a scuola e non in tutti i luoghi pubblici?
    Se esulta Fabrizio Marrazzo, portavoce di Gay Center, la preside del liceo Tiziana Sallusti scarica la responsabilità sugli studenti dicendo che sarebbe stata una loro richiesta. Peccato che il rappresentante degli studenti del liceo romano (proveniente dai collettivi di sinistra), Lorenzo R., ha affermato al “Messaggero”: «mi sembra molto impersonale, trasmette un’idea burocratica e asettica che in questo liceo purtroppo va molto di moda negli ultimi anni. E’ un cambiamento di cui francamente nessuno sentiva la necessità». Perfino il “Corriere della Sera”, abituato alle marchette all’omo-logazione, si è trovato perplesso in questa iniziativa utile a nascondere la scomoda (per alcuni) realtà con dei numeri.
    Qualcuno ha pensato alla doppia umiliazione del genitore che si troverà a firmare nella casella del “genitore 2″? Una gerarchia familiare che dal libretto delle giustificazioni si imporrà in ogni ambito scolastico, creando oltretutto ambiguità e confusione nei casi in cui i due genitori (1 e 2) convivono con altrettanti partner/genitori (3 e 4?). Conseguentemente e per coerenza anche i nonni, se sono chiamati a fare le veci dei genitori, dovranno identificarsi come genitori 1 e 2 del genitore 1…e così via.
    «Ogni ragazzo nasce da un padre e da una madre», afferma Antonio Affinita, direttore generale del Moige (Movimento Italiano Genitori), «suscita perplessità la scelta di cancellare la parola madre e padre sui libretti di giustificazioni, peraltro senza coinvolgere, in una scelta democratica e condivisa tutti i genitori nella scuola. Sono temi che toccano le identità delle persone, con questa scelta si discriminano i genitori che ancora si sentono padri o madri e non genitore 1 e genitore 2».
    Evidentemente la paura per la diversità e la discriminazione sono concepiti come progresso nelle nostre società omo-secolarizzate.
    La cultura LGBT discrimina gli altri, ecco perché | UCCR

    I deliri sessual-pedagogici dell’OMS e gli applausi di “Avvenire”
    di Elisabetta Frezza
    «Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare» (Marco: 9,42)
    di Elisabetta Frezza
    In questi giorni molti giornali e siti hanno parlato del documento “Standards for Sexuality Education in Europe” elaborato nel 2010 e tornato ora alla ribalta come primaria fonte di ispirazione di una bozza di risoluzione passata di recente all’esame del Parlamento Europeo e intitolata “Salute e diritti sessuali e riproduttivi”. Il documento, firmato dal Centro Federale per l’Educazione alla Salute e dalla sezione europea dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) consta di 65 pagine nelle quali si espongono dettagliatamente le linee guida utili alle “autorità competenti” per impartire l’educazione sessuale ai minori cominciando dai loro primi giorni di vita (!), per poi diventare materia di studio obbligatoria nelle scuole primarie e secondarie.
    Qualche veloce cenno al contenuto del documento è sufficiente a rendere l’idea di ciò che bolle in pentola e che, in modo strisciante, comincia già ad essere operativo. Perché, si sa, è sempre bene prendersi avanti.
    Dagli 0 ai 4 anni si prevede il diritto dell’educando “di indagare la propria nudità e il proprio corpo”, con il correlativo dovere dei docenti di “informarlo sul piacere e sul godimento che si sperimenta quando si accarezza il proprio corpo e sulla masturbazione precoce infantile” rassicurandolo che “il piacere delle parti intime è aspetto normale nella vita di tutti”; il fanciullo di 4-6 anni va invece stimolato alla “condivisione dei suoi problemi sessuali” e confortato in merito al fatto che “qualsiasi sentimento è ok”; appena più avanti, dai 9 anni, il discente andrebbe messo in grado di “decidere in modo responsabile se avere o non avere esperienze sessuali”, con tutto il corredo di informazioni e competenze necessarie per districarsi tra le “differenti tipologie di contraccettivi” e per comprendere il “loro uso”.
    E poi avanti, in una avanzata travolgente di “prevenzione di gravidanze indesiderate”, pillole del giorno dopo, “diritto di aborto” (sic!), fecondazione artificiale, maternità surrogate. Sì, perchè anche le coppie omosessuali hanno ovviamente il diritto a fabbricarsi dei figli, e infatti: se dagli 0 anni ai 4 anni – sempre secondo il nostro documento – bisogna intanto spiegare al pargolo che gli spetta “il diritto di scoprire la sua identità di genere”, dopo i 4 anni si deve renderlo edotto “sull’amicizia e sull’amore tra persone dello stesso sesso” e sulle varie tipologie di famiglia, perché si generi in lui una “favorevole disposizione verso l’uguaglianza di genere nei rapporti interpersonali e nella scelta del partner”.
    Questo, e molto altro ancora (appunto, 65 fitte pagine di istruzioni).
    Bene. Di fronte a certe enormità, di fronte all’autentico stupro collettivo perpetrato ai nostri figli dallo strapotere totalitario sovranazionale che sta imponendoci a marce forzate ogni aberrazione pansessualista, qualsiasi commento dovrebbe risultare superfluo. Soprattutto se il commentatore sia per avventura l’organo ufficiale di informazione della Conferenza Episcopale Italiana.
    Avvenire, invece, ben si guarda dal contrapporsi frontalmente ad organismi che, magari, torna utile non inimicarsi del tutto, e si esibisce in una folle acrobazia ermeneutica; per affrontarla, si avvale del solerte aiuto dell’esperto di turno, blasonato “collaboratore” nazionale dell’ufficio CEI per la pastorale famigliare, uno (testuale) “del calibro di Michelangelo Tortalli, medico sessuologo clinico, membro della Federazione italiana sessuologia scientifica”.
    Il dottor Tortalli – che ci sorride in foto dalla pagina del quotidiano – esordisce elogiando i molti aspetti positivi del documento, che – afferma – apre l’educazione sessuale “a un approccio olistico” (cioè, spiega: “che comprende la persona nel suo intero”) e così “si sforza di compiere un passo avanti rispetto al passato, non riducendo la sessualità a un singolo evento ma proponendola piuttosto come un ‘progetto’ capace di coinvolgere la vita biologica”. Si rallegra poi del fatto che i genitori siano “i primi referenti della scuola nell’educazione sessuale” così come “referenti devono essere «la comunità, le organizzazioni religiose e le altre agenzie che operano a contatto coi giovani»”. Plaude convinto, infine, giudicandoli davvero favorevolmente “sorprendenti”, ai “passaggi che riguardano la spinosa questione del ‘genere’ (in inglese gender)”, che esprimerebbero attenzione a garantire che bisogni e problemi diversi, legati alle differenze maschile-femminile, trovino risposte adeguate.
    Certo poi – lo ammette bontà sua anche il nostro luminare, ma prudentemente posponendo ai complimenti la pars destruens del suo intervento -, seguono “indicazioni pratiche in molti casi discutibili”. Per esempio, nell’insegnamento dagli 0 ai 4 anni si partirebbe con suggerimenti dettati da assoluto buon senso, come il promuovere “tenerezza e contatto fisico come espressioni di amore e di affetto”, per approdare a qualche “assurdità” come la “masturbazione infantile precoce” e, tra i 4 e i 6 anni, quella delle “relazioni tra persone dello stesso sesso”.
    Per i successivi rilievi critici – che riguardano le istruzioni all’uso nonché al modo di procurarsi preservativi e contraccettivi a nove anni, l’insegnamento del diritto all’aborto (che, effettivamente, non sta tanto bene chiamare così), al coming out (cioè la dichiarazione della propria omosessualità) e alla fecondazione assistita a dodici anni – il dottor Tortelli cede però la parola alla sessuologa Paola Di Maria.
    Forse gli pareva, altrimenti, di infierire troppo.
    L’esperta di sostegno rileva come, nella sua seconda parte, il documento difetti “di quel senso ‘olistico’ annunciato all’inizio” e indulga in una “visione della sessualità̀ appiattita sulla biologia e del tutto priva di orizzonti di significato veri”. Una visione, conclude commossa la signora, “di cui i nostri bambini – così sensibili e disorientati – non hanno davvero bisogno”.
    Queste le posizioni del giornale dei vescovi.
    Sconcerta incappare in simili vette di tendenziosità dispensate dalle colonne di un quotidiano sedicente cattolico, che – sulla carta – dovrebbe essere capofila nella guerra contro la dittatura laicista che ci attanaglia in una vera e propria morsa suicida. Sconforta apprendere che, per Avvenire, rapinare i bambini della loro innocenza e i loro genitori del diritto di educarli, in fondo e fino a un certo punto, vada pure bene; basta non esagerare.
    I nuovi mostri che allungano le mani sui nostri figli e vogliono indottrinarli al pensiero unico pansessualista sanno ora di contare su di un alleato insperato.
    Che dire? Chissà che al direttore Tarquinio o a qualche collaboratore della CEI sovvenga, sia pur tardivamente, l’unico commento che al riguardo sarebbe suonato opportuno:
    «Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare» (Marco: 9,42)
    I deliri sessual-pedagogici dell?OMS e gli applausi di ?Avvenire? ? di Elisabetta Frezza | Riscossa Cristiana



    Sentinelle contestate a Bergamo. Oltre a non poter parlare, non si può più nemmeno stare in silenzio?
    Spiacevole episodio durante una pacifica veglia. Contestatori Lgbt hanno cercato di provocare un gruppo di sentinelle in piedi.
    Emanuele Boffi
    Oltre a non poter parlare, non si può più nemmeno stare in silenzio? È la domanda che si fanno le Sentinelle in piedi dopo la contestazione subita da un gruppo Lgtb a Bergamo dove sabato è stata organizzata una veglia.
    Le sentinelle, che avevano preventivamente avvisato la questura delle loro intenzioni, si sono date appuntamento in piazza Vittorio Veneto alle 16.00. Per circa un’ora duecento persone si sono disposte ordinatamente a scacchiera e hanno, come è loro abitudine, ognuno per suo conto e silenziosamente, letto un libro. Ma il gruppo di contestatori hanno iniziato a urlare slogan offensivi o cercato di provocarli al solo fine di scatenare una reazione. I contestatori hanno srotolato striscioni («Liberi di amare» si leggeva su uno e «Chiamo imbecille chi ha paura di godere. A. Camus» su un altro). La cinquantina di attivisti Lgtb tenevano in mano un libro viola (o solo la sua copertina) e deridevano i presenti che non hanno reagito, tranne un anziano signore che, spazientito, si è lasciato scappare qualche insulto, dal quale le sentinelle si sono subito dissociate. Due militanti Lgtb si sono baciati davanti a una bandiera della pace.
    CHI SONO E COSA VOGLIONO LE SENTINELLE. Le sentinelle in piedi, come più volte vi abbiamo raccontato, ricalcano negli intenti e nelle modalità i veilleurs francesi. Quelli italiani esprimono in maniera pacifica e silenziosa il loro dissenso nei confronti del progetto di legge sull’omofobia, già approvato alla Camera. Diversamente da quanto sostenuto dai loro contestatori di Bergamo (circola in rete un video con accuse assai pesanti), non sono omofobi, non incitano alla violenza, non vogliono discriminare nessuno e, soprattutto, non spingono al suicidio quei ragazzi che vivono con sofferenza la loro condizione omosessuale. Esprimono democraticamente e persino silenziosamente il loro dissenso rispetto alla cosiddetta Legge Scalfarotto. Sono liberi di farlo oppure no?
    Sentinelle in Piedi conteste a Bergamo | Tempi.it

    PREGHIERA
    di Camillo Langone
    Spaghetto, spaghetto infetto, sono ancora qui a pregarti di toglierti dal mio piatto. Gli amici mi dicono che esistono spaghetti di sicura fede eterosessuale: è vero, ma è meglio non far nomi per non metterli nei guai. Sono comunque di pastifici molto piccoli, assenti dalle grandi catene che hanno imposto a Guido Barilla, pena la cacciata dagli scaffali, la svolta omosessualista. Mangiare è un atto agricolo, dice Carlo Petrini, mangiare e bere sono atti politici e religiosi, dico io che credendo nella sovranità nazionale non ho mai bevuto Coca-Cola e amando Gesù Cristo figlio di Dio non ho mai mangiato kebab. E tu spaghetto, spaghetto industriale infido, per me ormai rappresenti il matrimonio omosessuale, l’adozione di bambini da parte di omosessuali, lo sfruttamento di donne povere da parte di omosessuali ricchi incapricciati dell’idea di avere figli. Gli italiani pastasciuttari e conformisti (Sodoma o Roma purché se magni) continueranno a ingurgitarti: io no, io cerco strascinati e scialatielli e casoncelli.
    Preghiera del 7 novembre 2013 - [ Il Foglio.it › Preghiera ]

    COSTANZA
    Rino Cammilleri
    La povera amica e collega Costanza Miriano è nel mirino in Spagna per il suo bestseller «Sposati e sii sottomessa» (Sonzogno). Il libro, molto bello, è solo un inno alla donna sposa, madre e lavoratrice. Ma il titolo, soltanto quello, è politicamente scorretto. Interi partiti spagnoli si sono mobilitati in parlamento per farlo, addirittura, ritirare dalle librerie (senza, naturalmente, averlo letto). Il metodo è quello, inaugurato nel Sessantotto, de «i fascisti non devono parlare». Oggi, com’è noto, sotto la voce «fascisti» c’è finito un sacco di gente, tra cui i cattolici (stragrande maggioranza ridotta a minoranza culturale sorvegliata a vista). Che non devono parlare, perché gli unici a detenere il monopolio della parola devono essere solo lorsignori. I quali, d’altra parte, si guardano bene dal fare cagnara per la «sottomissione» delle donne islamiche, in quanto i musulmani sono talvolta piuttosto nervosi…
    Antidoti » Blog Archive COSTANZA » Antidoti

    Vietato scrivere: meglio la donna della tradizione
    Censura in Spagna: ora è vietato scrivere che è molto meglio la moglie tradizionale
    Camillo Langone
    In Spagna vogliono proibire la Bibbia. Non vogliono mettere al bando direttamente gli Evangelisti e i Profeti, non hanno ancora abbastanza coraggio, ma cercano di farlo indirettamente chiedendo la mordacchia per un'autrice vivente che agli autori biblici fa riferimento dal titolo fino all'ultima riga.
    Sto parlando di Costanza Miriano, la scrittrice il cui Sposati e sii sottomessa è stato in Italia un piccolo caso editoriale mentre in Spagna sta diventando qualcosa di molto più grosso visto che Pp, Psoe e Izquierda, destra e sinistra unite nella lotta contro la libertà di religione e di espressione, hanno chiesto in Parlamento il ritiro dalle librerie della traduzione spagnola. Se ciò avvenisse, se Cásate y sé sumisa venisse davvero dichiarato illegale, sarebbe il primo caso di libro proibito in Spagna dopo Francisco Franco. Quando Costanza, della cui amicizia mi onoro e che rappresenta per me un modello di fede e di vita, mi ha avvisato via sms dell'ignobile tentativo di censura le ho risposto che questo avrebbe giovato al libro e al suo messaggio, che ovviamente è un messaggio cristiano e, ancor più precisamente, paolino: il titolo è preso dalla Lettera agli Efesini e l'intero testo è niente di meno e niente di più che una catechesi sul matrimonio. Scritta con un linguaggio contemporaneo, colloquiale e molto femminile, ed è questa la chiave del suo successo. Ciò detto resta pur sempre una catechesi sul matrimonio, e non a caso il libro che i partiti spagnoli giudicano pericoloso e diseducativo è stato presentato in un'infinità di parrocchie e la sua autrice invitata a convegni organizzati da vescovi e cardinali, anche in Vaticano.
    Attraverso Sposati e sii sottomessa si sono realizzati dei piccoli miracoli. Niente a che vedere con Lourdes, chiaro, ma comunque eventi imprevisti e decisivi per chi ne ha beneficiato: in un contesto sociale così sfavorevole al matrimonio io grido al miracolo di fronte a una coppia convivente che decide di sposarsi in chiesa, o a una coppia in lite che rinuncia all'avvocato e si riconcilia. Al tempo di internet, ho detto a Costanza, una messa all'indice non può impedire a nessuno di leggere un libro, anzi, scatena la curiosità. Tutto bene, quindi, per la casa editrice italiana, la Sonzogno, forse un po' meno bene per la casa editrice spagnola, appartenente all'arcivescovado di Granada, che la Izquierda vuole portare addirittura in tribunale. Perché un passaggio del libro, nient'altro che una traduzione in linguaggio moderno della lettera di Paolo («L'uomo deve incarnare la guida, la regola, l'autorevolezza. La donna deve uscire dalla logica dell'emancipazione e abbracciare con gioia il ruolo dell'accoglienza e del servizio»), viene considerato istigazione alla violenza sulle donne. Io sono fiero di essere amico della destinataria della prima fatwa ateista della storia, e non mi preoccupo per lei perché è una donna forte: mi preoccupo per noi, italiani, spagnoli, europei, di nuovo alle prese con il rogo dei libri.
    Vietato scrivere: meglio la donna della tradizione - IlGiornale.it



    «Non celebrerò nozze gay e se il governo Hollande vuole mandarmi in prigione per questo, sono pronto»
    Leone Grotti
    Intervista a Michel Villedey, sindaco di Thorigné-d’Anjou: «Sono nato libero e voglio morire libero. Il Consiglio costituzionale ha sbagliato a negarci la libertà di coscienza, la Costituzione la prevede»
    «Io non ho paura e sono pronto ad andare in prigione perché sono nato libero e voglio morire libero». Parla così a tempi.it Michel Villedey, sindaco di Thorigné-d’Anjou, piccolo comune francese di mille abitanti situato nel dipartimento del Maine e Loira, dopo che il Consiglio costituzionale ha negato la libertà di coscienza ai sindaci francesi. Ora saranno obbligati a celebrare i matrimoni gay, dal momento che l’alternativa è il carcere, una pena pecuniaria, la rimozione o la sospensione dall’incarico.
    Come giudica la decisione del Consiglio costituzionale?
    Pessima, visto che Costituzione francese e la Convenzione europea dei diritti dell’uomo riconoscono la libertà di coscienza, quindi non capisco perché il Consiglio ce l’ha negata a ha ritenuto di non inserire nella legge Taubira una clausola sull’obiezione di coscienza. Secondo il Consiglio una legge della Repubblica si deve applicare per tutti, e questo è giusto, ma come aveva promesso anche il presidente Hollande deve essere fatto nel rispetto della coscienza dei sindaci.
    Perché?
    Perché siamo eletti dal popolo anche in base alle nostre convinzioni e il popolo deve essere rispettato. Inoltre, come avevamo proposto con il Collettivo dei sindaci per l’infanzia, anche il prefetto può celebrare i matrimoni gay. Basta farlo fare a loro. Infine, è la nostra Costituzione, come ho già detto, a prevederlo.
    E allora perché il Consiglio ha deciso diversamente?
    Perché ha subito pressioni fortissime dal governo, dal presidente Hollande, dal ministro della Giustizia Christiane Taubira e dal ministro degli Interni Manuel Valls. Il loro obiettivo è quello di toglierci la libertà ma io sono nato libero e voglio morire libero.
    Quindi?
    Quindi se persone dello stesso sesso verranno a chiedermi di sposarli io dirò loro che questo è contrario alle mie convinzioni e che non lo farò.
    Lo sa che rischia il carcere?
    Lo so, se vorranno mettermi in prigione, ci andrò. Non ho paura.
    La battaglia per l’obiezione di coscienza è persa?
    No, non è persa. Io non credo che il governo voglia diventare settario come sembra ora. Gli omosessuali, del resto, sono una minoranza di francesi e quelli tra loro che vogliono davvero le nozze sono solo una piccola minoranza della minoranza. Io sono pronto ad andare in prigione, ma mi chiedo: che interesse hanno a condannarmi? Sarebbe una decisione stupida in base a un’ideologia stupida.
    Come porterete avanti questa battaglia?
    La decisione ora tornerà al Consiglio di Stato, che deve verificare se le nostre richieste sono legittime. Poi andremo alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Noi non abbiamo paura, ci batteremo per la nostra libertà di pensiero e coscienza e non penso che sia nell’interesse del governo trasformare la Francia in un regime terrorista e ideologico come in passato.
    Francia, sindaco: «Non celebro nozze gay, andrò in prigione» | Tempi.it

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Latrati lontani
    Pubblicato da Berlicche
    Mia figlia ha undici anni e la sua lettura prevalente è “Topolino”. Anche se non possiede la bibliomania che mi piaga fin da ragazzo, non dispero prima o poi di riuscire a farla diventare una discreta lettrice: ne ha la stoffa. L’altro ieri abbiamo avuto una discussione sulla copertina dei libri.
    Lei sosteneva che le era impossibile leggere un volume la cui copertina le faceva schifo. Hai una bella voglia a obiettare che un giudizio su un’opera si può dare solo dopo che la si è letta per intero.
    Siamo onesti: quante volte abbiamo preso in mano una pubblicazione solo perché affascinati dall’illustrazione? Ma certo non possiamo spingerci a disprezzare un testo solo perché l’editore ha avuto graficamente mano infelice.
    Se questo ci pare assurdo, ci può essere di peggio: chiedere la distruzione di un libro solamente per il suo titolo.
    E’ quello che sta succedendo in Spagna con la traduzione del nostrano “Sposati e sii sottomessa”, gran bell’opera della giornalista Costanza Miriano.
    Si è infatti scatenata un‘intensa campagna diffamatoria contro di essa e contro l’arcivescovato di Granada che ne ha promosso la pubblicazione, con tanto di denunce.
    “(…) Non possiamo permetere che organizzazioni come la Chiesa, che prende denaro dallo Stato, si dedichino a fare proselitismo della disuguaglianza, della discriminazione e del sessismo” asserisce Alvarez del PSOE (Partito Socialista). Invita quindi i vari vescovi a non vivere nel medioevo.
    “Un chiarissimo manuale di violenza” per “schiavizzare la donna“, traduzione “inammissibile in uno stato democratico“…si deve ritirare dalle librerie, dicono esponenti di varie associazioni femministe
    “Autentico sproposito”…”Spero che l’Arcivescovado rettifichi, prima che sia tardi.” Questo, ahimé, è il segretario del Partito Popolare Andaluso.
    Cosa hanno in comune tutte queste persone? Che il libro, evidentemente, non l’hanno manco aperto. Lo vogliono bruciare senza forse averne neanche guardato la copertina.
    Perché, se lo avessero fatto, si sarebbero visti costretti a cambiare idea. A capire cosa intendeva S.Paolo con quella frase (sì, è S.Paolo. Non è medioevo, è persino un cincinello più antico), cosa ha a che fare con il matrimonio. Quando è che essa è vera.
    Ho detto che avrebbero dovuto cambiare idea? In effetti, forse no. Perché non posso fare a meno di domandarmi come mai, con tanti testi in cui si elencano cento sfumature di degradazione umana, manuali pornografici di ogni genere e tipo, e che nelle librerie ci sono già da un pezzo, proprio di questo si chieda il ritiro. Perché ci si scandalizzi di fronte alla parola “sottomissione” quando usata da un cattolico e non davanti a quell’”Islam” che significa esattamente questo, con senso però nettamente diverso.
    Il dubbio mi viene che si sia ben consci, invece, di cosa in realtà quel volume contenga (almeno da parte di alcuni: il resto della turba si limita a seguire con torce e forconi).
    E’ pericoloso, quel libro, perché mostra in maniera divertente e appassionata un verità che si fa riconoscere. E’ pericoloso per chi quella verità vorrebbe distruggere.
    E la verità è che uomo e donna hanno pari dignità ma ruoli diversi. Inconcepibile, per chi vorrebbe cancellare il significato stesso di “uomo” e “donna”. In maniera da tramutarli in schiavi.
    Ed è per questo che si alza il coro dei nemici, il dileggio degli intolleranti. Il cattolico appare un bersaglio facile per certi vigliacchetti il cui linguaggio abituale è l’insulto e la diffamazione, la menzogna detta per far male. Il cattolico sembra debole. Pronto per essere inchiodato alla croce. Ma sulla croce il cattolico la sa un poco più lunga.
    C’è da sperare che la vicenda si risolva in una bella pubblicità. Chissà, prima di buttarlo tra le fiamme magari potrebbero finire per leggerlo persino i suoi detrattori.
    Latrati lontani | Berlicche



    Ma il bersaglio è un altro
    di Costanza Miriano
    Tutta la faccenda spagnola mi metterebbe una grande allegria – pubblicità gratuita, vendite che volano, corrispondenti stranieri che mi pregano di concedere loro qualche minuto, come se contassi qualcosa – se non fosse che il vero obiettivo di tutta la polemica è la Chiesa cattolica spagnola, in questo caso nella persona dell’arcivescovo di Granada, il grande Javier Martìnez, editore della versione spagnola del mio libro. Le parole Martinez e sottomissione nella stessa frase non sono tollerate dalle femministe spagnole, che ce l’hanno con lui in modo furente e inspiegabile. O meglio, spiegabile solo alla luce di una battaglia politica che vede la Spagna anticlericale in modo irragionevole, battaglia che non voglio commentare non conoscendola abbastanza.
    Ecco perché mi piacerebbe fare la martire, atteggiarmi a Giovanna D’Arco, ma purtroppo non posso, il mio senso del ridicolo me lo impedisce. Essere autore di un libro proibito è il sogno di ogni scrittore, ma mi sembra di non meritare tanta gloria. Tra l’altro se dovessero censurare me, andrebbero ritirate dal mercato tutte le copie in spagnolo della Bibbia, laddove parla di “marito capo della moglie” o di sodomia come “passione infame”.
    Piuttosto credo che la partita sia molto più grande di quella che si gioca intorno al mio libro. Sono due antropologie che si scontrano, quella delle gender theories che pur essendo teorie sono promosse come dati di fatto a livello internazionale da tutti i grandi organismi di governo, e quella cristiana, che io ho solo raccontato con un linguaggio semplice e colorito, come direbbe un mio amico prete “alla porcogiuda”. Ecco, questa è la battaglia davvero interessante, e la crisi di nervi che ha procurato la parola “sottomessa” ne è la spia. E’ l’idea stessa di uomo e donna, di maschile e femminile ad essere in gioco, e qui sì che la storia si fa interessante.
    Ma il bersaglio è un altro | Il blog di Costanza Miriano



    CONCIA-TA PER LE FESTE - L’EX DEPUTATA PD CONTRO “LIBERO” CHE SVELA I 40MILA EURO RICEVUTI DAL GOVERNO PER UNA RICERCA SULLA DISCRIMINAZIONE GAY NELLO SPORT
    Anna Paola Concia è stata l’unica a partecipare al bando di Palazzo Chigi per una ricerca sulla discriminazione nei confronti di omosessuali, lesbiche o transgender nello sport italiano - Tra contributi e incarichi, decine di migliaia di euro dal governino alle associazioni gay…
    1 - ANNA PAOLA CONCIA "LIBERO VOLGARE E DI CATTIVO GUSTO"
    Oggi a Teleselezione Anna Paola Concia ha commentato l'articolo di Libero che la vede protagonista. "Quel titolo di Libero è volgare e vuole essere offensivo, non dico omofobo perché sarebbe troppo, ma sicuramente di cattivo gusto. Come faccio a spiegare alla mia compagna tedesca che sono una "trombata"? Per di più, con questo sistema elettorale non sono stata scelta dal cittadino ma da un meccanismo politico".
    2 - USANO I GAY PER PAGARE LA TROMBATA CONCIA
    Franco Bechis per "Libero"
    L'ultimo contratto ha la data del 21 ottobre 2013. Secondo le regole di palazzo Chigi la presidenza del Consiglio dei ministri guidata da Enrico Letta ha fatto anche un regolare bando di gara. Tema: «Incarico per la realizzazione di una ricerca relativa alle politiche di prevenzione e contrasto alla violenza di genere e di ogni forma di discriminazione nel mondo dello sport anche in relazione al protocollo di intesa stipulato fra il ministro per le Pari Opportunità e il Coni dell'11 giugno 2013».
    Nel bando non ci sono molti altri particolari, ma nella sostanza si tratta di fornire a palazzo Chigi una bella ricerca sulle discriminazioni di genere all'interno del mondo sportivo, per fare conoscere a Letta le dimensioni di eventuali fenomeni di discriminazioni in base agli orientamenti sessuali di ciascuno. Inutile dire che non si tratta di discriminazione di un sesso verso l'altro, perché il settore femminile e maschile dello sport italiano sono consolidati da tempo e non c'è particolare interesse ad indagare.
    Il tema è invece quello della discriminazione nei confronti di atleti o aspiranti atleti omosessuali, lesbiche o transgender nello sport italiano. Non si sa quanto corposa debba essere la ricerca, ma si conosce quanto viene pagata: 39.900 euro netti, a cui va aggiunta l'Iva al 22%, per un totale quindi di 48.678 euro. Al bando si è presentato un solo soggetto. Che naturalmente ha vinto.
    Così il 21 ottobre scorso il capo del dipartimento per le pari opportunità della presidenza del consiglio dei ministri, il consigliere Ermenegilda Siniscalchi ha inviato la lettera di incarico al vincitore, chiedendo di controfirmare un «contratto per prestazioni di carattere intellettuale», vista «la rilevante e comprovata esperienza in materia da ella maturata, di cui al curriculum vitae».
    Il vincitore del bando si chiama Anna Paola Concia. È un ex deputato del Pd, eletta alla Camera in Puglia nel 2008. In parlamento ci sarebbe ancora se gli elettori non l'avessero clamorosamente bocciata in Abruzzo nelle elezioni del febbraio 2013, battuta sia da Stefania Pezzopane (eletta) che da Franco Marini (primo escluso). Che abbia una lunga esperienza in tema di diritti di genere, è sicuro: la Concia è la portavoce ufficiale del tavolo LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) del Partito democratico, ed è stata anche la prima parlamentare italiana a dichiararsi apertamente lesbica e a battagliare pure alla Camera perché fosse riconosciuta l'assistenza sanitaria alla sua convivente.
    Ma come spesso capita in queste occasioni, l'idea di affidare una commessa pubblica a un ex parlamentare battuto alle elezioni più che scelta professionale ha il sapore di una riparazione con soldi pubblici fatta dal potente di turno, ed è inevitabilmente destinata a suscitare polemiche. Letta, che sicuramente apprezza la Concia, può difendersi sostenendo che da quando è in carica il suo esecutivo ha avuto una attenzione speciale verso il mondo Lgbt, e che non è certo questa l'unica commessa fornita dalla presidenza del Consiglio.
    Il 15 maggio scorso fra i primi atti del governo c'è stata infatti la decisione di affidare all'Arcigay un incarico pagato 20.484,09 euro per «realizzare iniziative di sensibilizzazione e contrasto ad ogni forma di pregiudizio e discriminazione». L'occasione istituzionale era quella della giornata contro l'Omofobia calendarizzata per il 17 maggio. Ma la commessa ha il sapore di un puro finanziamento di simpatia, perché la lettera di incarico all'Arcigay per realizzare quelle iniziative porta la data del 15 maggio. Anche ad essere geniali, sembra difficile in due soli giorni pensare e subito realizzare una campagna di "sensibilizzazione".
    Il 21 maggio sempre la presidenza del Consiglio dei ministri ha fatto qualcosina di più che dare il patrocinio al gay pride che si sarebbe tenuto a Palermo il 23 giugno. Ha firmato un contratto con l'Associazione Palermo Pride per «l'organizzazione dell'iniziativa di sensibilizzazione e contrasto ad ogni forma di pregiudizio e discriminazione in occasione del Palermo Pride».
    Costo previsto (e poi effettivamente pagato): 19.800 euro, compresa l'Iva che ammontava a 3.436,36 euro. Sempre per il Palermo Pride Letta ha pagato 3.857,24 euro alla Alias srl di Palermo per «il progetto grafico e l'allestimento della sala» dove si sarebbe tenuto il convegno di apertura della manifestazione.
    Il 28 maggio invece la presidenza del Consiglio ha firmato un contratto da 24.750 euro con il Gay center/Gay help line per la «costituzione e l'avvio di un laboratorio interculturale sulla tematica «Rifugiati e immigrati Lgbt», in occasione della Giornata del Rifugiato, in calendario per il 20 giugno. Qui almeno c'era quasi un mese di tempo per pensare e realizzare qualcosa che valesse quella cifra...



    ‘Colorado Café’, sotto accusa le battute di Alessandro Bianchi: “Discriminatorie e omofobe””
    ‘Colorado Cafè’ finisce nell’occhio del ciclone per gli sketch di Alessandro Bianchi, ex comico dei Cavalli Marci che nella nuova edizione del programma, condotta da Paolo Ruffini, Olga Kent e Lorella Boccia, ha portato sul palco il personaggio di uno steward di una compagnia aerea low cost: l’associazione per i diritti civili Equitaly e l’Ucei si sono scagliate contro Bianchi per alcune battute su gay ed ebrei più volte sfruttate nel corso delle sue gag.
    “Mancano 13 euro e 50 centesimi, vuotate le tasche, non fate i rabbini” è soltanto una delle frasi finite nel mirino delle associazioni, cui si aggiungono riferimenti al lato b maschile e al governatore della Puglia, Nichi Vendola: “È accaduto già in altre occasioni e abbiamo lasciato stare – è il commento del presidente di Equality, Aurelio Mancuso - ma ora non possiamo tacere che il comico Alessandro Bianchi continui a utilizzare espressioni discriminatorie, sguazzando nei peggiori stereotipi antisemiti e omofobi, per realizzare una performance di dubbio gusto”. A infastidire maggiormente Mancuso, il fatto che nel mirino del comico sia finito Nichi Vendola, “ormai pubblico bersaglio di frasi di cattivo gusto”.
    Alla protesta di Mancuso ha fatto eco quella di Renzo Gattegna, presidente dell’Ucei, che dopo avere definito le battute del comico “discriminatorie e omofobiche” ha invitato la produzione e lo stesso Bianchi a scusarsi formalmente: “E’ stato un passo falso che condanniamo con forza e che è segno, nella migliore delle ipotesi, di una scarsa consapevolezza e sensibilità”. Dalla produzione, però, ancora nessun commento.



    PREGHIERA
    di Camillo Langone
    Tutta Sodoma la mia città. In qualità di accompagnatore entro in una profumeria e il profumiere, del sottogenere alto e bello, uno che tutte le donne vanamente vorrebbero, mi dice che ho una pelle splendida: vade retro Satana!
    Poi finisco in un bar per aperitivi, mi guardo attorno e mi scopro circondato da esponenti del sottogenere basso e brutto, di quelli che tutte le donne comunque schiferebbero, tutti vestiti uguali (di nero), tutti coi capelli uguali (cortissimi). Viene servito vino cattivo e casuale mentre dalle casse esce musica cattiva ma casuale col cavolo, insomma i Queen (non è vero che la musica unisce, la musica spesso divide, ad esempio Freddie Mercury mi allontana ulteriormente da Matteo Renzi anche se “We are the champions”, la sigla dei suoi comizi, non sta a significare omosessualismo bensì arrivismo).
    Tutta Sodoma perfino la mia provincia perché poi leggo che in un paese della Bassa un’azienda bramosa di mostrarsi omofila garantirà congedi matrimoniali anche alle coppie dello stesso sesso.
    In attesa dell’inevitabile pioggia di zolfo e fuoco, mi domando: fra vent’anni, quando tutti questi svogliati avranno ulteriormente depresso la riproduzione, esisterà una nuova generazione di lettori della “Divina Commedia”, oppure il filo della trasmissione culturale si spezzerà?
    Preghiera del 20 novembre 2013 - [ Il Foglio.it › Preghiera ]



    Trombamici per sempre
    Pubblicato da Berlicche
    Nei commenti ad un post dedicato agli amori senza amore, su un altro blog, qualcuno ha postato un paio di commenti di esaltazione della scopamicizia. Cos’è la scopamicizia?
    Un altro nome per definire quei rapporti sessuali occasionali con quelli che si possono anche indicare come “trombamici”, “sex-friends”, “amanti” (nel senso antico del termine) e via andare. Zero responsabilità o amore. Solo sesso.
    Solo persone veramente molto giovani o con poca cultura possono pensare che questa sia una novità dei nostri giorni. Il fenomeno è antico quanto la razza umana. Anzi, parecchio di più. Cani, gatti, farfalle e coleotteri danno la loro trombamicizia con grande liberalità. Gli prude, si grattano. Come è lecito aspettarsi da animali.
    Oserei affermare che un essere umano dovrebbe desiderare qualcosa di più. E’ questo desiderio che ci rende uomini.
    Che in tutte le epoche ci siano stati uomini e donne che da ciò hanno abdicato lo testimonia la storia e la letteratura. Quella in cui siamo non è neanche l’epoca in cui questo andazzo è più esplicito, o commercializzato.
    In uno dei commenti che citavo all’inizio si elencano i motivi per cui varrebbe la pena impegnarsi in questa pratica:
    1. Libertà – Nessuno ti chiederà mai dove sei stato, con chi esci e cosa farai. Non dovrai mai rendere conto a nessuno delle tue azioni
    2. Nessuna angoscia da tradimento – Se non c’è una relazione stabile e ufficializzata il concetto di «tradimento» non è contemplato
    3. Zero responsabilità – Sembrava tanto carino/a e invece la serata è stata un disastro? Beh, Addio. Senza nesssun rimpianto
    4. Ci si lascia aperte molte porte – Appunto perché non è un rapporto «in esclusiva», le opzioni possono essere ampie e molteplici
    5. È un tuo amico/a, non puoi essere te stesso/a senza bisogno di fingere o di passare ore a prepararti prima di uscire
    6. Niente anniversari, ricorrenze, celebrazioni tipiche di una coppia innamorata. Il che vuol dire: niente regali da fare per forza
    7. Niente discorsi come “Andiamo a cena dai miei” o “Ti faccio conoscere la mia famiglia”
    8. Non si parla di concetti come «futuro insieme», «matrimonio», «bene della coppia»
    9. Un «amico di letto» ci sarà sempre, anche dopo vari allontanamenti
    10. Ma sopratutto, pare che il sesso occasionale faccia tanto bene all’autostima. E a una bella autostima non si dice mai di no
    Ovvero, ho replicato:
    1. Libertà: potrai fare quello che vuoi, perché a nessun importerà niente di cosa fai.
    2. Nessun tradimento, dato che nessuno tiene a te. Tuttalpiù tu sei “l’altro”.
    3. Nessuna responsabilità. Nessuno a cui dare affetto, per cui fare le cose (che è una delle cose migliori del vivere), per darti un senso. Procurarsi un cane o un gatto, per colmare il vuoto. Nel caso poi il rapporto causasse il potenziale arrivo di qualcuno di cui occorrebbe assumersi responsabilità, ovvero di un figlio, cosa si fa?
    4. Ci si lascia aperte molte porte, che fanno corrente e da cui nessuno vuole entrare, nemmeno noi. Chi non entra in nessuna porta è perché sta fermo, non va da nessuna parte.
    5. Puoi essere te stesso e usare quell’”amico\amica”. E poi gettarla\o via se non ti garba. E’ questo essere amici, vero?
    6. Niente anniversari, niente da ricordare con dolcezza.
    7. Nessuno da presentare ai tuoi. Non ne vale la pena. O fa troppa vergogna.
    8. Nessun futuro assieme, nessun bene assieme, nessuno a cui promettere amore eterno (l’unico che vale). Meglio non pensarci. Non è amore, è ginnastica.
    9. Quando non sarai più tanto bello\giovane\appetibile rimarrai solo come un cane. “Sempre”, in qualcosa che si vuole temporaneo, è una parola che non ha senso. Invecchierai da solo e morirai da solo, senza figli e senza affetti, chiedendoti perché. E sapendolo.
    10. E tanta autostima. Stima, nessuna. Al limite, occasionale, finchè dura. Poi ci si autostimerà da soli.
    Una delle definizioni di maturità è “avere responsabilità”. Cosa è chi proclama la bellezza della “responsabilità zero”? E davvero, vi affidereste ad una persona del genere?
    Trombamici per sempre | Berlicche


 

 
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