

Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.




https://it.finance.yahoo.com/notizie...130126803.html
Quasi 150 miliardi di euro sotto il materasso. Gli italiani hanno il loro tesoretto nelle cassette di sicurezza delle banche o in casa: contanti che secondo il governo alimenta l’economia sommersa e sta facendo pensare ad una nuova voluntary disclosure. L’amore per i contanti in Italia è ben radicato. I dati dell’Abi dicono che siamo l’ultimo Paese in Ue ad usare le carte elettroniche con 30,1 operazioni pro capite in un anno. Peggio di noi solo Bulgaria, Grecia e Romania.
Gli svedesi usano 402 volte all’anno la carta di credito, la media continentale è di 202 transazioni pro capite. In Italia, invece, ogni 100 operazioni ben 87 sono in contanti. La media Ue è di 60. La lotta al contante non è dichiarata, ma sotterranea. La Bce ha deciso di sospendere dal 2018 l’emissione delle banconote da 500 euro. Si parla di una nuova voluntary disclosure, l’ultima del 2015 ha fatto rientrare 60 miliardi dai paradisi fiscali, ma non ha interessato il contante. Magistrati e polizia tributaria stanno pensando ad un sistema che possa riguardare nello specifico le banconote.


La lotta contro la Costituzione repubblicana e' la lotta contro una politica estera autonoma dell'ItaliaLa progressiva messa in soffitta della Costituzione repubblicana ha svuotato inesorabilmente, insieme a tutto il resto, ogni possibilità di politica estera autonoma, pur in ambito Alleanza atlantica, aperta al dialogo e favorevole al compromesso, evitando tensione e clima da guerra fredda. L'invio...
Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.


L'idaglia è governata da questa gente , cosa possibile grazie al mondo presunto cattolico,di fatto anti-cristiano .
Sono convinto che se venisse in campo qualcuno determinato e capace a spezzare il loro dominio contro avrebbe non solo il popolo vittima per eccellenza ma anche tradizionalisti cattolici , preconciliari , blogger e compagnia bella.
Il Silenzio per sua natura è perfetto , ogni discorso, per sua natura , è perfettibile .


Contro avrebbe i media.
Che condizionano tutti gli altri.
La via è quella.
Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.


Fo, il giullare che stava con il re
di Robi Ronza
In un mondo in cui la comunicazione di massa punta sempre meno a informare e sempre più a fare spettacolo, la morte di un celebre uomo di teatro come Dario Fo, spentosi ieri a Milano all’età di novant’anni, ha dato inevitabilmente il via a un grande processo istantaneo di santificazione “laica”. Un coro in cui ancora una volta alle voci degli aventi titolo si è aggiunto anche quello del mondo cattolico più subalterno alla cultura dominante.
Dario Fo era un famoso autore e attore di teatro per meriti che è giusto riconoscergli. Non c’è però per questo bisogno di ribattezzarlo post mortem facendo di lui il cristiano inconsapevole o involontario che comunque non è mai stato. Restando alla memoria e all’opera che lascia su questa terra mancheremmo di rispetto alla sua persona e alla sua libertà se dicessimo che è stato ciò che non fu affatto.
Al di là dei suoi molti ondeggiamenti, l’odio per la Chiesa e per la sua presenza nella storia fu sempre la vera stabile stella polare del suo pensiero e del suo teatro. C’è sempre qualcosa di patetico, ma non per questo di meno irritante, nel costante desiderio di un certo mondo cattolico di scovare dappertutto e a tutti i costi dei cristiani per così dire loro malgrado. Non ne hanno bisogno loro, e non ne abbiamo bisogno nemmeno noi.
Dire, come ahimè è stato detto nientemeno che da Assisi, che la sua era una “voce francescana” fa accapponare la pelle. Forse era in certo modo erede dei “poveri” o “poverelli”, gli eretici contemporanei di san Francesco, ma di lui no di certo. E in più con la differenza che la scelta per la povertà di quegli eretici era reale, mentre quella di Fo, persona cui il grande successo aveva anche dato grande ricchezza, risultava del tutto teorica. D’altra parte nella sua opera l’intreccio fra l’arte, la realtà e l’ideologia è inestricabile.
Senza dimenticare che era sì un giullare come egli stesso con grande snobbbismo rivendicava di essere, ma in effetti, diversamente da quanto pretendeva, un giullare schierato non con il popolo ma con il re. Beninteso non con i re di una volta ma con il re di oggi, ovvero con l’alta borghesia e l’intellighenzija progressiste, le vere “razze padrone” del nostro tempo. Ci riusciva alla perfezione, al punto da trarne come si vede pure grandi frutti postumi. Grande era poi la sua capacità di riraccontarsi fino a far credere vero il passato che s’inventava non solo agli altri ma persino a se stesso. Come antifascista la sua era per così dire una…vocazione tardiva.
Aveva tra l’altro prestato servizio in un reparto di paracadutisti della Repubblica Sociale Italiana per la quale si era schierato. Questo non gli aveva impedito di diventare poi a guerra finita un campione dell’antifascismo, sempre pronto a mettere alla berlina da par suo il vecchio regime e i fascisti ormai sconfitti. Con la protezione dei partiti e della cultura di sinistra che, in cambio di alcune sue indulgenze, impedivano che quel voltafaccia fosse generalmente noto.
Grazie alla sua ben controllata anarchia, riuscì a raccogliere non solo in patria ma anche altrove tutte le simpatie che gli valsero un riconoscimento internazionale tanto prestigioso quanto sorprendente: il Nobel per la letteratura, che al momento parve a molti fuori luogo ma che oggi, alla notizia che Bob Dylan riceverà quest’anno il medesimo premio, appare profetico se non altro dell’ormai mutato carattere di questo un tempo prestigioso riconoscimento.
Fo, il giullare che stava con il re
Ecco cosa scriveva Montanelli su Fo
Indro Montanelli ha più volte espresso la sua opinione su Dario Fo mettendola nero su bianco sulle colonne del Corriere della Sera e del Giornale
Domenico Ferrara
Lo apprezzava più nelle vesti di attore che in quelle di oratore. Indro Montanelli ha più volte espresso la sua opinione su Dario Fo mettendola nero su bianco sulle colonne del Corriere della Sera e del Giornale.
Nel 1962, quando scoppiò il caso Canzonissima, Montanelli, pur elogiando Fo definendolo un “valentissimo attore”, non si capacitava del fatto che “mentre negli altri paesi dell'occidente si discute di Mercato Comune, di Europa e della necessità di restituire al nostro vecchio continente una sua autonomia e dignità e dei mezzi che si debbono adottare per raggiungere questo risultato, in Italia gli argomenti del giorno e le grandi preoccupazioni di tutti sono Dario Fo, Franca Rame e la televisione”.
Quando invece assegnarono il Nobel al giullare, in prima pagina sul Giornale, Montanelli espresse tutto il suo stupore riservando stoccate e parole caustiche. Era il 10 ottobre del 1997 e il giornalista vergava: “Il Nobel a Dario Fo mi riempie di tripudio. Per due motivi. Uno, strettamente personale, è la speranza che questa assegnazione guarisca finalmente della sua nobelmania il mio vecchio amico e degnissimo poeta Mario Luzi che da decenni si sentiva vedovo di quel premio e non riusciva a darsene pace. Spero che se la dia ora, vedendo a chi tocca. Il secondo motivo, più consistente, e che si riallaccia al tema di questo modesto articolo, riguarda il nostro rapporto con l'Europa. Dalle notizie di agenzia che affluiscono sui tavoli di redazione, risulta che l'Europa è rimasta senza parole alla notizia della crisi italiana e si sta chiedendo se sia il caso di accogliere nel suo Sinedrio politico ed economico un paese che, dopo aver fatto di tutto per esservi ammesso, rischia di vanificare tutto il suo sforzo aprendo una crisi senza capo né coda. Giusto. Ma un'Europa che sul piano culturale accoglie nel suo Gotha un Fo, che titolo ha a respingere la patria sul piano economico e politico?”.
Qualche giorno prima, precisamente il 2 ottobre dello stesso anno, sulla Domenica del Corriere Montanelli scriveva: “Di Fo ho sempre detestato quello che diceva, ma lui era perfino simpatico. Mi dicono che la moglie sia la sua infuocatrice, la sua anima cattiva. Se fosse così, peccato, una donna bella dovrebbe infuocare ben altro”. Lo scritto rappresentava quasi una precisazione dopo le "lodi" tessute da Montanelli nei confronti di Fo per la sua difesa del Tricolore nella manifestazione antisecessione svoltasi a Milano. Il giornalista, da buon vanesio qual era, si era scoperto fino a un certo punto e aveva scritto: “Non mi sento imbarazzato da questa mia improvvisa e imprevista (anche da me) simpatia. Ad essere imbarazzato sarei io, se lui me la ricambiasse”. Per ritrovare il Montanelli caustico basta ripescare un altro scritto: “Dario Fo, poeta di corte dell'ultrasinistra, flagella nella sua ultima fatica teatrale il senatore Amintore Fanfani, responsabile di ogni nequizia passata, presente e futura. I sarcasmi più grevi hanno però come bersaglio il metraggio del notabile democristiano che, come tutti sanno, non è quello di un granatiere. Toulouse-Lautrec, che per gli stessi motivi dovette per tutta la vita subire analoghe canzonature, disse una volta, giocando sulla lunghezza del suo doppio casato: «Ho la statura del mio nome». Non sappiamo se questo discorso si possa applicare a Fanfani. Certo, si applica a Fo”.
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Quando Dario Fo firmò la condanna del commissario Calabresi
Sotto la lettera pubblicata da L'Espresso contro il commissario Calabresi anche la firma di Dario Fo
Claudio Cartaldo
C'è una firma che macchia, indelebilmente, la figura di Dario Fo. La firma posta in calce alla lettere aperta pubblicata il 13 giugno 1971 da L'Espresso che accusava, ingiustamente, Luigi Calabresi di essere il "responsabile" della morte di Giuseppe Pinelli, l'anarchico accusato della strage di Piazza Fontana a Milano e precipitato dalla finestra della questura.
Quella lettera fu definita da più parti, anche da alcuni firmatari, come l'appoggio ideologico ai mandati e agli assassini che poi uccisero il commissario: Ovidio Bompressi, Leonardo Marino, Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri. Giampaolo Pansa scrisse chiaramente che la lettera fu "un avallo al successivo assassinio di Calabresi".
Molti anni dopo Dario Fo disse che anche Calabresi fu in realtà una vittima, senza però mai rinnegare in pieno la firma a quella lettera. In un'intervista, sempre a L'Espresso, del 2012, Fo disse che il commissario fu un "capro espiatorio", una "vittima sacrificale di chi ha prima ordito le stragi e poi insabbiato le indagini". Ma non un passo indietro sulla firma, che invece molti hanno ritrattato.
La versione di Dario Fo è stata fino alla sua morte quella di un tempo, quando mise in opera "Morte accidentale di un anarchico", dedicata proprio al caso Pinelli. "Sono stato tra i primi a dire che Calabresi non aveva avuto che un ruolo marginale nella vicenda di Pinelli. Dissi pubblicamente che chi aveva ucciso Calabresi poteva essere soltanto qualcuno che aveva interesse a chiudere il processo Pinelli. Calabresi, in quella stanza della Questura, c'era entrato soltanto un paio di volte. Poi il commissario venne ucciso: e da allora troppi dimenticano o fingono di dimenticare che non pochi avevano interesse a chiudere il caso Pinelli, e che uno dei modi per chiuderlo era quello di eliminare Calabresi. Altro che Lotta continua". Tra le posizioni del premio Nobel, infatti, anche la strenua difesa dei responsabili (accertati da una sentenza) della morte del commissario.
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Quando Dario Fo difendeva gli assassini del rogo di Primavalle
Dall'attacco al commissario Calabresi alla difesa degli assassini (rossi) dei fratelli Mattei, arsi vivi a Primavalle. Ecco le battaglie politiche di Dario Fo
Giuseppe De Lorenzo
Dario Fo non fu soltanto un artista. Fu un Nobel nello schierarsi politicamente, sempre all'estremo. E infatti passò dalla Repubblica di Salò al Soccorso Militante Rosso. Il passo non è breve, ma lui lo fece. L'importante infatti era piacere, salire sul carro giusto. Tanto che quando divenne un idolo della sinistra (estrema) appoggiò campagne politiche che definire erronee sarebbe troppo delicato.
Le battaglie politiche di Dario Fo
Il 16 aprile1973 i militanti di Potere Operaio incendiarono la casa di Mario Mattei, esponente del Msi, e uccisero i figli Virgilio e Stefano di 22 e 8 anni. Franca Rame e Dario Fo si schierarono in difesa di Achille Lollo, condannato a 18 anni di reclusione per incendio doloso e omicidio colposo come autore di quello che passerà alla cronache come il rogo di Primavalle. Come scrive oggi Aldo Cazzullo sul Corriere, Fo spalleggiò non "una vittima della repressione", ma "il carnefice dei fratelli Mattei arsi vivi a Primavalle".
Per Achille Lollo, Franca Rame organizzò una raccolta fondi "per farlo sentire meno solo". “Ho provato dolore e umiliazione – scrisse la moglie di Fo - nel vedere gente che mente, senza rispetto dei propri morti”, affermando che a provocare la morte dei due bambini di Primavalle fossero stati gli stessi "fascisti". Al suo fianco c'era sempre il marito drammaturgo e premio Nobel: insieme fecero parte dell'associazione Soccorso Militante Rosso creata appositamente per sostenere i compagni accusati di omicidio e altri reati.
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Caritas: povertà in aumento tra i giovani, indigente 7,6% italiani | Sky TG24
La povertà in Italia è da sette anni in aumento esponenziale: "Si è passati da 1,8 milioni di persone povere nel 2007, il 3,1% del totale, a 4,6 milioni del 2015, il 7,6%". Lo rileva il Rapporto 2016 di Caritas Italiana sulle politiche di contrasto alla povertà. La povertà assoluta riguarda soprattutto il sud-Italia, le famiglie con anziani, i nuclei con almeno 3 figli minori e quelli senza componenti occupati. Ma è anche notevolmente cresciuta in altri, prima ritenuti meno vulnerabili: il centro- nord, le famiglie giovani, i nuclei con 1 o 2 figli minori e quelli con componenti occupati.
"Governo deve fare di più" - "L'attuale Esecutivo ha avuto l'indubbio merito di 'scardinare' lo storico interesse della politica italiana nei confronti della povertà" dice la Caritas, ma "il nostro Paese continua ad essere privo di una misura universalistica contro la povertà assoluta".
44 anni l'età media di chi si rivolge alla Caritas - Per la prima volta risulta esserci una sostanziale parità di presenze tra uomini (49,9%) e donne (50,1%), a fronte di una lunga e consolidata prevalenza del genere femminile. L'eta media delle persone che si sono rivolte ai Centri Caritas è 44 anni. Tra i beneficiari dell'ascolto e dell'accompagnamento prevalgono le persone coniugate (47,8%), seguite dai celibi o nubili (26,9%). Il titolo di studio più diffuso è la licenza media inferiore (41,4%); a seguire, la licenza elementare (16,8%) e la licenza di scuola media superiore (16,5%). I disoccupati e inoccupati insieme rappresentano il 60,8% del totale.
Al Sud italiani più poveri degli stranieri - Sono 7.770 i profughi e richiedenti asilo che si sono rivolti ai Centri di ascolto della Caritas nel corso del 2015. Si tratta per lo più di uomini (92,4%), con un'età compresa tra i 18 e i 34 anni (79,2%), provenienti da Stati africani e dell'Asia centro-meridionale e al 9 marzo 2016, le accoglienza attivate in 164 diocesi sono circa 20mila. Ma, se sono soprattutto gli stranieri a chiedere aiuto ai Centri di Ascolto della Caritas, per la prima volta, nel 2015, al Sud la percentuale degli italiani ha superato di gran lunga quella degli immigrati. Se a livello nazionale infatti il peso degli stranieri continua a essere maggioritario (57,2%), nel Mezzogiorno gli italiani hanno fatto il 'sorpasso' e sono al 66,6%.


Questi quando denunciano lo fanno con un solo scopo: quello di ottenere più fondi per se stessi.
Stop.
Posso comunque a questo proposito riferire alcune impressioni avute in quel di Milano, alla Caritas appunto.
Nella fila per il pasto ho potuto notare molti uomini dei nostri, vestiti da ufficio, i quali, avvicinati, mi hanno confessato, con difficoltà, di essere stati messi sul lastrico dalle care mogliettine dalle quali si sono separati ed alle quali devono dare praticamente tutto, riducendosi a quella miseria umiliante.
Ma qui dovremmo cambiare 3D, mi pare.
Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

