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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    La guerra del petrolio contro la Russia: figure ridicole e conseguenze impreviste

    dicembre 16, 2014 Lascia un commento

    William Engdahl New Eastern Outlook 16/12/2014Il mondo, una volta piuttosto ordinato come appariva una decina di anni fa, è sempre più disordinato. Questo non vuol dire che è caotico perché il caos è solo l’emergere di nuovi modelli che ancora non comprendiamo. Questo è disordine, promosso da potenti ridicoli in occidente che si agitano per cercare di mantenere il potere che si erode sul nostro mondo e su di noi. Dico ridicoli perché dobbiamo solo guardare le iniziative che hanno lanciato negli ultimi mesi per far avanzare la loro agenda del potere. Prima questi ricchissimi oligarchi drogati di potere, attraverso le loro reti neo-conservatrici nel dipartimento di Stato degli Stati Uniti e nella CIA, iniziarono ciò che è stata stupidamente soprannominata primavera araba, in Tunisia nel dicembre 2010. A detta di tutti un fiasco totale e completo della loro pretesa primavera araba, anche per i calcoli degli oligarchi. Hanno perso l’Egitto soprattutto con il loro stupido tentativo di strangolate con il mortale culto dei Fratelli musulmani i cittadini egiziani. Poi la loro guerra in Libia, dove la foglia di fico della rivoluzione colorata per la “democrazia” non poteva funzionare, bombardarono Gheddafi e la più stabile e prospera monarchia tribale dell’Africa rispedendola all’età della pietra e scatenandovi il disastro totale del continuo disordine. Poi gli stessi stupidi oligarchi, consigliati dai loro ridicoli think-tank neo-con e dai neo-con dell’amministrazione Obama, come la cinica consigliera per la Sicurezza Nazionale Susan Rice, la “Rasputin” psicologica di Obama, passarono dalla Libia direttamente alla Siria nel gennaio 2012. Apparentemente per ripetere il fiasco di Gheddafi. Solo che in Siria la posta in gioco era globale e molto diversa dalla Libia. Si trattava di questioni di sicurezza nazionale per la Russia, l’Iran e indirettamente la Cina. Oggi, quasi tre anni dopo, nonostante gli sforzi di CIA e Mossad utilizzando la loro creazione, il SIIL o sedicente Stato Islamico (IS), per terrorizzare un pubblico stanco delle guerre statunitensi e fargli accettare un’altra guerra in Medio Oriente, dopo il fiasco di Iraq e Afghanistan con migliaia di miliardi di dollari e di vite di militari statunitensi distrutti, Bashar al Assad rimane al potere. Certo presiede una terra devastata da morte e distruzione grazie agli odiosi e ridicoli oligarchi occidentali. Ma gli oligarchi e il loro complice Netanyahu, disonorevole figlio di Brooklyn, non hanno avuto quello che volevano in Siria.
    Ultimamente, hanno cercato di spaventarci per accettare la vaccinazione di massa con farmaci non testati e tossici per tentare di giustificare la guerra di Obama a Ebola. Solo che nessuno sembra credergli. La sempre più ridicola Dr.ssa Margaret Chan, direttrice generale dell’OMS, colpevole di condotta criminale cinque anni fa, quando si inchinò ai desideri di Big Pharma dichiarando l’inesistente influenza suina “Pandemia globale di Livello 6″, fa affermazioni terrificanti su Ebola, ma nessuno più gli presta attenzione. Gli oligarchi hanno scatenato gli agenti della distruzione neo-con come Victoria Nuland al dipartimento di Stato, assieme al bugiardo patentato e direttore della CIA John Brennan, per fare dell’Ucraina un branco di criminali neo-nazisti con svastiche tatuate e passamontagna neri, con la speranza che Putin e i russi si facciano massacrare invadendo l’Ucraina mentre la guerra civile contro i russofoni dell’Ucraina orientale imperversa contro donne, anziani, bambini e chiunque cammini. Anche tale colpo di Stato in Ucraina è esploso in faccia al dipartimento di Stato quando la Russia s’è volta a Oriente e a Sud con un emozionante caleidoscopio di accordi strategici per l’energia e la cooperazione militare con Cina, India, Brasile e così via. Poi gli stessi ridicoli oligarchi scatenavano i droni della loro National Endowment for Democracy a Hong Kong, nel vano tentativo di diffondere disordine in Cina, diventata troppo indipendente dall’agenda del Nuovo Ordine Mondiale degli oligarchi. Anche qui hanno floppato. Vecchia Arabia Saudita contro nuova Arabia Saudita
    Ora gli stessi ridicoli oligarchi statunitensi, che girano attorno a personaggi laidi come David Rockefeller, hanno avviato la brillante strategia scatenando la “super-arma” contro la Russia di Putin della guerra totale sui prezzi del petrolio. Sostenuta dal neo-con del Tesoro USA David S. Cohen, il cui titolo è giustamente sottosegretario per il terrorismo e l’intelligence finanziaria, che a settembre avvicinò il dipartimento di Stato di John Kerry con la brillante idea di eseguire nuovamente l’operazione del 1986 del dipartimento di Stato e dell’Arabia Saudita per far collassare la Russia con i sauditi che facevano crollare i prezzi del petrolio. L’esecuzione del crollo petrolifero è stata finora tecnicamente ineccepibile. I prezzi del petrolio in media sono caduti di quasi il 30% da settembre. L’unico problema è che gli oligarchi drogati di potere e i loro ridicoli pensatori neo-con trascurano il fatto che, nel processo, si avrà la bancarotta dell’assai vulnerabile profitto da petrolio di scisto. Negli ultimi anni, il governo degli Stati Uniti s’è affidato al mito del profitto da petrolio di scisto. Le decisioni in politica estera degli Stati Uniti sono modellate a Washington dalla falsa illusione di poter rischiare di far saltare il Medio Oriente senza minacciare le forniture di petrolio mondiali, o l’Ucraina, perché gli Stati Uniti d’America diventano la nuova Arabia Saudita. Ma ora il coltello taglia al contrario. Il brillante piano saudita di John Kerry è utilizzato dagli stessi sauditi, non solo per piegare la Russia, senza riuscirci, ma per paralizzare la nuova Arabia Saudita basata sul petrolio di scisto. I sauditi chiaramente, come si è visto alla recente riunione dell’OPEC, vogliono far scoppiare la bolla dello scisto petrolifero statunitense per riaffermare il controllo della vecchia Arabia Saudita sui mercati mondiali del petrolio. Il 27 a seguito di un incontro inconcludente dell’OPEC, dove i sauditi rifiutarono vari appelli a cambiare strada e fermare la caduta dei prezzi a novembre, il prezzo di negoziazione del greggio da scisto bituminoso è prezzato, al West Texas Intermediate, a meno 66 dollari al barile, il minimo mai visto in cinque anni. Il forte aumento della produzione di petrolio di scisto negli Stati Uniti, negli ultimi tre anni, ha permesso agli Stati Uniti di avere il ruolo di leva decisiva, una volta dei sauditi, di produttore centrale. Ciò significa che se i poteri forti di Washington decidono che i prezzi mondiali del petrolio sono troppo alti, possono ridurre i rifornimenti comunque. Se troppo bassi, limitano l’offerta. Che ciò non succeda rende felici i reali sauditi. Forse quando Kerry propose al re saudita, assieme al principe Bandar lo scorso settembre, che l’Arabia Saudita aiutasse Washington a spezzare la Russia con il crollo delle entrate petrolifere russe, re Abdullah e Bandar erano felicemente d’accordo. Ma ora sembra che il fuoco saudita colpisca meno la Russia e più la concorrenza del petrolio di scisto degli Stati Uniti. Il petrolio di scisto non convenzionale è più costoso da estrarre rispetto al petrolio convenzionale. Solo prezzi straordinari, al di sopra dei 100 dollari al barile negli ultimi cinque anni, ha reso lo scisto redditizio. Nel 2014 e le stime per il 2015 sul petrolio di scisto indicano un supplemento di ulteriori 2 milioni di barili di petrolio degli Stati Uniti a livello nazionale, il maggiore incremento dal 1970. Ora le banche di Wall Street che hanno prestato miliardi ai produttori di scisto statunitensi riesaminano i loro portafogli e considerano se richiamare tali prestiti o per lo meno non concederne altri a una partita persa. Tuttavia, il petrolio di scisto, a differenza di quello convenzionale, richiede investimenti crescenti per perforare nuovi pozzi mentre i vecchi si esauriscono molto più velocemente rispetto ai convenzionali. È il nucleo di Ponzi del miraggio del petrolio di scisto. I costi di produzione del petrolio di scisto non convenzionale variano da 50 a 100 dollari al barile Invece i costi del petrolio convenzionale degli Stati Uniti vanno da 10 dollari in su. Secondo i calcoli dei principale banchiere statunitense sul petrolio di scisto, “Se i prezzi vanno a 80 dollari o meno, e credo sia possibile, allora avremo una riduzione delle perforazioni“, come è stato detto ad ottobre, quando i prezzi oscillavano intorno ai 90 dollari. Questa primavera possiamo aspettarci che numerose compagnie petrolifere di scisto statunitensi sbatteranno sul muro del fallimento e dell’insolvenza.
    I russi a quanto pare non sono così allarmati come lo furono nel 1986, quando Washington e i sauditi guidarono una simile operazione di caduta dei prezzi. Il comproprietario di Lukoil, Leonid Fedun, ha dichiarato di recente, “Il boom dello scisto è uguale al boom dei dot-com. I giocatori forti rimarranno, i deboli svaniranno“. Secondo un articolo su RT, il ministro dello Sviluppo Economico russo Aleksej Uljukaev ha detto in una riunione dei ministri, dopo la decisione dell’OPEC, che il governo riduceva la stima del prezzo del petrolio, per la finanziaria 2015, da 100 a 80 dollari al barile. I prezzi bassi del petrolio non rovinano l’economia, secondo il ministro dello Sviluppo Economico russo Aleksej Uljukaev, aggiungendo che la stima del prezzo del petrolio per il bilancio 2015 è stata ridotta a 80 dollari al barile dai 100 dollari. “Non collasseremo“, ha detto. Questo per quanto riguarda i piani ridicoli degli oligarchi di fare degli USA la nuova Arabia Saudita e per mandare in bancarotta la Russia. F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“. Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

  2. #872
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Il sogno americano degli scisti è vicino al crollo

    © Flickr.com/Beyond Coal and Gas/сс-by-sa 3.0


    L’economia degli USA continua a produrre bolle. Dopo il crollo all’inizio degli anni 2000 del mercato degli immobili e dell’internet business adesso tale sorte toccherà al nuovo sogno americano, ossia alla rivoluzione degli scisti. Il picco dell’estrazione dello shale gas può essere raggiunto già nei prossimi anni. Poi l’euforia provvisoria passerà e gli USA dovranno aumentare le importazioni.


    Gli americani hanno già costruito molti impianti di trivellazione contando, probabilmente, di rifornire di gas non solo se stessi ma anche tutto il mondo. Adesso la possibile scelta per loro è molto ristretta, e cioè trivellare senza profitto o persino in perdita oppure restare fermi. Hanno deciso di lavorare almeno per pagare gli stipendi alla gente. A questo scopo è necessario prendere crediti che, a quanto risulta, sarà impossibile restituire. Visto che gli impianti sono stati costruiti e il paradiso degli scisti è stato promesso, bisogna per forza continuare a perforare. È ovvio che tale situazione non possa durare a lungo. Prima o dopo la piramide vacillante precipiterà.
    Ma per il momento è di nuovo la coda a menare il cane. I piani di conquista del mercato delle risorse energetiche subiscono svolte sempre più vertiginose. Poggiando sulle stime ottimistiche del Dipartimento dell’informazione sull’energia Barack Obama ha promesso un paio di anni fa una produzione stabile per cento anni in avanti. Nei suoi calcoli non ha tenuto tuttavia conto del fatto che il volume del gas estratto è tre volte inferiore alle sue riserve complessive. I volumi dell’estrazione aumentano, le spese si riducono e la diminuzione dei prezzi del petrolio sarà vantaggiosa per l’economia degli USA, visto che gli americani potranno risparmiare sulla benzina e spendere questi soldi per altri acquisti. Gi USA si sono trasformati d’un tratto da maggiore importatore in maggiore produttore.
    Ci sono però valutazioni più sobrie della situazione. Alcuni esperti riconoscono già di aver promesso troppo avventatamente la rivoluzione degli scisti. Le recenti ricerche hanno dimostrato che le riserve esistenti sono quasi due volte inferiori a quelle attese in precedenza. Il mantenimento dell’estrazione al debito livello costerà somme immense. Non è il caso nemmeno di parlare di utili.
    Ma la posizione generale in merito di Washington non subisce ancora cambiamenti, e cioè non crede nella possibilità di fallimento del settore degli scisti. Questo, secondo Washington, semplicemente non può succedere. Ciò fa ricordare il caso di Enron che controllava di fatto tutto il mercato e non doveva fallire. Anche il sistema di crediti ipotecari era così ben avviato che non poteva assolutamente provocare una crisi mondiale.
    Senza far caso ai propri seri errori gli americani continuano a credere nella loro esclusività e cercano di realizzare il sogno americano. Questa volta vogliono imporre la loro egemonia nella sfera energetica. Ma questo sogno non è altro che una nuova bolla “made in USA”.

    /s

    Nel mondo, USA, Economia, Gas di scisto, Economia
    Per saperne di più:
    Il sogno americano degli scisti è vicino al crollo - Notizie - Economia - La Voce della Russia

  3. #873
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Citazione Originariamente Scritto da Metabo Visualizza Messaggio
    Il sogno americano degli scisti è vicino al crollo

    Il suicidio del fracking Flickr.com/Beyond Coal and Gas/сс-by-sa 3.0


    L’economia degli USA continua a produrre bolle. Dopo il crollo all’inizio degli anni 2000 del mercato degli immobili e dell’internet business adesso tale sorte toccherà al nuovo sogno americano, ossia alla rivoluzione degli scisti. Il picco dell’estrazione dello shale gas può essere raggiunto già nei prossimi anni. Poi l’euforia provvisoria passerà e gli USA dovranno aumentare le importazioni.


    Gli americani hanno già costruito molti impianti di trivellazione contando, probabilmente, di rifornire di gas non solo se stessi ma anche tutto il mondo. Adesso la possibile scelta per loro è molto ristretta, e cioè trivellare senza profitto o persino in perdita oppure restare fermi. Hanno deciso di lavorare almeno per pagare gli stipendi alla gente. A questo scopo è necessario prendere crediti che, a quanto risulta, sarà impossibile restituire. Visto che gli impianti sono stati costruiti e il paradiso degli scisti è stato promesso, bisogna per forza continuare a perforare. È ovvio che tale situazione non possa durare a lungo. Prima o dopo la piramide vacillante precipiterà.
    Ma per il momento è di nuovo la coda a menare il cane. I piani di conquista del mercato delle risorse energetiche subiscono svolte sempre più vertiginose. Poggiando sulle stime ottimistiche del Dipartimento dell’informazione sull’energia Barack Obama ha promesso un paio di anni fa una produzione stabile per cento anni in avanti. Nei suoi calcoli non ha tenuto tuttavia conto del fatto che il volume del gas estratto è tre volte inferiore alle sue riserve complessive. I volumi dell’estrazione aumentano, le spese si riducono e la diminuzione dei prezzi del petrolio sarà vantaggiosa per l’economia degli USA, visto che gli americani potranno risparmiare sulla benzina e spendere questi soldi per altri acquisti. Gi USA si sono trasformati d’un tratto da maggiore importatore in maggiore produttore.
    Ci sono però valutazioni più sobrie della situazione. Alcuni esperti riconoscono già di aver promesso troppo avventatamente la rivoluzione degli scisti. Le recenti ricerche hanno dimostrato che le riserve esistenti sono quasi due volte inferiori a quelle attese in precedenza. Il mantenimento dell’estrazione al debito livello costerà somme immense. Non è il caso nemmeno di parlare di utili.
    Ma la posizione generale in merito di Washington non subisce ancora cambiamenti, e cioè non crede nella possibilità di fallimento del settore degli scisti. Questo, secondo Washington, semplicemente non può succedere. Ciò fa ricordare il caso di Enron che controllava di fatto tutto il mercato e non doveva fallire. Anche il sistema di crediti ipotecari era così ben avviato che non poteva assolutamente provocare una crisi mondiale.
    Senza far caso ai propri seri errori gli americani continuano a credere nella loro esclusività e cercano di realizzare il sogno americano. Questa volta vogliono imporre la loro egemonia nella sfera energetica. Ma questo sogno non è altro che una nuova bolla “made in USA”.

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    Nel mondo, USA, Economia, Gas di scisto, Economia
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    Il sogno americano degli scisti è vicino al crollo - Notizie - Economia - La Voce della Russia
    Il solito articoletto che confonde shale oil e shale gas.


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    Globalizzazione..... si grazie.

  4. #874
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    U.S. Talking Oil Exports Just When World Needs It Least

    The U.S. Congress is talking about allowing unfettered oil exports for the first time in almost four decades. Its timing couldn’t be worse.
    There’s space in the global market for 1 million to 1.5 million barrels a day of U.S. crude if the ban vanishes, Energy Information Administration chief Adam Sieminski told a congressional subcommittee at a Dec. 11 hearing. That would be less than 2 percent of worldwide demand. With prices sliding amid a glut, the figure is bound to be even smaller, according to consultants including Wood Mackenzie Ltd.
    As members of Congress promise more hearings on repealing the restrictions on oil exports, the world is awash in the stuff. Global prices have fallen by almost half since June to the lowest in five years amid slower demand growth and rising supply. What’s more, the kind of crude flowing in record volumes from U.S. shale plays is already abundant in the market.
    “If they dropped the export ban today, how much crude would get exported?” Harold York, vice president of integrated energy research at WoodMac in Houston, said by telephone. “Today? I say none. At these prices, why would a barrel leave?”
    Global crude prices have fallen 48 percent to below $60 for the first time since 2009. Producers say the U.S. shale boom may falter if they can’t reach overseas markets, while refiners fight to keep the limits, which have reduced domestic costs and allowed them to export record amounts of gasoline and diesel.


    U.S. Talking Oil Exports Just When World Needs It Least - Bloomberg
    Globalizzazione..... si grazie.

  5. #875
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Exxon Mobil Shows Why U.S. Oil Output Rises as Prices Plunge

    Crude oil production from U.S. wells is poised to approach a 42-year record next year as drillers ignore the recent decline in price pointing them in the opposite direction.
    U.S. energy producers plan to pump more crude in 2015 as declining equipment costs and enhanced drilling techniques more than offset the collapse in oil markets, said Troy Eckard, whose Eckard Global LLC owns stakes in more than 260 North Dakota shale wells.
    Oil companies, while trimming 2015 budgets to cope with the lowest crude prices in five years, are also shifting their focus to their most-prolific, lowest-cost fields, which means extracting more oil with fewer drilling rigs, said Goldman Sachs Group Inc. Global giant Exxon Mobil Corp. (XOM), the largest U.S. energy company, will increase oil production next year by the biggest margin since 2010. So far, the Organization of Petroleum Exporting Countries’ month-old bet that American drillers would be crushed by cratering prices has been a bust.



    Exxon Mobil Shows Why U.S. Oil Output Rises as Prices Plunge - Bloomberg
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  6. #876
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Il Rublo, Il Petrolio, lo Shale Gas, I Derivati e l?Egemonia Americana | Fractions Of Reality
    Il Rublo, Il Petrolio, lo Shale Gas, I Derivati e l’Egemonia Americana


    By Federico Pier on dicembre 17, 2014 • ( )
    Federico Pieraccini

    Ci sono due nodi centrali relativi alla svalutazione del Rublo e nel deprezzamento del dollaro da tenere in considerazione: la conservazione dell’egemonia Americana e la bolla speculativa dei derivati legati all’industria dello Shale Gas. Senza questi elementi interconnessi tra loro, risulta impossibile comprendere quali siano le motivazioni e le conseguenze di queste azioni economiche artificiali.
    Questa vicenda va quindi necessariamente affrontata da prospettive diverse, una geopolitica e una prettamente economica.
    Il crollo del Petrolio
    Il deprezzamento del petrolio pare essere una strategia implementata di comune accordo tra il dipartimento di stato USA e la casa reale Saudita. Come si evince da questo articolo, gli incontri di Settembre 2014, tra Kerry e il principe Abdullah hanno posto le basi per una diminuzione del prezzo del greggio (rispetto al valore di mercato) e contemporaneamente un diniego nella riduzione della produzione quotidiana. Una manipolazione artificiale del prezzo del petrolio a tutti gli effetti. Parrebbe essere questo il principale motivo per cui, nonostante un crollo interno delle borse negli emirati (Tra Dubai, Q8, Ryad e Doha vi sono stati perdite tra l’8% e il 20% in una singola giornata ieri 16/12), non ci siano intenzioni a breve termine di diminuire la produzione giornaliera. Gli effetti immediati di questa situazione sono tangibili in paesi in cui il break-even ( “Il punto di pareggio è un valore che indica la quantità, espressa in volumi di produzione o fatturato, di prodotto venduto necessaria a coprire i costi precedentemente sostenuti, al fine di chiudere il periodo di riferimento senza profitti né perdite.”) per l’estrazione di greggio varia sopra i 100$. Dall’Iran al Venezuela, passando per la Russia, tutte queste nazioni stanno risentendo del crollo nel valore del greggio. Gli emirati meno, dato che il loro punto di pareggio si attesta intorno ai 65$. E’ una situazione che per alcuni paesi non è sostenibile a lungo, naturalmente non parliamo del Russia che comunque ha una buona base economica (debito pubblico basso, riserve auree elevate, molta liquidità in valuta estera), ma piuttosto di paesi come il Venezuela (break even a 160$) che ricevono molto dei propri introiti dai guadagni sulla vendita del petrolio. Unendo a questa situazione, le sanzioni imposte su Caracas, ecco che potremmo trovarci di fronte ad un crack economico venezuelano (Zero Hedge pone al 93% la possibilità di un default). Senza dimenticare che anche il petrolio Iraniano è colpito da questi ribassi (break-even a 136$), con grande soddisfazione di Ryad, suo competitor regionale. Inondare il mercato di un bene con una richiesta molto bassa (Siamo al peak della richiesta di greggio?) ha effetti di deflazione e questo risulta tangible anche agli osservatori meno attenti. Se l’economia mondiale rallenta, di conseguenza anche la necessità di energia calerà contestualmente. Se questo calo non viene corrisposto da una diminuzione nella produzione (come richiesto all’OPEC 2 settimane fa), ecco che il prezzo crolla fino al valore attuale. In un certo senso, il cittadino comune potrebbe obiettare che il prezzo al barile attuale è molto più in linea con i valori di mercato in questa fase mondiale economica. Purtroppo è solo uno dei tanti punti di vista da cui osservare questo scenario e certamente non offre una spiegazione completa.
    Il deprezzamento del Rublo
    Indubbiamente vi è una correlazione abbastanza forte tra la caduta nel prezzo del greggio e il crollo nel valore del Rublo. Ma anche questa teoria non offre una spiegazione sufficiente. Ci sono altri fattori che non possono essere ignorati. Le sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti e l’Unione europea impediscono concessione di prestiti a società russe, con termini di pagamento oltre i 30 giorni. Dato che le imprese russe ottengono denaro dell’occidente a basso prezzo sin dalla fine della Guerra Fredda, le sanzioni attualmente impediscono una ristrutturazione dei prestiti precedenti e ulteriori rifinanziamenti degli stessi. Le conseguenze sono che queste aziende devono adesso comprare euro e dollari per prendersi cura dei loro prestiti , creando così più domanda di valuta estera nel mercato russo e quindi indebolendo il rublo. Da un punto di vista puramente affaristico, le aziende Russe vorrebbero vedere un comportamento diverso della banca centrale Russa, come ci spiega Alexander Mercourius: “Quello di cui ho il sospetto, riguardo a ciò che sta succedendo, è che i maggiori speculatori contro il rublo siano proprio le banche e aziende russe che hanno una grande quantità di prestiti in dollari da ripagare prima della fine dell’anno. Invece di pagare questi debiti con le loro riserve, stanno mettendo pressione sul governo e la Banca centrale convertendo i rubli in dollari e speculando contro il rublo. E’ questo aspetto più di ogni altro fattore che ha causato la recente disfatta del rublo. A giudicare da quello che Ulyukaev dice, il governo e la Banca Centrale hanno sostanzialmente capitolato e hanno deciso di aiutare le banche conferendo loro alcune delle riserve della Banca centrale. Questo potrebbe spiegare perché l’aumento dei tassi di ieri (15/12) sia stato così inefficace e perché nelle ultime ore il rublo si sia invece rafforzato.” In effetti analizzando gli effetti collaterali del Bond emesso dalla Rosfnet il 12 Dicembre 2014 (625 Miliardi di Rubli – pari a 11 Miliardi di dollari al 15/12), sembrerebbe che alla fine la Banca Centrale Russa abbia ceduto e siano stati proprio loro ad acquisire questo enorme Bond, rifinanziando le scadenze dei prestiti, con le banche occidentali, della Rosfnet. Si potrebbe obiettare che gli Stati Uniti utilizzino la medesima tattica economica con la FED semplicemente stampando denaro. Il comportamento della banca centrale Russa, analogo a quello della FED , è stata una mossa obbligatoria, sia chiaro. Il problema è che il sistema globale è tarato sul Dollaro, non sul Rublo. La Russia ha utilizzato un metodo occidentale per creare soldi e ne paga le conseguenze che tanto spaventa gli Americani con il processo di De-Dollarizzazione.
    Il fattore geo-politico di questa crisi
    “Non avremmo mai potuto immaginare quello che sta accadendo, si materializzano i nostri incubi peggiori. E nei prossimi giorni penso che la situazione sarà paragonabile al periodo più difficile del 2008″ – Serghiei Shvetsov, primo vice governatore della Banca centrale Russa. La domanda più interessante da porsi è: Le Autorità Russe potevano prevedere questo attacco combinato petrolio-rublo-sanzioni ? La risposta è si e lo hanno fatto. Peccato che nessuno potesse immaginare un’accelerazione così immediata di questa strategia. Nemmeno nei più profondi incubi Russi, in 6 mesi il petrolio sarebbe diminuito di metà del suo valore e il rublo deprezzatosi per oltre il 50% in 12 mesi. Quella americana è una tattica che impone un fattore di rischio elevatissimo e che mette in pericolo l’intera economia globale, come vedremo. Per quale motivo allora gli Stati Uniti e i loro partner sono arrivati ad intraprendere questa via così piena di incognite ? Anche in questo caso la vi sono risposte multiple. Certamente la spinta principale riguarda la strategia geopolitica del ‘regime-change’ in paesi come Venezuela, Iran e Russia (ovvero quelli più colpite dal crollo del prezzo di Petrolio). Se con i normali metodi di softpower i risultati sono stati poco apprezzabili (l’Iran vola verso l’accordo 5+1, Assad è sempre più solido in Siria, Putin sempre più apprezzato in patria e Maduro è riuscito a riguadagnare le redini del paese dopo un periodo di instabilità seguita alla morte di Chavez e alla porteste artificiali estive), in chiave economica la leva per ottenere questi cambiamenti aumenta notevolmente, ma anche i rischi. Il crollo della valuta, la diminuzione delle revenues dal greggio, l’aumento dei prezzi, l’aumento dell’inflazione, la diminuzione potere di acquisto e così via sono l’arma con cui l’America è convinta di poter continuare il suo ruolo egemone nel mondo. Indurre ad un crollo interno nazioni rivali grazie ad una combinazione di fattori (Sanzioni, Petrolio, Valuta).
    Quali sono i rischi di questa strategia ?
    Dopo aver analizzato le motivazioni e i metodi utilizzati per perseguire questa strategia Kamikaze, passiamo alla parte certamente più interessante ma anche più inquietante: i rischi. La crisi Ucraina, l’unione eurasiatica, la de-dollarizzazione e i mega accordi stipulati tra i paesi Brics hanno spinto ad una reazione violenta Washington, in un gioco da ‘rischia tutto’. Il fattore che si porta dietro le maggiori incognite ma anche i maggiori timori è il mercato dello Shale Gas/Oil americano. Innalzato come vessillo dell’indipendenza energetica americana, bramato come arma per transitare dal medio-oriente verso l’asia (parte della strategia del “Asian Pivot”), innegabilmente ha giocato (e tutt’ora recita) un ruolo primario nei piani dei policy makers a Washington. Eppure ciò che viene abilmente taciuto dai media mainstream riguarda gli effetti collaterali, sul mercato dello shale gas, di un prezzo così basso del petrolio. Il punto di pareggio per questi nuovi metodi di estrazione è intorno agli 80-85$ a barile. Risulta semplice comprendere quindi che con un prolugarsi dei prezzi così bassi, gli effetti saranno devastanti per tutto il mercato dello Shale in USA (il primo caso di questo genere è già avvenuto, la Red Fork Energy Australiana ieri è entrata in amministrazione controllata). Se fossero solo queste le conseguenze, potremmo anche considerarle irrilevanti. I problema nasce quando ci si focalizza sui prestiti che questa aziende non riusciranno a restituire alle banche creditrici. Un default del settore scatenerebbe un meccanismo a cascata che finirebbe per intaccare la madre di tutte le bolle speculative: i derivati in pancia alle Banche occidentali. Il grande rischio globale che gli Stati Uniti si stanno prendendo in carico per mantenere la loro egemonia globale non è molto diversa da un attacco nucleare preventivo (pare una dottrina da first strike in chiave economica). Se il prezzo del petrolio (artificiosamente manipolato) dovesse trascinarsi nell’abisso l’industria dello Shale Gas Americano, tutti i prestiti da rimborsare alle banche USA andrebbero in fumo. Con loro tutto il mercato dei derivati. Diamo dei numeri a queste parole e vediamo QUANTI di questi strumenti finanziari, le banche americane possiedono: JPMorgan Chase



    • Attività totali: $ 2,520,336,000,000 (circa 2,5 triliardi di dollari)
    • L’esposizione totale ai derivati: $ 68,326,075,000,000 ( più di 68 triliardi di dollari )




    Citibank



    • Attività totali: $ 1,909,715,000,000 (poco più di 1,9 triliardi di dollari)
    • L’esposizione totale ai derivati: $ 61,753,462,000,000 ( più di 61 triliardi di dollari )




    Goldman Sachs



    • Attività totali: 860.008 milioni dollari (meno di un trilione di dollari)
    • L’esposizione totale ai derivati: $ 57,695,156,000,000 ( più di 57 triliardi di dollari )




    Bank Of America



    • Attività totali: $ 2,172,001,000,000 (un po ‘più di 2,1 triliardi di dollari)
    • L’esposizione totale ai derivati: $ 55,472,434,000,000 ( più di 55 triliardi di dollari )




    Morgan Stanley



    • Attività totali: 826,568 miliardi dollari (meno di un triliardo di dollari)
    • L’esposizione totale ai derivati: $ 44,134,518,000,000 ( più di 44 triliardi di dollari )




    Un paragone utile per realizzare pienamente di quali numeri stiamo parlando: il debito pubblico americano ammonta a 18 Triliardi di dollari. Il mercato dei derivati delle sole 6 banche più grandi d’america ammonta a quasi 16 volte il debito americano. Siamo di fronte quindi all’ennesimo dilemma già posto nella crisi finanziaria del 2008: lasciar fallire le banche o salvarle ? In questo caso ci sono due possibili strade da percorrere: Stampare moneta (la FED) senza preoccuparsi dell’aumentare proprio debito pubblico (l’esempio usato è il Giappone con il 300% di debito pubblico) oppure lasciar fallire le banche, trascinando nel vortice tutta l’economia Americana, Europea e probabilmente globale. Dando per assodato che la manipolazione del Petrolio e di conseguenza del Rublo sono una mossa geopolitica, qual è la strategia vincente che Washington spera di ottenere, senza provocare un collasso globale dell’economia ? Favorire un regime change in Venezuela, Iran e Russia in breve tempo oppure obbligare queste nazioni a scendere a patti con i diktat occidentali. E’ importante notare che il tempo NON è dalla parte dell’occidente. Il motivo è legato alle argomentazioni esposte sopra: un prezzo del greggio così basso manderebbe in malora il mercato dello Shale gas, causando un effetto a catena che annienterebbe le maggiori banche USA e potrebbe attivare la più grande bolla speculativa della storia umana, i derivati, che provocherebbero una crisi economica di fronte a cui quella nel 2008 verrebbe ricordata come una passeggiata. C’è un fattore che conta più di ogni altra ed è considerata dagli USA come la vera chiave di volta di questa strategia. Se anche il mercato dello Shale arrivasse al collasso e le banche USA dovessero essere salvate nuovamente (come richiesto da loro stesse già l’11 Dicembre ), la soluzione potrebbe essere quella di semplicemente stampare più soldi dalla FED e aumentare il debito pubblico americano. Si potrebbe obbiettare che questo diminuirebbe nettamente la credibilità del Dollaro stesso. E’ un argomento di dibattito e nessuno ha una risposta certa. Sicuramente in USA sono convinti che se questa tattica dovesse avere successo e portare ad un regime change e collasso economico della Russia, la Cina sarebbe costretta a “ritornare all’ovile” (avendo perso il suo alleato numero 1), garantendo quindi solidità ai buoni del tesoro USA (la credibilità del dollaro dipende molto dalla Cina a causa dell’elevata quantità di BTP americani detenuti dai cinesi) e quindi alla credibilità del dollaro stesso (persino in una situazione in cui il debito pubblico dovesse passare da 16 a 36 triliardi di dollari). Il problema di fondo resta sempre geopolitico. La visione egemonica che gli USA hanno e che vogliono mantenere. Al momento non hanno altri mezzi per combattere un cambiamento globale che sta transitando l’umanità in una fase non più unipolare (in cui gli americani erano l’unica super-potenza) ma multipolare (più attori sulla scena mondiale). Siamo alla resa dei conti e la deriva attuale ci pone davanti ad un rischio incalcolabile per l’intera economia globale… ne vale davvero la pena ?

  7. #877
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Trema il settore shale oil, e anche la finanza Usa - contropiano.org
    Trema il settore shale oil, e anche la finanza Usa In evidenza


    • Domenica, 21 Dicembre 2014 11:28
    • Claudio Conti
    • 205

    Tutte le cancellerie occidentali stanno lì a gustarsi la caduta rovinosa del prezzo del petrolio, conteggiando ognuno per conto suo gli effetti risparmiosi sulla bolletta energetica e lo strangolamento dell'”orso russo”, che dipende dalle esportazioni di greggio e gas per un quarto del Pil. Incidentalmente, lo stesso accade per altri due “nemici dell'America”, come Iran eVenezuela. Quindi, cosa si può volere di più?
    Alle spalle dei gaudenti, però, è partita una valanga per ora ancora piccola, che minaccia di diventare gigantesca se il prezzo scenderà ancora o resterà a lungo su questi livelli. E si tratta di una valanga che parte come sempre dagli Stati Uniti per poi investire – tramite la globalizzazione dei mercati finanziari e la perdurante centralità del dollaro (come moneta di riserva e di di scambio internazionale).
    I primi pezzi della valanga sono costituiti dalla difficoltà o impossibilità di molte società impegnate nell'estrazione dello shale oil o del gas – con la devastante tecnica del fracking – di continuare a finanziarsi sui mercati. Una lunga serie di queste società ha potuto godere di una breve (due-tre anni) di prestiti facili, dando in garanzia i profitti futuri che “immancabilmente” sarebbero derivati dall'estrazione faticosa di queste risorse energetiche, descritte da qualche redattore “a stipendio” delle compagnie petrolifere come infinite. Inutile spiegare ai disinformatori che in un mondo finito non può esistere nulla di infinito, tanto meno giacimenti di idrocarburi formatisi tra 30 e 120 milioni di anni fa e tecnicamente definiti “non riproducibili” (non fabbricabili, insomma).
    Ma l'aspetto immediato – certo più importante per i mercati che non il progressivo esaurimento delle risorse – sta appunto nella crisi che sta già ora colpendo il settore shale, fondamentalmente statunitense.
    Un articolo di Sissi Bellomo, sul confindustriale IlSole24Ore, spiega dettagliatamente agli investitori che lo shale è ormai un settore da cui tenersi alla larga, visto che “genera flussi di cassa negativi”, visto che il petrolio estratto con fracking copre i costi di produzione solo se il prezzo medio supera i 70 dollari al barile.
    Le conseguenze sono praticamente certe: caduta dei livelli produttivi e scatafascio nel settore finanziario dei junk bond, ovvero i titoli che offrono guadagni forti in base a un “profilo di rischio” decisamente alto. L'eventuale esplosione di questa bolla finanziaria e il rapido risalire del prezzo del petrolio (se la produzione statunitense scenderà in modo sensibile, anche solo di un paio di mioni di barili al giorno) aprirebbero un nuovo fronte di crisi proprio in un punto su cui le cancellerie occidentali avevano messo una lapide.
    Come spiegavamo – inutilmente – quando è esplosa la “guerra del prezzo del petrolio”, ogni forzatura per ragioni geostrategiche sul mercato dell'energia è una scelta necessariamente suicida. Così come le “sanzioni” nei confronti dell'unico fornitore importante (la Russia copre il 30% dei consumi europei) che abbia anche una solida stabilità interna. Per ora, come raccontano tutti gli oservatori seri dei "mercati", le borse tengono grazie alle continue "iniezioni li liquidità" operate dalle banche centrali (Fed, Bce, Boj, ecc). Niente però può andare avanti all'infinito
    Ma vaglielo a spiegare agli apprendisti stregoni e al loro codazzo di propagandisti...
    *****
    Shale oil, i cordoni della borsa stanno per chiudersi: investitori in fuga dai debiti spazzatura
    di Sissi Bellomo
    Per lo shale oil americano i cordoni della borsa stanno per chiudersi: ottenere finanziamenti sta diventando sempre più difficile e costoso per il settore che ha trainato il successo dell’industria petrolifera negli Stati Uniti. E col flusso di denaro rischia di assottigliarsi anche quello di greggio.
    Sul mercato dei capitali i segnali di crisi si stanno moltiplicando rapidamente e Citigroup invita ad osservarli con attenzione perché saranno un «fattore chiave» per determinare le sorti del petrolio nel 2015. A spaventare, osservano gli analisti della banca, è il «funding gap»: nel suo insieme il settore dello shale oil genera flussi di cassa negativi e si sta diffondendo il timore che «se il mercato del debito si tira indietro, ci possa essere un crollo delle trivellazioni».
    Considerazioni di questo tipo stanno forse dando sostegno alle quotazioni del greggio, che da qualche giorno cercano con insistenza un rimbalzo, dopo essere precipitate sotto 60 dollari per la prima volta da 5 anni.
    Le “obbligazioni spazzatura”, maggiore fonte di finanziamento per le società dello shale oil, sono sempre più rischiose: negli Usa il rendimento dei junk bond del settore energia, che a giugno era sotto il 5%, si è impennato fino a superare il 10% e almeno un terzo delle emissioni ricade ormai nella categoria “distressed”, che implica un’alta possibilità di rivelarsi insolventi.
    Le tensioni sono così forti che si stanno manifestando segni di contagio. L’intero mercato dei junk bond Usa - fino a pochi mesi fa molto apprezzato nel mondo “a interessi zero” costruito dalla Fed - oggi sta facendo scappare gli investitori. I riscatti dai fondi obbligazionari high yield proseguono senza sosta da quasi un mese e stanno accelerando: nell’ultima settimana se ne sono andati oltre 3 miliardi di dollari netti, secondo Lipper, la scorsa settimana 1,9 miliardi e quella precedente 859 milioni. Mercoledì intanto la performance dell’intero comparto, misurata dall’indice Us High Yield di BofA Merrill Lynch, è andata per la prima volta in rosso per il 2014, perdendo lo 0,3% in termini di total return (ossia tenuto conto dei dividendi). C’è poi stata una leggera ripresa, ma quest’anno si avvia comunque a chiudersi come il peggiore dal 2008, quando la perdita fu del 26,4% (ma i mercati finanziari erano nel pieno della bufera scatenata da Lehman Brothers).
    Nel settore energia persino le obbligazioni “investment grade”, emesse da società con un rischio di credito moderato, iniziano a risentire qualche contraccolpo. Le nuove emissioni sono rallentate, in particolare quelle delle società attive nello shale oil, che negli ultimi mesi si contano sulle dita di una mano. E sono ovviamente diventate più costose, benché (per ora) non in modo eccessivo.
    Le banche per il momento non hanno fatto mancare il loro appoggio alle società di fracking, che per la natura stessa della loro attività hanno bisogno di rifinanziarsi di continuo: per estrarre shale oil non bisogna mai smettere di trivellare nuovi pozzi e i flussi di cassa generati dal petrolio spesso non bastano a ripagare sia gli interessi sul debito sia il proseguimento delle operazioni. L’impresa poi è diventata molto più difficile oggi, con gli oneri finanziari che salgono e il prezzo di vendita del petrolio che è sceso a rotta di collo, dimezzando le entrate rispetto a giugno. Anche le linee di credito potrebbero però ridursi tra qualche tempo, perché se le quotazioni del greggio resteranno depresse prima o poi verranno svalutate anche le riserve petrolifere delle società, che fungono da collaterale in molti accordi di finanziamento con le banche.

  8. #878
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    This month, the OnCue Express gas station in Oklahoma City lowered its price for a gallon of regular gas to $1.99.
    Nationwide, the average price is $2.41 per gallon, down from a high of $3.70 the end of April. Gas prices are the lowest they have been in five years and are expected to decline further, following the $50 collapse in oil prices since this summer.
    Prices are down because of a combination of reduced demand and dramatically increased supply created to an extent by the hydraulic fracturing revolution known as fracking.
    At last month’s meeting of the Organization of Petrolum Exporting Countries ministers in Vienna, some members argued for decreasing production to slow or reverse the oil price drop. But Saudi Arabia, still OPEC’s largest oil producer, convinced the other members of the cartel that their best move would be to keep the spigots open. It is a move that remains under debate this week at an Arab energy conference in Abu Dhabi, United Arab Emirates.
    It seems strange that OPEC would be trying to drive oil prices lower. After all, the whole point of the cartel is to use its leverage to maximize profits. But Saudi Arabia’s oil minister, Ali al-Naimi, sees low prices as a new kind of strategic weapon. He believes that oil producing countries need to accept some temporary pain in order to drive down prices to the point where fracking becomes unprofitable, and the newly emerged North American producers start going out of business.
    It is a bold gamble on OPEC’s part, and one that is bound to fail. It is true that shale oil production is more expensive than traditional oil drilling. Fracking is unsustainable if oil prices go below $50 or $60 per barrel.
    But the break-even points for most OPEC members are much higher. Countries that depend on oil revenue — such as Saudi Arabia, Iraq, Iran and Venezuela — need prices in the range of $100 to $130 per barrel to balance their budgets. Crude oil prices are already in the high $50s or low $60s, and these countries could be facing serious instability while they cut their budgets as they wait for the American producers to go belly up.
    There are strategic benefits for the United States because oil profits fund everything from the Iranian nuclear program to Islamic State terrorism to Russian military modernization. With lower prices, there will be fewer resources available to underwrite these dangerous activities.
    Domestically, more affordable oil is good news for everyone, except the fracking industry and environmentalists.
    Cheaper gasoline means more disposable income, and lower shipping costs leads to lower prices. Low energy costs tend to boost economic growth, potentially spurring job creation in an economy that has failed to produce rising wages.
    OPEC’s gamble is America’s gain, and not just in the short term. The problem with Saudi minister al-Naimi’s strategy is that he does not have a viable endgame. Even if OPEC can hold prices down long enough for American energy companies to feel the pinch, the oil-revenue-dependent states can’t keep prices depressed forever.
    When oil bottoms out and begins to rise again, fracking will once more become profitable and the cycle will repeat. And as shale oil extraction technology improves and becomes more efficient, the break-even point will decline further, making it that much harder for OPEC to wage economic war.
    The question is not how far down OPEC has to drive oil prices to spell the doom of fracking. It is whether OPEC will even survive to see that day.
    James S. Robbins, author of The Real Custer: From Boy General to Tragic Hero, is a member of USA TODAY’s Board of Contributors.


    OPEC will lose its gamble against fracking
    Globalizzazione..... si grazie.

  9. #879
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Il prezzo del petrolio è un’arma veramente efficace contro la Russia?

    dicembre 26, 2014 1 commento

    Olga Shedrova Strategic Culture Foundation 25/12/2014Gli Stati Uniti sono impegnati in attività piuttosto dubbie nel tentativo di danneggiare l’economia della Russia, facendo crollare i prezzi mondiali del petrolio. Gli Stati Uniti sono tra i maggiori produttori di petrolio al mondo insieme all’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio e alla Russia. La nuova tecnologia del fracking è più costosa dell’estrazione di petrolio mediante metodi convenzionali, e non è vantaggiosa con i prezzi a meno di 60-70 dollari al barile. La caduta dei prezzi del petrolio abbatte le azioni delle imprese. In tre mesi le azioni di società note per essere veicoli della “rivoluzione energetica” sono crollate del 40% in media. Leader come Apache Corp (APA), ConocoPhillips (COP), EnerJex Resources Inc. (ENRJ), Marathon Oil (MRO), Continental (CLR), Noble Energy (NBL), Southwestern Energy (SWN), Anadarko (APC), Pioneer Natural Resources (PXD) vedono le azioni crollare del 30-50% rispetto al massimo raggiunto a metà 2014. Il processo continua. La dinamica dei prezzi assomiglia a una bolla che si sgonfia. Il crollo dei prezzi del petrolio ha scatenato un calo di quasi 40 per cento delle nuove licenze rilasciate negli Stati Uniti a novembre, rispetto ad ottobre. Il crollo è una “risposta molto rapida” degli Stati Uniti ai prezzi del greggio, ha detto Allen Gilmer, chief executive officer di Drilling Info Inc. Anche le perforazioni in mare ne sono influenzate. Transocean, proprietaria della maggiore flotta di impianti di perforazione in acque profonde, recentemente ha avuto 2,76 miliardi di dollari di sofferenze per gli impianti di perforazione. La politica di Washington volta a ridurre i prezzi del petrolio può influenzare negativamente l’economia statunitense, trasformando il processo in una tendenza irreversibile. Il calo limita l’accesso delle società energetiche statunitensi sul mercato dei capitali. I produttori di energia ai primi del 2010 raccolsero 550 miliardi dollari di nuovi titoli e prestiti, mentre la Federal Reserve teneva gli oneri finanziari a quasi zero, secondo la Deutsche Bank AG. Con i prezzi del petrolio che precipitano, gli investitori sfidano la capacità di alcuni emittenti di titoli spazzatura nel soddisfare le loro obbligazioni di debito. È un circolo vizioso. Una redditività inferiore riduce la capitalizzazione di una società che deve vendere sempre più attività per evitare il fallimento, provocando l’ulteriore perdita di attività con azioni di trading al ribasso e, quindi, il risultato è l’incapacità di rimborsare i prestiti mentre il valore delle attività si riduce. L’Agenzia internazionale dell’energia (AIE) e l’Organizzazione di paesi esportatori di petrolio (OPEC) nelle loro prospettive energetiche per il 2015, prevedono la minore domanda di petrolio degli ultimi 12 anni. La notizia ha avviato una picchiata delle borse erodendo 1 trilione di capitalizzazione sui mercati globali in una settimana.
    Un’ondata di fallimenti di aziende energetica preoccupa gli esperti di Wall Street. Potrebbe propagarsi al sistema finanziario e bancario. “,Non c’è ‘dubbio’ che per le aziende energetiche dal profilo debitorio rischioso, il mercato dei debiti “sia essenzialmente chiuso in questa fase”, e vi sono segni di ulteriori scosse nel settore“, afferma lo stratega per i redditi fissi dell’US Bank Wealth Management, Dan Heckman. E aggiunge, “Siamo a un punto molto preoccupante”. La sua opinione è condivisa da Jacques Sapir, direttore del Centre d’Etude des Modes d’Industrialization (CEMI-EHESS), che ha detto ad Europe 1 che “La caduta dei prezzi del petrolio potrebbe avere gravi conseguenze sull’estrazione di gas di scisto, del combustibile liquido da scisto carbonioso e dalle cosiddette sabbie bituminose. Oggi la produzione non è più redditizia. I produttori hanno ricevuto prestiti enormi dalle banche statunitensi. La situazione crea le condizioni per il crollo bancario degli USA”. Di conseguenza, saranno colpiti fondi pensione, investitori privati e banche che detengono titoli spazzatura, investimenti rischiosi che possono divenire ad alto rendimento, causando un effetto a strappo sul sistema finanziario rendendo inevitabile il ripetersi della crisi 2008-2009. Secondo The Prudent Bear, “i fallimenti sul mercato energetico, molti dei quali si tradurranno nell’espulsione di produzione dal mercato, e l’esternalizzazione che accompagna la capacità produttiva ad alta intensità energetica, causeranno danni di gran lunga superiori a qualsiasi beneficio dall’aumento dei consumi. La distruzione di capitale con il fallimento riduce la ricchezza della società, riducendo la quantità di capitale disponibile per ogni lavoratore. A sua volta si ridurrà il livello di vita a lungo termine dei lavoratori stessi (e anzi la loro capacità di consumare). Un ulteriore consumo, in gran parte speso per le importazioni, non comporta alcun beneficio che abbia un simile livello d’importanza”. La produzione di energia da scisto ha creato nuovi posti di lavoro. Gli Stati petroliferi hanno aggiunto 1,36 milioni di posti di lavoro dal dicembre 2007, mentre gli Stati non-shale ne hanno persi 424000.
    Così concentrati a colpire la Russia, gli statunitensi non vedono ciò che accade a casa loro. Il 9 novembre, il Guardian ha scritto, “John Kerry, il segretario di stato USA, avrebbe raggiunto un accordo con re Abdullah a settembre secondo cui i sauditi avrebbero venduto greggio al di sotto del prezzo di mercato. Questo aiuterebbe a spiegare perché il prezzo sia in calo in un momento in cui, data la turbolenza in Iraq e Siria causata dallo Stato islamico, normalmente sarebbe in aumento”. La collusione è volta ad indebolire la Russia e colpire l’Iran. L’Arabia Saudita ha bisogno di un prezzo al di sopra dei 90 dollari al barile per pareggiare il bilancio. Ma un po’ di dolore è accettabile. I sauditi giocano d’azzardo giacendo a un prezzo del petrolio inferiore a quello che russi e iraniani possono permettersi, pensando quindi che l’operazione sarà relativamente breve. Ma finora non ha influenzato la politica estera di Russia e Iran. Sembra che gli Stati del Golfo Persico ne soffrano di più. Il costo di produzione è più basso in Arabia Saudita, ma le cose sono assai peggiori per i suoi partner. La previsione OPEC del 21 dicembre afferma che la situazione sul mercato del petrolio prenderà una piega diversa e i prezzi dell’“oro nero” risaliranno. Evidentemente le dichiarazioni dei produttori di petrolio sono esasperate. L’Arabia Saudita, principale esportatore di petrolio al mondo, ha detto il 21 dicembre che non taglierà la produzione per sostenere i mercati del petrolio, anche se le nazioni al di fuori dell’OPEC l’hanno fatto; forte indicazione che prevede il superamento del maggiore crollo del mercato da anni. Parlando ad una conferenza sull’energia ad Abu Dhabi, il ministro del Petrolio saudita Ali al-Naymi accusava del crollo la mancanza di coordinamento dei produttori esterni all’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio, assieme a speculatori ed informazioni fuorvianti. Ha detto, “l’Arabia Saudita con i Paesi OPEC ha cercato di ristabilire l’equilibrio del mercato, ma la mancanza di collaborazione dei Paesi esterni all’OPEC, oltre a speculatori e diffusione di informazioni non corrette, hanno portato alla caduta dei prezzi”. Il ministro del Petrolio degli Emirati Arabi Uniti, Muhamad Faraj Suhayl al-Mazruay è stato ancor più reciso affermando che, uno dei principali motivi che hanno portato al deterioramento dei prezzi, è la produzione di petrolio irresponsabile di certi organismi terzi, alcuni dei quali nuovi sul mercato del petrolio. Evidentemente si riferiva agli Stati Uniti, responsabili d’incrementare le forniture di petrolio di scisto negli ultimi anni. Vi è motivo di ritenere che, mentre sostiene apertamente gli Stati Uniti, l’Arabia Saudita gioca un suo gioco per scacciare i concorrenti, tra cui gli USA, dal mercato. Qualche tempo fa Riyadh diceva che i membri dell’OPEC non avrebbero ridotto la produzione, anche se il prezzo precipitava a 40 dollari al barile. Con i prezzi del petrolio crollati, i produttori petroliferi tradizionali hanno riserve sufficienti per superare un periodo di frugalità mentre l’industria dello shale statunitense sarà mortalmente colpita, tanto da non rialzarsi mai più.
    Tendenze economiche negative sono già visibili negli Stati Uniti, mentre la Russia non ha neanche iniziato a prendere contromisure mentre la guerra economica scatenatagli contro infuria. Vi è una vasta gamma di opzioni aperte per la Russia. Farsi trasportare dalle fluttuazioni della valuta russa, mentre gli Stati Uniti non prestano attenzione al calo dei prezzi nella loro borsa o alla politica ambigua dei loro alleati. Qui non si può non essere d’accordo con le valutazioni di Marin Katusa, direttore di Energy Investment Strategist, che dice che “E ‘vero che le sanzioni potrebbero rendere più difficile alle imprese russe accedere al know-how occidentale, e in ultima analisi, influenzare la produzione di petrolio della Russia. Ma questo solo se perdurerà per anni, cosa dubbia dato che l’UE ne sta già pagando. Un taglio dell’offerta mondiale di petrolio, e una crescita globale più forte, probabilmente riequilibreranno il mercato del petrolio, nel frattempo”. Gli acquirenti di petrolio russi possono pagare in oro, non hanno bisogno dei biglietti verdi. Non c’è bisogno di spiegare che cosa sia in serbo per il dollaro USA nel caso lo facciano. I produttori di petrolio russi avranno i dollari per le esportazioni, mentre il pagamento delle tasse sarà in rubli. Ciò significa che alcun brusco calo dei ricavi dalle tasse è imminente in Russia. La Federazione russa può anche passare all’utilizzo dei rubli nei suoi scambi commerciali petroliferi deprezzando il dollaro USA, migliorando la domanda globale della sua valuta nazionale. La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.
    Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

  10. #880
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    Predefinito Re: Il suicidio del fracking

    Shale gas, shale oil, shale debt: chi pagherà?

    Pubblicato il 24 ottobre 2014 di fausto
    Maretta sui mercati degli energetici: i prezzi scendono. A partire più o meno da giugno, e procedendo linearmente per mesi, le quotazioni del greggio diminuiscono un po per tutte le qualità trattate. La discesa per il Brent è stata talmente marcata da riallinearlo al Wti; ormai i due si posizionano poco sopra gli 80 $/bbl. Da più di tre anni la spesa media per barile si posizionava stabilmente sopra i 100 – 110 $/bbl, fino a poche settimane fa per l’appunto. La cronaca ora si arricchisce di notizie ancor più interessanti: la discesa dei prezzi pare creare preoccupazioni ai produttori di petrolio del Nord America. Stiamo parlando di shale oil, il miracolo recente di cui tanto si è discusso: i dati raccolti da Bloomberg paiono indicare una crescente diffidenza da parte degli investitori. Testualmente “…Between the S&P 500’s record high on September 18 and its five-month low on October 15, energy firms led the index down 14%, more than any other industry, Bloomberg data showed. When the market rebounded on October 16, energy again took the lead, gaining 1.7%. The drop wiped $158.6bn off the market value of 75 shale producers since the end of August, according to Bloomberg data…”. Dire che la pletora di 75 aziende osservate abbia bruciato capitalizzazione borsistica per quasi 160 miliardi di dollari non è certo dare buone notizie. Altra partita l’indebitamento, sempre da stime Bloomberg: “…Issuance of high-yield energy bonds increased 148% since 2009 to $211bn, according to Fitch Ratings. The bonds account for 16% of the market, Fitch said…”. Ci sono in giro almeno 211 miliardi di dollari di debiti ad alto tasso di interesse concessi alle più spericolate aziende Usa del comparto idrocarburi; da sommare a quelli a tasso normale. La rivoluzione shale gas / oil ha prodotto anche fenomeni del genere. Quando hai tanti debiti, che fai per rimetterti in carreggiata? In genere cerchi di vendere qualcosa, e magari ci riesci. Quelli di Chesapeake Energy hanno deciso di farlo, vendono pozzi e diritti di ricerca per più di 5 miliardi di dollari. La mossa dovrebbe incidere sull’indebitamento netto dell’azienda, stimato a metà 2014 in 10,7 miliardi di dollari; si vedano le considerazioni di SeekingAlpha. Chesapeake però, per fare questo, cede inevitabilmente anche impianti di un certo valore: non ci sono pasti gratis per chi soffre di indebitamento eccessivo. Probabilmente il fatto di avere centrato l’attività sul gas naturale non ha aiutato l’azienda. Il problema indebitamento esiste anche nel campo dei gestori di infrastruttura: ad esempio nel caso di Energy Transfer. L’azienda è un leader continentale in tema di gasdotti ed oleodotti, e non solo, e si espande da alcuni anni a grande velocità: ora però bisogna vedere con quali effetti finanziari. Dice DallasNews: “…they command one of the largest pipeline networks in the country, spanning 71,000 miles from coast to coast — about four times what they had five years ago [….] But Energy Transfer has had to borrow heavily to fund its multibillion-dollar takeovers and pipeline build-out. As of June 30, the company counted a debt load of $25.9 billion, almost four times what it was in 2009, according to filings with the Securities and Exchange Commission….”. Si saranno impadroniti di più di 110.000 km di condotte, ma lo hanno fatto mettendo assieme l’astronomico debito di quasi 26 miliardi di dollari. La cosa comincia a destare preoccupazione tra i creditori. Stiamo parlando di montagne di debiti nascoste qua e la, certo, ma l’effetto globale è difficile da percepire. La singola frase che riassume meglio la situazione probabilmente è questa, da Bloomberg: “…Of the 97 energy exploration and production companies rated by S&P, 75 are below investment grade, according to the credit-rating company. The average yield for energy exploration and production companies rated junk has declined to 5.4 percent from 8.1 percent at the end of 2009…”. I tre quarti delle compagnie in esame, in gran parte aziende che hanno preso parte alla corsa all’oro targata shale / fracking, vengono quindi ascritte alla categoria “junk”, e si ritiene che meritino poca stima da parte degli investitori. Questo fenomeno impatta su quelle centinaia di miliardi di debiti stipati nei bilanci di cui si parlava poco sopra: probabilmente non sono poi così solvibili come si crede. Sempre via Bloomberg apprendiamo che “…Access to the high-yield bond market has enabled shale drillers to spend more money than they bring in. Junk-rated exploration and production companies spent $2.11 for every $1 earned last year, according to a Barclays analysis of 37 firms…” Come dire che fior fiore di aziende dedite alla ricerca di idrocarburi non convenzionali hanno si scovato il gas ed il petrolio cercati, ma purtroppo impacchettati assieme a sistematici passivi di bilancio. Il punto di vista delle 37 aziende censite da Barclays è semplice: spendi due, ricavi uno. Non un granché come performance economica. Dunque, vediamo se ci siamo capiti: questi signori producono cumuli di debiti. Non da adesso, lo fanno da sempre. Il fatto che una larghissima maggioranza delle aziende del settore sia classificata come “junk” o giù di li spiega bene la situazione: se un titolo è definito come “spazzatura” non servono ulteriori argomenti. E’ un termine assolutamente chiaro. La storia si può riassumere velocemente in questo modo: nell’intervallo temporale 2000 – 2006 la produzione convenzionale di gas Usa declina pian piano, trascinata da giacimenti ormai incamminati sul viale del tramonto. A qualcuno viene l’idea di sfruttare una tecnica ormai sperimentata fin dalla fine dell’800: la fratturazione idraulica, o fracking. Con questa tecnologia ormai matura è possibile mobilitare metano intrappolato in rocce poco permeabili, ma anche petrolio: perforo, inietto acqua e sostanze varie, fratturo e raccolgo gli idrocarburi così liberati. Il tutto ad alta velocità, giacché i bacini di shale sono tendenzialmente privi di copertura impermeabile: se sto a dormire il gas si disperde viaggiando nelle rocce circostanti ed eventualmente contaminando gli acquiferi. Si produce una enorme bolla di disponibilità di gas naturale sulla piazza nordamericana, spinta dagli alti prezzi del periodo 2000 – 2008 e dall’euforia delle borse: immesso sul mercato in massa e senza alcun possibile controllo, il gas non vale più nulla e i prezzi crollano. E qui succede il vero miracolo: investitori poco accorti continuano a versare soldi dentro ad aziende che producono solo passivi. Questa manna miracolosa permetterà di fornire gas naturale in regalo ai consumatori del Nord America, mentre le passività si ammasseranno via via nei bilanci delle aziende – in gran parte di dimensione piccola o media. Come dire: il gas sottocosto ai residenti, i debiti agli investitori. Dato che i due gruppi non coincidono, è chiaro che qualcuno ci ha guadagnato e qualcuno ci ha rimesso: io e voi ci abbiamo rimesso, anche se ancora non sappiamo quanto. Dipende da quanti soldi le banche italiane hanno “investito” in titoli e derivati legati al comparto energia Usa. Nel complesso, l’avventura dello shale gas si configura come un grande trasferimento di capitali dalle tasche di qualcuno alle tasche di qualcun altro: il problema è vedere chi è qualcuno e chi invece è qualcun altro. Il crollo dei prezzi del gas sul mercato statunitense ha avuto degli effetti importanti: le aziende hanno smesso di perforare alla ricerca di metano, e si sono date alla caccia del petrolio. Il petrolio è remunerativo, specialmente a 100 $/bbl, e si può trasportare facilmente. E’ un mercato globalizzato, non teme l’effetto di bolle localizzate. La cosa interessante è che le produzioni di gas da fracking non calano, restano stabili: quando in teoria, visti i rapidi tassi di esaurimento dei pozzi, dovrebbero andare in declino già pochi mesi dopo il declino della attività di perforazione. La salvezza in questo caso è venuta dallo shale oil: in molti casi ha una produzione di scarto costituita da gas. E così di fatto i rig operanti nella ricerca di petrolio non convenzionale hanno involontariamente puntellato una produzione di gas altrimenti destinata a scendere in fretta. Ovviamente ci sono altri fenomeni in atto: tra tutti, il fatto che sia possibile tornare ad ampliare la permeabilità di un giacimento già sfruttato senza perforare nessun nuovo pozzo; con ritorni decrescenti beninteso. Questo significa che l’attività di perforazione non può da sola descrivere lo stato di salute di una industria che ha molte più risorse – tecniche ed umane – di quanto non si creda. Ora le cose stanno nuovamente cambiando. Le aziende americane protagoniste di questa avventura si ristrutturano e cercano di acquisire capitali freschi per continuare ad espandere le proprie attività, con l’unico obiettivo di mantenere produzioni altrimenti destinate a calare. La pietra angolare del gioco, fino ad oggi, è risultata essere l’estrazione di shale oil: perché è in parte remunerativo e consente di bilanciare le perdite. Questo non sembra voler dire che si possa parlare di profitti importanti e diffusi, altrimenti non si spiegherebbe la valutazione di “spazzatura” appioppata dagli analisti ai titoli di molte aziende: però sicuramente lo shale oil ha manifestato una certa capacità di galleggiamento finanziario, diversamente dal gas non convenzionale. Ora i prezzi del greggio scendono, scendono da alcuni mesi: dopo circa 40 mesi al di sopra sopra dei 100 – 110 $/bbl, sono finiti a poco più di 80 $/bbl. La domanda cruciale è semplice: le aziende che con un po di fortuna viaggiavano in pareggio, ora che i prezzi vanno giù che fine faranno? Come ripagheranno i debiti contratti all’avvio dell’attività? E le aziende che paiono aver prodotto solo debiti anche nei momenti migliori della propria storia che fine faranno? Come si concluderà la storia? Soprattutto, si concluderà o ricomincerà in maniera diversa per l’ennesima volta? Gli idrocarburi non convenzionali hanno sette vite come i gatti; l’importante è non morire più di sei volte.

 

 
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