«Se arrivano quelli dell’ISIS faccio saltare tutto in aria»
Il ticinese Roberto Simona è appena tornato dalle zone più minacciate della Siria E racconta al CdT l’angoscia della gente che vive a pochi chilometri dai terroristi
Dieci giorni di fuoco. Partendo da Beirut, il ticinese Roberto Simona è entrato in Siria arrivando subito ad An Nabk . Da lì si è spinto fino a Qaryatayn, nel deserto, proseguendo per Homs e Aleppo («ma ho dovuto fare ritorno perché sarei riuscito ad entrare, ci dice, ma non avevo garanzia su quando sarei riuscito ad uscire»). Ultima tappa: due giorni a Damasco. Un viaggio che potremmo definire l’antivacanza, tra gente che ha la stessa possibilità di morire, quanto noi l’abbiamo di prendere il raffreddore. Questa volta non ci è andato per ragioni professionali. Di solito Simona si spinge nei territori più tormentati del mondo per documentare lo stato della libertà religiosa di chi ci vive (è uno degli estensori del Rapporto annuale redatto da Aiuto alla Chiesa che soffre) . In questo caso, però, «ci sono andato a titolo personale perché sentivo il bisogno di vedere che in Siria non c’è solo orrore, ma anche tanta umanità. Non sono andato a verificare la libertà di credo: in guerra o non esiste o comunque non è l’aspetto più importante». Ecco cosa ha visto.
Roberto Simona, da noi arrivano ogni tanto gli ultimi bollettini col numero dei morti negli scontri fra governativi e ribelli. Ma in Siria come si vive?
«Rispetto ai diversi contesti di guerra che ho visitato fino ad oggi posso dire che la Siria colpisce per l’angoscia della gente.
Un’angoscia che si esprime non solo nella paura della guerra, ma soprattutto dello Stato islamico. Ovunque tu vada, l’ISIS si trova solo a qualche chilometro di distanza. Tutti sono consapevoli che da un momento all’altro, quando meno te lo aspetti, i terroristi possono arrivare, ucciderti, rapire tua moglie o le tue figlie».
Lo dicono così chiaramente?
«
Sì. A Damasco, per esempio, ho incontrato una famiglia e la moglie mi ha spiegato che suo marito è pronto a far esplodere le bombole del gas per la cucina non appena dovessero arrivare i guerriglieri dello Stato islamico. Questa sensazione di paura estrema serpeggia in tutta la popolazione. L’ho capito anche nelle due notti che ho trascorso nel convento cattolico siriaco di Mar Musa, quello che era stato riaperto da padre Dall’Oglio (il gesuita italiano rapito e forse ucciso dai jihadisti a Raqqa nel 2013, n.d.r.), un monastero nel deserto a nord di Damasco. La comunità del convento mi ha detto che il loro timore maggiore è di sentire arrivare i seguaci del califfato nella notte».
Hanno paura dell’ISIS o hanno paura di qualsiasi gruppo jihadista ribelle, come per esempio al Nusra?
«Hanno più paura dell’ISIS.
Perché con i membri della Stato islamico non puoi negoziare. Anche per un fatto molto semplice: hai spesso a che fare con persone che non sono del territorio, che non parlano la tua lingua. La presenza dei foreign fighter ha anche questo risvolto sulla popolazione, anche se magari vengono più dall’Afghanistan o dal Pakistan che dall’Europa. Il risultato è lo stesso: non riescono a comunicare».
Non c’è proprio modo di intendersi?
«Qualche accordo c’è. E naturalmente ci sono anche dei siriani che fanno parte dell’ISIS. Posso riferire quanto mi ha detto un prete di Qaryatayn, una città nel deserto alle porte della quale sono accampati quelli dell’ISIS, un uomo che si è anche trovato a negoziare la liberazione di un cristiano. Mi ha spiegato che avevano raggiunto un’intesa che prevede che le differenti fazioni non si combattano nella città, ma fuori dalle sue mura. Questo per permettere ai membri dei differenti gruppi di entrare in città senza armi e senza rischi dopo i combattimenti».
Mi faccia capire: di giorno filogovernativi e ribelli si combattono fuori dalla città e di sera rientrano in città nelle loro famiglie?
«Succede anche questo. Naturalmente sono intese fragili, basta che qualcuno le violi e tutto salta. Per questo nella popolazione resta molta paura. A Qaryatayn mi dicevano: lo vedi quel tizio? Fa parte dello Stato islamico.
Perché nell’ISIS, oltre agli stranieri, ci sono questi ragazzi del posto che combattono non per ragioni religiose o politiche, ma perché così hanno modo di guadagnare qualcosa. Magari anche vendendo la benzina dell’ISIS ai locali una volta rientrati in città».
Mi sta dicendo che nell’ISIS si entra anche senza condividere le sue idee?
«Esatto.
Perché l’ISIS, così come tutti gli altri gruppi che combattono in Siria, offrono uno stipendio ai loro combattenti. Non è che ci siano sempre ragioni profondamente religiose nei ragazzi che lottano accanto a loro. A volte è solo per guadagnare qualcosa e basta. La Siria non è in mano all’ISIS, è piuttosto governata da clan che a volte cambiano bandiera e dagli emiri che possono comprarsi i loro piccoli eserciti».
Come vive la popolazione?
«Prendo l’esempio di Homs, ha subito gravissime devastazioni. Ci sono dei quartieri completamente distrutti e altri dove la vita continua normalmente. Il centro città dove un tempo vivevano 30 mila abitanti, oggi è abitato da non più di venti famiglie, ma se esci da questo quartiere ne trovi un altro “normale”, senza distruzioni o quasi. La guerra ha colpito per zone. Dove si trovano i sunniti il Governo bombarda, e nel medesimo quartiere bombardato c’è poi la risposta dei ribelli. Questa dinamica delle zone colpite a macchia di leopardo la ritrovi anche ad Aleppo, a Damasco e nelle grandi città. Nei villaggi di periferia invece no: se un paesino viene preso di mira viene completamente raso al suolo per vendetta».
Nella cosiddetta capitale dell’ISIS, Raqqa, i terroristi hanno creato dei tribunali islamici. Ce ne sono tanti in Siria?
«Ci sono dove l’ISIS ha conquistato il terreno. La provincia di Raqqa è la sola che è stata conquistata al cento per cento dallo Stato islamico. Nelle altre zone è una lotta continua per affermarsi. È quello che sta succedendo ad Aleppo, per esempio. I tribunali servono ad imporre l’idea della giustizia islamica, declinata, a volte con le esecuzioni».
Che cosa dicono di questo i civili?
«Gli alauiti hanno un grosso timore quando girano per il Paese: incappare in gruppi sunniti combattenti che ti prendono e ti giustiziano. Le cose, tuttavia, non sono rigide.
A Homs ho incontrato un ragazzo sunnita, la cui famiglia è stata sterminata perché il padre faceva parte dell’esercito di Assad. Li hanno letteralmente trucidati: padre, madre e due fratelli. Lui è l’unico che si è salvato».
E cosa fa adesso?
«Adesso si trova in prigione. Per ragioni di sicurezza, ma non per punirlo. Per lui, infatti, sarebbe troppo pericoloso girare fuori dal carcere. In prigione, invece, le suore possono visitarlo e curarlo.
L’unico modo per proteggerlo è tenerlo in cella. Ho parlato con le suore che se ne occupano. Mi hanno spiegato che il suo unico desiderio è di uscire e vendicare la strage».