

Ultima modifica di LupoSciolto°; 15-09-13 alle 15:28
Lottiamo per una giustizia sociale che non sia un favore, ma un diritto - J. D. Perón -
Il sonno della ragione genera i liberali


Fu proprio il processo di ripensamento personale a farmi prendere atto del fatto che finché ragionavo in termini di opposizione polare fra sinistra e destra non ne sarei mai venuto fuori. Sul piano teorico avevo già dunque rotto con la dicotomia fino dai primi anni Novanta. Ma restava ancora un radicamento emotivo di appartenenza, duro a morire come tutti i radicamenti identitari ad origine biografica. La rottura emotiva per me risale al marzo 1999, quando i bombardieri americani e dei loro servi europei della NATO (con la lodevole eccezione della Grecia, patria della filosofia) cominciarono a cospargere di uranio radioattivo la Jugoslavia. Da vecchio conoscitore dei Balcani, sapevo perfettamente che non c’era in corso nessun genocidio e neppure nessuna pulizia etnica (cioè espulsione etnica di massa da un territorio), ma solo una repressione armata di un movimento armato indipendentista (una situazione comune ad almeno cinquanta paesi al mondo). Sapevo anche che il movimento armato indipendentista albanese UCK perseguiva la pulizia etnica dei serbi, mentre Milosevic non perseguiva quella degli albanesi. Sapevo anche che gli americani erano del tutto indifferenti ai cosiddetti "motivi umanitari", e volevano invece un insediamento militare geopolitico nei Balcani (l’odierno Camp Bondsteel). Sapevo anche che i cosiddetti colloqui di Rambouillet erano stati una trappola pianificata dalla Albright. Bene, tutto questa era largamente noto, ed invece vidi la sinistra che appoggiava la guerra americana, Veltroni che sfilava in suo appoggio, che inneggiava sulle colonne del giornale-partito "La Repubblica", che prestava il suo nome alla cosiddetta Operazione Arcobaleno, eccetera. In quel momento in me si ruppe qualcosa. Poi lessi che la rivista "Diorama Letterario" di Tarchi si era invece impegnata contro la guerra con contributi pacati ed equilibrati, ed allora decisi che il "tabù dell’impurità" avrebbe dovuto essere rotto proprio per preservare la mia salute mentale e la mia dignità personale di studioso. E l’ho fatto.
Costanzo Preve, “Sinistra e Destra: Tradizione, identità, appartenenza, esaurimento, superamento”, da Socialismo e Liberazione
Cominciai a capire che la dicotomia di sinistra e destra era del tutto inservibile per mettere a fuoco i problemi di un eventuale rinnovamento del marxismo nel triennio 1991-1993, quando per l’editore Vangelista di Milano scrissi una serie di libri, fra cui una trilogia dedicata ai rapporti rispettivi del marxismo con il nichilismo, l’universalismo e l’individualismo. Mano a mano che approfondivo l’analisi, mi rendevo conto che la dicotomia non era solo inservibile, ma addirittura fuorviante, e dava luogo a ciò che nel Seicento Bacone chiamava "idola", cioè pregiudizi devianti.
• Per quanto riguarda il NICHILISMO moderno, la sinistra ne era stata addirittura il luogo privilegiato con la sua evoluzione dal precedente storicismo progressistico al disincanto post-moderno della fine della storia.
• Per quanto riguarda l’UNIVERSALISMO, la sinistra era stata storicamente il vettore principale del suo scioglimento nei particolarismi non universalistici della classe (operaia) e del partito (socialista e poi comunista). Ma l’universalismo della classe e del partito era stato sempre e solo astratto, aprioristico e formale, mentre nella realtà storica non aveva mai funzionato come tale.
• Per quanto riguarda l’INDIVIDUALISMO, infine, la sinistra non aveva ripreso la preziosa indicazione di Marx sulla libera individualità sociale (che per Marx avrebbe dovuto essere la base dell’antropologia comunista, dopo la dipendenza personale precapitalistica e l’indipendenza personale borghese), ma era caduta in forme di identità e di appartenenza di tipo organicistico e tribale (il cosiddetto "popolo di sinistra").
Costanzo Preve, “Sinistra e Destra: Tradizione, identità, appartenenza, esaurimento, superamento”, da Socialismo e Liberazione.
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Basta flame.


Se l'identificazione di comunismo con lo spazio della “sinistra” fosse solo un innocuo errore storiografico la cosa non sarebbe grave. Ma questa identificazione nasconde il fatto che dopo il Sessantotto la “sinistra” è diventata l'ala culturale ed artistica marciante di un nuovo capitalismo post-borghese, che ha cancellato la stessa matrice originaria dello stesso comunismo di Marx, e cioè la coscienza infelice (Hegel) della borghesia europea. Dal momento che qualsiasi programma di de-globalizzazione (Lordon, Sapir) implica il rafforzamento del “pubblico”, e cioè della sovranità economico-politica dello stato nazionale, la sinistra sicuramente vi si opporrà, dando luogo ad un curioso e funesto gioco delle parti, e cioè la globalizzazione “liberista” a destra e la globalizzazione “anarchica” a sinistra, che marceranno separate, e colpiranno unite qualsiasi programma di liberazione nazionale e sociale, infallibilmente connotato come “populista”, ispirato dalla destra eterna. Qui chi vuole intendere intenda. Ma siccome so già che ben pochi intenderanno, tiro avanti. E' possibile leggere la Logica di Hegel e fare accelerare i neutrini, ma non raddrizzare le gambe ai cani.
Costanzo Preve, Comunismo fra Idea e Storia, Arianna Editrice, 2011
DA APPLAUSI!!
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Appena questa periodizzazione viene tentata, ci si accorge immediatamente che la dicotomia (DESTRA-SINISTRA Ndt.) presuppone la sovranità economica e monetaria dello stato nazionale moderno, che nel ruolo keynesiano di “distributore” può effettivamente intervenire, sia pure assai poco, nella distribuzione della ricchezza prodotta. Con la cosiddetta globalizzazione finanziaria transnazionale questo ruolo si esaurisce in modo pressoché integrale, e la sovranità viene integralmente “commissionata” (vedi, per restare solo al 2011, il commissionamento del PASOK in Grecia, di Zapatero in Spagna e del duopolio Draghi-Napolitano in Italia). Si può sempre rifugiarsi nel “dover-essere” (sollen) kantiano, o addirittura dire che non è vero, come fanno i bambini che hanno rubato la marmellata, ma alla lunga il re è nudo, e basta che un piccolo innocente lo dica per fare crollare tutti i Bobbio, gli Habermas, i Raws ed i Rorty del mondo. Personalmente, ho prodotto una periodizzazione filosofica del capitalismo (prima fase astratta, seconda fase dialettica, terza fase speculativa), utilizzando la Scienza della Logica di Hegel. […] In breve, io sostengo (con argomentazioni) che la dicotomia inesistente nella prima fase astratta della storia del capitalismo, che ha invece caratterizzato fortemente la seconda fase dialettica, ma si sta estinguendo nella terza fase attuale, totalitario-speculativa, del capitalismo. In questa sede non posso dire altro per ragioni di spazio.
Costanzo Preve, Comunismo fra Idea e Storia, Arianna Editrice, 2011
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La globalizzazione capitalistica è oggi in un certo senso un fatto da cui partire, e solo in seconda istanza un enigma da svelare. Scrive con toni entusiastici un manuale di storia contemporanea per le scuole secondarie, un manuale considerato “di sinistra” e che dedica alla globalizzazione pagine imperative ed entusiastiche: «Con l’inizio degli anni Novanta fa il suo ingresso nel linguaggio comune un nuovo termine “globalizzazione”. Fino all’inizio degli anni Sessanta esso non compariva neppure in un dizionario – sarà il Webster il primo ad adottarlo nel 1961 – e fino alla metà degli anno Ottanta era pressoché sconosciuto alle discipline accademiche. Ancora all’inizio del 1994, nel catalogo della Library of Congress di Washington figuravano appena 34 titoli contenenti la parola “globalizzazione”. Quattro anni più tardi, all’inizio del 1998, saranno ben 279, e oltre 5000 i volumi contenenti nel titolo il termine “global”, nella stragrande maggioranza pubblicati dopo il 1990. Non c’è oggi politico, o giornalista, che non ricorra a questo termine». Segue un paragrafo sulla “rivoluzione spaziale” – con il termine magico di “tempo reale” –, ed una distinzione fra tre livelli differenziati di globalizzazione – globalizzazione mercantile, globalizzazione produttiva, globalizzazione finanziaria. Si fa anche poi notare correttamente che questa globalizzazione implica un’omogeneizzazione degli abitanti del pianeta in termini di potenziali consumatori, non certo eguali – ed anzi sempre più diseguali – ma astrattamente equalizzati come acquirenti delle stesse gamme di prodotti musicali, sportivi, di tempo libero, di abbigliamento, eccetera. Il termine “globalizzazione” è qui dato per scontato, così come i manuali danno per scontati termini come “rivoluzione industriale”. È questo il “quadro storico” in cui si chiude il Novecento e si apre il Duemila. Il termine “imperialismo”, evidentemente considerato vetusto, sparisce da questo manuale di “sinistra”. Al suo posto, il mondo è diviso in “aree geografiche”, connotate in termini di maggiore o minore adattamento possibile alla globalizzazione. In compenso, si fa un gran parlare di “conflitti etnici e religiosi”, connotati come il Male metafisico del prossimo futuro. Mai come in questo caso realtà e rappresentazione ideologica si mescolano e si intrecciano strettamente. Bisogna quindi “districare” questo nodo. Da qui bisogna partire, se vogliamo discutere in modo sensato di Destra e Sinistra.
Costanzo Preve, Destra e Sinistra. La natura inservibile di due categorie tradizionali, C.R.T – petite plaisance, 1998, pp. 9-10.
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Domanda la moderatore: che c'azzecca Preve con questo forum? Il suo posto non dovrebbe essere il forum comunitarista?


Nell'intervista apparsa sul primo numero della nostra rivista Tu affermi: “La dicotomia non è dunque oggi (parlo di oggi, non del 1930) Democrazia/Dittatura, ma Democrazia/Oligarchia”. Si tratta di una presa di posizione radicale, che può suggerire almeno due conclusioni importanti. La prima è che la categoria di Dittatura come nemico principale viene tenuta in “animazione sospesa”, fungendo da paravento per interessi evidentemente inconfessabili. Al proposito, è bene ricordare la profonda ambiguità di tale categoria, che oggi viene utilizzata come sinonimo dei cosiddetti totalitarismi novecenteschi e dei loro presunti eredi (i social-populismi di Chavez e Ahmadinejad, la giunta militare birmana, ecc), ma che in passato è stata utilizzata da correnti democratiche, non necessariamente di ispirazione marxista. I giacobini francesi (Marat) e i repubblicani italiani (Mazzini) teorizzarono apertamente la dittatura, intesa come “Stato di eccezione” transitorio, indispensabile durante le prime fasi di una rivoluzione democratica, quando essa è ancora minacciata da nemici interni ed esterni. La seconda è che la grande narrazione dell'ultimo secolo come teatro della progressiva e addirittura definitiva (la famosa “fine della storia” di Fukuyama) affermazione del modello democratico, o meglio liberal-democratico, deve essere rigettata o perlomeno fortemente ridimensionata. Se il nemico principale non è nel Myanmar e in Iran ma “a casa nostra”, se i regimi che ci governano sono in realtà feroci oligarchie capitaliste, allora il novecento non è stato il secolo del trionfo della Democrazia attraverso tre fasi strettamente concatenate: il felice matrimonio con il liberalismo (una dottrina in realtà anti-democratica fin dalla sua origine, seppur apprezzabile per altri aspetti) la sconfitta prima del nazifascismo e infine del comunismo sovietico. Le cose stanno veramente così? La categoria metastorica di Dittatura e la grande narrazione liberal-democratica in tre fasi sono aspetti complementari del medesimo sistema di legittimazione oligarchica?
Per semplicità svilupperei la mia risposta in due parti. Innanzitutto, affermare che la dicotomia politico-sociale esistente in occidente oggi non è la dicotomia democrazia /dittatura, che è una dicotomia ideologica tesa a legittimare l'attuale sistema della democrazia elettorale, ma quella democrazia/oligarchia, è importante perché in questo modo si può far capire che la democrazia oggi è diventata una specie di legittimazione referendaria dell'oligarchia economica. Secondo me questo è assolutamente un punto chiave. La parola democrazia è stata manipolata nel corso dei secoli fino a perdere ogni significato originario, ma questo capita a molte parole, pensiamo alla parola riforma: per 200 anni è stata contrapposta alla parola rivoluzione come miglioramento graduale e pacifico contro le pretese di miglioramento violento ed immediato. La parola riforma ha perso completamente questo significato: oggi significa peggioramento delle condizioni sociali e adeguamento a un mercato globalizzato. Mi ha colpito ad esempio il fatto che le poste un tempo distribuivano le lettere in tutti i sei giorni della settimana, compreso il sabato. Oggi il sabato la posta non è più distribuita, ed è interessante che questa limitazione venga chiamata “razionalizzazione”. In questo modo una diminuzione del servizio viene fatta passare come elemento di razionalità. Quindi la parola democrazia oggi è stata quasi completamente svuotata del suo significato originario, che è invece il controllo collettivo e comunitario del popolo sulla sua riproduzione economica. Se la riproduzione economica dei popoli è espropriata dalla volontà dei popoli stessi, a questo punto la democrazia non esiste più, è soltanto un simulacro. E' per questo che oggi la parola democrazia ha significato soltanto se è contrapposta alle oligarchie economiche; se invece viene concepita come appoggio alle oligarchie economiche perde ogni significato. Il secondo punto riguarda il bilancio storico del novecento come secolo delle dittature. La questione è interessante perché effettivamente la dittatura oggi può essere utilizzata come capro espiatorio quando c'è una crisi sociale: pensiamo alla Tunisia, dove il popolo ha abbattuto la dittatura di Ben Alì, per cui c'è per circa dieci giorni il permesso di saccheggiarne le ville, laddove invece la vera dittatura che aveva causato l'impoverimento del popolo tunisino era quella del Fondo monetario internazionale. Quindi la dittatura viene mantenuta come nemico principale in animazione sospesa. In base a ciò, è possibile accusare di dittatura tutti i governi che intraprendono, bene o male, dei programmi di riformismo sociale. Tra l'altro è anche vero che nell'ottocento la parola dittatura non era considerata di per sé negativa, bensì uno Stato di eccezione per l'instaurazione di un riforme democratiche. Mescolando la parola dittatura con tutte le forme di potere autoritario, da Hitler a Mussolini a Stalin, viene eliminato anche il significato storico settecentesco-ottocentesco che la legittimava parzialmente come rottura rivoluzionaria per intraprendere delle riforme sociali. Il fatto che il novecento sia stato ridotto a una grande narrazione ideologico-totalitaria fa parte della legittimazione dell'attuale sistema di potere, il quale si basa sull'agitare i famosi diritti umani; è interessante ad esempio che nelle riunioni con i Cinesi gli Americani, che mantengono basi militari nel mondo intero, che hanno scatenato conflitti sanguinosissimi e che sono l'unico Paese ad avere usato la bomba atomica in guerra, si presentino come difensori dei diritti umani contro la Cina la quale invece non li tutela. Ora, è vero che la Cina non tutela il diritto legale di fondare partiti apertamente capitalistici (la Cina è capitalistica, ma sto parlando di partiti di tipo americano) per cui ha imprigionato l'attuale nobel per la pace Liu Xiaobo, il quale, non dimentichiamolo, è estensore di un manifesto per l'instaurazione di un sistema politico di tipo americano, il che vorrebbe dire praticamente la fine del controllo statale sull'economia cinese e pertanto la totale omogeneizzazione della Cina al sistema capitalistico occidentale. Quindi la categoria metastorica di Dittatura e la grande narrazione liberal-democratica in tre fasi sono aspetti complementari del medesimo sistema di legittimazione oligarchica, per cui la domanda che ti poni è in realtà un'affermazione che io condivido completamente.
E' opinione comune (anche, anzi soprattutto a livello accademico) che i presupposti più o meno impliciti della democrazia siano il relativismo filosofico e l'agnosticismo religioso (con la parziale eccezione dell'impero americano, il quale mantiene la sua ideologia teocratica puritana). Qualsiasi universalismo, quindi anche la teoria della natura umana, rappresenterebbe una minaccia alla libertà di scelta e di opinione, una pericolosa anticamera del “totalitarismo”. Eppure la teoria della natura umana ci permette di sperare che l'emancipazione si sostituisca all'oppressione e la giustizia all'ingiustizia, in altre parole che l'umanità possa lottare per un mondo migliore. Al contrario il rifiuto dell'umanesimo, anche se motivato con argomenti libertari, non è a priori incompatibile con la “colonizzazione antropologica” integrale da parte del capitalismo o di un potere politico dispotico. Riassumendo, la teoria della natura umana è una preziosa alleata della democrazia e della dignità dell'uomo?
Questa domanda ci invita a discutere sulla teoria della natura umana. Ora, sulla natura umana si possono sostenere due posizioni, che c'è e che non c'è. Quelli che sostengono che c'è lo fanno in base a una mescolanza di una teoria biologico-comportamentale, la quale riguarda ciò che è specifico della natura umana dell'Homo Sapiens, e di una teoria di tipo storico-educativo, per la quale l'uomo è un animale migliorabile ed educabile grazie alla sua capacità innata di elaborazione simbolica e culturale. Quelli che rifiutano la natura umana dicono che non esiste perché l'uomo è un animale completamente plastico, il quale non possiede una natura se non intesa come insieme di istinti primari, e che in realtà la natura umana si riduce unicamente alla storia. Io personalmente sono sostenitore dell'esistenza della natura umana e pertanto polemizzo contro ogni forma di storicismo integrale, che secondo me è l'anticamera per la manipolazione, perché se l'uomo fosse veramente solo una sorta di creta modellabile, a questo punto tutti i discorsi sulla giustizia diventerebbero questioni puramente opinabili. La natura umana è una preziosa alleata della democrazia e della dignità dell'uomo? Risposta: sì ma dipende. La teoria prevalente della natura umana del capitalismo occidentale deriva dalla filosofia scettica del grande filosofo scozzese Hume, che scrisse un trattato sulla natura umana, in realtà il vero manifesto del capitalismo, per alcuni aspetti ancora di più del libro di Adam Smith su The Wealth of Nations o dei libri di Max Weber. Questo perché David Hume in questo trattato di metà settecento voleva autofondare lo scambio economico capitalistico, prescindendo completamente sia da Dio, nella cui esistenza lui non credeva, sia dalla filosofia dei diritti naturali, che lui respingeva come teoria metafisica indimostrabile, e dalla teoria politica del contratto sociale, che secondo Hume era anch'essa infondata e indimostrabile. Eliminata la religione, la filosofia e la politica, cioè eliminati questi tre elementi di etero-fondazione della società e dell'economia stessa (che non deve essere negata, ma inserita nel contesto della riproduzione sociale), Hume considera la natura umana come attitudine allo scambio, cioè di attesa reciproca del venditore e del compratore. Ora, questa natura umana è la natura umana difesa dalla teoria borghese capitalistica, magari coniugata con altri termini secondari come l'umanesimo cristiano, ed è chiaramente incompatibile con la critica della società capitalistica, del capitale finanziario e della globalizzazione. A mio parere la teoria della natura umana che ci interessa e che è più fondata è quella espressa dal pensiero greco classico, secondo la quale l'uomo è un animale politico per natura, dove la parola politikon significa fondamentalmente socialecomunitario, per cui la natura dell'uomo non è né quella di una formica o di una termite, che ricevono unicamente informazioni genetiche per l'organizzazione della loro società, né quella del lupo solitario slegato da qualsiasi tipo di legame sociale. In particolare la teoria della natura umana dei Greci era la teoria dello zoon logon echon, cioè dell'animale che possiede il logos. La cosa fondamentale è capire che per gli antichi greci logos non voleva dire unicamente linguaggio oppure parola oppure ragione, ma soprattutto capacità di calcolo (loghizomai in greco significa calcolare) sociale del giusto equilibrio (isorropia) delle ricchezze e del potere. Ora, se la natura dell'uomo per così dire lo forma ad essere un animale politico sociale-comunitario, un animale che è in grado di calcolare socialmente i giusti rapporti all'interno della comunità, questa teoria della natura umana, lungi dall'essere inutile o totalitaria o pericolosa, è il fondamento di qualsiasi filosofia critica del presente.
Tu interpreti la democrazia come il processo di educazione individuale e collettiva attraverso il quale il demos (la maggioranza svantaggiata della popolazione) accede al potere politico; inoltre sostieni che tale processo è innanzitutto una reazione al caos del potere economico lasciato a sé stesso. In questo modo il logos comunitario, inteso come ragione ed armonia, pone un argine alle dinamiche incontrollate del denaro. Tuttavia nell'epoca attuale sembra prevalere una “razionalità” completamente diversa, che trasforma l'universo sociale in un deserto solcato da individui-atomo, uno spazio omogeneo che si differenzia al suo interno solo per gradienti di reddito e potere; anche l'unità dialettico-dialogica del logos è sostituita da una totalità statica, oggettiva, apparentemente immodificabile, che si riflette in tutti gli ambiti della riproduzione sociale come in uno specchio. Possiamo dire che il conflitto tra la ragione comunitaria da una parte e la razionalità strumentale del capitalismo dall'altra sia la contraddizione principale, non solo in filosofia ma soprattutto in politica?
La democrazia è fortemente legata all'educazione; anche questa idea era tipica dei Greci, dal momento che il concetto di paideia era strettamente legato al concetto di comunità: non c'è comunità senza educazione comunitaria. Su questo punti i Greci antichi si dividevano, perché c'erano delle concezioni di paideia di carattere democratico e altre, come quella di Platone, che invece prefiguravano una specie di dittatura pitagorica dei filosofi-re. In ogni caso esisteva un legame tra la democrazia e la paideia. Questo concetto oggi è visto male perché si ha paura che la parola educazione voglia dire conformazione totalitaria a un unico modello autoritario di Stato, ma non è così, perchè l'educazione non deve essere confusa con un conformismo imposto dall'alto, come se l'uomo, invece di essere un politikon zoon, fosse unicamente uno zoon, un animale che deve essere addomesticato all'interno di uno Stato concepito come uno zoo oppure un circo. In realtà l'educazione è lo sviluppo onnilaterale delle capacità che ognuno porta in sé, delle proprie preferenze, dei propri bisogni ecc. Questa concezione dell'educazione comunitaria non ha nulla a che fare con l'idea della società concepita come insieme di individui competitivi, per cui il mercato capitalistico è esteso alla società in quanto tale. Non sto dicendo che si debba essere contro il mercato, che storicamente parlando si è rivelato capace di fornire una distribuzione abbastanza buona di servizi e di beni, ancorché questo non sia l'unico criterio per giudicarlo. Non si tratta di essere contro il mercato in nome di una pianificazione globale e totalitaria: questa sarebbe una concezione errata dell'uomo stesso. Il punto è che il mercato deve essere subordinato alla volontà politica, ovvero esattamente quello che oggi non è. Dunque educazione e democrazia sono contrapposte all'automatismo e della sottomissione dell'intera società alla unica logica cogente del mercato.
Conciliare democrazia e teoria delle classi non è semplice, almeno se diamo retta alla vulgata storico-filosofica contemporanea. In effetti spesso si è preferito rifiutare l'una o l'altra piuttosto che tentare una sintesi di entrambe. E' seguendo questa logica che Georges Sorel identificò la democrazia con la “mescolanza” delle classi, cioè il loro sfaldamento e snaturamento a opera delle dottrine del “dovere sociale” promosse da una borghesia decadente; si tratta quindi di sostituire alla falsa unità democratica il dualismo borghesia/proletariato, tramite una lotta violenta che trova il suo approdo finale nello sciopero generale. Tu proponi un altro tipo di “mescolanza” (anamixis), ispirata dalle riforme di Clistene, che permette la “prevalenza” del demos pur restando distinta dalla “dittatura democratica del proletariato” del pensiero comunista novecentesco. Come si inserisce questo concetto nella Tua visione complessiva della democrazia? Può essere considerato un superamento sia di una pensiero democratico che rifiuta la teoria classista sia di un classismo anti-democratico?
La teoria classista nacque nel settecento-ottocento e registrò un fatto storicamente reale, per cui non si può respingere il classismo di per sé. Il classismo è giusto nella misura in cui constata l'esistenza di una polarità tra borghesia e proletariato, tra proprietari dei mezzi di produzione e gruppi sociali privati di tale proprietà e che pertanto devono vendere la propria forza-lavoro. Quindi non si tratta di respingere il classismo, e chi lo fa si assume l'onere di provare che viviamo in una società non classista, il che è impossibile. Secondo me la vera questione è invece prima di tutto vedere se il classismo non si sia evoluto negli ultimi 50 o 100 anni in una forma nuova, che non può più essere spiegata con la polarità borghesia/proletariato ma che ha bisogno di nuove interpretazioni, e in secondo luogo se il classismo possa servire da strumento politico immediato per una ricostruzione egualitaria della società. Ora, il comunismo storico novecentesco si è basato sulla leva del classismo proletario operaio o dei contadini poveri per la riforma rivoluzionaria della società. Questo grande esperimento storico è fallito, perché si è rivelato darwinianamente più debole del suo interlocutore, cioè il capitalismo con le sue modificazioni interne. Ciò pone una domanda: questo fallimento del modello classista per la trasformazione della società deve essere inteso come una fallimento definitivo o come un fallimento provvisorio, che può essere ripreso in futuro, magari con piccole modificazioni? Questo è un problema, che richiede una discussione aperta. La mia personale impostazione è la seguente. Quando io faccio riferimento al concetto pitagorico-greco di anamixis intendo una mescolanza dei più ricchi e dei più poveri all'interno di una società che però sia in grado di abolire le forme estreme di povertà e di ricchezza, a favore di una medietà che la politica è in grado di dirigere. Questa forma di mescolanza può apparire di certo un passo indietro rispetto all'ideale della proletarizzazione globale dell'intera società portata avanti dal comunismo sovietico di Stalin e da quello cinese di Mao e può sembrare un ritorno a delle forme di riformismo socialdemocratico. Io però non avrei paura, perché tiro le conseguenze (magari sbagliando) del fallimento delle forme di classismo integrale sviluppate in Russia e in Cina. Se queste forme di classismo integrale realmente perseguite da Stalin e Mao (cosa che non durò qualche mese, ma decenni e decenni) sono fallite sulla base di una controrivoluzione delle classi medie sovietiche e cinesi (il che secondo me è un fatto storico da registrare, non una mia opinione personale) bisogna chiedersi se il progetto di proletarizzazione dell'intera società, che necessariamente portava a delle forme di potere burocratico (da questo punto di vista non era altro che una manifestazione superficiale di un processo profondo di livellamento sociale coattivo, il quale richiede ovviamente una dittatura, poiché non viene prodotto spontaneamente dalla società), può essere riproposto nella società contemporanea. Le risposte possono essere tre. La prima è pensare che si possano riproporre delle soluzioni staliniane e maoiste, dicendo che sono fallite perché non erano ancora mature; io questo non lo penso. La seconda porta a pensare che, dato il fallimento del progetto staliniano e maoista di livellamento sociale, il capitalismo nella sua attuale configurazione globalizzata sia l'unica forma di organizzazione sociale, pertanto bisogna ritenere le dittature fasciste e comuniste dei mostri che appartengono al passato e accettare il mondo così come è; io respingo anche questa seconda risposta. Poi c'è una terza soluzione, che secondo me è la linea da sviluppare nei prossimi decenni, cioè non riprendere il progetto di proletarizzazione forzata, pur riconoscendole un carattere storicamente positivo nel 1917 in Russia e nel 1949 in Cina, in quanto si contrapponeva a delle cose ancora peggiori (ovvero la prima guerra mondiale e il sistema feudale cinese), bensì proporre una democrazia che accetti l'esistenza di gruppi sociali con diverso accesso al consumo e al potere, regolati però da una politica che funziona come elemento di moderazione e di mescolanza. Questa secondo me è la terza via da percorrere, anche se deve essere ancora articolata, perché evocarla e basta come faccio io non ha alcun significato, se non si esprime in gruppi sociali concreti; però io penso che questo piccolo gruppo torinese di Socialismo XXI abbia questa impostazione.*La seguente intervista sarebbe dovuta comparire sul terzo numero della rivista Socialismo XXI; in seguito a problemi organizzativi, gli autori hanno concordato di diffonderla in rete e di metterla a disposizione di un pubblico più vasto. Nonostante faccia riferimento ad eventi ormai non recenti, crediamo che mantenga gran parte della sua attualità e del suo interesse.
Costanzo Preve: Democrazia, oligarchia e capitalismo
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L'uomo è un essere sociale, politico e comunitario (il politikòn zoon di Aristotele), è un essere dotato di ragione, linguaggio e capacità di calcolo (lo zoon logon echon sempre di Aristotele), un essere che ha un bisogno incoercibile ed assoluto di riconoscimento, da parte di un altro (Hegel, ma anche Lévinas), un essere generico che progetta la propria configurazione sociale (l'ontologia di Karl Marx), ed infine un animale fortemente simbolico (Cassirer). In questa sommaria elencazione io non ho volutamente inserito presunte tendenze all'accaparramento economico individualistico, alla concorrenza di mercato, ed in generale alla proprietà privata capitalistica fatta passare surrettiziamente per un “diritto naturale”. Nella mia personale concezione filosofica, l'uomo non è caratterizzato né dal cosiddetto “dono”, come ritiene la scuola francese anti-utilitarista (Mauss, Latouche, eccetera), né dal cosiddetto “mercato” inteso come virtuosa mano invisibile (Hume, Smith, eccetera). L'uomo può adattarsi sia al dono che al mercato. Semplicemente, il dono è preferibile razionalmente al mercato, perché dà luogo ad una configurazione sociale più solidale, da un lato, e meno istericamente orientata alla crescita ecologicamente distruttiva, dall'altro.
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Preve nel suo tentativo di attirare l'attenzione gettanto merda sui suoi ex compagni in ogni scritto mi è calato sotto le scarpe. Mi sembra goda ormai nell'essere usato comepo cavallo di troia dei fascisti. Dispiace perchè rimane una gran mente