







Io calcolo quello che è stato il vantaggio principale dell'Euro ,poi che tu ed altri vogliate negarlo E attribuire ad una moneta i deficit economici/finanziari del paese, gli effetti della globalizzazione o la cattiva regolamentazione della finanza è affar vostro.
Regressista amante della pucchiacca.


ho detto una cosa diversa
parlavo di esportazioni significative
hai presente lo scambio di know how, infrastrutture e beni capitali contro petrolio del periodo di Mattei?
Oppure per rimanere nel piccolo (ma parliamo di milionate e milionate di euro) la filiera dell'oro in Piemonte?
Non parlo degli occhialini e delle scarpette con tutto il rispetto


Il giochetto è noto.
Gli amici degli amici rilevano il carrozzone, solitamente in ottima salute. lo spolpano fino all'osso e lo riducono come un gruviera che perde denaro da mille rivoli...così raggiungono due risultati: 1) si riempiono le tasche 2) preparano la scusa per svendere ad altri amici a prezzo d'affare, così ci fanno ancora un po' di soldi con le vendite (e perché no, anche le tangenti).
Che importa se quelle aziende sono pubbliche, cioè pagate dai contribuenti...? l'importante è socializzare le perdite privatizzando i profitti. così invece di mandare in galera i responsabili dello scempio li si gratifica di lauree ad honoris come benefattori dell'erario. storia vecchia.
Con le ali, al buio e nel silenzio da te io volerei.




“Productivity isn't everything, but, in the long run, it is almost everything. A country’s ability to improve its standard of living over time depends almost entirely on its ability to raise its output per worker.”
— Paul Krugman




Eccone un fulgido esempio, l'azienda di telecomunicazioni più grande d'Europa, diventata l'azienda più indebitata d'Europa (e licenziato mi pare 16.000 persone)
Telecom Italia e il «disastro» privatizzazione
Il primo tempo della privatizzazione ha avuto come protagonista «la Fiat che, con appena lo 0,60% del capitale, si ritrovò sul ponte di comando della Telecom da dove uscì poco dopo con una plusvalenza miliardaria». Poi la società ha continuato «ad essere comprata e venduta, da Roberto Colaninno e Marco Tronchetti Provera, fino a Telco, sempre e solo attraverso la leva del debito. Con un bilancio disastroso, se lo misuriamo con il parametro degli interessi nazionali: mentre in altri Paesi europei come Francia, Germania e Spagna, nella telefonia, si sono costruiti dei campioni internazionali in grado di essere competitivi sui mercati e di produrre dividendi eccellenti, in Italia la navicella Telecom arranca nel mare aperto della telefonia in continua evoluzione».
Il verdetto, impietoso, è tratto dal libro di uno dei consulenti d'impresa italiani più quotati: Nino Lo Bianco, su piazza da una quarantina d'anni, fondatore della Telos, in seguito amministratore delegato della Deloitte consulting e attualmente alla guida dei 500 consulenti della Business integration partners (il volume, Volevo fare il consulente, uscirà in dicembre per le edizioni del Sole 24 Ore).
Proprio in questi giorni il dossier Telecom è di grande attualità perché gli azionisti di comando, a cui fa capo tramite la finanziaria cassaforte Telco, devono decidere se rinnovare il patto di durata triennale, che va disdetto entro fine ottobre. Contemporaneamente il confronto è aperto sulla conferma dei vertici aziendali. Fin dall'inizio l'amministratore delegato Franco Bernabè aveva chiarito «di non avere la bacchetta magica» e che il rilancio della società avrebbe richiesto tempo.
Due anni dopo rivendica risultati sostanzialmente positivi, anche se il titolo rimane inchiodato sotto quota 1,2 euro. Un valore che non è certo apprezzato dagli azionisti. I soci di Telco che hanno acquistato da Olimpia, la vecchia holding di riferimento della compagnia, hanno pagato i titoli fino a 2,8 euro e continuano a fare i conti con minusvalenze elevate. La scelta strategica di base è se rimettere in discussione l'alleanza con la spagnola Telefonica, protagonista dei mercati internazionali delle telecomunicazioni.
Telecom Italia non lo è più. Lo era diventata negli anni 90, come ha ricordato in una brillante lectio magistralis, tenuta nel maggio 2007 all'università di Roma, Vito Gamberale, amministratore delegato del fondo F2i, in passato alla Tim. A pagina 16 del libricino che riporta il testo dell'intervento viene citato un episodio emblematico: il progetto, studiato da Tim nel 1997, due mesi prima della privatizzazione, con il supporto della banca svizzera Ubs prevedeva un'offerta pubblica d'acquisto parziale sul 14,9% di Vodafone, che all'epoca sarebbe costata meno di 3 miliardi di euro (oggi capitalizza 77 miliardi). L'operazione, ricorda Gamberale, venne «impedita, sconsigliata dall'azionista perché era primaria l'esigenza di privatizzare il gruppo».
In pochi anni, dopo la privatizzazione, la necessità di ridurre l'indebitamento ha prodotto lo smantellamento delle attività estere. Ora il rinnovo del patto con Telefonica segnerà il destino di Telecom Italia facendola parlare sempre più spagnolo. Per questo c'è chi preferisce la scissione di Telco: i soci italiani (Benetton, Generali, Intesa Sanpaolo, Mediobanca) in Telco 1, l'alleanza con Telefonica in una nascente Telco 2. Così Telecom avrebbe qualche possibilità in più di restare italiana e, in futuro, di mantenere in Italia tecnologie avanzate, occupazione, investimenti.
17 ottobre 2009
Telecom Italia e il «disastro» privatizzazione - Il Sole 24 ORE
Io sono al bando da circoli, logge e sagrestie.
Ma col mio carattere e i miei gusti me ne consolo facilmente.