Siria: all'opera a Washington la lobby israelo-saudita
Ecco chi vuole la guerra


Siria: all'opera a Washington la lobby israelo-saudita
Ecco chi vuole la guerra


No, perche servono alcune decine di migliaia di uomini e agli USA la cosa che sta piu bene e' una guerra civile infinita, non l'intervento per distruggere un pagliaccio come Assad in un paese dove c'e una guerra civile con tribu e fazioni che si scannano per decidere chi deve fare il sindaco di Aleppo.


Un percorso a ostacoli per Obama Anche l'11 settembre gioca contro di lui - Corriere.it
L'opposizione all'intervento militare forte alla Camera, i sondaggi sfavorevoli
Un percorso a ostacoli per Obama
Anche l'11 settembre gioca contro di lui
Alla Casa Bianca serve il sostegno dei 200 deputati democratici. Ma per ora può contare su 115-130 voti
Barack Obama (Epa)
NEW YORK - La mattinata di oggi la passerà a concedere interviste televisive a raffica che verranno trasmesse dalle sei maggiori reti americane un'ora prima dell'attesissima partita con la quale i Redskins di Washington esordiscono stasera nel campionato della Football League contro il Filadelfia. Poi, domani, il messaggio solenne alla nazione dalla Casa Bianca, mentre deputati e senatori che tornano stamani a Capitol Hill dopo la pausa estiva verranno chiamati uno per uno dal presidente o dai suoi uomini.
Dopo aver scelto, dieci giorni fa, l'impervia strada dell'approvazione parlamentare dell'intervento militare americano in Siria per punire l'uso di armi chimiche da parte del regime di Assad, Barack Obama lancia una disperata offensiva per cercare di capovolgere una situazione che, ad oggi, si presenta per lui disastrosa: opinione pubblica in gran parte contraria al coinvolgimento di Washington nel conflitto siriano e Congresso spaccato, col Senato che dovrebbe votare a favore dell'intervento mentre alla Camera il presidente rischia di perdere e anche di parecchio.
Un recupero è ancora possibile. Con la riapertura del Congresso potrebbe cambiare anche il clima politico: deputati e senatori, fin qui esposti agli elettori dei loro collegi che non vogliono sentir parlare di un'altra guerra dopo quelle in Afghanistan e Iraq, a Washington respireranno un'aria diversa. Sentiranno il peso di un «no» che delegittimerebbe il loro presidente davanti al mondo e subiranno pressioni di gruppi influenti come l'Aipac, la superlobby ebraica, in questo caso schierata con Obama.
Oltre che con il Congresso, Obama deve poi vedersela con un calendario infernale che rende quasi impossibile concepire un attacco a settembre. Anche se Senato e Camera si esprimessero a tempo di record (cosa che non avverrà) questa settimana è «chiusa» da ricorrenze (mercoledì quella della strage dell'11 settembre, venerdì e sabato, il 13 e il 14, Yom Kippur, la più sacra festa ebraica) con le quali non è certo il caso di far coincidere una campagna di missili.
Obama, però, non può andare nemmeno troppo in là: non vorrà certo parlare dal podio dell'assemblea annuale delle Nazioni Unite, la settimana dal 23 al 26 settembre, con la Siria in fiamme per i bombardamenti. Ci sarebbe la settimana prima, ma per quei giorni la Camera, quasi certamente, non si sarà ancora espressa.
Il Senato, che ha già una risoluzione approvata dalla Commissione Esteri, potrebbe votare già domani o mercoledì, ma la Camera non ha ancora nemmeno elaborato un testo e le prospettive, nonostante l'impegno dei leader democratici (Nancy Pelosi) e repubblicani (John Boehner ed Eric Cantor) a sostegno dell'attacco militare, sono assai cupe per Obama. Al momento i voti sicuri per lui tra i 233 deputati della maggioranza di destra non sono più di 25. Cresceranno, ma gli analisti dicono che difficilmente si andrà oltre quota 60, considerata la forte opposizione degli elettori all'intervento.
Dal Missouri all'Oklahoma non si contano le storie di deputati avvicinati da cittadini che chiedono loro con molta enfasi di votare «no». Anche l'«interventista» John McCain è stato duramente contestato nella sua Arizona. Molti repubblicani centristi tradizionalmente sostenitori di un forte ruolo internazionale degli Usa stanno rivedendo la loro posizione davanti all'ostilità popolare che rischia di spazzarli via alle prossime elezioni (tra un anno) a vantaggio dei candidati dei Tea Party e dai radicali libertari, assolutamente contrari all'intervento.
Così stando le cose, Obama avrà bisogno del sostegno compatto dei 200 deputati democratici ma, nonostante le cinque lettere scritte da Nancy Pelosi ai suoi parlamentari, per ora Obama non può contare su più di 115, massimo 130 voti.
Per spuntarla il presidente avrebbe bisogno della sua oratoria migliore, di argomenti «blindati» e dell'appoggio della sua formidabile macchina elettorale, ora trasferita in «Organizing for America», la struttura che fiancheggia il Partito democratico. Ma «Organizing» ha deciso di tenersi fuori dal caso-Siria e l'oratoria del presidente sembra appannata, ora che ha scoperto che aver convinto la gente che Assad ha superato la «linea rossa» dell'uso di armi chimiche non è servito a nulla. Gli americani non vogliono essere più i guardiani del rispetto delle regole internazionali: vogliono agire solo se c'è una minaccia imminente per loro. E Obama ha ammesso che Assad non minaccia direttamente gli Usa.
Dopo aver invocato la democrazia del voto, ora Obama chiede ai deputati di appoggiarlo anche contro il parere degli elettori richiamando il precedente della Seconda guerra mondiale, quando l'America non aveva voglia di intervenire anche con Londra bombardata da Hitler. Così mette i parlamentari davanti a un dilemma: commettere un suicidio elettorale o distruggere la credibilità del loro presidente.
9 settembre 2013 | 88
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Metabo ma la sbronza ti e' passato o no?


Siria, sempre più in salita la strada di Obama al Congresso - Europa Quotidiano
Siria, sempre più in salita la strada di Obama al Congresso
Mosca ha proposto a Damasco di cedere il controllo delle armi chimiche in cambio di uno stop all’azione americana. E ora la Casa Bianca prova a far pressione su camera e senato puntando sulla deterrenza![]()
Alla Casa Bianca qualcuno maledice Cameron e tutti i commons. Non fosse per i britannici il presidente Obama non si sarebbe infilato nel secondo vicolo cieco siriano in pochi giorni chiedendo l’autorizzazione al Congresso per l’attacco siriano. Questa settimana (o la prossima) in senato e alla camera e i numeri sono presto detti: su 100 senatori 17 sono per il no, 10 propendono per il no, 23 sono a favore con 50 indecisi. Tra i democratici ci sono già sei no annunciati. Questa è la camera dove il presidente può contare sulla maggioranza. Poi c’è l’altra, dove servono 217 voti a favore e i conti del Washington Post dicono 230 tra no sicuri e probabili. Alla camera insomma la missione è davvero impossibile.
Il presidente infilerà una serie di interviste tv per vendere all’opinione pubblica americana la necessità dell’intervento e per tranquillizzarli sul fatto che si tratta di una missione a tempo e senza impiego di soldati. Questo aspetto è cruciale. I sondaggi – e anche le impressioni che si raccolgono per strada – dicono che la maggior parte degli americani è contraria a qualsiasi bombardamento. L’idea di essere, da soli, i guardiani del mondo non piace più. Il disastro iracheno e la crisi hanno seppellito quell’idea.
I sondaggi sono importanti perché tutti i membri del Congresso indecisi tendono a usare la scusa del parere degli elettori per giustificare la loro timidezza di fronte a una richiesta del presidente in materia di sicurezza nazionale. «Ho provato a sollecitare opinioni via Facebook e Twitter e la risposta è stata nettissima», scrive un rappresentante. Le posizioni variano: c’è chi è contrario perché manca un obiettivo chiaro, chi perché «si risponde a una violazione con un’altra», chi perché crede che gli Stati Uniti non debbano agire da soli. Tra le posizioni espresse c’è anche quella del democratico Van Hollen che chiede una risoluzione che restringa ulteriormente il mandato. Lo stesso Kerry, parlando di un’operazione militare «incredibilmente piccola» sembra essere venuto incontro alle richieste del Congresso.
La maggioranza di coloro che si dicono indecisi aspetta di ascoltare le parole della Casa Bianca e di vedere i documenti secretati che contengono le prove. I comitati esteri e sicurezza del senato e tutti i rappresentanti avranno modo di vederli nelle prossime ore. Obama e Kerry sperano che la pressione e le cose che hanno da dire funzionino: domani, prima di parlare alla nazione quando in Italia sarà notte fonda, il presidente incontrerà i democratici del senato. Domenica sera lo stesso presidente si era presentato a discutere della questione a una cena offerta da Biden a un gruppo di senatori repubblicani. A cercare di spostare voti repubblicani ci sta provando anche il numero due alla camera Eric Cantor, che si è espresso a favore. Si dice che tra coloro che non hanno espresso una posizione ci potrebbero essere una trentina di sì. Un bel paradosso per il partito che si è sempre immancabilmente schierato a favore di ogni proiezione militare americana. Anche delle più avventurose.
Tra le armi che in queste ore la Casa Bianca potrà utilizzare per premere su senatori e rappresentanti c’è quella della deterrenza: finalmente Mosca si è mossa avanzando a Damasco la proposta di cedere il controllo delle armi chimiche in cambio di uno stop all’azione americana. A questo punto la Casa Bianca potrà provare a dire: datemi il potere di attaccare, le pressioni su Assad e Mosca hanno funzionato. Il tema su cui insistono gli uomini e le donne dell’amministrazione, in fondo, non è il cambio di regime ma il controllo delle armi chimiche. Sarà un argomento che funziona? Solo il tempo lo dirà. Quel che è certo è che difficilmente questa settimana si prenderà una decisione. Il senato potrebbe votare venerdì. Il voto alla camera potrebbe essere rimandato alla settimana che comincia il 16. Non il massimo per una risposta militare che si voleva immediata.
@minomazz








E come al solito gli effetti della birra si fanno sentire. Lasci che ti aggiorni allora:
Arrivano da Mosca i primi spiragli di una soluzione alla crisi siriana. È infatti la Russia a portare avanti una nuova iniziativa diplomatica tesa a sventare un attacco militare Usa in Siria. La proposta è quella di mettere sotto controllo internazionale gli armamenti chimici siriani. Una soluzione che Damasco sembra, almeno per il momento voler accettare, anche se i ribelli hanno accusato il regime di Bashar al Assad e il suo alleato russo di mentire su questa nuova misura di protezione.
Mosca: «Armi chimiche sotto controllo internazionale». Spiragli da Damasco - Corriere.it