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  1. #2251
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  2. #2252
    mutualista in saor
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Citazione Originariamente Scritto da Eridano Visualizza Messaggio
    Il ritorno dell’uomo scimmia: un’ideologia subdola

    Citazione Originariamente Scritto da psico Visualizza Messaggio
    Incarnano il modo di vedere del mondo di oggi, dei liberal made in usa, di quelli che votano obama e la femminista. Guerra secondo loro al razzismo, al maschilismo, poi tutti uniti con le femministe più livorose e le pantere nere. La nuova gioventù idolatrata dai media.
    Non capisco però la scelta della foto...

    ps: no ste tocarme i Pitura!

  3. #2253
    Blut und Boden
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Citazione Originariamente Scritto da pomo-pèro Visualizza Messaggio
    Non capisco però la scelta della foto...

    ps: no ste tocarme i Pitura!
    Scimmie.
    Avanzi di centro sociale.
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  4. #2254
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Vogliono sudditi persino i bambini
    Carlo Lottieri
    C'è qualcosa di inquietante nel modo in cui si sta procedendo a indottrinare i ragazzi, con l'obiettivo di farne sudditi passivi e docili contribuenti.
    In varie parti di questo Paese, che sta sprofondando anche e soprattutto a causa di una tassazione da rapina, si moltiplicano iniziative volte a ficcare nella mente dei più piccoli che la prima delle virtù (e forse l'unica) consista nel versare allo Stato tutto quanto esso chiede.
    E così a Cento è stata organizzata un'iniziativa per le elementari intitolata «Belle tasse» (riecheggiando la tesi che fu dell'allora ministro Padoa-Schioppa), mentre a Firenze c'è chi ha portato in gita talune classi delle scuole materne all'Agenzia delle Entrate.
    Agli occhi di molti abbiamo perduto ogni dimensione metafisica. L'uomo non è più una persona e tanto meno ha un destino oltre questa esistenza. In fondo, nessuno è chiamato a essere padre o madre, e neppure artista o missionario o filosofo. Se a Milano perfino una scuola privata cattolica ha distribuito il Manuale del piccolo contribuente è evidente che in primo luogo dobbiamo essere pagatori di tributi e questa idea prevale anche dove bisognerebbe insegnare a guardare ben più in alto.
    Questa è la realtà italiana, in cui si sta lavorando affinché i bambini di oggi siano nient'altro che contribuenti. Quando nascono, la prima missiva che ricevono è dallo Stato e porta con sé il loro numero di identificazione: il codice fiscale. In seguito sono educati entro istituti che operano una sorta di lavaggio del cervello, affinché si convincano di quale è il senso da dare alla loro vita: portare omaggi al Leviatano.
    In quell'America uno degli eroi più ammirati è David Henry Thoreau, che preferì andare in prigione piuttosto che dare i propri soldi a un potere che aggrediva il Messico e proteggeva la schiavitù. L'indipendenza degli States, d'altra parte, è figlia di una coraggiosa lotta che nacque quale ribellione fiscale contro l'Inghilterra, di fronte a pretese giudicate eccessive e quindi lesive della libertà.
    Oltre Oceano molti sono consapevoli che ubbidire non sempre significa agire secondo giustizia e che una popolazione remissiva prepara la strada alla peggiori ingiustizie. Dovremmo spiegarlo anche ai nostri ragazzi.
    Vogliono sudditi persino i bambini - IlGiornale.it

    Cattolici a convegno per il NO al referendum
    di Marco Guerra
    In caso di una legge intrinsecamente ingiusta non è mai lecito conformarsi ad essa. Riparte da questo assunto l’impegno del laicato cattolico che si sta spendendo con ogni mezzo per dire No alla riforma costituzionale targata Renzi-Boschi.
    Protagonisti di questo nuovo impegno sociale sono il Family Day e il Movimento cristiano Lavoratori che hanno serrato i ranghi e lanciato la sfida al premier in vista del voto del 4 dicembre, illustrando presso il The Church Village Hotel di Roma le ragioni di un No ben motivato contro la rottamazione della sussidiarietà, dei corpi intermedi e della partecipazione del popolo alle decisioni.
    D’altra parte è stato lo stesso presidente della Cei cardinale Angelo Bagnasco ad esortare, lo scorso 27 settembre, tutti i cattolici ad informarsi personalmente per avere chiari tutti gli elementi di giudizio. E le famiglie e i lavoratori lo hanno fatto guidate anche da Massimo Gandolfini e da Carlo Costalli.
    “Siamo ben coscienti che la riforma Renzi-Boschi è propedeutica alla definitiva destrutturazione della nostra società, proprio dalla destabilizzazione dei suoi due cardini principali: la famiglia e il lavoro”, ha spiegato Costalli snocciolando quando già fatto dall’attuale esecutivo contro la famiglia e contro il lavoro, a partire dal fallimentare Jobs Act e dai fallimentari voucher che hanno reso ancora più liquida ogni forma di attività lavorativa.
    “Il tasso di decisionismo che si vuole introdurre – prosegue Costalli – è strumentale ad introdurre un processo di liquefazione della società italiana, anche grazie allo svuotamento della democrazia ottenuto tramite un Senato composto da nominati”.
    Ma dietro al confronto referendario, per queste due organizzazioni cattoliche non ci sono soltanto le modifiche di ben 47 articoli della Carta, ma una specifica visione del futuro di questo Paese, che vuole scardinare la famiglia e trasformare il primo articolo della Costituzione “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” in una vuota affermazione retorica.
    Una prospettiva completamente popolare e antropologica è quella indicata da Massimo Gandolfini che ha ribadito che con un parlamento mono-camerale controllato esclusivamente dal Pd, grazie all’Italicum, Renzi avrà campo libero per portare a termine la trasformazione del tessuto sociale italiano. “Le unioni civili – ha detto Gandolfini - sono solo il capo fila di una politica tesa all’approvazione delle adozioni per tutti; del suicidio assistito; dell’estensione della procreazione artificiale a coppie gay e single; delle leggi liberticide sulla trans-fobia e omo-fobia; della depenalizzazione dell’utero in affitto; del divorzio express e della legalizzazione di tutte le droghe”.
    Questo allucinante percorso è stato infatti snocciolato pubblicamente dalla senatrice Monica Cirinnà che guarda al nuovo parlamento riformato come ad una naturale propaggine del Nazareno e del Congresso del Pd, nel quale – ha spiegato la madrina delle unioni civili – ogni mozione conterrà la proposta del matrimonio egualitario.
    Insomma il referendum è il prossimo spartiacque di chi mira alla società liquida. Rimettere al centro figli, famiglia e lavoro è invece l’obiettivo di questo nuovo protagonismo cattolico che non teme il braccio di ferro con l'establishment.
    Cattolici a convegno per il NO al referendum

    Un regalo o una proposta ideologica?
    di Costanza Miriano
    Oggi mia figlia è malata. Alle 8 ero sotto la redazione, avevo trovato parcheggio con solo una decina di rosario, e infatti mi sembrava che ci fosse qualcosa di strano sotto. Appunto. Chiama mio marito: la figlia numero tre (di quattro) ha la febbre. Si mette in moto la macchina dei soccorsi. La task force, valutate circa quindici variabili, decide che conviene non prendere un giorno di malattia bambino, costa troppo (zero stipendio, zero contributi). Si elaborano piani di riserva, si spostano appuntamenti, si chiama la tata A, la B, si chiede un cambio di orario al direttore (possibile solo perché non avevo troupe o interviste fissate). Si lascia a malincuore il parcheggio e si torna, dopo una confortevole oretta nel traffico, a casa, da dove, tra termometri e tè caldi, si lavora anche fuori dall’orario. Ma se fossi stata una commessa? Una barista? Un’operaia? Un medico di turno all’ospedale?
    Non è previsto che a una mamma lavoratrice si ammali un figlio. Se succede, sono fatti suoi. Se succede molto perché i figli sono molti, i fatti sono molto suoi. Perché tutta la logica del mondo del lavoro rispetto a quello femminile è: donne, se volete (dovete) lavorare, prego. Se ci riuscite, queste sono le nostre regole di maschi. Sennò, fatti vostri. Quanto alla maternità, si vuole liberare le donne dal fardello in modo che possano lavorare presto e molto. Insomma, che le mamme siano lavoratrici. Ma che le lavoratrici siano prima di tutto mamme, e che i figli non siano un fardello ma la loro felicità non è previsto.
    Invece la donna non è un uomo, e deve poter lavorare (sarebbe bello che lo scegliesse, e non fosse costretta dalla necessità economica) con i suoi tempi e i suoi modi e i suoi ritmi.
    La più grande, dolorosa violenza che ho subito nella mia vita, e per ben due volte, l’ho vissuta quando sono dovuta tornare al lavoro – allora precario – quando i miei primi due figli avevano quattro mesi. Avete presente un bambino di quattro mesi? Quanto è piccolo? Qualcuno dei legislatori ha chiara la nozione di medicina di base, che un bambino a quell’età si nutre esclusivamente di latte materno? Che se una mamma vuole proteggerlo dalle malattie e dal distacco si deve mungere come una mucca di notte e lasciare il suo latte in frigo?
    Ora, tutto questo è completamente rimosso dal discorso collettivo sulle madri che lavorano. A una donna che desidera stare con i suoi bambini, e sottolineo che lo desidera con tutta se stessa, e che come me non è ricca, è impedito.
    In questo contesto culturale arriva la proposta del presidente dell’Inps, Tito Boeri: costringere i padri a stare a casa quindici giorni quando nasce un bimbo. Co-strin-ge-re. Altrimenti c’è una non meglio specificata multa. Insomma una scelta obbligatoria, che peraltro è un ossimoro. In un mondo del lavoro che va verso la deregolamentazione sempre più selvaggia, la flessibilità, il precariato, questo regalo d’altri tempi sa un po’ di polpetta avvelenata. Mi sembra evidente che si tratti di una proposta che ha molto, molto più un carattere culturale e ideologico che pratico. Se c’è un momento in cui la presenza costante, notte e giorno, del padre è irrilevante, è proprio in quei quindici giorni iniziali, quando il bambino neanche vede nettamente, non si interessa al mondo esterno, e vive in simbiosi esclusiva con la mamma. È chiaro che se qualcuno aiuta la mamma è meglio per lei, ma tra tutti i problemi che presenta il lavoro femminile, questo è veramente l’ultimo.
    Se ci sono fondi (ma già il governo mette le mani avanti), che si diano alle mamme perché possano rimanere quindici giorni in più a casa. O magari quindici mesi, che sarebbe il minimo secondo natura. Che si diano quei giorni liberi ai padri quando un figlio diciassettenne si affaccia al mondo e decide del suo futuro, che un uomo grande lo porti a spaccare la legna o a cacciare nel bosco. Un padre non è indispensabile a togliere il moncone del cordone ombelicale al neonato, lo è quando un figlio diventa uomo, quando una giovane donna in erba si ribella e ha bisogno di un ascolto speciale e di molti no decisi. Un padre insegna a giocare (cosa che a quindici giorni i neonati non fanno), insegna la realtà, insegna a morire, cioè insegna il limite.
    Che la proposta sia ideologica (ma il presidente dell’Inps ha figli?) me lo confermano le motivazioni: serve, dice, a togliere potere contrattuale agli uomini. A questi uomini messi continuamente e ovunque in discussione. È parte dunque di un disegno che vuole l’uguaglianza nel mondo del lavoro non a partire dalla differenza ma dall’uniformazione. Vogliono che le donne siano maschi, e solo se maschi fanno carriera.
    La maternità invece è un master che ti insegna a fare le cose diversamente, in modo accogliente, ottimizzando, tagliando i tempi morti che affliggono molto del lavoro maschile, le chiacchiere, le lotte per il potere. Ripensiamo il mondo del lavoro, rendiamolo flessibile come orari e variabile nel tempo (a sessanta anni sarò liberissima di lavorare quindici ore al giorno).
    E se vogliamo aiutare una famiglia, facciamo guadagnare di più il padre, in modo che la mamma che lo desidera possa stare di più con i suoi bambini. Se a tre mesi è costretta a lasciarli, come è previsto oggi, pensate che soffra di meno perché nei primi quindici giorni il padre ha lavato le tutine di spugna?
    https://costanzamiriano.com/2016/11/...ca/#more-17307

  5. #2255
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Citazione Originariamente Scritto da psico Visualizza Messaggio
    Incarnano il modo di vedere del mondo di oggi, dei liberal made in usa, di quelli che votano obama e la femminista. Guerra secondo loro al razzismo, al maschilismo, poi tutti uniti con le femministe più livorose e le pantere nere. La nuova gioventù idolatrata dai media.
    C'è un qualcosa di diabolico in tutto questo , come si vede il senso del bello ne viene stravolto . Questa è l'antitesi di ciò che ha fondato la civiltà greca .Si va verso un sentire proprio di altri continenti , in africa questi non sfigurerebbero .
    Il Silenzio per sua natura è perfetto , ogni discorso, per sua natura , è perfettibile .

  6. #2256
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Soviet all’italiana
    Nel Veneto del residuo fiscale e della vessazione continua un prefetto requisisce l'albergo di un privato per metterci i migranti. Lui si barrica e poi è costretto a subire. Non è uno Stato di diritto
    di Federica Dato
    Sintesi: ci sono un albergo, una proprietà che presumibilmente per esserlo ha fatto il proprio dovere, tutto, cosa che non si può dire dello Stato italiano, una Prefettura e dei migranti. La linea è quella dell’accoglienza. Il Pubblico non sa dove metterli, i migranti. Il prefetto requisisce la struttura di quel privato e ci piazza gli immigrati. Fatto: questa è una violenza. Inaccettabile.
    Ci sono parecchie cose di cui Roma e le sue diramazioni dovrebbero vergognarsi. Tra queste svetta la vessazione del singolo, l’annullamento totale dei suoi diritti. La beffa che a una rapina fiscale incessante (quell’albergatore viene schiacciato da imposte pari al 70 per cento del proprio guadagno) si accompagna l’assenza di servizi, sostituiti da un’invadenza priva di giustificazioni. Luigi Fogli aveva promesso di incatenarsi pur di impedire l’arrivo dei migranti nelle sue stanze, tra i suoi corridoi costruiti, mantenuti e immaginati con fatica e sangue e sudore a Ficarolo, Rovigo. In quel Veneto che vessato dalle trombe d’aria con orgoglio immane ha ricostruito, come dopo le alluvioni senza mai cedere alle litanie assistenzialiste. Lo stesso Veneto sfregiato da un residuo fiscale ridicolo per quanto drammatico, che se lo racconti a un texano ti chiede cosa aspetti a sparare a vista. In quel Veneto operoso e lentamente deindustrializzato da politiche del furto sbagliate, da cavilli europei (la Merkel non voleva altro, ché soli quei lavoratori lasciati liberi il Pil tedesco neanche lo vedono). Il Veneto in cui raccogli i cadaveri degli imprenditori suicidi, ché all’idea di licenziare gli operai muoiono dentro prima dell’arrivare a impiccarsi. Quel Veneto in cui trovi artigiani che ti dicono che perdono soldi a stare aperti ma non ne hanno abbastanza per chiudere. E lì, in questo contesto, a Luigi Fogli, eroe moderno in un Paese in cui fare impresa è più pericoloso che fare il criminale, un prefetto requisisce l’hotel.
    E chiamiamolo l’esercito di texani, per Dio. In suo nome e in nome di chi s’è arreso al sopruso. Nel video trasmesso da Servizio Pubblico e girato mentre a forza gli entrano nell’albergo, migranti e forze dell’ordine, combatte come un leone e ti commuovi a vederlo, perché non ha logica quello che gli stanno facendo. Perché non si tratta solo di quei quindici richiedenti asilo che non avrebbero potuto essere alloggiati presso l’ex zuccherificio di Cavanella Po, che già ne ospita 120, ma di uno Stato che ammette una struttura venga requisita (in questo caso dal primo novembre scorso) e concessa a una cooperativa perché ci stipi i migranti. C’è che non puoi accettare prenotazioni neanche per i mesi successivi, con l’albergo requisito, non guadagni, non paghi le spese e forse subirai dei danni che nessuna caparra coprirà e per rimettere a posto le cose serviranno fondi che non hai. Così di fallisce. Così là finirà probabilmente. Luigi Fogli ha cercato di barricarsi nel palazzo, insieme a sua figlia Barbara, nel farlo ha avuto un malore. Lo dice «io vado all’ospedale ma voi le pagate tutte». Barbara insiste, «me lo fate star male». E non c’è giustizia, ragione per cui una donna debba vedere il proprio padre difendere ciò che ha costruito per lei, per i suoi figli. Non c’è margine per cui uno Stato si permetta di requisire un bene perché incapace di assolvere alla propria missione, non per una missione che guarda a cittadini stranieri.
    E questo è un preavviso per chiunque abbia un albergo, se vogliono possono. E non ci si può fidare di uno Stato così. E non si fosse capito stiamo con Fogli e con ogni imprenditore violato ancora e ancora e ancora.
    Soviet all'italiana - L'intraprendente | L'intraprendente


    Arrestati dopo folle inseguimento, il giudice li libera: l'ira dei militari
    Nemmeno un giorno di arresto. Dopo la folle fuga di tre ladri albanesi subito liberi. E in caserma scatta la rabbia dei carabinieri
    Claudio Cartaldo
    La caccia all'uomo era durata per ore, con l'incubo dell'Audi Gialla che tornava nella mente dei poliziotti di Treviso e Pordenone.
    Questa volta l'auto era sempre un'Audi A6, ma nera. Al suo interno tre banditi che l'avevano appena rubata e con la quale i tre albanesi avevano messo a segno diversi furti tra Friuli e Veneto. Lo spiegamento di forze era riuscito a mettere le manette ai polsi di Lorenc (39) ed Enis Shafloqi (22) ed Elton Alia (incensurato). Ma il giudice li ha liberati subito. Graziandoli con la sola "denuncia a piede libero".
    La decisione della procura ha fatto scattare la comprensibile ira delle forze dell'ordine. Secondo il Gazzettino, infatti, i comandanti dei carabinieri avrebbero mostrato il loro disappunto riguardo la scelta del procuratore di Treviso di considerare "insufficienti" gli elementi raccolti dai militari durante la caccia all'Audi nera. In sostanza, sebbene l'auto l'avessero rubata il 10 ottobre a Pordenone, nonostante i carabinieri fossero certi avessero messo a segno dei furti, nonostante i posti di blocco forzati e gli inseguimenti, secondo il procuratore non c'erano "elementi sufficienti" per trattenere in carcere i tre albanesi. Tutti liberi, quindi. In barba al lavoro degli uomini in divisa.
    I ladri si erano anche gettati in un fiume per sfuggire alla cattura. Quando sono stati portati in caserma si sono asciugati. E poi il giudice li ha liberati.
    Arrestati dopo folle inseguimento, il giudice li libera: l'ira dei militari - IlGiornale.it


    Che figura! Renzi imbucato al party cinese
    di Robi Ronza
    Forse mai come con questo governo la politica estera italiana era caduta tanto in basso. Al di là dei prestabiliti squilli di tromba dei giornali e dei telegiornali amici, un recente episodio è venuto a ricordarcelo: si tratta dell’incontro di mercoledì scorso del premier Renzi con il presidente cinese Xi Jinping di passaggio in Sardegna. Da alcuni mesi il presidente cinese è impegnato in una fitta serie di visite di Stato nei più diversi Paesi di ogni parte del mondo, dalla Germania al Brasile, dal Perù alla Tanzania. Obiettivo: celebrare e promuovere accordi commerciali e investimenti di grande rilievo non solo economico ma anche strategico.
    Fra i grandi Paesi industriali in pratica l’Italia è l‘unico per il quale Xi Jinping mostra di non avere interesse alcuno. Perciò il presidente cinese aveva disposto che il volo dell’aereo, che la scorsa settimana lo stava portando in America Latina, facesse uno scalo tecnico non all’attrezzato aeroporto intercontinentale di Roma/Fiumicino, che avrebbe reso inevitabile un incontro ufficiale con le autorità italiane, bensì nel più modesto aeroporto di Cagliari.
    Non aveva però fatto i conti con il nostro iperattivo premier che, con alto sprezzo sia del protocollo che della sua personale dignità (e quindi anche della nostra) alla notizia non ha ricambiato Xi Jinping della stessa moneta, ignorando il suo scalo in territorio italiano, ma anzi ha fatto di tutto per trasformare lo scalo tecnico in un vertice. Con un’insistenza che per la mentalità cinese è uno sgarbo Renzi ha insistito perché Xi Jinping si fermasse per alcune ore in Sardegna. E lo ha pure invitato a cena al Forte Village, un villaggio turistico balneare di lusso che sorge a Santa Margherita di Pula. A questo punto Xi Jinping non ha potuto dire di no, ma ha posto la condizione che l’incontro avesse carattere strettamente privato, e che quindi nella circostanza non venisse firmato alcun accordo né diffuso alcun comunicato congiunto.
    Da un punto di vista diplomatico una magrissima figura, che non si stenta ad immaginare quali ironie avrà suscitato in sede internazionale. Poco male invece per Renzi, sicuro che ci avrebbero pensato poi i telegiornali e i giornali italiani amici a trasformare la maldestra bischerata in un suo trionfo ad uso interno.
    L’aver voluto l’incontro anche a tali condizioni è una gigantesca “gaffe” che l’attuale governo pagherà a lungo, e che i governi successivi faticheranno a rimediare. E’ stato un incontro di pura facciata, senza alcuna preparazione e perciò senza alcun contenuto, ma che ha comunque avuto luogo. E’ stata così offerta al governo di Pechino un’ottima scusa per continuare a sviluppare la sua politica euro-mediterranea ignorando il peso e il ruolo del nostro Paese nell’area. Si stanno insomma facendo le spese di una politica estera tutta di facciata, che vede il premier prescindere e scavalcare costantemente con iniziative estemporanee il suo ministro degli Esteri e la diplomazia italiana.
    Rientra in fondo nel medesimo orizzonte anche la cenetta dei coniugi Renzi del 18 ottobre scorso a Washington alla Casa Bianca ospiti dei coniugi Obama, intesa e soprattutto raccontata in Italia come segno di reciproca prossimità e di reciproco appoggio tra il Democratic Party di Barak Obama e il Partito Democratico di Matteo Renzi. Offrire e ricevere sostegno dall’estero in un momento elettorale è comunque imprudente e inopportuno, non foss’altro perché potrà accadere che il futuro interlocutore – come in questo caso è poi avvenuto - non sia colui che si era preferito. Nel caso specifico Renzi ha poi complicato così il lavoro a Washington della diplomazia italiana nella delicata fase del passaggio da un presidente in scadenza a un presidente entrante comunque nuovo. E tutto questo per suoi interessi immediati di politica interna che ben poco hanno a che fare con l’interesse nazionale del nostro Paese.
    Che figura! Renzi imbucato al party cinese


    Cronos mangia i suoi figli: lo Stato divorerà le Regioni
    di Francesco Cavallo
    E’ un aspetto più volte approfondito su questo giornale: la riforma della Costituzione oggetto del referendum del 4 dicembre è ostile ai territori e alle autonomie poiché aumenta a dismisura gli ambiti dell’intervento legislativo statale. Nel ripartire le competenze tra Stato e Regioni, l’attuale assetto costituzionale prevede un’area in cui il primo ha competenza legislativa esclusiva (questa area include i rapporti internazionali, la politica economica e monetaria, la sicurezza, la giustizia, ecc…), un’area in cui le Regioni hanno una potestà legislativa concorrente, ovvero legiferano nel rispetto di principi fondamentali determinati dalle leggi statali, e una terza area residuale, costituita dalle altre materie, in cui sono le Regioni a legiferare.
    E’ vero che questo assetto - imposto a colpi di maggioranza dal Governo di centrosinistra nel 2000/2001 - ha generato confusione e necessita di una revisione; ma la riforma del governo Renzi è la classica medicina peggiore del male: ammazza il malato anziché guarirlo, poiché contiene il grimaldello per scassinare completamente le Regioni svuotandole di ogni competenza. Dopo aver eliminato a piè pari la competenza concorrente tra Stato e Regioni, la riforma sottrae alla competenza delle autonomie locali una serie di materie che affida in via esclusiva allo Stato. Significa che nessuna Regione, cioè l’organo di governo oggi più prossimo ai cittadini dopo lo svuotamento delle Province e il pesante taglio di risorse ai Comuni, potrà più dire la sua su questioni come “tutela e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici…ambiente ed ecosistema…attività culturali e turismo…governo del territorio” e altre. Il contenzioso, lungi dal ridursi, aumenterà: l’identificazione delle competenze avviene con formule generiche e dai confini indeterminati (se non proprio contraddittorie), frutto della confusione e della sciatteria che contraddistinguono l’intero testo di revisione costituzionale.
    Ma il vero attacco ai popoli che abitano i diversi territori d’Italia è nella c.d. clausola di supremazia (art. 117, 4° c.), grazie alla quale il legislatore centrale potrebbe derogare, a suo piacimento, al riparto delle competenze. Per comprenderne la gravità è sufficiente leggerla: “Su proposta del Governo, la legge dello Stato può intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva (delle Regioni) quando lo richieda la tutela dell'unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell'interesse nazionale”. Insomma, se il leader del partito che grazie all’Italicum avrà ottenuto con un pugno di voti la maggioranza assoluta un bel giorno deciderà che lo esigono la tutela della Repubblica o dell’interesse nazionale” (quale è il significato di questa espressione? lo deciderà di volta in volta la Corte costituzionale?), sarà lui a stabilire se l’ospedale di Cosenza o di Ferrara va chiuso, ridimensionato o ampliato.
    La clausola ha una portata generale, non incontra alcun limite di oggetto e per utilizzarla basta il voto della maggioranza della Camera (che grazie all’Italicum c’è sempre, per definizione): è un “apriti sesamo” universale, è stata definita una “clausola-vampiro” in grado di svuotare l’intero riparto costituzionale, che in questo modo può essere derogato a giudizio insindacabile di uno solo dei soggetti cui esso si riferisce, il governo. Insomma, si è di fronte al possibile azzeramento del pluralismo istituzionale e politico.
    Per questa via lo Stato richiamerebbe competenze anche da Regioni che si sono dimostrate virtuose e responsabili, contraddicendo tanto l’efficienza quanto il fondamentale principio autonomistico di cui all’articolo 5 Cost. che vorrebbe il riconoscimento e la promozione delle autonomie locali. Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Toscana (solo per dirne alcune) assisterebbero a una fortissima ricentralizzazione priva di ogni giustificazione (in queste regioni la sanità, per esempio, è un modello di efficienza a livello internazionale, tra i pochi casi in cui l’Italia si è meritata i primi posti nelle classifiche Ocse). Ricentralizzare indiscriminatamente significa allora inefficienza e costi.
    Cronos mangia i suoi figli: lo Stato divorerà le Regioni

  7. #2257
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Uccide figlio disabile e si suicida

    Lombardia.La tragedia è avvenuta a Sant'Alessio con Vialone, nel Pavese

    Un altro.
    Non è un caso.
    Come già detto altre volte chi ha queste disgrazie (parlo di famiglie normali, perchè quelle benestanti risolvono in altro modo...) non ha aiuti dalla società, e se li ha è pure peggio per come sono strutturate le assistenze sociali.
    Uccidere il proprio figlio, sia pure disabile o malato psichico, è una cosa contro natura, che non può che essere seguita dal suicidio per disperazione.
    Ma dopo tutta una vita di amore e disperazione.
    E quando si sente prossima la fine, non rimane scelta.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  8. #2258
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Il ministro dell’Invasione (a sua insaputa)
    Siamo all'arrivo record di 170mila migranti in un anno e il Viminale commenta laconico: "Non ce lo aspettavamo". Be', se porti avanti una politica di accoglienza a oltranza, senza respingere i clandestini, identificare i profughi e redistribuirli, un po' bisognava aspettarselo. Non crede, Angelino?
    di Gianluca Veneziani
    No, non lo sapeva mica. Né lo hanno avvisato. E comunque non è compito suo occuparsi di queste cose. Lui fa il ministro dell’interno, non può certo stare a badare ai numeri dell’immigrazione…
    Mentre si scopre che quest’anno l’ondata migratoria toccherà il record di 200mila arrivi sulle nostre coste (200mila!), e che già sono approdati in Italia 170mila migranti (16,5% in più rispetto allo scorso anno), il ministro Angelino Alfano casca dal pero e, candidamente, tramite i suoi funzionari al Viminale, fa sapere testualmente: “Non ce lo aspettavamo” (sic!).
    Ora, se porti avanti la politica dell’accoglienza-frontiere spalancate ai migranti – chiamata di volta in volta Mare Nostrum, Triton, Frontex e chi più ne ha più ne metta – se non riesci a mettere in atto un respingimento che sia uno e se non sei in grado di ottenere la distribuzione di mezza dozzina di profughi negli altri Paesi d’Europa, be’, come dire, ci sta che possano arrivare tutti in massa in Italia. Riassumendo, noi li prendiamo, non li rimandiamo nei Paesi d’origine (perché l’Italia ha pochissimi accordi di riammissione con gli Stati di partenza), non li fermiamo neppure in un centro identificativo per riconoscere i veri profughi e rimandare a casa i clandestini (come fa ad esempio l’Australia), non siamo capaci di far applicare l’accordo europeo sulla ripartizione quote migranti (dall’Italia dovevano essere trasferiti 24mila migranti, ne sono partiti appena 1300), e il ministro Alfano si sorprende?!
    Vabbè, ammettiamo pure che non sia consapevole delle sue responsabilità politiche, che non si renda conto che la scellerata strategia di accogliere senza respingere e senza distribuire altrove, sia un suicidio bello e buono. Diamogli pure quest’attenuante. Ma io dico: un minimo di percezione della realtà, il ministro ce l’ha? Di chiunque siano le colpe, dovrebbe essere evidente che c’è un’invasione in corso e che l’Italia è il Paese più esposto, innanzitutto per posizione geografica. E allora come si fa a dire “non ce la aspettavamo”? Un’espressione che ricorda la risposta di Padoan al Salvini che gli chiede quanto costi un litro di latte: “Non lo so, la spesa la fa mia moglie”. Ministri completamente staccati dalla realtà…
    Mettici pure l’assurda politica di redistribuzione interna dei migranti, per cui la Lombardia si deve accollare una fetta enorme, ben il 13%, un carico ormai difficilmente sopportabile, visto che si tratta del 13% su 175mila “profughi” ospitati nel nostro Paese: in sostanza, di oltre 20mila persone…
    E mettici anche la sincera difficoltà di considerare “profughi” migranti che non provengono dalla Siria o dall’Iraq o dalla Libia, dove c’è la guerra e spadroneggia l’Isis, ma dalla Nigeria (il 21%: ok, lì c’è Boko Haram, ma pensare che siano arrivati solo quest’anno 35mila profughi scappati da Boko Haram ci sembra davvero una stima iperbolica), il 12% dall’Eritrea (Paese povero, d’accordo, ma si tratta di migranti economici, dunque clandestini), il 7% dalla Guinea, il 7% dalla Costa d’Avorio, e poi ancora dal Gambia, dal Senegal, dal Sudan, dal Bangladesh ecc… Migranti economici, capite? E noi continuiamo a chiamarli rifugiati.
    Ma che ci vuoi fare, al Viminale abbiamo Alfano. Non solo “colpevole” di Invasione, ma pure Ignaro di esserlo. E non sai se sia più grave la colpa o l’ignoranza della colpa stessa.
    Il ministro dell'Invasione (a sua insaputa) - L'intraprendente | L'intraprendente


    I nostri immobili ai profughi: ecco il piano segreto di Alfano
    Il varo dopo il 4 dicembre, per non influire sull'esito del voto. Gasparri: "Difendiamo la proprietà privata"
    Massimo Malpica
    La scadenza è quella fatidica del 4 dicembre. Fino al referendum - manco a dirlo - non si muoverà foglia.
    Poi dal Viminale arriverà il via libera alle requisizioni, finora più uno spauracchio per i comuni poco «accoglienti» con i migranti che una misura realmente applicata. Solo due strutture ricettive - una a Goro e una in provincia di Verona - sono state requisite finora per far fronte all'emergenza immigrazione, anche se la legge che le autorizza risale addirittura all'Ottocento. E le due sole strutture, tra proteste e trattative tra Viminale e sindaci, sono al momento ancora in attesa di accogliere materialmente gli ospiti stranieri per i quali erano state requisite.
    Di fatto, però, le cose cambieranno all'indomani del Referendum costituzionale, quale che ne sia l'esito. Troppo scarsa l'adesione alle procedure Sprar (la rete dei servizi di protezione per i richiedenti asilo e i rifugiati) da parte degli enti locali, troppi i comuni che si sono rifiutati di accogliere migranti (hanno detto no circa 5.500 amministrazioni municipali su un totale di ottomila). Esemplare, secondo i responsabili del sistema accoglienza, proprio il caso della provincia di Verona. Con il capoluogo che ha scelto di accogliere, aderendo allo Sprar, caso unico rispetto a tutti i comuni della provincia che hanno invece opposto un totale diniego. E infatti uno dei due casi di requisizione già effettuati, quello di tre mesi a carico dell'hotel Cristallo di Castel d'Azzano, nel Veronese, ha visto come motivazione dell'ordinanza del prefetto proprio la mancata attivazione della procedura Sprar da parte degli enti locali sul territorio. La questione, lungi dall'essere solo veneta, si ripete dal Nord al Sud, con i «no» all'accoglienza che arrivano tanto dalle amministrazioni di centrodestra che da molte targate Partito democratico.
    E di fronte a una chiusura troppo estesa territorialmente, mentre gli sbarchi continuano a portare altri migranti nei nostri confini, per il capo dipartimento immigrazione Mario Morcone e per il ministero dell'Interno la strada da battere sarebbe dunque proprio quella che sembrava servire da mera minaccia, ossia l'arma delle requisizioni. Evocata più volte da Morcone e dallo stesso ministro dell'Interno Angelino Alfano, potrebbe ora essere rispolverata e messa effettivamente in atto.
    Sul punto ha chiesto lumi, ieri, anche il vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri, di Forza Italia. «Ho presentato un'interrogazione urgente al presidente del Consiglio e ai ministri competenti per sapere a che ora e quando scatterebbe il piano straordinario di requisizioni, a danno degli italiani e a favore degli immigrati, previsto per il dopo 4 dicembre». Per Gasparri, sarebbe proprio un «annuncio» di Morcone a confermare il varo, rigorosamente post-referendum, di «un piano gigantesco di requisizione di immobili e alloggi per destinarli ai clandestini».
    Ed è sempre Gasparri a mettere in relazione la dilazione temporale delle requisizioni con l'agguerrita campagna referendaria per il Sì dell'esecutivo. «Il rinvio a dopo la consultazione - prosegue infatti il senatore azzurro - è dovuto ovviamente al tentativo di non suscitare reazioni: chiediamo di far luce su questa intenzione abietta del governo».
    I nostri immobili ai profughi: ecco il piano segreto di Alfano - IlGiornale.it


    Una riforma contro famiglie e lavoratori
    di Carlo Costalli
    Pubblichiamo ampi stralci dell'intervento del presidente del Movimento Cristiano Lavoratori (Mcl) alla manifestazione "Famiglie e lavoratori insieme per il NO alla riforma costituzionale" svoltasi a Roma ieri, 12 novembre.
    Il Cardinal Bagnasco, al Consiglio permanente della Cei del 27 settembre scorso, ha detto: “lavoro e famiglia sono legati e costituiscono il tessuto connettivo della società e dello Stato”; e ne siamo tutti ben coscienti. Ma siamo ben coscienti anche che la riforma Renzi-Boschi è propedeutica alla definitiva destrutturazione della nostra società, proprio a partire dalla destabilizzazione dei suoi due cardini principali: la famiglia e il lavoro.
    Per questo è essenziale che famiglie e lavoratori, che costituiscono il primo fattore di sviluppo di ogni società giusta e libera, forte e prospera, lottino insieme per dire NO a questa riforma costituzionale: un NO forte e chiaro che deve essere sentito in tutta Italia! È questo il messaggio più importante della manifestazione di questa sera.
    Non c’è bisogno che ricordi a questa assemblea quanto, al di là dell’ipocrisia delle belle parole, il governo Renzi ha già fatto contro la famiglia e contro il lavoro: noi tutti sappiamo molto bene con quale protervia il governo sia andato avanti, senza batter ciglio, nell’approvazione della legge Cirinnà, malgrado e contro la straordinaria mobilitazione di popolo del Family Day.
    Abbiamo tutti, sotto i nostri occhi, i risultati deludenti del cosiddetto Jobs Act: una riforma del lavoro “liquida”, basata su incentivi temporanei che, non appena sono stati dimezzati, ha registrato un crollo dei posti di lavoro. Il trend è tutto tranne che positivo: meno assunzioni e più licenziamenti rispetto ai primi otto mesi del 2015. E sono dilagati i voucher, nuova frontiera del peggior precariato. Infine, il Jobs Act non ha minimamente intaccato la disoccupazione giovanile, che continua a crescere ed è arrivata a quasi il 40%: il valore più alto dall’ottobre scorso. (…)
    Tutto questo ci fa capire come dietro al confronto referendario non ci sono soltanto le modifiche di ben 47 articoli della Carta, ma c’è una specifica visione del futuro di questo Paese che non è la nostra e che respingiamo con forza. Una visione che vuole scardinare la famiglia e trasformare il primo articolo della Costituzione “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” in una vuota affermazione retorica.
    (…) Dobbiamo puntare all’essenziale. Non possiamo né vogliamo accogliere l’invito del Presidente emerito Napolitano a focalizzare l’attenzione esclusivamente sulle questioni di merito, cioè di stretta natura tecnico-giuridica. Si tratta di un invito fuorviante, formulato con tanta insistenza da lasciar intravedere il tentativo di occultare l’enorme valenza politica di questo referendum deviando l’attenzione dalla vera posta in gioco.
    (...) Dobbiamo porci in una prospettiva prettamente popolare e antropologica-culturale che smascheri non solo la nuova idea di gestione politica dello Stato che si cela dietro la propaganda a favore della riforma, ma anche le nuove concezioni di persona, società, libertà, sussidiarietà e soprattutto bene comune che vi sono implicate. In ballo c’è molto di più di ciò su cui abbiamo sentito, sino ad oggi, dibattere e scontrarsi in televisione e sulla stampa. È questa la vera posta in gioco cui si riferisce il Cardinal Bagnasco; queste sono le “durature conseguenze” che dobbiamo attentamente valutare!
    Dobbiamo prendere atto che le concezioni di persona, società, libertà, sussidiarietà e soprattutto bene comune, che sottendono la riforma costituzionale Renzi-Boschi, nascono da una visione della società totalmente subalterna al “pensiero unico” neoilluminista: a quella “colonizzazione mediatico-culturale” che vuole costringerci tutti a pensare nello stesso modo; vuole imporci una “società liquida” dove si sfaldano i legami della famiglia, del lavoro, delle comunità; dove si perdono l’identità, i valori e le tradizioni del nostro popolo. Una società dove il popolo viene trasformato in massa: massa malleabile condizionabile e facilmente gestibile. Mentre le persone vengono ridotte a individui senza più radici e senza storia; vengono private di ogni punto di riferimento stabile: sia esso religioso, familiare o sociale.
    Quanto questa analisi sia realistica ce lo sta a ricordare il disegno di legge Scalfarotto su omofobia e transfobia: un disegno di legge liberticida, un chiaro attentato alla libertà di pensiero e di espressione, che, già approvato dalla Camera, è ancora, fortunatamente, fermo al Senato. Già, proprio quel Senato che la riforma Renzi-Boschi vuole umiliare e ridurre a Camera di serie C e che, invece, in questa occasione, ha svolto un fondamentale ruolo di presidio democratico e di garanzia istituzionale.
    Domandiamoci allora: se hanno avuto l’arroganza di arrivare a tanto con l’attuale Costituzione che cosa potranno fare quando saranno riusciti a “taroccarla” in senso decisionista? Dobbiamo mettere in conto, con realismo cristiano, che ove al referendum prevalesse il Sì il disegno di legge Scalfarotto diventerà legge a passo di carica e sarà seguito a ruota dall’eutanasia, dalle adozioni per gay e per single; dall’utero in affitto; dalla liberalizzazione delle droghe; dalla estensione della procreazione artificiale alle coppie gay ed ai single, ecc.
    Questa sera non possiamo, comunque, limitarci a parlare solo della questione antropologica che pur è il punto primario e fondamentale del confronto/scontro con la logica del “pensiero unico”. Dobbiamo anche metter bene in chiaro che quel “pensiero unico”, di cui abbiamo finora ragionato, è permeato da una logica globale e totalizzante che aggredisce tutti gli ambiti della società.
    È sempre da questo pensiero, dal pensiero unico, dalla sua visione mondialista, innervata di individualismo e di relativismo, che nascono i più pesanti fenomeni di destabilizzazione in campo etico, politico, economico e sociale e, più specificatamente, nel mondo del lavoro.
    La deriva antropologica; la destabilizzazione della famiglia e del lavoro; lo svuotamento della democrazia; la riluttanza per le elezioni a suffragio universale – con la riforma Renzi-Boschi si nominerà sempre di più e si eleggerà sempre di meno! -; il decisionismo oligarchico; l’ostilità contro i corpi intermedi; l’aumento delle disuguaglianze sociali; il dilagare della povertà con l’impoverimento del ceto medio; il predominio della finanza sull’economia reale; lo strabordare della finanza speculativa; lo smantellamento del sistema industriale soprattutto delle piccole imprese; la delocalizzazione selvaggia; la teoria (e la pratica) della crescita del profitto senza crescita dell’occupazione; lo svuotamento, progressivo, dello Stato sociale: sono tutti frutti dello stesso albero, quello del “pensiero unico”.
    Una riforma contro famiglie e lavoratori

  9. #2259
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta




    Vota NO!!!

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    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  10. #2260
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Bellissima!!

    Citazione Originariamente Scritto da ventunsettembre Visualizza Messaggio



    vota no!!!

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    Abbiamo lasciato sparire tanti sentieri, abbiamo lasciato incolti prati e boschi: siamo perduti in un esodo senza terre promesse. Ma la nostra terra promessa è qui, tra questi monti e questi sassi, qui per stillare latte e miele da questa dura terra

 

 
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