Manifesto blasfemo su Gesù: ma il giudice grazia l'Arcigay
Chiesta l'archiviazione per il manifesto che promuoveva una festa al Cassero di Bologna. Uomini travestiti da Gesù mimavano pratiche sessuali con una grossa croce
Giuseppe De Lorenzo
Era tutto uno scherzo. Una semplice burla in cui tre uomini vestiti da Gesù e due ladroni (con tanto di corona di spine) mimavano pratiche sessuali con una grossa croce infilata nel didietro.
Blasfemia? Vilipendio? Offesa alla religione e ai tanti cristiani italiani? Macché: per il pm di Bologna il caso è da archiviare. E tanti saluti alle proteste contro l'Arcigay.
Riavvolgiamo il nastro. Nel marzo del 2015 esplose un'enorme polemica a Bologna dopo che il Cassero, storico il circolo omosessuale legato all'Arcigay e "convenzionato" con il Comune, pubblicò sulla sua pagina Facebook una locandina per pubblicizzare la serata "Venerdì credici". Immagini di dubbio gusto, e che moltissimi considerarono offensive e fuori luogo. I consiglieri comunali Valentina Castaldini (Ncd), Marco Lisei (Fi) e il capogruppo alla Regione di Forza Italia, Galeazzo Bignami, presentarono un esposto in procura. Il procuratore aggiunto, Valter Giovannini, disse che avrebbe valutato le denunce "con attenzione". Ma ieri il pm Morena Plazzi ha archivato il tutto. La motivazione? Secondo la toga, quell'immagine non si tratta di vilipendio ma "espressione, in forme certo criticabili per la qualità dei contenuti umoristico-satirici, delle istanze culturali e sociali promosse dall'associazione". Uno scherzo, insomma. Solo una burla. Eppure l'Arcigay non la presentò come un vignetta ironica, spiegando che alcuni avevano deciso di "dissacrare o irridere un simbolo religioso": "Il conflitto tra comunità Lgbt e la parte politicizzata dei cattolici - disse il Cassero - preesiste alla nostra festa e alle famigerate immagini, questo è un dato indispensabile per comprendere perchè una persona omosessuale decida di dissacrare o irridere un simbolo religioso. Quel gesto rappresenta una liberazione rispetto a un simbolo che quelle persone percepiscono come oppressivo". Liberazione, dicono. Ma da cosa?
L'allora Vescovo di Bologna, Carlo Caffarra, definì la locandina gay "libertà d'insulto" preludio della "fine delle democrazia". Aveva ragione lui.
Infatti ciò che sorprende è come le associazioni gay, sempre pronte a gridre all'omofobia contro qualsiasi opinione non conforme al loro pensiero, non usino lo stesso metro di misura su immagini che potrebbero essere definite "cristianofobe". Immaginate una festa della parrocchia sul tema dell'amore etero pubblicizzata con una locandina in cui i fedeli deridono una coppia gay. Cosa farebbero le associazioni omo? Parlerebbero di omofobia. Ovvio. Per fare un esempio, nel 2015, Fabrizio Marrazzo, portavoce del Gay Center della Capitale, disse che i manifesti anti-utero in affitto affissi a Roma inducevano "all'omofobia". Ecco: questa disparità di trattamento è la morte della democrazia di cui parlava Caffarra. Ovvero la libertà di insulto a senso unico.
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GUARDIA GIURATA SVENTA RAPINA, A PROCESSO PER LESIONI
Guadagna meno di 600 euro al mese. Fa il suo lavoro seriamente con professionalità. Sventa un taccheggio, trasformatosi in aggressione e rapina, ma invece di essere ringraziato viene indagato dalla procura di Genova per lesioni. Ora i tre rapinatori, un uomo e due sudamericane, rischiano una condanna dai tre ai dieci anni e l’addetto alla vigilanza che ha sventato il furto si trova sul banco degli imputati insieme a loro, rischiando una pena fino a sette anni.
L’episodio risale all’aprile 2013. All’Oviesse di via Rivarolo il terzetto di malviventi avrebbe rubato alcuni capi di abbigliamento, ma era stato pizzicato dall’addetto alla vigilanza (disarmato): un 35enne magro, alto circa un metro e settanta.
Dopo avere avvertito il 112 dei carabinieri, il vigilante si era spostato sul piazzale antistante il negozio per non perderli di vista. A quel punto, secondo la testimonianza, aveva chiesto ai tre di tornare indietro per l’identificazione, ma il rapinatore lo aveva aggredito, stringendolo in una morsa alle spalle e bloccandolo, tanto da ferirlo e fargli cadere gli occhiali per terra.
L’addetto riusciva a liberarsi a stento dalla morsa mentre arrivavano i militari di una pattuglia del Radiomobile, che trovavano la refurtiva all’interno della borsa della moglie del rapinatore. Inoltre, la sudamericana, durante il controllo, rifilava uno schiaffone allo sfortunato vigilante “in presenza dei carabinieri”.
Come spesso accade in procura, il pm, anziché credere al genovese aggredito e stare dalla parte delle persone oneste che si difendono, con una sconcertante decisione ha ritenuto fondate e quindi non ha archiviato le due querele presentate dal legale dei rapinatori. Il ladro ha denunciato di avere ricevuto un pugno all’occhio dall’addetto alla sicurezza “armato di un mazzo di chiavi” dopo l’aggressione. La moglie sudamericana ha denunciato di essere stata afferrata per un braccio.
Guardia giurata sventa rapina, a processo per lesioni | Vox
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