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  1. #2431
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Citazione Originariamente Scritto da sciadurel Visualizza Messaggio
    ma na quai dòna biüta no?
    Ecco una bella biondona: l'ideale femminile del padano Fellini!



  2. #2432
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    L'associazione delle orge gay promuove l'educazione sessuale nelle scuole
    Proteste dei Generazione Famiglia contro Anddos, l'associazione finita nella bufera per le orge nei circoli gay finanziati dall'Unar
    Giuseppe De Lorenzo
    Orge gay, casi di prostituzione, finanziamenti da Palazzo Chigi e, infine, i corsi nelle scuole. Si allarga sempre più lo scandalo che ha investito l'Unar e l'Anddos dopo il servizio realizzato dalle Iene che ha portato alle dimissioni di Francesco Spano, direttore dell'Ufficio nazionale anti-discriminazioni razziali.
    Già, perché se l'Italia è rimasta sgomenta per quanto visto nei filmati (in passato mostrati anche da ilGiornale, che ha rimediato una querela), ora le associazioni cattoliche lanciano un ulteriore allarme. L'Anddos, l'associazione cui facevano riferimento i circoli incriminati, sponsorizza e promuove corsi di eduzione sessuale a scuola. E fa sorridere il fatto che ad insegnare il sesso nelle classi italiane possa essere chi "rivendica con orgoglio" le attività dei suoi circoli con dark room, glory hole e via dicendo. Niente di illegale, per carità. Ma forse ora qualcuno capirà le ragioni di quei genitori che da tempo protestano contro la "colonizzazione Lgbt nelle scuole".
    Anddos "parlami d'amore"
    In prima linea c'è Generazione Famiglia, il movimento organizzatore del Family Day a Roma. "Lo scandalo dei finanziamenti Unar- dice il portavoce Filippo Savarese - assume caratteri ancor più raccapriccianti se si considera che le stesse associazioni sono proprio quelle che entrano nelle scuole italiane di ogni ordine e grado per rieducare i nostri figli e nipoti sui temi delicatissimi della sessualità e dell’affettività". Per fare un esempio basta guardare ad una delle ultime iniziative lanciate sul sito dell'Anddos, dal titolo accattivante "Parlami d'Amore". Il 16 dicembre scorso si è svolto un incontro "nell’ambito del progetto Sessualità e Differenze" con l'obiettivo di produrre una "nuova proposta sull’educazione sessuale e di genere nelle scuole". Cosa significa? Basta andare sul sito: "Sessualità e differenze" promuove il "monitoraggio delle Infezioni Sessualmente Trasmesse", chiede "nuovi incentivi per le cattedre universitarie sugli studi di genere" e sponsorizza libri scolastici con "una lingua sessuata che riconosca le professioni al femminile". Per la gioia della Boldrini.
    Ma non è tutto. Ciò che a ragione preoccupa molti è che con la scusa dell'educazione sessuale certe associazioni facciano propaganda gender e a favore della mastrubazione. "Il progetto di Anddos - spiega Savarese - mira a diffondere negli ambienti scolastici il 'diritto all’informazione sessuale' secondo quanto disposto dagli Standard sull’Educazione Sessuale in Europa diffusi nel 2010 col patrocinio dell’Oms. Un documento dal valore pedagogico contestatissimo che raccomanda, tra il resto, di rivolgere informazioni sulla 'masturbazione infantile precoce' ai bambini nella fascia d’età 0-6 anni". E infatti nel progetto si legge che ai bambini bisognerebbe dare informazioni sulla loro anatomia "attraverso una esplorazione di sé e dell’altro e dell’altra da sé". Toccandosi a scuola?
    "Ci pare assurdo - conclude Savarese - immaginare che abbia titolo per affrontare questo discorso chi organizza nelle proprie sedi occasioni di assoluta promiscuità che sono sempre state indicate da tutte le autorità sanitarie come le prime cause di moltiplicazione dei fattori di rischio infettivo". Un lecito dubbio.
    L'associazione delle orge gay promuove l'educazione sessuale nelle scuole - IlGiornale.it

    L'ufficio anti razzismo che denunciò il Giornale
    Combatte le discriminazioni, ma a senso unico. Nel mirino politici di destra e cronisti
    Jacopo Granzotto
    E ora tutti alla scoperta dell'Unar. Riflettori sull'ente antirazzismo, accusato di aver usato 55mila euro di soldi pubblici per scopi non propriamente nobili come lo sono le ammucchiate.
    Recita lo statuto dell'Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni razziali presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri: «L'Unar vigila per garantire parità di trattamento fra le persone, di vigilare sull'operatività degli strumenti di tutela vigenti contro le discriminazioni e di contribuire a rimuovere le discriminazioni fondate sulla razza e l'origine etnica». E per questo mette in conto iniziative «contro il razzismo, contro la violenza e per favorire l'inserimento lavorativo per persone con disabilità». Smisurato il registro delle associazioni accreditate: molte conosciute, altre meno. Tutte ugualmente interessate a ottenere soldi pubblici in un sistema che però non è sembrato garantire adeguati controlli come rivelato dale Iene.
    Tante le vittime illustri di Unar: dal direttore del Giornale Alessandro Sallusti all'editorialista Vittorio Macioce, accusati di razzismo, fino a Giorgia Meloni. La pugnace leader di Fratelli d'Italia, che ieri ha chiesto l'immediata chiusura dell'Unar, nel settembre 2015 venne richiamata all'«ordine» per i toni usati in pubblico in tema di immigrazione. L'ente coglieva «l'occasione per chiedere» alla Meloni «di voler considerare per il futuro, l'opportunità di trasmettere alla collettività messaggi di diverso tenore» sui migranti. La Meloni aveva solo detto che non tutti gli immigrati sono ugualmente disponibili a integrarsi nella nostra cultura. Una frase di buon senso censurata col benestare della Presidenza del consiglio.
    E ancora. La giornalista Monica Ricci Sargentini, autrice della cronaca della prima assemblea femminista italiana a proposito di maternità surrogata venne denunciata all'Unar con l'incredibile accusa di omofobia. Il denunciante, Giovanni Bianchini, 24 anni, additò la giornalista per aver allegato l'articolo con la foto di una coppia gay spagnola che coccola un neonato ottenuto da maternità surrogata solo per scatenare commenti omofobi.
    L'ufficio anti razzismo che denunciò il Giornale - IlGiornale.it

    Il burocrate tutto chiesa e Pd targato Melandri
    Ecco chi è Francesco Spano, il direttore dell'Unar che si è dimesso dopo lo scandalo delle orge gay pagate da Palazzo Chigi
    Gian Maria De Francesco
    Roma. Classe 1977, maremmano di Orbetello, avvocato e docente universitario, di matrice cattolica e democratica. Francesco Spano fino a ieri era uno sconosciuto professionista della pubblica amministrazione coniugata alla politica. Spano, infatti, è stato collaboratore e capo segreteria dell'ex premier Giuliano Amato quando era ministro dell'Interno. Durante il secondo governo Prodi fu nominato anche coordinatore della «Consulta giovanile per il pluralismo religioso e culturale» dall'allora ministro delle Attività giovanili, Giovanna Melandri. Un binomio che ebbe occasione di riformarsi anche successivamente (suscitando qualche polemica) allorquando Spano fu chiamato dall'esponente democratica a ricoprire il ruolo di segretario generale della Fondazione Maxxi, il museo capitolino di cui Melandri era stata nominata presidente.
    La vera specializzazione di Spano, tuttavia, sono le politiche dell'immigrazione e del multiculturalismo, competenze che gli sono valse docenze universitarie e anche una chiamata all'agenzia antiterrorismo dell'Onu, l'Unicri. Il giurista vanta anche studi teologici e ha collaborato per una decina d'anni con il centro interculturale della diocesi di Orbetello, pubblicando vari articoli su problematiche di «frontiera» per i cattolici come l'accettazione delle differenze anche relativamente all'orientamento sessuale. «Il concetto di diritti umani è una metonimia di sistema che non può prescindere dall'uomo», ha scritto su Facebook.
    Il curriculum e la vicinanza al cattolicesimo democratico di rito Pd lo portarono a inizio 2016 alla guida dell'Ufficio antidiscriminazione (Unar). Spano, sempre su Facebook, non ha fatto mistero di essersi schierato per il Sì al referendum costituzionale. Un impegno che non gli è valso la riconferma da parte del sottosegretario Boschi dopo la denuncia delle Iene.
    Il burocrate tutto chiesa e Pd targato Melandri - IlGiornale.it

    Unar, si dimette il direttore Spano ma i social puntano il dito contro Boschi
    Americo Mascarucci
    Il servizio de Le Iene sui finanziamenti dell'Unar al mondo gay ha già provocato come primo atto le dimissioni del direttore Francesco Spano. Dopo che il programma di Italia 1 ha denunciato come finanziamenti pubblici concessi ad un'associazione gay siano finiti nelle tasche di circoli che, secondo quanto rivelato da un testimone anonimo, avrebbero organizzato festini a base di orge e prostituzione gay a pagamento, il direttore dell'Unar, 'Ufficio nazionale anti-discriminazioni razziali è stato convocato dal sottosegretario dalla Presidenza, Maria Elena Boschi.
    Spano ha poi rassegnato le dimissioni chieste a gran voce dal mondo cattolico (diverse associazioni hanno attivato una vera e propria petizione online), da Forza Italia, Lega e Fratelli d'Italia.
    Bufera sulla Boschi
    Ma la bufera investe anche il ministro Maria Elena Boschi. Infatti su Twitter sono in molti a puntare il dito contro di lei sostenendo come il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio non possa pensare di aver risolto la questione con le dimissioni del direttore. Perché Palazzo Chigi non ha vigilato sui bandi, sull'elargizione dei contributi e soprattutto su come questi venivano spesi? E soltanto oggi si scopre il presunto conflitto di interessi di Spano che risulterebbe iscritto all'associazione incriminata, quella finita cioè nel mirino de Le Iene?
    "Il ministro Boschi spieghi come funziona l'Unar e come vengono elargiti i fondi - chiede Massimo Gandolfini del Comitato "Difendiamo i Nostri Figli".
    "Quanto denunciato da Le Iene - ribadisce Mario Adinolfi del Popolo della Famiglia - è soltanto una parte del problema, c'è molto altro sull'Unar che non è stato rivelato".
    Proprio ieri Adinolfi dalle colonne di Intelligonews aveva denunciato i contributi elargiti dall'Unar alle associazioni gay con criteri a suo dire discutibili lanciando per primo l'accusa di conflitto di interessi nei confronti di Spano.
    Ma è soprattutto la gente comune a chiedere che la Boschi faccia chiarezza e che sull'Unar venga aperta un'inchiesta.
    "Ci voleva questa inchiesta per far aprire gli occhi alla Boschi da tre anni alle Pari Opporunità?".
    E poi ancora:
    "Ministro Boschi, dove è stata fino ad oggi?".
    "Chi ha scelto Spano e perché?Ministro Boschi se c'è batta un colpo"
    #Unar #Boschi #Spanodimissioni
    "Spano si dimette e Meb che l'ha scelto, che aspetta?"
    Unar, si dimette il direttore Spano ma i social puntano il dito contro Boschi - Intelligo News ? notizie, ultima ora e gossip

    #bastabufale fa solo 14mila firme. Contro la Boldrini già in 40mila
    Laura Boldrini esulta per la raccolta firme contro le fake news. Ma online spopola una petizione per ottenere le sue dimissioni
    Giuseppe De Lorenzo
    Laura Boldrini esulta, anche se non è chiaro perché. La sua raccolta firme contro le bufale online (Basta Bufale) ha raggiunto la mastodontica - si fa per dire - cifra di 14mila sottoscrizioni.
    Per carità, sono passati solo dieci giorni dal lancio dell'iniziativa, ma non è certo una cifra enorme per una campagna sponsorizzata dalla presidente dalla Camera, rilanciata da tutti quotidiani nazionali e soprattutto che richiede pochi sforzi agli italiani (basta indicare nome, cognome e mail: niente soldi o controlli ufficiali).
    Lasciamo perdere il fatto che per presentare una proposta di legge di iniziativa popolare di firme ne servirebbero 50mila. Per fare un confronto limitiamoci alle battaglie della Rete. La petizione lanciata su CitizenGo Italia per chiedere le dimissioni di Francesco Spano, il direttore dell'Unar finito nella bufera per il finanziamento di circoli gay in cui si praticano orge e prostituzione, ha raccolto in un giorno ben 17mila firme. Ed è rimasta online meno di 24 ore. Oppure si pensi alla richiesta di dimissioni di Valeria Fedeli, neo ministro dell'Istruzione beccata con una laurea mai conseguita: pochi giri di orologio e in 89mila persone misero una sigla sotto la sottoscrizione online. Allo stesso modo la campagna per fermare lo spettacolo Gender nelle scuole, Fa'Afafine, raggiunse 80mila adesioni in soli sei giorni.
    Potremmo andare avanti per ore ed ore. In realtà se la petizione #bastabufale è, come dice la maestrina, "la dimostrazione di quanto sia sentito il problema della disinformazione, delle bufale e delle false notizie nel nostro Paese", allora c'è da pensare che non siano molti gli italiani interessati al tema. Povera Boldrini. Inoltre bastabufale.it non è certo il massimo della credibilità. All'appello del presidente della Camera, come scritto alcuni giorni fa da ilGiornale, insieme a Fiorello e Francesco Totti, si è infatti registrato pure Sandro Il Bufalaro. Chi è? Nessuno: un troll (falso profilo) inventato da noi. Chissà se tra le 14mila firme rivendicate dalla Boldrini c'è ancora lui, visto che a noi non sono arrivate mail di cancellazione. È credibile una campagna contro le bufale che si vanta del sostegno di un Bufalaro?
    Comunque, passi pure questa. Il fatto è che un appello che chiede soltanto nome, cognome e mail ai sottoscrittori non è certo il massimo dell'attendibilità. Per fare un esempio, da circa sei mesi sulla piattaforma Change.org gira una petizione per chiedere alla Boldrini di lasciare la poltrona della terza carica dello Stato. "Non possiamo permettere - si legge - che a rappresentarci ci siano persone come lei". Totale adesioni: circa 40mila. Raccolte allo stesso modo in cui le raccoglie lo staff presidenziale: ovvero non certificate.
    Alla fine della campagna, scriveva ieri la divina Laura su Facebook, "convocheremo intorno a un tavolo tutti i soggetti che possono e devono contribuire ad arginare il fenomeno delle fake news". Ovvero Google, Facebook, i giornali, il governo e via decendo. "Piú firme avrá l'appello più saremo forti nel far sentire la nostra voce", dice Boldrini. Per ora l'hanno seguita in pochi.
    #bastabufale fa solo 14mila firme. Contro la Boldrini già in 40mila - IlGiornale.it

    Il trucco di Boldrini per sponsorizzarsi: ricattare il Pd su ius soli e diritti
    Lodovica Bulian
    Tira aria da campagna elettorale, a sinistra del Pd. E da una resa dei conti che dopo aver fatto pezzi la narrazione dei mille giorni si sposta ora sul terreno minato dei provvedimenti non approvati.
    A colpi di accuse e rivendicazioni. Perché se la legge elettorale prima e lo psicodramma della scissione poi hanno paralizzato il dibattito politico, da due mesi e mezzo hanno anche mandato in stallo il lavoro del Parlamento. Dove giacciono, dopo il referendum, ddl chiave dell'era renziana, incardinati, approvati dalla Camera, mediati, infine imbrigliati nel ping pong del bicameralismo.
    Bandiere politiche dell'esecutivo come lo ius soli, il reato di tortura, la riforma della giustizia, la legge contro l'omofobia, la delega sulla lotta alla povertà, sono arenati a Palazzo Madama. Con numeri che erano già ballerini prima dello strappo in casa Pd ora rischiano di finire su un binario morto. Ecco perché quello arrivato ieri dalla presidente della Camera Laura Boldrini, più che un avvertimento è una pistola carica contro dem e relativi scissionisti. «Con tutto il rispetto per quello che sta accadendo nel Pd, e anche in Si, vorrei che si superasse questo momento perché abbiamo molti provvedimenti al Senato, già approvati alla Camera, che rappresentano un patrimonio. C'è il pacchetto diritti e manca, probabilmente, la volontà politica di portarli a casa». D'altronde da tempo la terza carica dello Stato è scesa dal piedistallo grigio e imparziale di Montecitorio per salire sul palco arancione di Campo Progressista di Giuliano Pisapia, e l'accusa di immobilismo, non tanto velata, è un assaggio dello scontro che potrebbe dominare eventuali primarie di coalizione in cui la stessa è accreditata come volto alternativo al Pd renziano. Niente di più facile, nel caso il faldone di riforme naufragasse, che sfilare agli avversari lo scettro di vera sinistra che pensa ai bisogni del Paese. O, al contrario, che mettere il cappello sulla fine dell'impasse.
    Ma gli equilibri ballano a Palazzo Madama, dove si stimano tra i 12 e i 20 i possibili scissionisti. E dove a cadere potrebbe essere proprio il pilastro del mandato del ministro della Giustizia Orlando. Il ddl che contiene prescrizione e intercettazioni divide la maggioranza, tra chi vorrebbe fermare la clessidra dopo il primo grado e chi predilige l'accordo che assicura tre anni in più tra appello e Cassazione. Ed era una priorità del governo Renzi, pure lo ius soli. Ma il diritto di cittadinanza per i nati in Italia da genitori stranieri è al Senato da più di un anno. Mi auguro - ha detto Boldrini - che entro fine della legislatura venga approvato. Auspico che si chiuda questa fase e che si torni a pensare ai provvedimenti per le persone». Altrimenti, bisognerà pensarci in campagna elettorale.
    Il trucco di Boldrini per sponsorizzarsi: ricattare il Pd su ius soli e diritti - IlGiornale.it



  3. #2433
    Apolitico
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Non vorrai paragonare la Le Pen alla Boldrini...c'è un abisso.
    Per questo la Boldrini si prostra e la Le Pen no...

  4. #2434
    Blut und Boden
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    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  5. #2435
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    CETA: I NOMI E I COGNOMI DI CHI HA VOTATO

    Pubblicato il: 21/02/2017



    Ecco i nomi e cognomi degli europarlamentari italiani che hanno sostenuto il CETA, e di chi si è opposto. A voi, cittadini ed elettori, l’onore e onere di chiedere conto agli europarlamentari eletti nella vostra circoscrizione del voto espresso.
    Per la Campagna Stop TTIP Italia la ratifica appena votata a Strasburgo è stata una tappa nella mobilitazione per bloccare l’accordo con il Canada.
    Il prossimo obiettivo è Roma, per fermarne la ratifica alla Camera e al Senato.
    Hanno votato a favore del CETA

    Conservatori e riformisti
    Fitto – Sernagiotto
    Popolari
    Comi – Cesa – Cicu – Dorfmann – Giardini – Mussolini – Maullu – La Via – Patriciello Pogliese – Salini
    Socialdemocratici (S&D)
    Bettini – Bonafe – Costa – DeMonte – Danti – Gualtieri – Kyenge – Pittella – Picierno – Toia – Zanonato – Zoffoli – Morgano – Sassoli
    Non iscritti: Soru
    Hanno votato contro il CETA

    Movimento 5 Stelle
    Adinolfi – Agea – Aiuto – Beghin – Borrelli – Castaldo – Corrao – D’Amato – Evi – Tamburrano – Valli – Zullo – Ferrara – Pedicini – Moi
    Lega Nord
    Bizzotto – Borghezio – Ciocca – Fontana - Salvini – Zanni
    Lista Tsipras/Altraeuropa
    Forenza – Maltese – Spinelli
    Verdi
    Affronte
    Socialdemocratici (S&D)
    Benifei – Briano – Caputo – Cofferati – Chinnici – Cozzolino – Panzeri – Schlein – Giuffrida – Viotti
    Si sono astenuti sul CETA

    Popolari
    Cirio
    Partito Democratico
    Gentile
    Non votanti

    Tajani (Popolare, come Presidente dell’Europarlamento); Matera, Martuscello (Popolari, assenti). De Castro, Mosca, Bresso, Paolucci, Gasbarra (Socialdemocratici (S&D), assenti).

    Fonte: stop-ttip-italia.net

    Qui potete leggere la lettera di StopTTIP Italia ai senatori italiani che "potrebbero" votare contro la ratifica del trattato: https://stop-ttip-italia.net/2017/02...a-sinistra-pd/

    CETA: I NOMI E I COGNOMI DI CHI HA VOTATO


    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  6. #2436
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Da riportare nell'agenda nera.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  7. #2437
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  8. #2438
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Il diktat della Fedeli sulla scuola: "Più donne nei libri di testo"
    Il ministro dell'Istruzione lancia il piano per inserire più figure femminili nei programmi scolastici di ogni ordine e grado: l'obiettivo è l'educazione di genere
    Ivan Francese
    Dal Parlamento, le quote rosa migrano ai libri di testo delle scuole di ogni ordine e grado. Con una mossa un poco da Minculpop, il ministero dell'Istruzione targato Valeria Fedeli promuove la revisione di libri e sussidiari per inserire sempre più figure di donne nei programmi scolastici.
    L'obiettivo, naturalmente, è il raggiungimento della sospirata parità di genere, vecchio pallino della titolare del Miur, già al centro delle polemiche all'indomani della nomina per la questione della laurea inserita nel curriculum e mai realmente conseguita.
    Il nome della senatrice lombarda del Pd figurava già nel novembre 2014 in calce al disegno di legge n.1680 per l'introduzione dell'educazione di genere nelle scuole. Scopo era quello di "integrare l'offerta formativa dei curricoli scolastici di ogni ordine e grado con l'insegnamento interdisciplinare dell'educazione di genere come materia". Imponente il budget previsto: ben 200 milioni di euro all'anno. E ci sarà anche una consulta nazionale per individuare quali "eccellenze femminili" saranno degne di essere incluse in questa operazione e quali invece no.
    Obbligatoria per tutti gli istituti, scrive Italia Oggi, l'adozione di testi e materiali dichiarati conformi alle linee guida. Che, ora che la Fedeli è ministro, vengono integrate dalle direttive del Miur. Un 'assurdità, alle orecchie di chi ama la cultura. Perché il tempo di studenti e docenti è limitato e per inserire forzatamente "più donne" nei programmi sarebbe inevitabile tagliare altri autori - ovviamente uomini. E se già aveva fatto discutere l'idea della Fedeli di "più vie intitolate alle donne", in quel caso si poteva almeno sperare che il diktat riguardasse le nuove intitolazioni di strade e piazze. Con la scuola, così non si può fare.
    Il diktat della Fedeli sulla scuola: "Più donne nei libri di testo" - IlGiornale.it



    "Il governo revochi i fondi alle associazioni Lgbt"
    Filippo Savarese chiede un cambiamento radicale dell'Unar e la revoca dei bandi che hanno assegnato migliaia di euro a quelle associazioni Lgbt che operano in ambienti dove la promiscuità regna
    Francesco Curridori
    "Ora è importante far capire che, anche se si sono denunciate fra di loro, tutte le realtà lgbt fanno esattamente le stesse cose nei loro circoli". Filippo Savarese, portavoce di Manif Italia per ilGiornale.it, commenta le notizie che provengono dal mondo delle associazioni Lgbt che ricevono fondi statali.
    "Tutti i bandi devono essere assolutamente revocati perché è impensabile che il governo assegni centinaia di migliaia di euro ad enti che pretendono di svolgere attività di contrasto alla discriminazione in ambienti con una connotazione commerciale e a sfondo sessuale", attacca Savarese prendendo di mira il centro Il Cassero di Bologna che, secondo quanto ha scoperto il quotidiano La Verità, ha pubblicato, in collaborazione col Mit (Movimento Identità Transessuale) un opuscolo per una campagna sulla salute sessuale in cui si descrivono situazioni molto oscene. Anche in questo caso, sia il Cassero sia il Mit, si sono visti assegnare 140mila euro ognuno grazie al bando dell’Unar. "Bando che è stato sospeso ma noi - aggiunge Savarese - chiederemo al dipartimento delle Pari Opportunità che anche in questo caso si revochi l’assegnazione dei fondi, come fatto per l’Andos". I movimenti come Manif denunciano da tempo denunciano queste situazioni di cui sono a conoscenza "perché le associazioni Lgbt sponsorizzano nei loro siti e nei loro volantini la presenza nelle loro sedi delle dark room" e pertanto le consideriamo titolare ad "entrare nelle scuole italiane a parlare di sessualità e affettività".
    Per Savarese quelle lezioni "si basano su un modello che è totalmente fuori dal sentire comune ma anche fuori da ogni parametro di sicurezza visto che, nella maggior parte dei circoli, vi è una notevole promiscuità e chi ha un certo stile di vita non può andare a insegnare nelle scuole". Il tentativo di introdurre la teoria gender nelle scuole nasce nel 2013 quando con "la strategia nazionale Lgbt", promossa dall'Unar e finanziata dalla Fornero che aveva la delega sulle Pari Opportunità con 10 milioni di euro."Ora chiediamo che venga smantellato ogni collegamento tra il Miur del ministro Fedeli e il dipartimento Pari Opportunità da cui dipende l'Unar perché - sottolinea Savarese - a noi interessa anzitutto la libertà educativa dei figli, cioè che li stiamo mandando a scuola per imparare italiano, storia, matematica e non l’ideologia gender o perversioni e promiscuità".
    "Il governo revochi i fondi alle associazioni Lgbt" - IlGiornale.it

    E poi ci chiediamo perché i tedeschi non si fidano di noi
    Marcello Zacché
    Un collega giornalista tedesco corrispondente da Roma, magari simpatizzante dell'area Schaeuble, quella che vorrebbe gli italiani tartassati a morte, non si lascerà certo sfuggire la ghiotta occasione avuta ieri.
    Quella di raccontare la storia dei 94 indagati a Napoli, di cui 55 finiti ai domiciliari, tutti dipendenti di un ospedale. I soggetti in questione, invece di andare a lavorare, stavano chi a casa, chi sul campo da tennis, chi al mare. Ma, grazie alla collaudata tecnica della «strisciatura multipla del badge», risultavano presenti, incassando così regolarmente lo stipendio, senza intaccare le ferie.
    Non se la lascerà sfuggire perché è la prova che loro, i più falchi tra i tedeschi, hanno ragione a non credere alla indigenza del popolo italiano; alle continue lamentele contro un'Europa troppo severa nell'imporre tagli e tasse a noi che più di così non possiamo davvero dare; alle costanti richieste di una maggiore flessibilità nel bilancio pubblico, per poter sforare i parametri sul deficit e continuare a far crescere il debito. Anche perché le cose sono spesso molto più semplici di quel che può sembrare: il debito pubblico è l'accumularsi dei deficit di bilancio, cioè la differenza tra quanto lo Stato spende e quanto incassa (sostanzialmente con le imposte). Tra le spese, per esempio, ci sono quelle sanitarie: circa 114 miliardi l'anno, pari a quasi il 7% del Pil, e comprendono i redditi dei dipendenti, per circa 35 miliardi. Quindi in queste spese ci sono anche gli stipendi dei 94 indagati di Napoli. Che, naturalmente, non sono un caso isolato: seguono i 19 dipendenti della Asl di Catania, i 18 di Cosenza o i 23 di Viterbo, solo nel 2017. Il tutto a fronte di statistiche che quantificano in sette miliardi l'anno (0,4% del Pil) le spese dello Stato per malattie e permessi speciali dei dipendenti pubblici; a cui bisogna aggiungere chissà quanto per l'«assenteismo del badge». Ebbene, se il nostro debito pubblico è fatto anche così (e di solito quello che emerge è solo la punta dell'iceberg), è ovvio che queste storie, una volta diffuse nel resto d'Europa dai curiosi corrispondenti stranieri, non possono che rendere le popolazioni virtuose sempre più ostili verso l'Italia, i suoi governi, le sue richieste, le sue banche, eccetera.
    Ecco perché non c'è niente di peggio di una notizia come quella dell'ospedale napoletano di Loreto Mare. Non c'è nulla che faccia da carburante migliore per lo spread (che forse non a caso ieri è tornato intorno a quota 200). E poco importa se qualcuno afferma che si tratta di casi isolati. Primo perché non è vero. Secondo perché, anche fosse così, per rimediare politicamente ai danni causati nella coscienza europea da una storia come questa non bastano le fatiche di Sisifo.
    Se la nostra classe politica non arriva a capire questo; se i buoni propositi come le varie «riforme Madia» non si trasformeranno presto in strumenti efficaci e soprattutto riconoscibili anche all'estero, ogni tentativo di frenare il rigore di Bruxelles è destinato a infrangersi contro un muro di gomma. I falchi di Berlino avranno la meglio. E non sarà nemmeno poi così difficile dar loro ragione.
    E poi ci chiediamo perché i tedeschi non si fidano di noi - IlGiornale.it

  9. #2439
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    La fedeli, aldilà dei titoli di studio, i quali sono irrilevanti, porta avanti l'ideologia femminista radical-chic, la quale è parte integrante dell'europa senza radici di oggi.

    Quindi l'appoggio di quello che fa lo ha comunque da altre/i muniti di master o titoli equipollenti. Non deve quindi stupire il suo modo di imporre le cose e di ragionare.

    Non ha importanza che si abbia la licenza dell'obbligo oppure 20 master, l'importante è la forma psicologica giusta per promuovere tali cose.

  10. #2440
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    L'importante è aver venduto l'anima al caprone.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

 

 
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