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Risultati da 651 a 660 di 829

Discussione: Terries

  1. #651
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    Predefinito Re: Terryes

    Un tempo si diceva e si leggeva, che i figli del sole essendo diversi dai padani e dai nordici erano superiori perché da loro queste cose che leggiamo sui giornali non sarebbero mai capitate. Avrebbero fatto "resistenza."

    I noddici mollaccioni incapaci di reazione invece avevano il destino segnato. E così risate contro i teutoni, i padani, e i noddici. Adesso però tutta questa grande "resistenza" pare non vedersi e allora come la mettiamo?

    Il buonismo a me sembra che stia attecchendo in tutta Europa occidentale, e forse, tra non molto tempo attecchirà anche nella parte orientale. Già adesso vi è penetrato.

  2. #652
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    Predefinito Re: Terryes

    Guarda che era tutta una balla, una leggenda metropolitana messa in piedi per interesse da chi, tutelato dallo sctato comandato dalla loro mafia e quindi disonestamente approfittandone, sapeva bene di essere più debole. Allo scopo di darsi una parvenza di falsa quanto idiota superiorità; altro non poteva fare se non tentare di sminuire chi lo mantiene da sempre.
    Di qui poi nasce la "supremazia sudicia" nel settore pubblico, una vera piaga che ci porta alla rovina, compresa l'occupazione totale nel settore dello spettacolo cinema e tv, dove se non parli romanesco o terronico non sei nessuno.
    Sai che superiorità!
    Imposta per "legge".
    Proprio una superiorità da "resistenza".
    La resistenza dei nullafacenti.
    Sono solo e sempre ridicoli.
    Aggressivi e violenti, se vuoi, ma ridicoli.
    La superiorità, quella vera, è un'altra cosa.
    Che in Africa non esiste.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  3. #653
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    Predefinito Re: Terryes

    In giro con cappello da cowboy e pistola carica: arrestato pensionato
    di Dario Sautto
    In giro con un cappello da cowboy e una pistola carica in pieno centro: bloccato. I carabinieri della stazione di Boscoreale hanno arrestato Salvatore Pacera, un pensionato 65enne boschese già noto alle forze dell'ordine, resosi responsabile di detenzione e porto illegali di armi da fuoco e munizioni e di alterazione di armi.
    L’uomo è stato notato da un carabiniere della stazione di Boscoreale, mentre stava percorrendo a piedi e con fare sospetto via Giovanni Della Rocca con un vistoso e anomalo rigonfiamento, sotto il giubbotto. La perquisizione personale effettuata con l’ausilio di di alcuni colleghi, guidati dal luogotenente Massimo Serra, ha portato al ritrovamento e sequestro di una pistola a tamburo calibro 38 con 6 cartucce nel tamburo e di 22 cartucce dello stesso calibro tenute in una cartucciera. La perquisizione a casa sua ha invece portato al rinvenimento e sequestro di una pistola calibro 6,35 senza matricola, altre 32 cartucce calibro 38 e attrezzi meccanici per la modifica delle armi (tornio, fiamma ossidrica, trapani, banco da lavoro). L’arresto è stato convalidato: il gip ha disposto il trasferimento nella casa circondariale di Poggioreale.
    In giro con cappello da cowboy e pistola carica: arrestato pensionato | Il Mattino

    Scampia, 90enne trova la serratura cambiata e la casa occupata dalla figlia del boss
    L'anziano era andato via per qualche giorno per far visita alle sorelle
    Un anziano, dopo un'assenza di alcuni giorni per far visita alle sorelle, trova la serratura della porta di casa cambiata e l'abitazione, nel Rione Scampia di Napoli, svuotata di abiti ed effetti personali. Intervengono i carabinieri e si accerta che è stata la vicina: voleva andarci a vivere lei. Si tratta di Giuseppina Montanino, figlia di Fulvio, ammazzato nel 2004 in un agguato che fu la dichiarazione di guerra degli Scissionisti contro i Di Lauro.
    Dopo una telefonata al 112 i militari della stazione Quartiere 167 intervengono d'urgenza in via Attilio Micheluzzi 160: un 90enne segnala lo strano "malfunzionamento" della serratura di casa dopo una assenza di circa una settimana. Dopo i primi accertamenti, vengono fatti intervenire anche i vigili del fuoco che aprono la porta.
    La casa appare ripulita degli averi del 90enne: mancano gli abiti e gli effetti personali; ci sono ancora i mobili. Sul pavimento materiale per la pulizia di pavimenti e piastrelle che non appartiene all'anziano. Mentre vanno avanti gli accertamenti compare una 23nne che, insieme con la madre, al compagno e a un figlio piccolo abita accanto.
    La Montanino confessa di essere stata lei a fare tutto pensando che l'anziano fosse andato via e omette di rispondere sulla mancanza degli averi dell'uomo. Rifiuta di consegnare le chiavi, anche se ammette che è stata lei a far cambiare la serratura e che aveva intenzione di andarci a vivere con il compagno e il figlio piccolo.
    Il proprietario, dopo ulteriore cambio di serratura, viene rimesso in possesso della sua casa. La donna viene denunciata per violazione di domicilio aggravata. La sua posizione è all'esame degli investigatori anche riguardo alla mancanza delle cose del 90enne.
    Scampia, 90enne trova la serratura cambiata e la casa occupata dalla figlia del boss - Repubblica.it

    A Pozzuoli un megaquartiere con 45mila abitanti senz'acqua
    di Eduardo Improta
    È proprio il caso di dire “la goccia che ha fatto traboccare il vaso”. Nel tardo pomeriggio di martedì 13 giugno il mega quartiere di Monteruscello a Pozzuoli è rimasto improvvisamente a secco. Il disagio, che in tante case continua anche in queste ore, ha fatto letteralmente impazzire i social network e il centralino del comune, con cittadini infuriati in cerca di spiegazioni.
    «Il servizio idrico della Regione Campania ci ha ridotto improvvisamente la fornitura di acqua – dice in una nota il sindaco di Pozzuoli, Vincenzo Figliolia - causando in particolare problemi seri di approvvigionamento in tutta la zona di Monterusciello. Si tratta di una decisione scellerata, presa senza alcun preavviso da tecnici e dirigenti dell’ente regionale che mette in ginocchio 45 mila abitanti. Posso capire la siccità e l’emergenza idrica, ma non sono questi i modi di agire. Credo che andavano convocati tutti i sindaci per trovare una soluzione condivisa, come ad esempio una turnazione dell’approvvigionamento, che non penalizzasse in questo modo la nostra comunità. Mi metterò immediatamente in contatto con il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca per manifestargli il mio disappunto e cercare di trovare la migliore soluzione possibile per affrontare questa emergenza».
    A Pozzuoli un megaquartiere con 45mila abitanti senz'acqua | Il Mattino

    Banda specializzata in furti city-car
    17 arresti tra Napoli e Roma
    Diciassette arresti tra Roma e Napoli: è il bilancio dell'operazione Car2Go condotta dai carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Roma che hanno dato esecuzione ad un'ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal Gip presso il Tribunale di Roma, su richiesta della locale Procura della Repubblica, nei confronti di una banda specializzata nei furti di «City car», in particolare Smart «Fortwo» e di altre utilitarie prodotte da altre case automobilistiche, tra cui Toyota «Aygo» e Citroen «C1».
    I carabinieri hanno inoltre individuato una fitta rete di persone interessate ad acquistare pezzi di ricambio da reimmettere nel mercato della Capitale o in quello napoletano, anche tramite siti online. La banda applicava una sorta di «tariffario» dei prezzi in base alla tipologia e alla quantità di pezzi acquistati dagli indagati addetti alla ricettazione e riciclaggio.
    Banda specializzata in furti city-car ?17 arresti tra Napoli e Roma | Il Mattino

    Sassi contro il treno Napoli-Salerno
    ferita una turista giapponese
    di Dario Sautto
    Sassi contro treno in corsa, ferita una turista giapponese. L'episodio è avvenuto intorno alle 20 sul treno metropolitano Napoli-Salerno all'altezza di Torre Annunziata. Stando alle prime ricostruzioni, alcuni ragazzini avrebbero preso di mira il convoglio nei pressi delle Arcate borboniche di via Caracciolo, a Torre Annunziata. Un sasso è piombato all'interno di un vagone del treno attraverso un finestrino aperto e ha colpito alla fronte una giovane turista giapponese, causandole un taglio all'arcata sopracciliare.
    Sassi contro il treno Napoli-Salerno ferita una turista giapponese | Il Mattino

    "Paziente abbandonata in letto pieno di formiche"
    La denuncia dei Verdi all'ospedale San Paolo
    Luca Romano
    Una paziente sistemata su un letto sporco e sul quale si muove una colonia di formiche.
    E' l'immagine diffusa dal consigliere regionale campano dei Verdi Francesco Emilio Borrelli, che parla di "gravissimo caso di degrado e mala sanità all'ospedale San Paolo di Napoli, dove una signora è ricoverata in medicina generale al quinto piano ed è immersa tra le formiche in un letto sporco. Un livello di sciatteria e mancanza di igiene che non possiamo accettare da parte del personale medico".
    Borrelli ricorda che "sono anni che denunciamo la presenza di insetti compresi gli scarafaggi all'interno dell'ospedale e le rassicurazioni che ci hanno fornito fino ad oggi si sono rivelate inattendibili. Per questo chiediamo la rimozione immediata di tutti i responsabili e i membri del reparto che hanno permesso una simile vicenda. Il direttore sanitario inoltre dovrà dare serie spiegazioni anche in Commissione sanità dove lo faro' convocare per un'audizione e sulla cui azione amministrativa ho deciso di chiedere una inchiesta interna".
    "Paziente abbandonata in letto pieno di formiche" - IlGiornale.it

    Campania, la banda delle false Tac
    «Nascondi tutto, qua ci sono i carabinieri»
    di Giuseppe Crimaldi
    «Uno scenario sconsolante». Usa parole pesantissime il giudice per le indagini preliminari che ha firmato i sette arresti (ai domiciliari) degli attori dell’ultimo scandalo che scuote le fondamenta della sanità campana. Nelle 175 pagine dell’ordinanza vengono ricostruiti tutti i passaggi della maxi-truffa ai danni del sistema sanitario nazionale. Un sistema fondato sui falsi esami diagnostici prescritti e mai eseguiti ad ignari pazienti.
    Meccanismo criminale. Una vicenda che - a detta degli stessi magistrati della Procura - rimane per molti versi ancora inesplorata, e i cui contorni potrebbero allargarsi ulteriormente. «I fatti emersi - scrive il gip - denotano uno scenario sconsolante, un meccanismo criminale che corrode il sistema sanitario nazionale, costretto più volte a sospendere l’erogazione di servizi essenziali per il superamento del tetto massimo di spese: e ciò a discapito dei cittadini bisognosi di cure e di assistenza e in particolare dei non abbienti, pure costretti a pagare esami costosi come quelli della diagnostica (specie la Tac)».
    Le ricette rubate. Tutto ha inizio con il furto di un ingentissimo quantitativo di ricette «in bianco». Senza quei documenti indispensabili per ogni iniziativa in materia sanitaria tutto lo scenario prospettato da questa vicenda giudiziaria non sarebbe potuto accadere. «A sottrarle - scrivono gli inquirenti - fu Massimo Fermo, assistente amministrativo della Asl Napoli 2 di Ischia. Altre vennero contraffatte invece da Carlo Mautone, medico convenzionato». A chiudere il cerchio, sempre secondo i pm, sarebbero stati i gestori dei centri diagnostici finiti ai domiciliari. Il solo centro Ifo, di Pasquale Corvino, di ricette rubate ne avrebbe utilizzate qualcosa come 300. «Il centro Ifo - si legge nell’ordinanza - ha inoltrato per il pagamento ai competenti uffici della Asl Napoli 1 Centro anche numerose ricette che, sebbene non di provenienza furtiva, sono risultate comunque ideologicamente false in quanto emesse dal dottor Mautone in favore di pazienti che non hanno mai chiesto, né ricevuto, le prestazioni oggetto delle prescrizioni».
    Le accuse della direttrice Asl. Tra le prime ad accorgersi del comportamento infedele di Mautone fu la direttrice del Distretto 32 della Asl Na2. «Mautone - ha riferito ai pm - emise tra giugno e luglio 41 impegnative, e tutte riportavano diagnosi simili che prevedevano accertamenti non compatibili con la diagnosi e con costi elevatissimi. I miei sospetti trovarono conferma in quanto tutti i pazienti interpellati dichiararono di non aver mai eseguito gli esami prescritti».
    Le intercettazioni. Parlavano, e tanto, al telefono. Gli indagati - a cominciare da Pietro Schiavone - non lesinavano consigli e artifizi ai dipendenti dei propri centri diagnostici utili a mascherare le false prestazioni. «Schiavone - scrive il gip - senza rivestire alcun ruolo amministra di fatto e gestisce attivamente anche altri centri riconducibili a Pasquale Corvino e a sua moglie, tra i quali l’Ifo, Biotest, Galileo Galileo 2, Minerva 2».
    «Qui ci sono i carabinieri». Nel febbraio 2016 la segretaria di un centro telefona a Schiavone. È preoccupata: «Senti, qui ci sono di nuovo i carabinieri». E lui: «Un’altra volta?». «Stanno facendo un sacco di domande e vogliono sapere perché non c’è il titolare». Altra conversazione intercettata. Schiavone chiede a uno dei suoi impiegati di farsi passare Corvino e gli dice: «Devi fare qualche “ritocco” per cercare di arrivare a quella soglia di cui abbiamo parlato». Poi, avendo saputo che i militari sono tornati a fare accertamenti, conclude: «Dici a questi scemi la prossima volta che vengono che a noi ci pagano in base alla fattura e non in base alla ricetta».
    Napoli, la banda delle false Tac «Nascondi tutto, ci sono i carabinieri» | Il Mattino

    Ucciso e sciolto nell’acido, dopo 17 anni luce su un omicidio di mafia: 4 arresti
    La ricostruzione nelle intercettazioni
    di Luigi Ansaloni
    PALERMO. Il 26 ottobre del 2000, Giampiero Tocco fu sequestrato da un commando di uomini travestiti da poliziotti che avevano inscenato un posto di controllo a Terrasini.
    Quando l’uomo fu fermato era alla guida del suo fuoristrada, a bordo con lui c’era la figlia di sei anni che venne risparmiata. Dopo che i sequestratori lo portarono via, fu proprio la bambina a chiamare la madre e fornire poi indicazioni sull'accaduto attraverso un disegno.
    Il tutto venne registrato dalle microspie che i carabinieri avevano installato nel fuoristrada poiché sospettavano il coinvolgimento di Tocco nell’uccisione di Giuseppe di Maggio, figlio di Procopio, già reggente della famiglia mafiosa di Cinisi e storico alleato di Toto' Riina.
    A distanza di quasi 17 anni da quel giorno la procura di Palermo fa luce su quell’omicidio e i carabinieri del Nucleo Investigativo di Palermo hanno arrestato quattro persone accusandole di quell’omicidio. Si tratta di 4 importanti esponenti di cosa nostra: Ferdinando Gallina, Giovan Battista Pipitone, Vincenzo Pipitone e Salvatore Gregoli.
    Ucciso e sciolto nell?acido, dopo 17 anni luce su un omicidio di mafia: 4 arresti La ricostruzione nelle intercettazioni - Giornale di Sicilia

    Voti in cambio di speculazioni edìli:
    in manette l'ex sindaco Brancaccio
    di Marilù Musto
    Orta di Atella. Lo chiamavano «mister 80 per cento» perchè oltre dieci anni fa riuscì ad ottenere l' 80 per cento di voti dalla popolazione di Orta di Atella. Poi, nel 2007, la discesa politica con i guai giudiziari, dopo un valzer tra i vari partiti: da destra a sinistra. Oggi, l'arresto per associazione di stampo mafioso: Angelo Brancaccio, ex sindaco di Orta di Atella ed ex consigliere della regione Campania, è rinchiuso nel carcere di Secondigliano da questa mattina. Difeso dall'avvocato Mario Griffo, è accusato di aver avuto rapporti con il clan Russo-Schiavone e Mallardo di Giugliano in occasione della elezioni amministrative.
    Brancaccio ha 57 anni ed è stato il primo cittadino del Comune atellano dal 1996 fino al 2015, con una breve interruzione nel 2007 per un precedente arresto.
    In cambio della sua rielezione, Brancaccio, avrebbe garantito la speculazione edilizia sul suo territorio attraverso il rilascio di permessi a costruire illegittimi, in assenza del piano urbanistico approvato. In questo modo, la popolazione di Orta di Atella - comune che confina con Marcianise sul fronte Casertano e con Caivano sul fronte Napoletano - è cresciuta in maniera esponenziale. Mancano, però, i servizi essenziali nelle nuove zone residenziali: fogne, strade e spazi verdi.
    La conformazione di Orta di Atella è completamente cambiata: dove c'erano i campi coltivati, ci sono ora casermoni di cemento che sfioravano i cavi elettrici di alta tensione. E pensare che il toponimo Orta deriva dal termine latino hortua (col diminutivo Hortula) plurale di Hortus, cioè orto, giardino, terreno coltivato perchè sin dalla remota antichità, i terreni erano sfruttati per la coltivazione di prodotti agricoli.
    Voti in cambio di speculazioni edìli: in manette l'ex sindaco Brancaccio | Il Mattino

  4. #654
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    Predefinito Re: Terryes

    Napoli, maxi rissa in famiglia: cinque donne in ospedale
    di Melina Chiapparino
    Mega rissa in famiglia e tutta al femminile con un bilancio di 5 donne finite in ospedale. L’aggressione consumata tra le mura domestiche di un’abitazione in via Parma, una delle stradine a ridosso di piazza Nazionale, è avvenuta poco prima delle 14 ed ha coinvolto due famiglie diverse che se le sono date di santa ragione. A colpirsi con pugni, calci, schiaffi e violente tirate di capelli sono state donne, giovani e più mature, che inizialmente hanno urlato ed attirato l’attenzione dei vicini fino all’esplosione di una vera e propria rissa.
    Le ambulanze del 118 intervenute sul posto, hanno trasportato le ferite all’ospedale Loreto Mare dove i sanitari hanno riscontrato la presenza di policontusioni in varie parti del corpo, traumi facciali, cranici e mandibolari stilando i referti che certificano 10 giorni di prognosi per la ferità più traumatizzata, un referto di 8 giorni e altri tre referti di 7 giorni.
    Particolare non trascurabile è stata la constatazione da parte dei medici della mancanza di porzioni del cuoio capelluto su alcune delle vittime, dovute allo strattonamento per i capelli.
    Napoli, maxi rissa in famiglia: cinque donne in ospedale | Il Mattino

    Litiga per un posteggio e spara col fucile: arrestato a Palermo
    PALERMO. La polizia ha arrestato Cristian Lucera, 26 anni, accusato di aver sparato, ieri, in via Casalini due colpi di fucile contro un furgone dopo una lite per futili motivi. Un automobilista aveva chiesto a Lucera di spostare l'auto. Il giovane si è rifiutato e ha iniziato a picchiare un uomo.
    Nel corso della lite il giovane ha lesionato un tendine del dito alla vittima. Non contento è andato a casa in via del Berrettaro ha preso un fucile ed è tornato in via Casalini. Qui ha esploso due colpi di fucile.
    Gli agenti della sezione Contrasto al crimine diffuso sono riusciti a ricostruire quanto avvenuto. Il giovane è stato arrestato di porto abusivo di arma da sparo e denunciato per danneggiamento e lesioni personali. Indagini sono in corso per trovare il fucile.
    Litiga per un posteggio e spara col fucile: arrestato a Palermo - Giornale di Sicilia

    Furti in autostrada, fermati due ladri napoletani: derubavano i turisti nelle aree di servizio
    Polizia stradale in azione nelle aree di servizio dell'autostrada
    di Francesco Faenza
    EBOLI - Rubavano le valige dei turisti e i computer dei professionisti nelle macchine parcheggiate nelle aree di sosta dell'autostrada.
    Francesco Cesarano, 41 anni, e Ciro Puggillo, 42 anni, entrambi di Napoli, sono stati fermati questa mattina dalla polizia stradale di Eboli.
    L'operazione è stata coordinata dall'ispettore capo, Antonio Quaranta. Gli agenti ebolitani avevano ricevuto diverse denunce e segnalazioni. I due napoletani si appostavano nelle aree di servizio lungo l'Autostrada del Mediterraneo (A2).
    Puntavano la vittima. Studiavano i loro movimenti. Un ladro seguiva i turisti o il professionista nell'autogrill. Il secondo pregiudicato realizzava il colpo, svuotando la macchina. I professionisti si ritrovavano così senza computer e senza borsa di lavoro. Decisamente peggio andava ai turisti che scoprivano di aver perso le valige e ogni tipo di ricambio.
    Con l'arrivo dell'estate, la polizia stradale ha aumentato i pattugliamenti delle aree di servizio. Le telecamere della videosorveglianza hanno offerto un contributo importante alle indagini. Spesso, i malviventi vengono identificati grazie all'occhio del grande fratello. In quest'occasione, i poliziotti ebolitani hanno raccolto le denunce dei derubati e si sono appostati in un'area di servizio dove hanno notato i due malviventi in azione.
    Furti in autostrada, fermati due ladri: derubavano turisti nelle aree servizio | Il Mattino

    NEL FOGGIANO
    Denutrita e abbandonata
    tra escrementi 60enne invalida
    A San Giovanni Rotondo denunciato il figlio 25enne. La donna era su una sedia a rotelle, in stato di abbandono e viveva in pessime condizioni igieniche
    SAN GIOVANNI ROTONDO (FOGGIA) - Una donna di 60 anni, invalida, sulla sedia a rotelle, denutrita e in stato di abbandono, è stata soccorsa e salvata dai carabinieri che hanno denunciato il figlio di 25 anni, incensurato del luogo, perché resosi responsabile di 'abbandono di persona incapace".
    Nel corso di controlli nelle campagne di San Giovanni Rotondo, una pattuglia di militari aveva notato, nei pressi della propria abitazione colonica, la donna, invalida, costretta a muoversi, con grande fatica, da sola su una sedia a rotelle, in un evidente stato di denutrizione e visibilmente trasandata.
    Preoccupati delle condizioni della donna, i militari hanno controllato anche all’interno dell’abitazione, constatandone le pessime condizioni igienico sanitarie e il totale stato di abbandono nel quale la donna era costretta a vivere. Dopo aver richiesto l’intervento del 118 e dei servizi sociali territorialmente competenti, la signora è stata trasportata al pronto soccorso dell’ospedale Casa Sollievo della Sofferenza, dove i sanitari hanno riscontrato che la donna era affetta da disidratazione estrema, piaghe da decubito, edemi malleolari. La donna è stata ricoverata ed è ora seguita dai servizi sociali.
    Denutrita e abbandonata tra escrementi 60enne invalida - La Gazzetta del Mezzogiorno

    Litigò con due fotografi: chiesti 3 anni di carcere per Gigi D'Alessio
    Il pm Macchiusi chiede di condannare a 3 anni di carcere Gigi D'Alessio. Nel 2007 il cantante strappò di mano a due paparazzi le macchine fotografiche
    Gianni Carotenuto
    Gigi D'Alessio è di nuovo nei guai. Il popolare cantante napoletano è sotto processo a Roma per una vicenda risalente al 2007, quando strappò di mano le macchine fotografiche a due paparazzi davanti alla sua villa dell'Olgiata, nella capitale.
    Il pm Cristiana Macchiusi ha chiesto ai giudici di condannare D'Alessio a 3 anni di carcere: la sentenza è attesa per giovedì.
    I fatti. L'11 gennaio 2007 Gigi D'Alessio si trovava nei pressi della sua casa romana in compagnia di Anna Tatangelo. Due fotografi si erano appostati a poca distanza dalla villa dell'artista, nella speranza di sorprenderlo insieme alla sua nuova fidanzata, quando il gossip sul loro rapporto ancora impazzava.
    Accortosi di essere pedinato, D'Alessio chiese ai fotografi di andare via, ma non lo fecero. Ne nacque uno scontro verbale trasformatosi ben presto in una colluttazione. Come ha raccontato il diretto interessato, "di fronte all'insistenza dei paparazzi che non volevano andarsene da lì, decisi di affrontarli assieme a Roberto Di Maria" (suo collaboratore, anch'egli imputato).
    Le due parti riuscirono a trovare un accordo, per quanto precario. Secondo la testimonianza del cantante, i paparazzi risposero positivamente alla sua richiesta di consegnargli le macchine fotografiche: D'Alessio voleva verificare che non fossero state scattate foto.
    "Non presi le loro attrezzature per impadronirmene, ma furono loro a darmele per dimostrare che non avevano fatto alcuno scatto", le parole del compagno di Anna Tatangelo, che ha aggiunto: "I borsoni con gli apparecchi li diedi poi ai carabinieri che steso un regolare verbale".
    Tuttavia la versione di D'Alessio non ha convinto i pm, che hanno chiesto di condannarlo a 3 anni di carcere per rapina, credendo dunque alla versione riportata dai due paparazzi, secondo i quali D'Alessio li aveva derubati dei propri strumenti di lavoro.
    Litigò con due fotografi: chiesti 3 anni di carcere per Gigi D'Alessio - IlGiornale.it

    Napoli, nuova denuncia: "Scarafaggi e zanzare all'ospedale San Giovanni Bosco"
    Nuova denuncia del consigliere regionale dei Verdi Francesco Emilio Borrelli: "Ci sono scarafaggi tra i medicinali e emergenza zanzare all'ospedale San Giovanni Bosco di Napoli"
    Ginevra Spina
    Dopo le formiche, gli scarafaggi tra i medicinali: la denuncia arriva ancora una volta dal consigliere dei Verdi Francesco Borrelli che denuncia la situazione di degrado in cui versano i pazienti di un altro ospedale napoletano, il San Giovanni Bosco.
    Francesco Emilio Borrelli, consigliere regionale campano dei Verdi, è tornato a denunciare la malasanità in Campania a una settimana dalla foto scandalo di una paziente dell'ospedale San Paolo di Napoli a letto ricoperta di formiche. Questa volta a fare scalpore è la presenza, verificata da Borrelli in un'ispezione notturna, di scarafaggi e nugoli di zanzare all'ospedale San Giovanni Bosco del capoluogo campano.
    Caldo infernale, zanzare al pronto soccorso, scarafaggi tra i medicinali: questo lo scenario che si è trovato davanti il consigliere durante un'ispezione all'ospedale. "Dopo avere ricevuto alcune segnalazioni sono andato a verificare. Ho trovato l'aria condizionata rotta, i parenti che cercavano di allontanare le zanzare dai degenti - ha spiegato Borrelli - E tra i medicinali ho visto che c'erano diversi scarafaggi".
    "Molti cittadini ci segnalano che l'emergenza zanzare va avanti da giorni con un picco in queste ultime ore. Alcuni pazienti sedati o anziani vengono letteralmente "divorati" dalle zanzare senza alcuna possibilità di reagire - prosegue Borrelli - Per questo i parenti di alcuni ricoverati gravi passano le giornate e fanno i turni a difendere i loro cari dall'aggressione di insetti. La situazione è inaccettabile. Non è possibile tollerare un tale livello di disattenzione nella gestione quotidiana". ​
    "Io continuo a fare ispezioni a campione, di notte. Parlo con i pazienti e il personale medico. Controllo ogni volta che mi arriva una segnalazione. Ma come è possibile che si intervenga subito solo dopo le mie denunce? I direttori degli ospedali devono iniziare a prendersi le loro responsabilità - ha commentato Borrelli - Il problema è la mancanza di responsabilità. Gestiscono le strutture e poi non è mai colpa loro? No, devono iniziare a prendersi le responsabilità. Io come consigliere regionale non dovrei occuparmi di formiche e scarafaggi, non dovrebbe essere necessario".
    Napoli, nuova denuncia: "Scarafaggi e zanzare all'ospedale San Giovanni Bosco" - IlGiornale.it

    Infiltrazioni camorristiche a giudizio ex sindaco tecnici e vigili urbani
    Inchiesta sul comune di Pago del Vallo di Lauro: tutti rinviati a giudizio gli undici imputati. Il giudice per l’ udienza preliminare, Francesco De Falco Giannone, ha rinviato a giudizio, al termine delle discussioni degli altri legali degli imputati e della camera di consiglio, tutti gli imputati finiti nell’inchiesta condotta dalla direzione distrettuale antimafia di Napoli, coordinata dal pubblico ministero Francesco Soviero che avrebbe messo a nudo il sistema di controllo delle organizzazioni criminali attive nella zona sulle scelte e decisioni dell’ente comunale durante il mandato di Giuseppe Corcione.
    Infiltrazioni camorristiche: a giudizio ex sindaco, tecnici e vigili urbani | Il Mattino

    Siracusa, arrestato il comandante del nucleo di polizia tributaria
    Il tenente colonnello Massimo Nicchiniello accusato di corruzione nell'ambito dell'inchiesta Mose di Venezia per fatti avvenuti quando prestava servizio a Udine
    Somme di denaro, costosi regali in cambio di grossi sconti nelle sanzioni previste per evasioni fiscali. Con queste pesanti accuse, relative agli anni in cui prestava servizio a Udine, è stato arrestato a Siracusa il comandante del nucleo di polizia tributaria, il tenente colonnello Massimo Nicchiniello in Sicilia da dieci mesi.
    Nicchiniello è uno dei sedici indagati dalla Procura di Venezia nell'ambito dell'inchiesta Mose.
    Siracusa, arrestato il comandante del nucleo di polizia tributaria - Repubblica.it



    La figuraccia della Tav di Afragola
    Blitz dei Nas per le autorizzazioni:
    chiuso il bar, inibito il parcheggio
    Sette sono le «piaghe» scoperte nella stazione Tav «La porta del Sud» di Afragola, inaugurata solo pochi giorni fa, nel corso di un blitz dei carabineri del Nas, dei tecnici dell'Asl Napoli 2 Nord, dei Vigili del fuoco e dei carabineri coordinati sul posto dal pm Giovanni Corona della Procura di Napoli Nord.
    Chiuso l'unico bar della stazione poiché sprovvisto di autorizzazione e 5mila euro di multa emessi. Inibita l'area di parcheggio della stazione perché non ancora autorizzata; per le somme incassate finora ci potrebbe essere anche un risvolto penale. Inoltre, l'impianto antincendio non è risulato a norma, in attesa di essere verificato da specialisti dei vigili del fuoco. Non solo: l'impianto di climatizzazione e riciclo dell'aria era clamorosamente sprovvisto del motore. E' stato inoltre constatato che le uscite di sicurezza davano direttamente sull'area del cantiere ancora aperto. Nemmeno un kit di pronto soccorso, né i defibrillatori erano presenti nella stazione. Su collaudo e l'agibilità sono ancora in corso approfonditi accertamenti. Grande imbarazzo dei tecnici presenti.
    La figuraccia della Tav di Afragola Blitz dei Nas per le autorizzazioni | Il Mattino

    Tav di Afragola, piove nella stazione appena inaugurata
    Tetto colabrodo nella stazione Tav inaugurata quasi due settimane fa, la pioggia di ieri ha fatto gocciolare acqua all'interno
    Agata Marianna Giannino
    È bastata la pioggia di ieri per far emergere una nuova falla della grande opera progettata. Nella stazione tav di Afragola - quella super tecnologica, che promette di fare da volano per lo sviluppo del territorio e di tutto il Sud, inaugurata in pompa magna appena dodici giorni fa dal premier Paolo Gentiloni - il tetto è un colabrodo. Le lievi precipitazioni che si sono abbattute l’altro giorno sulla zona hanno fatto gocciolare acqua piovana all’interno. Gli addetti alle pulizie si sono armati di secchi e stracci e hanno provato a porvi riparo. Impossibile, però, nascondere ciò che era evidente a tutti.
    A distanza di soli sei giorni dall’avvio del servizio di trasporto, una nuova mazzata, dopo quella inferta dalla Procura di Napoli Nord, entrata in azione giovedì. Il pm Giovanni Corona aveva disposto un sopralluogo mirato a verificare lo stato dei lavori in una struttura ancora da completare. Era arrivato sul posto con i carabinieri del Nas e i Vigili del fuoco per tutte le verifiche del caso. Ma la visita era terminata con la chiusura amministrativa del bar - unico esercizio commerciale che era stato aperto – e con la sospensione dell’attività del parcheggio. Non erano in regola con le dichiarazioni di inizio attività. Inoltre il sistema antincendio di tutta la struttura non era a norma e problemi c'erano con le vie di fuga e il kit di pronto soccorso.
    Ma la “patata bollente” in questo momento è un’altra. Sotto la lente di ingrandimento degli inquirenti c’è il sottosuolo del parcheggio. Nei prossimi giorni dovrebbero essere effettuati dei carotaggi per scoprire se ci sono rifiuti speciali tombati, e di che tipo. Risale a una decina di anni fa la scoperta di “monnezza” durante gli scavi eseguiti per gettare le basi della “Porta del Sud”. Non è mai stato chiarito di che tipo di materiale si trattasse e nemmeno come sia stato smaltito. L’inchiesta a cui sta lavorando la Procura punta chiarirlo e a svelare se il nuovo hub ferroviario nasce sull'immondizia.
    Tav di Afragola, piove nella stazione appena inaugurata - IlGiornale.it

    Il disastro delle ferrovie in Puglia:
    più soldi agli avvocati che ai treni
    Il tribunale di Bari ha salvato le Fse dal fallimento. Ma la relazione del commissario è impietosa in fatto di sprechi. Le spese legali erano il doppio di quelle per la manutenzione delle linee. E a un ingegnere sono stati saldati 54 milioni
    di Claudio Del Frate
    Poche ore prima che due treni delle Ferrovie del Sud Est si scontrassero frontalmente in provincia di Lecce, provocando il ferimento di 27 persone, il tribunale di Bari aveva salvato la medesima società dal tracollo finanziario. La Ferrovie del Sud Est (Fse), di recente acquisita dalle Fs, è stata ammessa infatti al concordato preventivo: evita il fallimento e subordina il futuro a un sì da parte dei creditori che si riuniranno il 12 dicembre prossimo. Il via libera della magistratura non può cancellare però una vicenda fatta di sprechi mostruosi, inadempienze, spese folli che hanno portato la Fse (che gestisce le linee a sud di Bari) ad accumulare 200 milioni di debiti verso 400 soggetti diversi. I nuovi proprietari dell’azienda dopo l’incidente hanno assicurato che sono in corso investimenti per l’adeguamento tecnologico della rete ma anche l’ultimo incidente è frutto di un errore umano mescolato ad arretratezze tecniche.
    Credito fantasma da 76 milioni
    La summa delle nefandezze accumulate dalle Ferrovie del Sud est è contenuta nella relazione presentata al ministero delle infrastrutture (e da questo girata alla procura) il 20 marzo scorso dal commissario chiamato a salvare il salvabile dopo l’estromissione dei vecchi amministratori. «La Fse ha smarrito la propria missione: il trasporto pubblico locale» scrive il commissario analizzando come l’azienda, che aveva a libro paga 1.500 dipendenti, avesse accumulato debiti verso fornitori, dipendenti, l’Inps, le banche. la contabilità viene definita «fittizia»e frutto di «comportamenti che configurano profili importanti di responsabilità» come ad esempio un credito di 76 milioni dalla Regione Puglia che quest’ultima disconosce. In compenso viene sottolineato come la rete fosse antiquata, registrando solo nella provincia di Bari 26 punti di rallentamento e nemmeno un km elettrificato in quella di Lecce mentre l’età media dei mezzi è superiore ai 20 anni.
    La beffa dei locomotori tedeschi
    Al momento in cui il commissario ha firmato la relazione, su 27 treni solo 8 erano «in totale efficienza» e 13 erano completamente fermi. Di 25 carrozze acquistate nel 2010 ne circolavano solo 3, mentre i 3 locomotori tedeschi acquistati nello stesso periodo « costati 5.602.683... non hanno mai trasportato un passeggero, due addirittura non sono riusciti a percorrere neppure pochi metri, uno ha effettuato pochi chilometri di prova rientrando in stazione ingloriosamente trainato». Su questi ultimi veicoli circola un aneddoto: uno degli ostacoli alla loro entrate in servizio fu data dal fatto che il libretto delle istruzione era scritto in tedesco, lingua ignota tra i ranghi delle Fse. Risultato? «Il livello di puntualità nel 2015 è stato inferiore all’80% con un calo di oltre 7 punti rispetto al 2014».
    Il dottore fuori stanza. A Roma
    Ma se questi erano i livelli di efficienza del servizio, in quale buco nero finivano i soldi? La relazione commissariale parla di servizi esternalizzati «eseguiti con affidamento diretto» affidati con «innumerevoli proroghe che in alcuni casi non venivano nemmeno formalmente notificate». Viene raccontato un caso concreto di spreco: «Dal 1998 un dirigente dell’azienda era distaccato a oma presso la segreteria tecnica del ministero dei trasporti..nonostante il distacco a tempo pieno l’azienda ha continuato per 17 ani a farsi carico dello stipendio». Nessuno ha mai saputo dell’esistenza di questo dirigente-fantasma, fino a quando quest’ultimo non è stato colpito da un provvedimento di arresti domiciliari. Anche il direttore del personale svolgeva la sua attività da Roma, in una sede appositamente presa in affitto, percepiva 220mila euro l’ano e una indennità di trasferta per venire a Bari. «Una trasferta all’incontrario - ironizza il commissario - non per recarsi fuori dall’azienda ma per venire in azienda».
    Più soldi agli avvocati che ai treni
    A conti fatti «si è nel tempo prodotta una pletora di incarichi che sono andati sovrapponendosi e moltiplicandosi fino a determinare una fittissima ragnatela che ha lentamente, ma inesorabilmente soffocato la società». Viene segnalato il caso di un dirigente, l’avvocato Luigi Fiorillo al quale, calcola la relazione, sono stati corrisposti in dieci anni compensi totali superiori a 13 milioni di euro. La sola gestione dell’archivio è costata 717mila euro in 8 anni mentre il contenzioso con il personale (4mila fascicoli) aveva generato spese legali per un volume superiore di due volte alle spese per la manutenzione dei treni. Ma il record dei beneficiati spetta a uno studio tecnico esterno ai quali le Fse hanno pagato complessivamente parcelle per 54 milioni di euro.
    Scontro tra treni in Puglia: il disastro delle ferrovie - Corriere.it

  5. #655
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    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  6. #656
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    Predefinito Re: Terryes

    Lo scooter non sta molto bene
    Caricato in ambulanza (a Roma)
    Impazza sul web l’incredibile fotografia di un curioso soccorso. Sospeso l’infermiere.
    Follie romane: scooter caricato su un’ambulanza del 118 come un normale paziente. Lo racconta l’agenzia Adn Kronos. La foto, scattata da un passante - e rilanciata da Welcome to favelas, pagina Facebook - mostra uno scooter trascinato su una passerella all’interno di un’ambulanza dell’Ares 118 (agenzia regionale per l’emergenza sanitaria). E subito è scattata sul web la corsa al commento più ironico e tagliente. Medaglia d’oro con merito a chi ha scritto su Facebook: «Deve avere la pressione bassa».
    Dall’assessorato regionale alla Sanità sono intervenuti, hanno identificato l’infermiere. L’uomo, che ora dovrà fornire una spiegazione, è stato sospeso, mentre una segnalazione, con foto allegata, è stata inviata anche alla procura della Repubblica. Lo scooter, prontamente soccorso, invece sta meglio
    Lo scooter non sta molto bene Caricato in ambulanza (a Roma) - Cronaca Roma



    Padova, carabiniere drogava e stuprava le turiste: altre 14 lo accusano
    di Lino Lava
    I nodi arrivano al pettine uno alla volta. Ma adesso per Dino Maglio, o Leonardo, come gli piaceva farsi chiamare dalle sue vittime, è la resa dei conti. Il pubblico ministero Giorgio Falcone chiede il rinvio a giudizio del carabiniere di giorno e stupratore di notte. Sono quattordici le ragazze che accusano l'ex militare di origini pugliesi. Sono tutte turiste straniere che ospitava nel suo appartamento dell'Arcella, dove le drogava e le violentava. Tutte giovanissime che lo contattavano tramite il sito Couchsurfing perché volevano essere ospitate per trascorrere qualche giorno a Padova e a Venezia. Il sostituto procuratore Falcone chiede il giudizio per violenza sessuale aggravata, stato di incapacità procurato mediante violenza e concussione.
    L'ex carabiniere, trentasettenne, ha sulle spalle una condanna a 6 anni e 6 mesi di reclusione. E' stato giudicato con il rito abbreviato il 13 aprile 2015 dal giudice dell'udienza preliminare Mariella Fino. Si trattava del caso di una sedicenne liceale australiana, entrata in contatto con l'ex carabiniere e ospitata a casa sua grazie al sito web. Secondo l'accusa il carabiniere avrebbe drogato la ragazza con un cocktail di limoncello e pastiglie a base di benzodiazepine, e poi l'avrebbe violentata. Lo scorso febbraio ad aggravare la posizione del carabiniere erano state anche le denunce di altre 14 ragazze che erano state ospitate a casa sua e avevano subito lo stesso trattamento.
    Carabiniere drogava e stuprava le turiste | Il Mattino

    ARRESTATO A BARLETTA
    Figlio del boss perde alle slot e si riprende i soldi rapinando
    BARLETTA - Era in regime di affidamento in prova ai servizi sociali in una comunità di Trani ma questo non gli ha impedito di giocare alle slot machine in un bar di Barletta, perdere 900 euro, minacciare il gestore del bar per riavere il denaro e successivamente rapinare il titolare della ditta fornitrice delle slot. Per questo un 37enne di Barletta, con diversi precedenti penali, Salvatore Santeramo, figlio del noto boss Pasquale, è stato arrestato.
    La misura è stata emessa dal Tribunale di Trani e notificata presso il carcere di Lecce dove Santeramo era detenuto per altri reati. Il giorno in cui perse al gioco, il 25 marzo scorso, secondo quanto ha ricostruito la polizia, l’uomo costrinse il gestore del bar a chiamare il titolare della ditta delle slot e farlo andare al bar per riavere il denaro perso al gioco. Quando l'uomo arrivo' lo rapino' di 650 euro e del cellulare per impedirgli di chiamare le forze dell’ordine. Importanti per la identificazione, sono state le immagini delle telecamere di video sorveglianza.
    Figlio del boss perde alle slot e si riprende i soldi rapinando - La Gazzetta del Mezzogiorno

    Napoli, spunta il diplomificio: fino a cinquemila euro per la Maturità facile
    «Un'organizzazione criminale che prevede fino a un pagamento di 500 euro per ottenere la residenza fittizia». E' la denuncia del criminologo Gennaro Imperatore, ex garante regionale per l’infanzia.
    «Melito è invasa da centinaia di ragazzi che sarebbero arrivati nella cittadina alle porte di Napoli per sostenere l’esame in alcuni istituti privati della zona dopo aver spostato, fittiziamente, la loro residenza a Melito e dintorni».
    L'istituto privato al centro di quest'ennesimo scandalo avrebbe sede a Secondigliano. Ci sarebbe addirittura un tariffario, con prezzi fino a 5.000 euro per gli esami da sostenere e superare senza particolari problemi».
    «La vicenda - ricordano Borrelli e Caiazza - richiama alla memoria altre simili avvenute qualche anno fa e che, in qualche modo, coinvolsero anche Belsito, l’ex tesoriere della Lega, che s’era diplomato in un istituto privato di Frattamaggiore».
    Napoli, spunta il diplomificio: la Maturità costa cinquemila euro | Il Mattino

    Puglia, barricate contro un depuratore: adesso le abbiamo davvero viste tutte
    Succede in provincia di Taranto, tra Manduria e Sava, in una delle poche realtà della regione senza fogne e impianti di trattamento delle acque.
    di Francesco Cancellato
    È una storia che viene dalla Puglia e no, non riguarda le manifestazioni contro la costruzione del gasdotto Tap (che nel caso ve lo steste chiedendo continua), bensì le proteste di due comuni, Sava e Manduria, contro la costruzione di un depuratore in località Urmo Belsito. Le cronache di ieri, peraltro, raccontano di una decina di manifestanti che hanno impedito l'avanzata delle ruspe, contro il riavvio dei lavori.
    Che male possa fare un depuratore che prende le acque reflue e le pulisce, è domanda legittima. Tanto più in una regione come la Puglia che di depuratori ne ha circa duecento. Mistero. Fatto sta che tra Sava e Manduria, provincia di Taranto, di impianti di trattamento delle acque reflue non ne vogliono sapere. Nonostante non abbiano fogne e il liquame finisca nel sottosuolo.
    Facciamo un passo indietro. Il depuratore di Manduria e Sava, viene autorizzato dalla Regione Puglia nel 2009 senza alcun voto contrario, non fosse altro per il fatto che evita alla Puglia una nuova infrazione comunitaria, con multa annessa. Si tratta di un progetto come tutti gli altri. Il depuratore tratta le acque reflue, le pulisce separando i fanghi e poi - è la legge a disporlo - individua un “corpo idrico superficiale” come area di recapito finale delle acque ripulite. Il mare, visto che in Puglia non ci sono fiumi. Così come avviene con gli altri quasi duecento depuratori.
    Intanto i liquami continuano a essere scaricati nei pozzi neri e nel sottosuolo, ma poco importa. E poco importa che dopo nove anni abbondanti il depuratore sia ancora una chimera. E che la multa dell’Europa, se va avanti così, prima o poi finirà per arrivare
    E qui cominciano i guai. In estrema sintesi: il Comune di Manduria individua l’area della palude del Conte per scaricare le acque reflue, la popolazione insorge e il Comune fa marcia indietro. Allora opta per la battigia, ma una seconda insurrezione blocca di nuovo tutto. Quindi si decide per una maxi condotta sotterranea, che porta lontano dalla costa le acque reflue ripulite. Risultato? Nuova insurrezione, nuova marcia indietro. Il tutto, nonostante il progetto del depuratore di Manduria preveda pure un impianto di affinamento, che depura ulteriormente le acque per renderle idonee all’uso agricolo. Sì, esattamente quel che chiedono i NoDep. Mistero, di nuovo.
    Il caso si ingrossa e diventa pop quando in testa alla battaglia contro il depuratore arriva Romina Power, spalleggiata per la prima volta dopo anni dall’ex marito Al Bano. Apriti cielo: i manifestanti si guadagnano le copertine di Chi e un posto in scaletta nei programmi pomeridiani di cronaca rosa. Intanto i liquami continuano a essere scaricati nei pozzi neri e nel sottosuolo, ma poco importa. E poco importa che dopo nove anni abbondanti il depuratore sia ancora una chimera. E che la multa dell’Europa, se va avanti così, prima o poi finirà per arrivare. Ai manifestanti basta dire No. Il resto è roba altrui.
    Prosit, quindi. Agli abitanti di Manduria e Sava e alla loro battaglia contro le acque pulite. Allo scarico a mare dei reflui depurati, obbligatorio per legge, già realtà per quasi duecento depuratori pugliesi, ma pietra dello scandalo per quello di Manduria. Ai liquami che per ogni giorno di ritardo finiscono nel sottosuolo e in mare, preferiti a una condotta sottomarina che trasporta acque affinate, prive di qualunque inquinante. Alla clemenza degli eurocrati, che si troveranno di fronte alla più paradossale delle multe. Alla nostra salute. Alla nostra rovina.
    Puglia, barricate contro un depuratore: adesso le abbiamo davvero viste tutte - Linkiesta.it

    Falsificate nuove banconote 50 euro, presa banda nel Palermitano
    La 'banda degli onesti' (ma decisamente molto meno di Toto', Peppino e Giacomo Furia) era composta da madre, figlia e cognato. Avevano piazzato le nuove banconote da 50 euro, ben fatte, ma false, a diversi commercianti della provincia di Palermo, fino a quando uno di loro non si e' accorto del raggiro. Cosi', i carabinieri della Stazione di Baucina, con la collaborazione dei colleghi delle Stazioni di Ciminna e Ventimiglia di Sicilia, hanno arrestato mamma, figlia e dal fidanzato di quest'ultima, riusciti a scambiare ben otto banconote della nuova Serie Europa messa in circolazione solo lo scorso aprile.
    I tagli sono stati utilizzati per effettuare acquisti di vario genere in sette esercizi commerciali; in un caso hanno avvicinato anche un anziano che, inconsapevolmente, ha scambiato loro il denaro contraffatto con banconote vere. L'ottima fattura delle banconote fasulle ha tratto tutti in inganno: solo un commerciante di Ciminna, insospettitosi, ha avvisato i carabinieri. Sono scattate le ricerche estese anche ai comuni di Ventimiglia di Sicilia e di Baucina. Ed e' proprio qui che, i carabinieri, grazie alla descrizione diramata, sono riusciti a riconoscere i tre malviventi a bordo di un'auto: vano il loro tentativo di fuga conclusosi dopo un breve inseguimento. Trovati 370 euro in banconote legali, consegnate loro dai commercianti, nonche' la merce acquistata poco prima.
    Falsificate nuove banconote 50 euro, presa banda nel Palermitano

    Hacker fanno affari rubando identità. Quattro arresti: la base era a Napoli
    Infettavano i computer di aziende e privati in diverse regioni italiane e poi chiedevano soldi per "curare" computer e sistemi informatici ed evitare la perdita di dati e l'accesso a utenze. E' l'accusa mossa dalla Procura distrettuale di Catania, su indagini del compartimento della Polizia postale Sicilia orientale, a sette persone, quattro delle quali sono state arrestate nel Napoletano.
    Nei loro confronti il Gip ha emesso un'ordinanza che ipotizza i reati di associazione per delinquere finalizzata alla commissione di estorsioni, frodi informatiche, accessi abusivi e danneggiamenti a sistemi informatici, sostituzioni di persone e truffe. L'operazione è denominata "Criptolocker", dal nome del malware che è in grado di bloccare e criptare tutti i dati contenuti in Pd e sistemi informatici.
    L'organizzazione aveva la sua base operativa a Napoli, ed è stata scoperta da agenti della polizia postale Sicilia Orientale, che ha sede a Catania, dopo le indagini avviate in seguito alla denuncia per accesso abusivo e per tentata estorsione di un imprenditore etneo, i cui sistemi informatici erano stati colpiti dal virus Criptolocker.
    Analizzando dati informatici e tabulati telefonici e, servendosi di intercettazioni telefoniche, è stato possibile risalire all'identità degli hacker che erano specializzati anche nella realizzazione di frodi informatiche, di accessi abusivi a sistemi informatici, di truffe e di sostituzioni di persona. Sono stati accertati attacchi informatici ad aziende alle quali sono state sottratte le credenziali di accesso ad indirizzi di posta elettronica, a conti correnti online e a piattaforme di vendita digitali.
    Lo schema era quello del "man-in-the-middle": si sostituivano a professionisti, trattavano con i loro clienti, concludevano affari e, indicando coordinate bancarie relative a conti correnti a loro riferibili, si impossessavano dei relativi guadagni. Anche in questo caso, una delle vittime è stato un imprenditore catanese. Il gruppo aveva anche l'intenzione di creare un sito web falso di un istituto bancario, per carpire i dati di home banking dei clienti. Le vittime del gruppo sono state identificate in molte regioni italiane: numerose le aziende interessate dai raggiri informatici, diverse decine i privati truffati, decine di migliaia di euro i proventi illeciti.
    Hacker fanno affari rubando identità quattro arresti: la base era a Napoli | Il Mattino

    Squinzano, uccise ciclista per vendicare un sorpasso
    condannato all'ergastolo
    Il gup del Tribunale di Lecce Vincenzo Brancato ha condannato all’ergastolo per omicidio e altri reati un automobilista ritenuto responsabile di aver investito deliberatamente due ciclisti (uccidendone uno e ferendo l’altro) per vendicarsi di un alterco scaturito da un sorpasso. Il giovane torno' indietro dopo aver superato i ciclisti, invase la corsia sulla quale si trovavano, li travolse e fuggi' senza prestare soccorso. Fu arrestato dai carabinieri la sera stessa dell’incidente, il 22 gennaio 2016. I fatti avvennero sulla strada che collega Squinzano alla marina di Casalabate, in Salento.
    L’imputato è accusato di omicidio volontario aggravato da futili motivi, tentato omicidio, lesioni personali aggravate, omissione di soccorso, resistenza a pubblico ufficiale e riciclaggio di un’auto rubata.
    Squinzano, uccise ciclista per vendicare un sorpasso condannato all'ergastolo - La Gazzetta del Mezzogiorno

    Aria nelle vene dei pazienti: è caccia al barelliere killer
    Un'inchiesta su diversi omicidi che sarebbero stati provocati dal barelliere di un'ambulanza privata è stata avviata dalla procura di Catania
    Luca Romano
    Un'inchiesta su diversi omicidi che sarebbero stati provocati dal barelliere di un'ambulanza privata accusato di avere iniettato dell'aria nelle vene di malati terminali per accelerarne il decesso è stata avviata dalla Procura di Catania a seguito delle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia.
    Adesso è caccia al barelliere killer che avrebbe agito per trarre un guadagno dall'intervento di agenzie funebri amiche. Il decesso avveniva durante il trasporto dall'ospedale di Biancavilla a casa dei pazienti. I casi sarebbero iniziati nel 2012. Le prime rivelazioni il pentito le aveva fatte in un'intervista a Le Iene e poi si era recato in Procura per riferire i fatti di sua conoscenza. Carabinieri della compagnia di Paterno', su delega dei magistrati della Dda etnea, hanno acquisito cartelle cliniche in ospedale.
    Aria nelle vene dei pazienti: è caccia al barelliere killer - IlGiornale.it

    Napoli, sedici anni di multe non riscosse: in cassa manca mezzo miliardo
    di Paolo Barbuto
    Quante cose si potrebbero fare con mezzo miliardo di euro: sistemare strade, potenziare il trasporto pubblico, dare assistenza agli studenti disabili, restituire dignità a una città nella quale il degrado sta facendo inesorabilmente scomparire la bellezza.
    Quei cinquecento milioni oggi dovrebbero stare al sicuro nelle casse del Comune di Napoli, invece non ci sono. Rappresentano la cifra delle multe per le infrazioni al codice della strada che i napoletani non hanno pagato negli ultimi 16 anni e che l'Amministrazione non è riuscita a incassare. Quella cifra adesso è semplicemente un numero da spostare qua e là nei bilanci per spiegare che, sulla carta, quei soldi sarebbero esigibili, anche se alla fine è difficilissimo andarseli a prendere, praticamente impossibile.
    Il conto generale delle multe non pagate dal 2002 viene fuori all'indomani della pubblicazione sul nostro giornale della notizia sul «mistero» della riscossione delle contravvenzioni nel 2017: in due documenti ufficiali il Comune prima spiega di essere riuscito a riscuotere quasi dieci milioni, poi sostiene di averne incassati solo cinque. Potrebbe sembrare una banale questione di bilancio, roba da commercialisti, invece si tratta di un dettaglio importante perché il 50% di quegli introiti dovrebbe essere versato direttamente ai vigili per consentire l'acquisto di strutture e mezzi moderni e adeguati: «Vogliamo sapere qual è la cifra esatta - tuona in un comunicato ufficiale il Csa, il sindacato dei vigili - anche perché quel denaro è fondamentale per un Corpo che è talmente in crisi da non potersi permettere nemmeno le radio per comunicare».
    Sulla vicenda è intervenuto Enrico Panini, fresco assessore al Bilancio, il quale ha offerto un chiarimento che, pero', non fa che generare ulteriore caos. L'assessore, per mezzo di un comunicato, spiega: «Il dato di 10 milioni si riferisce al totale degli introiti derivanti dal procedimento per violazioni al codice della strada (nei primi mesi del 2017), importo omnicomprensivo delle entrate riscosse per le sanzioni al codice della strada, per il recupero delle spese postali, delle infrazioni ai regolamenti comunali e delle entrate per le sanzioni pecuniarie. Di questo importo sarebbero già incassati oltre 7 milioni».
    Il dettaglio dal quale si genera l'ulteriore caos è che il documento ufficiale del Comune in cui viene riportata la cifra vicina ai dieci milioni di euro chiarisce con fermezza due punti: che si tratta solo di «riscossioni per violazioni al Codice della Strada», e non di altre infrazioni ai regolamenti comunali, come sostiene l'assessore Panini; ma, soprattutto, quel documento «certifica che sono state riscosse sanzioni per un importo di 9.632.250,63 euro», numero decisamente superiore rispetto ai sette milioni di cui parla l'assessore al Bilancio. Insomma, invece di fare chiarezza, questo intervento aggiunge nuovi elementi di confusione a una vicenda che comincia ad apparire troppo complessa per essere spiegata.
    Per definitiva chiarezza, la cifra contenuta nell'ultimo documento ufficiale di palazzo San Giacomo (datato 19 giugno), è quella al ribasso che leggete nel grafico: per cui ai vigili, probabilmente, andrà la metà del denaro promesso in precedenza.
    Comunque il mistero dei conti dell'anno in corso rappresenta una piccola goccia nell'oceano delle contravvenzioni non riscosse dal Comune di Napoli. Si tratta di una escalation clamorosa, come potete vedere voi stessi dando un'occhiata alla tabella. Dal 2002 ad oggi le cifre crescono in maniera esponenziale con il picco più importante piazzato nel 2010 con 85 milioni di multe ancora da incassare. Pero' il vero, e profondo, disastro sul fronte della riscossione delle contravvenzioni si manifesta a partire dal 2011, con l'avvento sulla poltrona di sindaco di Luigi de Magistris. In totale nei dieci anni della gestione Iervolino (per la quale, pero', va segnalato che mancano i dati dei primi sei mesi di mandato) sono stati accumulati poco più di 200 milioni di contravvenzioni non riscosse, per l'esattezza 212.133.454,42. Nei sei anni di amministrazione de Magistris (abbiamo contato sei mesi del 2011, sottratti alla Iervolino, e questi primi sei mesi del 2017), invece la mancata riscossione delle multe per il codice della strada si è attestata sulla spaventosa cifra di 330 milioni e centomila euro.
    Ultimo dettaglio da tenere in considerazione. La casella degli incassi attuali delle multe non pagate nel 2016 è pari a zero perché si tratta di verbali «freschi» di contestazione per i quali non sono ancora scattate le procedure di riscossione coattiva. Quando verranno spedite le prime cartelle esattoriali per le multe non pagate l'anno scorso, allora anche quella casella inizierà a riempirsi. Ma anche le procedure di riscossione forzata ottengono scarsi risultati. In pochi corrono a saldare il debito quando ricevono la cartella di Equitalia, il resto dei napoletani finge di non averla avuta e va avanti senza preoccupazione. Del resto se ci sono ancora da recuperare 85 milioni del 2010, chi volete che si prenda la briga di correre a pagare una contravvenzione che risale appena allo scorso anno?
    Sedici anni di multe non riscosse In cassa manca mezzo miliardo | Il Mattino


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    Predefinito Re: Terryes

    Cosenza, sindaco "pizzicato" in moto senza casco dai carabinieri
    Privo anche di assicurazione è stato multato
    Emanuela Carucci
    A Fuscaldo, in provincia di Cosenza, fioccano multe eccellenti. E non si fanno "sconti" neanche per il sindaco, a maggior ragione se viene fermato mentre è in moto senza casco e senza assicurazione.
    Una scena simile a quella del film "Il vigile" con lo strepitoso sketch tra Sordi e De Sica.
    A darne notizia è La Gazzetta del Sud. Gianfranco Ramundo, che lo scorso anno ha vinto le elezioni con la lista civica “La nostra Fuscaldo” è incappato nella disavventura.
    A fermarlo i carabinieri con tanto di posto di blocco in pieno centro cittadino.
    Cosenza, sindaco "pizzicato" in moto senza casco dai carabinieri - IlGiornale.it

    Marano, guasto all'impianto idrico
    «Città senza acqua per 48 ore»
    di Ferdinando Bocchetti
    Marano. Una tegola si abbatte su almeno 30-35 mila abitanti: c'è un nuovo, l'ennesimo guasto alle pompe idriche che servono buona parte della città. Le pompe sono fuori uso da stasera e lo saranno, secondo le previsioni dei tecnici comunali, per almeno 36-48 ore. Un'enormità. I lavori dovranno essere eseguiti da una ditta specializzata. E' l'ennesimo guasto all'impianto idrico, fatiscente e vestusto. I residenti, già duramente colpiti dai diagi dei giorni scorsi, sfogano la loro rabbia sui social network e sollecitano interventi da parte del Comune.
    Guasto idrico nel Napoletano «Città senza acqua per 48 ore» | Il Mattino

    Napoli, incubo botte, spari e rapine:
    il lungomare è il regno delle babygang
    di Paolo Barbuto
    Sul lungomare liberato, ognuno ha il suo drammatico racconto da presentare: tutti eventi recenti, perché qui ogni sabato diventa far west. Su via Partenope scivola un fiume di ragazzini tracotanti e arroganti che vanno a caccia di violenza. Quanti sono? «Si aggregano a gruppi di trenta, quaranta elementi e ci sono in media dieci gruppi a fare casino fra la gente». Qual è l’età media? «Hanno fra i dieci e i quindici anni, al massimo sedici». Cosa fanno? «Cercano i deboli, ragazzini indifesi, più raramente anziani. Li accerchiano, li prendono in giro, rubano soldi e cellulari, poi li aggrediscono a calci e pugni. Se reagiscono si prendono anche una coltellata».
    Se pensate che queste righe siano una esagerazione giornalistica vi invitiamo a fare un giro su via Partenope, fermandovi a chiacchierare con chi vive questa strada notte e giorno, esercenti, garagisti. Scoprirete storie che non immaginate, capirete che il lungomare non è «liberato» ma occupato dai violenti, guarderete anche voi i conti e scoprirete che gli affari del sabato (quelli più importanti) negli ultimi mesi sono scesi del 50 per cento: «Perché la gente ha capito che è meglio stare lontani da via Partenope. Le famiglie vengono una volta, si rendono conto di quel che succede e non tornano più», racconta sconsolato Lorenzo Di Lillo di Rossopomodoro. Nel locale c’è anche Gianluca Amoroso, pure lui affranto: «Le volanti passano, ma nella ressa ogni intervento è difficile. Ci vorrebbe un presidio a piedi, un controllo serrato. Ma qui sono soprattutto i ragazzini che portano violenza: intervenire su minorenni di undici, dodici anni, è complicato. E poi sono tantissimi, impossibile arginarli».
    Botte, spari e rapine: lungomare regno delle babygang | Il Mattino

    Morì per un «errore diagnostico»
    L'autopsia inchioda 4 medici:
    «Inutile l'intervento all'addome»
    di Ciriaco M. Viggiano
    Sorrento. «I medici dell’ospedale di Sorrento hanno una responsabilità negli eventi che portarono alla morte» della paziente, avendo agito «senza la dovuta prudenza, diligenza e perizia». Parole pesanti come macigni, quelle messe nero su bianco dall’equipe che ha effettuato l’autopsia sulla salma di Elena Migliozzi, la 77enne di Gragnano morta a settembre 2015 dopo un’operazione alla milza. Una vicenda per la quale sono indagati per omicidio colposo quattro medici dell’ospedale «Santa Maria della Misericordia» di Sorrento: i chirurghi Pietro Gnarra e Loris Tango, più i radiologi Lucio Vitale e Chiara D’Errico.
    La vicenda risale al 10 settembre 2015, quando Migliozzi viene ricoverata nell’ospedale di Vico Equense per un ematoma alla gamba sinistra. I sanitari la sottopongono ad accertamenti per poi disporne il trasferimento a Sorrento. Il motivo? Dall’ecografia è emersa la presenza di liquido nell’addome, il che rende necessaria una tac per verificare possibili lesioni interne. Al «Santa Maria della Misericordia» gli esami vengono effettuati, dopodiché Migliozzi viene sottoposta a un’ulteriore tac di controllo all’addome dalla quale risulta una presunta lesione della milza. A quel punto la 77enne, che perde sangue dalla gamba sinistra già da un giorno e mezzo, viene operata.
    Ed ecco la sorpresa: in sala operatoria, i medici si accorgono che la milza è intatta. Migliozzi, affetta da pregressi problemi di salute, viene infine trasferita in Rianimazione dove il 13 settembre le sue condizioni si aggravano fino alla morte. Dopo la denuncia presentata dal figlio della donna, la Procura di Torre Annunziata apre un’inchiesta. Due i nodi da sciogliere: quella diagnosticata a Migliozzi era davvero una lesione delle milza? E l’intervento al quale la 77enne fu sottoposta era effettivamente necessario? Interrogativi ai quali adesso, a distanza di quasi due anni dall’autopsia, sono i medici legali a dare una risposta parlando di «evidente errore diagnostico».
    Quella che in Radiologia era stata indicata come una «lacerazione traumatica della milza», infatti, altro non era che «una normale variante anatomica» di quell’organo. E non finisce qui: indipendentemente dall’errore commesso dagli specialisti che sottoposero la paziente alla tac, la scelta di eseguire una laparotomia esplorativa fu «del tutto inadeguata alla luce dei dati clinici e strumentali pre-operatori» in possesso dei medici. Secondo l’equipe medico-legale, dunque, la causa del decesso risiede fondamentalmente nell’«affezione infettiva alla gamba».
    Paziente morta: «Errore diagnostico» L'autopsia inchioda 4 medici | Il Mattino

    "Il pizzo degli ufficiali della Marina Militare come quello della criminalità organizzata". L'inchiesta choc
    di Guido Ruotolo, inviato a Taranto
    È la maledizione della città dei Due Mari. Per ogni appalto, commessa, fornitura che la base della Marina militare doveva (ma forse ancora deve) attivare, c’è una tangente del 10%. Stiamo parlando di almeno una decina di milioni di tangenti finora accertate. La maledizione sta nel fatto che anche i nuovi arrivati, gli ufficiali che hanno preso il posto dei vecchi arrestati o indagati, sono stati a loro volta arrestati. Per concussione. Scrive il gip: «Chiedevano il pizzo con brutale e talora sfacciata protervia alla stessa stregua della malavita organizzata».
    C’è una intercettazione che rivela lo spessore criminale di Giovanni Di Guardo, spedito da Roma, dallo Stato Maggiore, nel luglio del 2015, a Taranto, quale nuovo direttore di Maricommi Taranto, la base navale, proprio in sostituzione degli ufficiali che erano stati coinvolti nella precedente indagine.
    Di Guardo parla con un imprenditore quando non ha ancora preso possesso del suo nuovo incarico: «Quando io vengo fisicamente con i mobili, con le valigie da Roma, ti dovresti far trovare al casello a Massafra, prima ancora che apro la bocca: “scusa questo è…quello che ti devo dare”, a Massafra. Cioè ancora io manco so dov’è, devo ancora arrivare a Taranto, ad aprire la casa. Una persona minimamente intelligente… per cui tu rientri nel giro, allora, c’è Valeriano, c’è Gianni e c’è pure Piero».
    Chiaro? Prima ancora di arrivare a Taranto, l’ufficiale della Marina vuole che l’imprenditore gli porti i soldi a Massafra, alle porte della città.
    Quello che era il fiore all’occhiello di Taranto, che aveva una spiccata vocazione marinaresca prima che arrivasse, nel 1965, l’Italsider, e cioè il comparto della Marina Militare con la sua base e l’Arsenale, si sta rivelando un corpo malato con un cancro da estirpare il prima possibile.
    L'indagine
    «Le attività di indagine - spiega il Pm Maurizio Carbone - hanno accertato l’esistenza all’interno della base militare navale di Taranto di un sistema corruttivo ben collaudato e risalente nel tempo, tanto da coinvolgere in gravissime, plurime e reiterate condotte illecite numerosi comandanti di reparto che nel tempo si alternavano al comando del cosiddetto “sistema del 10%” con riferimento alla percentuale di tangenti che sistematicamente applicavano agli imprenditori sul valore degli appalti per beni e servizi agli stessi affidati».
    Gli arresti
    Dal 2013 ad oggi ci sono state già tre ondate di arresti, con una ventina in gran parte ufficiali della Marina militare, e una quarta, si può presumere, potrebbe arrivare con il nuovo anno.
    L’inchiesta del Pm Maurizio Carbone aveva avuto il suo primo arresto il 12 marzo del 2013, quando il comandante del V Reparto, Roberto La Gioia, fu incastrato in flagranza di reato mentre intascava da un imprenditore una tangente. Era stato lo stesso imprenditore che aveva vinto una gara per il ritiro e il trattamento delle acque di sentina della Marina militare di Taranto e a Brindisi, a denunciare ai carabinieri le minacce e le,richieste di tangenti per poter lavorare. Aveva vinto un appalto di 650.000 euro, che avrebbe comportato una tangente di 65.000 euro, divisa in due rate mensili da 2.000/2.500 euro. E proprio ritirando l’ultima di questa rata, l’ufficiale è stato arrestato in flagranza.
    A casa sua sono state trovate cinque buste bianche sigillate con 36.000 euro e in ufficio altri 8.000 euro. E poi due pen-drive con la contabilità delle tangenti, degli imprenditori vessati e, con i nomi siglati, gli altri complici interni alla Marina con cui dividere i soldi.
    E da allora lo schema non è cambiato.
    Colpisce il loro senso di impunità, come se fossero convinti che non sarebbero mai stati beccati, anche i nuovi sostituti degli incarcerati.
    Ufficiali corrotti, capitani di vascello finiti in carcere o ai domiciliari. Comandanti della base trascinati nel fango. Due reparti, in particolare, focolai di questi tumori da estirpare, il IV e il V Che si occupavano di forniture e di carburanti e lubrificanti.
    Minacciavano, gli estorsori ufficiali. Chi non pagava, rischiava di ritrovare perennemente sotto la pila il suo mandato di pagamento. Il 21 luglio il giudice dovrà decidere sulle 9 richieste di rito abbreviato mentre altri 7 indagati hanno chiesto di patteggiare. Ma quello che inquieta è che questa inchiesta è un po’una Catena di Sant’Antonio. Non finisce mai.
    "Il pizzo degli ufficiali della Marina Militare" - Tiscali Notizie

    Come si ammazza e si scioglie nell’acido un bambino di 13 anni …Lettura fortemente sconsigliata per tutti, tranne per quelli che ritengono che Toto' Riina debba avere “una morte dignitosa”…!
    Una lettura altamente sconsigliata.
    Un pentito racconta, con dovizia di dettagli, come Brusca ammazzo' e sciolse nell’acido il piccolo Giuseppe Di Matteo, reo, alla sua tenera età di 13 anni, di avere un padre che parlava troppo.
    Non consiglio di proseguire la lettura. A Voi proprio non lo consiglio. Lo consiglio, invece, a chi ritiene che Toto' Riina debba avere una “morte dignitosa”… Leggete, leggete tutto, fino alla fine. Scoprite perchè qualcuno, un fesso, un altro morto ammazzato, defini' la mafia una MONTAGNA DI MERDA. Leggete e ditemi che morte dignitosa si puo' dare a vermi del genere…!
    “L’ho ucciso e sciolto nell’acido
    Vi racconto quell’orrore”
    Nell’altro processo per il rapimento e l’omicidio di Giuseppe Di Matteo, il 28 luglio 1998, è stato ascoltato il pentito Vincenzo Chiodo. Il verbale di quell’udienza è una lucida ricostruzione dell’orrore perpetrato da Cosa nostra. Eccolo.
    AVVERTENZA: I CONTENUTI DI QUESTA PAGINA SONO MOLTO CRUDI E POTREBBERO URTARE LA SENSIBILITA’ DI CHI LEGGE.
    Chiodo Vincenzo all’udienza del 28 luglio 1998 ha anch’egli raccontato le fasi della uccisione del bambino, soppresso la sera dell’11 gennaio 1996. Ricordava bene tale data, giacchè mancava appena un mese e un giorno al suo compleanno, essendo egli nato il 12 febbraio 1963.
    Enzo Salvatore Brusca era arrivato verso le ore 21 a bordo di una Fiat Uno pilotata da altra persona che Chiodo, nascosto tra i cespugli a fumare una sigaretta, non aveva riconosciuto. Era sceso dalla macchina, aveva saluto il suo accompagnatore, che era andato subito via, ed era andato incontro al collaborante che frattanto era uscito allo scoperto.
    Enzo Brusca lo aveva messo sottobraccio e gli aveva detto “figliolo, andiamo!”, ritenendo che fossero a piedi. Chiodo aveva prelevato la macchina che aveva in precedenza nascosto ed insieme avevano raggiunto la casa di Giambascio. Appena davanti al cancello, Brusca gli aveva chiesto del bambino, che non aveva più rivisto sin da quando era stato portato a Giambascio. Il collaborante lo aveva rassicurato che stava bene e che quel giorno aveva mangiato delle uova che il ragazzo stesso aveva cucinato, avendo a disposizione un fornellino. Aveva manifestato contemporaneamente il desiderio di vederlo ed, avendogli egli fatto presente che aveva lasciato nella sua abitazione in paese il telecomando per azionare il saliscendi e le chiavi per aprire la porta di ferro, aveva detto di soprassedere sino all’arrivo di Giuseppe Monticciolo. Chiodo aveva cosi' appreso che doveva sopraggiungere pure quest’ultimo.
    Costui era arrivato poco dopo ed aveva esplicitamente comunicato che si doveva uccidere il bambino, senza specificare chi ne avesse impartito l’ordine; aveva contemporaneamente chiesto a Vincenzo Chiodo – il quale aveva già intuito la terribile sorte che stava per toccare all’ostaggio attraverso l’eccessivo interessamento dimostrato dal Brusca verso il ragazzo – se se la sentisse di farlo.
    Enzo Brusca aveva mostrato una certa riluttanza e, nel vano tentativo di soprassedere, aveva fatto presente che Chiodo non aveva con sè il telecomando e che oltre tutto occorreva prelevare l’acido presso tal “Funcidda” per dissolvere il corpo, la nafta per attivare il generatore di corrente elettrico ed altro.
    Quando Monticciolo aveva, dunque, comunicato quella sera la suprema decisione, dopo che Enzo Brusca, avanzando difficoltà organizzative, aveva proposto che la macabra operazione fosse rinviata all’indomani e dopo che era prevalsa la linea oltranzista del Monticciolo medesimo, si erano un po’ consultati per distribuire a ciascuno il proprio compito, essendovi parecchia indecisione su chi dovesse materialmente uccidere il bambino. Monticciolo proponeva, infatti, che fosse il Chiodo o il Brusca ad agire, dicendo: “lo fai tu, lo faccio io”; Enzo Brusca in apparenza manifestava la volontà che il Chiodo ne fosse tenuto fuori, ma in concreto voleva verificare se il collaborante si facesse avanti.
    Ad ogni buon conto, avevano organizzato le operazioni preliminari: Monticciolo si era allontanato adducendo che si recava a prendere l’acido presso tale “Funcidda”, che il collaborante sconosceva; Chiodo si era recato in paese per prendere nella sua officina un fusto in lamiera, uno scalpello e un mazzuolo per scoperchiare il fusto. Si era poi ricordato che un recipiente siffatto era custodito a Giambascio, sicchè si era limitato a prelevare un bruciatore a gas, lo scalpello, il mazzuolo, il telecomando, le chiavi e ad acquistare presso il distributore di carburante la nafta.
    Munito dell’occorrente necessario, il collaborante era ritornato in campagna e poco dopo era tornato pure Giuseppe Monticciolo, portando due fustini di plastica di circa venti litri pieni di acido; aveva, quindi, prelevato da un capanno uno dei fusti utilizzati per conservare la nafta, lo aveva portato dentro casa e con scalpello e martello aveva provveduto a scoperchiare il fusto, cercando di fare il minor rumore possibile.
    Compiuta tale operazione, tutti e tre insieme avevano portato giù nel bunker il fusto appena tagliato e i due fustini di acido, depositandoli davanti la porta della cella dell’ostaggio. Monticciolo aveva contemporaneamente riferito al Chiodo che doveva far scrivere al bambino una lettera, nella quale egli comunicava al nonno che era stato abbandonato da tutti, che aveva tentato il suicidio impiccandosi con le lenzuola, ma che era stata salvato. Insieme – Monticciolo e Chiodo – ne avevano poi indicato il testo al bambino, invitandolo a preparare la missiva che avrebbero ritirato dopo.
    Erano risaliti nel piano superiore, uscendo fuori, e avevano cenato nella cucina sottostante, mangiando carne arrostita in padella, preparata dal Chiodo. Dopo cena, che si era svolta in un clima del tutto tranquillo, il collaborante aveva tagliato un pezzo di corda da una fune che si trovava all’esterno ed Enzo Brusca l’aveva annodata per formare il cappio.
    Erano ridiscesi nel bunker; Chiodo si era fatto consegnare la lettera, ritirandola dalla mani del ragazzo senza fare uso di guanti (tanto da essere stato rimproverato dal Monticciolo per il fatto che avrebbe potuto lasciare pericolose impronte digitali); si erano infine apprestati a compiere la macabra operazione dello strangolamento.
    Chiodo, nonostante che Enzo Brusca avesse prima manifestato il suo dissenso a che egli intervenisse, si era fatto avanti in omaggio alla regola che più volte gli aveva ripetuto lo stesso Brusca: “Mai tirarsi indietro su qualsiasi eventuale occasione”. Era del tutto tranquillo, non lo impensieriva minimamente il fatto che dovesse uccidere un bambino: “… il dovere era piu` forte di questo, cioe` perche’ li` non e` che uno poteva rifiutare al momento questo, perche’ poteva succedere diciamo il peggio”. In quel momento non aveva neppure pensato ai suoi figli; se ne era vergognato di fronte a loro quando aveva fatto la sua scelta di collaborare.
    Era la prima volta che uccideva una persona; in precedenza aveva collaborato con i medesimi soggetti e con l’aggiunta di Romualdo Agrigento all’occultamento di cadaveri.
    Sempre in controesame, Chiodo ha aggiunto che, quando si doveva strangolare il bambino, sia il Monticciolo che Enzo Brusca gli avevano detto: “Va beh, lo fai appoggiare li` al muro, gli metti la corda al collo, la tiri che poi noi ti aiutiamo”. In effetti Chiodo – cosi' come gli era stato ordinato – aveva fatto appoggiare il bambino al muro con le braccia alzate, gli aveva messo la corda al collo, l’aveva tirata ed erano intervenuti gli altri. In pochi attimi il piccolo era rimasto soffocato.
    Il collaborante, quasi con aria di compiacimento, ha spiegato in dettaglio tutte le operazioni compiute; aveva aperto la porta; il ragazzo stava in piedi vicino al letto ed ha cosi' proseguito il suo racconto:
    “Si, allora gia` eravamo nella stanza, io ho aperto la porta…, ho fatto pure fatica ad aprire la porta perche’ era quasi arrugginita, perche’ giu` c’era molta umidita`…, c’era sempre la condensa del corpo che stava chiuso senza avere un’aria … come in altre case. Allora io ho detto al bambino – io ero ancora incappucciato – ho detto al bambino di mettersi in un angolo cioe` vicino al letto, quasi ai piedi del letto, in un angolo con le braccia alzate e con la faccia al muro. Allora il bambino, per come io gli ho detto, si e` messo di fronte il muro, diciamo, a faccia al muro. Io ci sono andato da dietro, ci ho messo la corda al collo. Tirandolo con uno sbalzo forte, me lo sono tirato indietro e l’ho appoggiato a terra. Enzo Brusca si e` messo sopra le braccia inchiodandolo in questa maniera (incrocia le braccia) e Monticciolo si e` messo sulle gambe del bambino per evitare che si muoveva. Nel momento della aggressione che io ho buttato il bambino giu` e Monticciolo si stava avviando per tenere le gambe, gli dice “mi dispiace”, rivolto al bambino, “tuo papa` ha fatto il cornuto”. Nello stesso momento o subito dopo Enzo Brusca dice “ti dovevo guardare meglio degli occhi miei”, dice, “eppure chi lo doveva dire?”, queste sono state le parole diciamo al bambino.
    Io mi ricordo il bambino, cioe` me lo ricordo quasi giornalmente la faccia, diciamo, mi ricordo sempre, ce l’ho sempre davanti agli occhi. …Il bambino non ha capito niente, perche’ non se l’aspettava, non si aspettava niente e poi il bambino ormai non era.. come voglio dire, non aveva la reazione piu` di un bambino, sembrava molle, … anche se non ci mancava mangiare, non ci mancava niente, ma sicuramente.. non lo so, mancanza di liberta`, il bambino diciamo era molto molle, era tenero, sembrava fatto di burro…, cioe` questo, il bambino penso che non ha capito niente, neanche lui ha capito, dice: sto morendo, penso non l’abbia neanche capito. Il bambino ha fatto solo uno sbalzo di reazione, uno solo e lento, ha fatto solo quello e poi non si e` mosso piu`, solo gli occhi, cioe` girava gli occhi … A me poi mi sono cominciate tremare le gambe ed io ho lasciato il posto a Monticciolo, che lui mi ha detto di andare anche sopra, dopo che pero` il bambino penso che gia` era morto perche’ si vedeva che gia` gli occhi proprio al di fuori… vedevo la bava che gli usciva tutta dalla bocca. Ed io sono uscito, nell’attimo che stavo andando sopra a vedere se c’era movimento strano … e ho visto il Monticciolo che tirava forte la corda e con il piede batteva forte nella corda per potere stringere ancora il cappio, nella corda… Ho preso un pochettino d’aria, sono risceso e ho detto a Monticciolo “dammi di nuovo a me la corda” e il Monticciolo dice “va beh, lascia stare”, finche` poi il bambino gia` era morto. Enzo Brusca ogni tanto si appoggiava al petto del bambino per sentire i battiti del cuore, quando ha visto che il bambino gia` era morto mi ha ordinato Enzo Brusca a me “spoglialo”. Io ho spogliato il bambino e il bambino era urinato e si era fatto anche addosso dalla paura di quello che abbia potuto capire, diciamo, o e` un fatto naturale perche’ e` gonfiato il bambino. Dopo averlo spogliato, ci abbiamo tolto, aveva un orologio al polso e tutto, abbiamo versato l’acido nel fusto e abbiamo preso il bambino. Io l’ho preso per i piedi e Monticciolo e Brusca l’hanno preso per un braccio, l’uno, cosi`, e l’abbiamo messo nell’acido e ce ne siamo andati sopra. Andando sopra abbiamo lasciato il tappo del tunnel socchiuso per fare uscire il vapore dell’acido che usciva… Quando siamo saliti sopra Enzo Brusca e Monticciolo mi hanno baciato, dicendo che mi ero comportato.. come se mi avessero fatto gli auguri di Natale o chissa`…., complimentandosi per come mi ero comportato… Siamo entrati dentro la casa dove avevamo cenato prima, cosi`, eravamo li`, abbiamo fumato una sigaretta, si parlava cosi`. Poi dopo un po’ Enzo Brusca mi dice “vai sopra, vai a guardare che cosa c’e`, se funziona l’acido, se va bene o meno”.
    In quel momento non aveva avvertito emozioni di sorta: “Io eseguivo.. io ho condiviso sempre le scelte di Brusca e le scelte degli altri, io non voglio incolpare altri e discolpare la mia persona, io mi sento responsabile come e` responsabile Brusca e tutti”. Ed ha proseguito: “Io ci sono andato giu`, sono andato a vedere li` e del bambino c’era solo un pezzo di gamba e una parte della schiena, perche’ io ho cercato di mescolare con un bastone e ho visto che c’era solo un pezzo di gamba … e una parte.. pero` era un attimo perche’ sono andato.. uscito perche’ li` dentro la puzza dell’acido … era.. cioe` si soffocava li` dentro. Poi siamo andati tutti a letto a dormire, abbiamo dormito li`. Monticciolo mi ha detto che alle 5 lo dovevo chiamare perche’ lui se ne doveva andare; abbiamo dormito tutti e tre assieme nello stesso letto matrimoniale che avevamo nella stanza li'”.
    Chiodo si era svegliato di buon mattino; aveva svegliato il Monticciolo che era andato via e si era recato a svuotare il fusto, rifiutando l’intervento dell’Enzo Brusca che aveva offerto la sua collaborazione. Il corpo del povero ragazzo si era interamente liquefatto senza che nulla di solido fosse rimasto, salvo la corda che gli era rimasta messa al collo. Con una latta aveva prelevato quel liquido di colore scuro versandolo nei due bidoncini di plastica che prima contenevano l’acido, svuotandoli in aperta campagna.
    Aveva riportato in superficie il fusto e il Brusca vedendo la corda che era rimasta aveva detto scherzando al Chiodo di tenerla per trofeo. Aveva bruciato il materasso dove dormiva, i suoi indumenti e tutto quanto si apparteneva al bambino. Con un’ascia aveva fatto in mille pezzettini la rete, sulla quale era stata adagiato il materasso e che era stata ancorato al pavimento con i piedi annegati nel cemento (operazione che aveva in precedenza fatto il La Rosa, per evitare che il ragazzo l’alzasse e facesse rumore); aveva raccolto i pezzi, le coperte, la macchina fotografica in diversi sacchi della spazzatura che aveva distribuito in vari cassonetti.
    Avevano, quindi, ripulito tutto, mettendo una pietra sopra nella vicenda.
    Ancora in controesame, Chiodo ha precisato che dopo che era stato sciolto il corpo del bambino, era rimasto integro il pezzo di corda adoperato per strangolarlo e se ne era meravigliato, facendolo notare al Brusca, il quale gli aveva detto: “L’acido niente ci fa alla corda, tienetila per trofeo!”, in quanto era il suo primo delitto. In effetti, aveva bruciato la corda assieme a tutti gli altri oggetti, compreso il materasso e il fusto metallico che era stato messo sul fuoco per togliere qualsiasi traccia dell’acido.
    Come si ammazza e si scioglie nell'acido un bambino di 13 anni ...Lettura fortemente sconsigliata per tutti, tranne per quelli che ritengono che Totò Riina debba avere "una morte dignitosa"...! | Bandabassotti


  8. #658
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    Predefinito Re: Terryes

    Napoli, furti d'altri tempi: preso l'ultimo ladro di autoradio
    Sembravano sparite, sostituite da sistemi hitech. E invece, ci sono ancora le autoradio, e i ladri di autoradio. Un 50enne è stato arrestato dagli agenti del commissariato Bagnoli per furto aggravato. Intorno alle 11.30 i poliziotti lo hanno sorpreso in via Barbagallo con il bottino tra le mani. Inutile il tentativo di fuga.
    Napoli, furti d'altri tempi: preso l'ultimo ladro di autoradio | Il Mattino

    Benzina nei tombini contro blatte: esplosione e tanta paura
    di Patrizia Panico
    Benzina nei tombini per sconfiggere le blatte che infestano i quartieri con il caldo e l'afa: una forte deflagrazione e decine di tombini in aria. Questo è il risultato che ha pensato di adottare, l’altra sera, qualche residente delle palazzine della ex 219 di Massa di Somma, in via Veseri, a pochi metri dal Municipio e due dalla cittadella scolastica del comune ai piedi del Vesuvio.
    Un boato spaventoso, verso le 20.30, che ha fatto tremare i vetri delle finestre per decine di metri. Una deflagrazione la cui eco è stata avvertita a distanza di centinaia di metri, raggiungendo i comuni vicini di Pollena Trocchia e San Sebastiano al Vesuvio. La scia di benzina ed i gas naturali (fogliame, rifiuti vari) sviluppati nei canali sottostradali hanno preso velocemente fuoco per diversi metri, infatti decine di tombini a catena sono saltati.
    Per fortuna non ci sono stati feriti ma solo danni ai chiusini e tanto spavento. Ora oltre alle blatte i residenti avranno anche il disagio dei tombini fuori uso per qualche tempo.
    Benzina nei tombini contro le blatte esplodono decine di chiusini | Foto | Il Mattino



    In casa a Napoli sette carte d'identità false per i premi assicurativi: arrestato
    Aveva in casa sette carte d'identità con la sua foto, ma intestate a nominativi differenti. Nel corso di una perquisizione nella sua abitazione, in via San Michele, nel quartiere Ponticelli, gli agenti del Reparto Prevenzione Crimine Calabria le hanno trovate e lo hanno arrestato per possesso di documenti falsi.
    Ciro Cotugno, 34 anni, di Napoli, è stato fermato dai poliziotti dopo una segnalazione di colpi di arma da fuoco esplosi in via San Michele giunta alla centrale operativa della Questura. All'altezza del civico 74 gli agenti hanno notato due persone che uscivano da un'abitazione e salivano su un'auto. I due sono stati controllati e l' androne dello stabile dal quale provenivano, perquisito. Nell' atrio del condominio, in una busta di plastica, è stata trovata una pistola a salve calibro 8 completa, sprovvista del tappo di sicurezza rosso. Cotugno, dopo il ritrovamento dell'arma, è andato in escandescenze e solo dopo una breve colluttazione gli agenti sono riusciti a bloccarlo.
    Nell'abitazione del 34enne sono state trovate sette carte di identità, con la foto di Cotugno ma intestate a nominativi differenti. Ai poliziotti Cotugno ha detto che i documenti falsi gli occorrevano per riscuotere i premi assicurativi al posto dei veri intestatari. L' uomo è stato sottoposto agli arresti domiciliari in attesa del rito direttissimo.
    In casa sette carte d'identità false per i premi assicurativi: arrestato | Il Mattino



    Getta rifiuti in strada e tenta di corrompere i carabinieri offrendo 150 euro: arrestato
    Trentola Ducenta. I carabinieri di Casal di Principe - sezione radiomobile - a Villa Literno, precisamente sulla strada provinciale Trentola-Ischitella, hanno arrestato Raffaele Brando di 61 anni di Marano di Napoli. L’uomo, bloccato mentre tentava di smaltire, abbandonandoli in strada, rifiuti pericolosi e speciali come materiali edili e asfalto, per indurre l’equipaggio dei carabinieri a desistere alla denuncia ed al sequestro del camion con cui aveva trasportato il materiale, aveva offerto ai carabinieri 150 euro. E' stato quindi arrestato in flagranza del reato di istigazione alla corruzione. Brando è stato anche denunciato per trasporto e smaltimento di rifiuti pericolosi e speciali assieme ad un'altra persona.
    Tenta di corrompere i carabinieri offrendo 150 euro: arrestato | Il Mattino

    Ruba pc della prof durante la maturità
    denunciato dai carabinieri 19enne
    di Maurizio Capozzo
    PORTICI - Non ancora maturo, ma abbastanza spregiudicato da rubare il pc portatile di una professiressa durante l'esame di maturità. È accaduto all'istituto superiore "Carlo Levi" di via De Nittis alcuni giorni fa, ma la notizia è stata resa nota solo oggi dopo che l'autore del furto è stato identificato grazie alle telecamere di sorveglianza in uso alla scuola.
    Il pc era stato ritrovato dai carabinieri, allertati da uno sei commissari d'esame, dopo essere stato abbandonato nel giardino della scuola. Dai filmati registrati è emerso che il ragazzo, un 19enne di Portici, aveva nascosto il pc sotto l maglietta, salvo, poi, disfarsene all'arrivo dei carabinieri. Per lo studente "modello" è scattata la denuncia per furto aggravato.
    Ruba pc della prof durante la maturità denunciato dai carabinieri 19enne | Il Mattino

    Rione Traiano, topi sui panni stesi. I residenti: non ne possiamo più
    di Attilio Iannuzzo
    I topi fino dentro casa, in pieno giorno. Accade al Rione Traiano, a Soccavo. Un problema diffuso e segnalato da alcuni residenti. In un video postato sui social si vede chiaramente il degrado in cui vivono alcuni residenti del rione. Nel video ci sono i commenti di una signora sulla presenza dei topi che piombano all'improvviso sui panni stesi ad asciugare sul balcone, e le urla di alcuni bambini, forse i figli.
    «Questo è lo stato di degrado che subiamo - dichiara la consigliera della nona municipalità Giovanna Lo Giudice - su cui necessita intervenire. Ed è inutile aggiungere altro». I piani bassi sono quelli più colpiti: «I topi hanno una grande capacità di salire attraverso ogni superficie. Intervenga subito il Comune con un’adeguata derattizzazione, non possiamo vivere così».
    Rione Traiano, topi sui panni stesi I residenti: basta degrado | Il Mattino



    Bari, hanno violentato una 12enne per mesi: fermato branco di minorenni
    I carabinieri di Bari hanno identificato cinque minorenni, di età compresa tra i 13 e i 17 anni, accusati di aver abusato sessualmente e minacciato per mesi di una dodicenne
    Ginevra Spina
    Un branco di minorenni ha abusato per mesi di una ragazzina di 12 anni alla periferia di Bari, minacciandola di di diffondere il video delle violenze sessuali da lei subite se si fosse ribellata.
    I violentatori identificati dai carabinieri sono cinque giovanissimi : due 17enni, per i quali è stata eseguita la misura cautelare di collocamento in comunità, un 15enne, rinviato direttamente a giudizio e due 13enni, non imputabili poiché minori di 14 anni. I cinque sono accusati di aver perpetrato ripetuti abusi sessuali ai danni della dodicenne.
    Secondo quanto accertato dalle indagini, gli stupratori, noncuranti dei pianti e delle richieste di soccorso della piccola, l'avrebbero costretta più volte a sottostare, a turno, ad ogni loro richiesta.
    Bari, hanno violentato una 12enne per mesi: fermato branco di minorenni - IlGiornale.it

    Pimonte, 15enne stuprata dal branco torna in Germania con la famiglia:
    «Nessuno protegge chi subisce»
    di Raffaele Cava
    Pimonte. Ragazzina violentata dal branco un anno fa, lascia il paese e si trasferisce in Germania. Non è riuscita a superare lo choc della violenza sessuale subita dal branco tra cui anche il fidanzato ed ha deciso di scappare via da Pimonte insieme alla sua famiglia. I ragazzini coinvolti nella violenza dopo un periodo in comunità hanno ottenuto la messa in prova nello stesso comune di Pimonte.
    A denunciare l'episodio è stato Cesare Romano, il garante per l'infanzia e l'adolescenza della Campania attraverso una nota. «Circa un anno fa la comunità di Pimonte è stata sconvolta dalla terribile vicenda. Sono costretto a constatare, purtroppo, - sottolinea il Garante - che non si è fatto abbastanza per assicurare protezione alla giovane: i continui schemi e l'esclusione sociale che la ragazza ha dovuto subire hanno aggravato il suo disagio psicologico al punto che la famiglia ha deciso di abbandonare il paese di Pimonte e trasferirsi nuovamente in Germania dove, forse, la minore e la sua famiglia potranno riacquistare la tranquillità di cui ha bisogno».
    Stuprata dal branco a 15 anni «Nessuno protegge chi subisce» | Il Mattino

    Pimonte, fu violentata a 15 anni
    Il sindaco in tv: «Una bambinata»
    di Raffaele Cava
    "Sono inquietanti le parole del sindaco di Pimonte, Michele Palummo, che nella puntata de 'L’aria che tira' del 3 luglio ha liquidato lo stupro di gruppo su una ragazzina di 15 anni da parte di 12 suoi coetanei come una “bambinata che ormai è passata”. Lo ha Stefania Fanelli dell'associazione Frida Kahlo. Si tratta della violenza sessuale subita un anno fa da una ragazzina 15enne di Pimonte da parte di un gruppo di 11 adolescenti, tra cui il suo fidanzato. In più occasioni lo avevano attirata in trappola per poi abusare di lei nella Valle Lavatoio.
    E' di pochi giorni fa la notizia che la 15enne si è trasferita in Germania con la sua famiglia dopo che al gruppo di ragazzi accusati della violenza i giudici hanno concesso la messa in prova nello stesso comune di Pimonte. "Dalla condanna in poi la comunità, anzicché stringersi intorno a lei, l’ha stigmatizzata ed esclusa socialmente per un danno che lei ha subito e non perpetrato, come ha avuto modo di constatare il garante per l’infanzia e l’adolescenza della Campania, Cesare Romano". Ieri in tv il sindaco di Pimonte Michele Palummo, da poco rieletto primo cittadino nella tornata elettorale dello scorso mese di giugno, ha minimizzato la violenza derubricandola ad una bravata.
    Pimonte, fu violentata a 15 anni Il sindaco in tv: «Una bambinata» | Il Mattino

    Litiga per i turni con il superiore, gli spara e poi si uccide: omicidio-suicidio a San Donato Milanese
    L'agente Massimo Schipa, 52 anni, ha sparato al petto del vicecomandante Massimo Iussa, 49 anni, originario di Gemona del Friuli e poi ha rivolto la pistola contro di sé. Il fatto è avvenuto nei locali del comando di Polizia locale di San Donato Milanese
    MILANO
    Tragedia al comando della polizia di San Donato Milanese, alla periferia sud di Milano, dove l'agente della polizia locale Massimo Schipa, 52 anni, originario di Lecce, ha sparato al vice comandante Massimo Iussa, 49 anni, originario di Gemona del Friuli (Udine), uccidendolo con un colpo al petto. Subito dopo l’agente si è tolto la vita sparandosi un colpo di pistola alla testa. Sul posto sono intervenuti i mezzi di soccorso, polizia e carabinieri. Gli uffici del comune, situati nello stesso stabile del comando di polizia, sono stati chiusivideo di Edoardo Bianchi
    È anche per questo motivo che i colleghi non riescono a spiegare cosa abbia spinto l'agente Massimo Schipa a sparare al proprio vicecomandante Massimo Iussa e poi a uccidersi con un colpo alla tempia subito dopo. Erano negli uffici del Comune di San Donato Milanese, in via Cesare Battisti. Pochi minuti dopo le 15 hanno iniziato l'ennesima discussione per i turni di lavoro, gli orari, le mansioni da svolgere.
    Motivi sicuramente futili ma che evidentemente hanno minato nel profondo la serenità di Schipa, 52enne originario della provincia di Lecce. Stavolta le parole non sono bastate, l'agente ha impugnato la pistola d'ordinanza, ha sparato un colpo al torace del vicecomandante Iussa e poi ha rivolto la pistola contro sé stesso. Due proiettili sono stati sufficienti per uccidere entrambi. Gli spari hanno paralizzato gli uffici del Comune, in pochi minuti i paramedici del 118 hanno raggiunto i feriti ma le loro condizioni erano ormai disperate.
    I carabinieri di San Donato stanno ascoltando molti di loro nel tentativo di capire se ci siano altri motivi alla base dell'omicidio-suicidio. Originario della Carnia (nato a Gemona e vissuto per alcuni anni a Enemonzo), Iussa era da tempo residente a Lodi. Da ragazzo il friulano era stato segretario del Fronte della gioventù e nel 2007 aveva riportato un grave trauma cranico nel corso di un'aggressione al mercato di via Gramsci dove era intervenuto per sedare una rissa tra automobilisti. «È sempre stato leale - ha detto tra le lacrime Amè, legata da un'amicizia che andava oltre il semplice rapporto di lavoro -. Volevamo farlo comandante, per noi era perfetto».
    Litiga per i turni con il superiore, gli spara e poi si uccide: omicidio-suicidio a San Donato Milanese - Pagina Nazionale - Il Tirreno

    Diffusione del cognome Schipa - Mappe dei Cognomi Italiani

    Bari, la figlia del sindacalista si laurea a 37 anni ed è subito promossa dirigente. Il padre: non me lo ha detto
    Una nomina a tempo di record per la figlia di Michele Santeramo, capo delle relazioni industriali nell'azienda del trasporto pubblico Stp, al quale i vertici nazionali chiedono di fare un passo indietro. L'incarico prevedeva la laurea magistrale. "Ma la Stp non è tenuta a bandire concorsi pubblici"
    di ANTONELLO CASSANO
    Una promozione in tempi record, a pochi giorni dalla laurea. Un miracolo in una regione alle prese con il dramma della disoccupazione. Il miracolo in questione ha riguardato Barbara Santeramo, figlia del sindacalista Michele Santeramo, segretario provinciale della Ugl e capo delle relazioni industriali in Stp Bari, Società trasporti provinciale, fino a qualche giorno fa. Tutto parte proprio dalla Stp, azienda di trasporto pubblico locale (partecipata dal Comune di Trani e dalla città metropolitana di Bari) che cerca un nuovo dirigente amministrativo. Per quella posizione si candida anche la figlia del sindacalista.
    Le date qui sono importanti perché Santeramo, 37 anni, lavora da almeno dieci anni in Stp ma non ha la laurea magistrale, necessaria per ricoprire il nuovo ruolo. Si laurea così il 6 giugno (laurea magistrale in giurisprudenza con 110 e lode). Appena nove giorni dopo, il 15 giugno, ottiene il posto da direttrice amministrativa. Tutto senza concorso pubblico o selezione interna. La vicenda finisce in rete e scatena polemiche. Anche perché qualche giorno prima le segreterie provinciali di tutti i sindacati, fra cui la stessa Ugl guidata dal papà, avevamo inviato una lettera all'azienda in cui comunicavano l'avvio di una procedura di raffreddamento, elencando proprio problemi occupazionali, come la mancata assunzione di operatori di esercizio "vincitori di concorso", l'assunzione di personale interinale "per un periodo non previsto dalla contrattazione nazionale" e la mancata erogazione di premi di risultato.
    Nessuna parola però sulle procedure di assunzione. A quanto pare, la scelta di nominare la figlia di un segretario provinciale coglie di sorpresa tutti, le altre sigle sindacali e addirittura il papà della neodirigente: "Non ne sapevo nulla - dice ora Michele Santeramo, segretario dell'Ugl - mia figlia non mi aveva avvisato della nomina. Neanche l'azienda aveva comunicato la novità a tutte le organizzazioni sindacali. Avremmo quantomeno chiesto delucidazioni in merito. Ma di sicuro il mio ruolo non ha influito minimamente sulla nomina".
    Bari, la figlia del sindacalista si laurea a 37 anni ed è subito promossa dirigente. Il padre: non me lo ha detto - Repubblica.it



    Caltanissetta, le mani di Cosa Nostra sulle elezioni a Niscemi: 9 arresti, anche l'ex sindaco La Rosa
    La Polizia di Stato di Caltanissetta ha eseguito nove ordinanze di custodia cautelare per i reati di associazione mafiosa e scambio di voti emesse dal G.I.P. del Tribunale di Caltanissetta, su richiesta della locale DDA. Le indagini degli uomini della squadra mobile, insieme a quelli del Commissariato di di Niscemi e Gela, hanno permesso di accertare che appartenenti a «Cosa Nostra» di Niscemi e di Gela si incontravano in aperta campagna per discutere accordi politico-mafiosi. Coinvolti anche soggetti politici di Niscemi, tra cui ex amministratori di quel Comune.
    C'è anche il sindaco uscente di Niscemi (Caltanissetta) Francesco La Rosa tra i nove arrestati. La Rosa era candidato a sindaco e domenica scorsa ha perso il ballottaggio contro Massimiliano Conti, eletto sindaco. Per lui, un ex consigliere comunale della sua lista e due esponenti del suo entourage sono stati disposti gli arresti domiciliari. Raggiunto dall'ordinanza anche il presunto capomafia di Gela Alessandro Barberi, già detenuto. Secondo gli inquirenti, La Rosa avrebbe stretto «un patto con Cosa nostra alle amministrative del 2012». E dopo avere vinto avrebbe condizionato l'attività amministrativa di questi anni.
    Caltanissetta, le mani di Cosa Nostra sulle elezioni a Niscemi: 9 arresti, anche l'ex sindaco La Rosa

    Irregolarità e bilancio in profondo rosso
    La Regione Sicilia è sull'orlo del fallimento
    La Corte dei conti boccia la gestione Crocetta. Il Pd lo difende: «Inspegabile»
    Mariateresa Conti
    Non era mai accaduto. E non si pensava potesse accadere. E invece è lì, nero su bianco, racchiuso in una parolina: «irregolarità».
    Laddove le «irregolarità» sono riferite al bilancio 2016 della Regione siciliana. I conti, dice il procuratore generale della Corte dei conti siciliana Pino Zingale, non tornano. Mancano coperture, ci sono omissioni importanti. Di qui lo stop al via libera dei giudici al rendiconto generale dell'esercizio 2016. E una richiesta di chiarimenti che posticipa al 19 luglio l'eventuale bocciatura ma che traccia una diagnosi chiara: la Sicilia è sull'orlo del default.
    Un terremoto, per usare un eufemismo. Un terremoto ancora più grave visto che si vota per il nuovo governatore il prossimo 5 novembre. Non era mai successo, in 71 anni di autonomia siciliana, che i giudici contabili opponessero un veto di questo peso al bilancio della Regione. Potenza del governatore Rosario Crocetta, che nonostante la Regione sia sull'orlo del baratro ieri ha parlato di Sicilia salvata («Senza di me era fallita», ipse dixit), di bilancio che va meglio perché cinque anni fa quasi non si potevano pagare gli stipendi, e di chiarimenti che saranno dati senza problemi ai giudici contabili. Come, trovando i soldi? Ma no, nominando il nuovo Ragioniere generale. Potenza di Crocetta. E potenza anche del Pd, che lo appoggia e che giudica «inspiegabile» l'altolà sul bilancio della Corte dei conti.
    Sarebbe comico, se non fosse tragico. A certificare che il baratro è lì, a un passo, basta qualche cifra: 8 miliardi e 35 milioni di debito al 31 dicembre del 2016; 5 miliardi e 479 milioni di debito al netto dell'anticipazione di liquidità; un uso anomalo del meccanismo dell'anticipazione di liquidità. E poi i nuovi mutui, le ricchezze non usate (il procuratore generale cita la situazione dei parchi archeologici, dovrebbero essere «l'oro nero» della Sicilia e invece stanno in piedi per miracolo: «La gestione dei siti - scrive - e dei parchi archeologi in Sicilia è al limite di collasso ed è il frutto di una mancata progettualità»).
    Nelle 25 pagine della requisitoria del Pg i riflettori sono puntati anche sulle partecipate regionali. E soprattutto su una a cui Crocetta è molto affezionato, quella Sicilia e-Servizi (ora Sicilia Digitale Spa) che ha affidato all'ex Pm Antonio Ingroia. Il Pg, che in generale invoca maggiori controlli, ricorda espressamente nella sua relazione il brutto episodio legato proprio alla società di Ingroia: «La Ragioneria, a seguito di talune presunte irregolarità gestionali, aveva disposto un'ispezione che non ha avuto esito, poiché l'Amministratore unico (Ingroia, ndr) ha vietato agli uffici della società di consentire l'accesso ai funzionari regionali, circostanza che è stata comunicata al Presidente della Regione il quale non ha assunto alcuna consequenziale iniziativa». L'ex pm replica: «Tutto falso, mai avvenuto».
    I chiarimenti dovranno pervenire ai giudici contabili entro il 10 luglio, la nuova seduta per la decisione sul destino della Sicilia è fissata al 19 luglio. «Il default è dietro l'angolo», tuona Forza Italia con Renato Schifani. Ma Crocetta, assente ieri alla seduta della Corte dei conti, fa spallucce. Anzi, si autoproclama salvatore della Sicilia: «In questi cinque anni lavoro eccezionale».
    Irregolarità e bilancio in profondo rosso La Regione Sicilia è sull'orlo del fallimento - IlGiornale.it


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    Predefinito Re: Terryes

    Donnarumma, i professori risentiti: "Da lui mancanza di rispetto"
    La presidentessa della commissione: "Si è presentato anche chi ha gravi problemi familiari, lui se n'è andato a Ibiza...".
    "Un comportamento che rappresenta una grave mancanza di rispetto per la scuola, per la Commissione e per gli studenti delle classi coinvolte": è il severo commento della professoressa Elda Frojo, presidente della Commissione d'esame di fronte alla quale Gianluigi Donnarumma doveva sostenere l'esame di maturità per diplomarsi, da privatista, in ragioneria all'istituto paritario Leonardo da Vinci di Vigevano.
    "Il signor Donnarumma - ha detto all'ANSA l'insegnante, che è preside all'istituto professionale Pollini di Mortara - ha chiesto di sostenere le prove suppletive. Il Miur, giustamente, cerca di incoraggiare coloro che si dedicano allo sport ma vogliono comunque proseguire negli studi. Nel caso del signor Donnarumma si è ritenuto che la partecipazione ai Campionati Europei under 21 giustificasse la richiesta. Chiaramente questo ha comportato un rallentamento dei lavori: i colloqui d'esame sono stati interrotti per consentire all'ormai ex candidato di sostenere le prove scritte".
    MEGLIO IL MARE — Ma come sappiamo Donnarumma all'esame di maturità non si è presentato: ha preferito andare in vacanza a Ibiza con la fidanzata. "Faccio presente - ha sottolineato la presidente della Commissione - che oltre al signor Donnarumma ci sono 57 candidati che stanno affrontando l'esame, alcuni dei quali hanno problemi familiari gravi. Eppure sono venuti ad affrontare le loro prove. Forse supereranno gli esami, forse no, in ogni caso non si sono sottratti".
    Donnarumma, i professori risentiti: "Da lui



    Bagnoli invasa dalle blatte, i cittadini: «Chiusi in casa anche la sera»
    di Oscar De Simone
    Le blatte invadono Bagnoli. Sempre più insetti, nel quartiere flegreo della X Municipalità, infestano le strade, le abitazioni e i negozi del posto. «Ormai siamo chiusi in casa - commentano i cittadini - soprattutto nelle ore notturne. Scendere in strada cosi' come affacciarsi semplicemente alla finestra è diventano spiacevole. Se ne trovano sempre più spesso in giro e crediamo sia il caso di fare una deblattizzazione. Chiediamo ai rappresentanti dell'Asl e della nostra municipalità di intervenire al più presto».
    Bagnoli invasa dalle blatte, i cittadini: «Chiusi in casa anche la sera» | Il Mattino

    Vive per 5 mesi col padre morto, a processo per truffa all’Inps
    Genova - La Procura del capoluogo ligure ha chiesto il rinvio a giudizio per Roberto Cardarelli, l’uomo di 50 anni che ha vissuto per 5 mesi con il cadavere del padre Ennio in casa: per lui l’accusa è di truffa ai danni dell’Inps, perché ha continuato a percepire la pensione del papà senza dichiararne la morte; archiviata, invece, l’accusa di omicidio volontario, visto che dall’autopsia non sono emersi segni di violenza esterna o traumi interni. Cardarelli è stato sottoposto anche a perizia psichiatrica da cui è emerso che sarebbe in grado di intendere e volere.
    Il decesso del pensionato risale al dicembre dello scorso anno, mentre il corpo era stato scoperto alla fine di maggio: erano stati i vicini a sentirlo inveire contro il papà e, preoccupati, avevano chiamato i carabinieri. Che hanno poi fatto la macabra scoperta.
    Vive per 5 mesi col padre morto, a processo per truffa all?Inps | Liguria | Genova | Il Secolo XIX

    Diffusione del cognome Cardarelli - Mappe dei Cognomi Italiani

    Scandalo parentopoli all'Eav, un idoneo su due parente dei dipendenti: «Basta con assunzioni interinali»
    «Voglio ringraziare il presidente dell’Eav, Umberto De Gregorio, per aver segnalato che nella graduatoria per le assunzioni di lavoratori interinali nell’ente, il 50% degli idonei risulta avere rapporti di parentela con i dipendenti – ha dichiarato Francesco Borrelli, presidente del Gruppo Campania Libera - PSI - Verdi della Regione - e adesso mi aspetto da lui un’operazione trasparenza per evitare il ripetersi dei vergognosi casi di parentopoli che ho già avuto modo di denunciare e che riguardavano altri settori della pubblica amministrazione, come le Asl e la Camera di Commercio».
    «In una regione come la nostra, che soffre maledettamente i drammi della disoccupazione giovanile, non possiamo consentirci il procrastinare di vecchie e squallide metodologie per garantire il posto di lavoro ad amici e parenti e per fare questo - prosegue Borrelli - si deve porre fine al sistema perverso che, tramite agenzie interinali, consente a qualcuno di avere corsie preferenziali».
    «Cosi' come per la pubblica amministrazione, anche le aziende private che beneficiano di contributi delle istituzioni e operano in settori strategici per i servizi pubblici, devono procedere alle assunzioni attraverso, concorsi pubblici o procedure che garantiscano la massima trasparenza», conclude Borrelli.
    Scandalo parentopoli all'Eav: «Basta con assunzioni interinali» | Il Mattino

    Napoli, blocco della radiologia al Loreto. Niente esami, mancano le pellicole
    di Melina Chiapparino
    Blocco totale della radiologia all’ospedale ‘Loreto Mare’ dove l’ultima sospensione del servizio si era verificata lo scorso 27 giugno per un guasto all’apparecchio. Questa volta la causa dello stop forzato dell’attività radiologica, è l’esaurimento delle pellicole in dotazione al reparto, senza le quali non è possibile eseguire alcun tipo di esame che, naturalmente, non puo' essere stampato. Da questa mattina le comunicazioni sull’interdizione della diagnostica radiologica sono state inviate alle centrali del 118 per evitare il dirottamento di ambulanze con pazienti che necessitano esami radiologici ma è inevitabile il rallentamento del servizio per coloro i quali sono ricoverati o chi giunge al pronto soccorso con mezzi propri e sarà costretto ad aspettare l’arrivo delle pellicole o a essere sottoposto a consulenza radiologica in altri presidi.
    Consulenze che impiegano l’ambulanza dell’ospedale e gravano come costi sull’azienda che, per quanto riguarda il comparto radiologico ha già incassato il malcontento di medici e tecnici di laboratorio che, pochi giorni fa, hanno scritto un documento per denunciare la pericolosa depauperazione delle unità in servizio a causa del trasferimento di alcuni radiologi del presidio all’Ospedale del Mare. Nel documento i medici fanno riferimento alla "grave situazione di carenza di radiologi del Loreto Mare" che si articola 24 ore su 24 con un solo radiologo durante la notte, annunciando la possibilità di errori di cui non si assumono la responsabilità. “In tali condizioni le probabilità di errori diagnostici aumentano considerevolmente con rischio per pazienti e operatori- scrivono i radiologi – nelle more gli operatori declinano ogni responsabilità per eventuali errori, disguidi o disfunzioni che potrebbero verificarsi nel servizio di radiologia”.
    A queste carenze si aggiungono i continui guasti del macchinario radiologico o addirittura, come verificatosi, da questa mattina la mancanza delle pellicole. Come se non bastasse, all’interno del presidio manca anche una sala gessi adeguata da quando i Nas hanno intimato la chiusura dell’area che normalmente era deposta ad ambulatori ortopedico senza essere a norma e senza che ci fosse, come d’obbligo, un lavandino. Per il momento l’ambulatorio ortopedico è stato allestito nel vecchio reparto di chirurgia ma rimane comunque la condizione che non lo rende a norma e cioè l’assenza di lavandino, segnalato dai medici e infermieri del comparto anche loro in agitazione per la carenza di personale.
    Blocco della radiologia al Loreto, niente esami: mancano le pellicole | Il Mattino

    Prof di religione finisce in cella: aiutava boss dei casalesi, ricercato
    Redazione
    Un insegnante di religione ed ex consigliere comunale di San Cipriano d'Aversa, Francesco Paolella, è stato arrestato dalla polizia di Caserta in quanto avrebbe agevolato la latitanza di Antonio Iovine, detto «'o ninno», boss dei Casalesi e oggi collaboratore di giustizia, e dell'allora suo braccio destro Enrico Martinelli.
    Paolella era destinatario di un ordine di esecuzione per la carcerazione, emesso dalla Procura generale presso la Corte d'Appello di Napoli, e dovrà scontare quasi tre anni di reclusione.
    Stessa sorte per Francesco Martinelli, 40 anni, intercettato a San Cipriano d'Aversa con le valigie pronte, arrestato dalla Squadra Mobile. Anche Martinelli era destinatario di un ordine di carcerazione emesso nell'ambito della stessa indagine che lo vede coinvolto con Paolella e altre 13 persone che ha permesso di far luce sul gruppo che agevolo' la latitanza di Iovine fornendogli alloggi, appoggi logistici, schede telefoniche, e occupandosi della riscossione delle estorsioni, i cui proventi erano destinati al mantenimento degli affiliati e delle famiglie dei detenuti, e della latitanza dello stesso capoclan.
    Prof di religione finisce in cella: aiutava boss dei casalesi ricercato - IlGiornale.it

    Napoli, blitz all'alba dei carabinieri nel centro: trovata centrale di contraffazione di marche da bollo
    di Nico Falco
    In casa sua i carabinieri hanno trovato migliaia di marche da bollo false e centinaia che stavano per essere contraffatte. E’ finita agli arresti, con destinazione il carcere femminile di Pozzuoli, una donna di 50 anni dei Quartieri Spagnoli, pregiudicata, incappata nel blitz che alle prime ore dell’alba ha visto impegnati i carabinieri del Nucleo Operativo Centro, del Comando Anti Falsificazione monetaria, del Reggimento Campania e il Nucleo Cinofili di Sarno. Durante l’operazione sono stati perquisiti numerosi appartamenti e controllati diversi pregiudicati. In casa di Dora Agnoli i militari hanno scoperto 10mila marche da bollo false, stampate solo parzialmente, e altre 615 da 50 centesimi che erano state acquistate, ritengono gli investigatori, allo scopo di contraffarle per aumentarne il valore. Durante i controlli è stato denunciato un uomo di 30 anni per detenzione a fine spaccio di sostanze stupefacenti: nel cestello della lavatrice nascondeva 12 involucri di marijuana.
    Napoli, trovata centrale di contraffazione marche da bollo | Il Mattino

    Ristoranti a Barcellona, 30 arresti
    Le mani della camorra sulla pizza
    di Paola Del Vecchio
    Duro colpo alla camorra a Barcellona, in un’operazione internazionale contro il riciclaggio di capitali, che ha portato finora a una quarantina di arresti in Spagna, Italia e Germania. Nel mirino dell’inchiesta, coordinata dal magistrato della sezione numero 6 dell’Audiencia Nacional, Manuel Garcia Castellon, un clan della camorra che gestiva ristoranti e locali nella città catalana e del quale non è stata finora rivelata l'identità, per non compromettere le indagini in corso. Sequestrati 520 chili di cocaina e 450 di hashish e marijuana. Complessivamente sono stati sequestrati beni per cinque milioni di euro. L’operazione, alla quale partecipano agenti della Guardia Civil, Mossos d’Esquadra – la polizia catalana – e della Guardia di Finanza italiana, è cominciata alle 4 del mattino nella calle Tamarit nell’Eixample, e si è estesa a vari quartieri di Barcellona, dove sono state arrestate finora 14 persone, in maggioranza italiani, gli altri sono colombiani spagnoli e venezuelani, ed effettuate numerose perquisizioni. Altre 14 persone sono state arrestate in Italia e 2 in Germania, secondo un primo bilancio della Procura anticorruzione. Gli agenti hanno realizzato 15 perquisizioni a Barcellona e nell’area metropolitana, mentre due perquisizioni sono in corso in Italia e sei in Germania.
    Nel mirino degli investigatori, un ristorante italiano al civico 153 della calle Tamarit, gestito da una coppia di italiani, utilizzato dalla camorra per il riciclaggio di capitali. La coppia, che viveva da un anno nell’Eixample, è stata sorpresa nel sonno dagli agenti, che hanno fatto irruzione all’alba e sequestrato un’ingente documentazione e l’auto in affitto utilizzata dai due detenuti. Sequestrato anche un bar caffetteria al piano terra dell’edificio in Calle Maiorca, dove ha sede il consolato italiano a Barcellona.
    Dalle prime informazioni trapelate, le perquisizioni in corso nell’area metropolitana della città di Gaud riguardano in prevalenza ristoranti e pizzerie che, secondo la Procura anticorruzione, erano intestati a prestanome e utilizzati dalla camorra per il ‘blanqueo’ di capitali derivati dal traffico di stupefacenti, di gioielli e dalla compravendita di auto di lusso rubate.
    Ristoranti a Barcellona, 30 arresti Le mani della camorra sulla pizza | Il Mattino

    Finanza negli uffici del Palermo, perquisita anche la casa di Zamparini: "Solo perché non ho ceduto il club"
    di Marco Gullà
    Ancora tuoni e fulmini in casa Palermo. Il risveglio di oggi è da choc: la Guardia di Finanza nella sede del Palermo in via del Fante per una serie di perquisizioni nell’ambito di un’inchiesta che non promette nulla di buono per i tifosi rosanero. I reati ipotizzati sarebbero falso in bilancio, appropriazione indebita, riciclaggio e autoriciclaggio.
    Le perquisizioni, secondo quanto si apprende, riguardano non soltanto gli uffici della società ma anche quelli del Gruppo Zamparini e l’abitazione del presidente.
    Secondo il presidente Zamparini pero', intervistato da ForzaPalermo.it, le perquisizioni non hanno a che fare con le ipotesi di falso in bilancio e appropriazione indebita: "Ho la Guardia di Finanza in tutte le mie case e nella sede del Palermo, perché non ho ceduto la Società a Baccaglini. Siccome sembra che venerdi' scorso un Pm abbia detto che se io non avessi venduto il Palermo a Baccaglini mi avrebbe arrestato, probabilmente il motivo è questo. Falso in bilancio? Ma per l'amor di Dio, non c'è assolutamente nulla, sono anni che sono a Palermo ed è tutto sotto controllo".
    Il procuratore di Palermo Francesco Lo Voi ha pero' precisato che l'inchiesta non ha nulla a che vedere con la cessione della società.
    Finanza negli uffici del Palermo, perquisita anche la casa di Zamparini: "Solo perché non ho ceduto il club" - Giornale di Sicilia

    Anm, assicurazioni gonfiate
    esposto alla Corte dei Conti
    Anm, appalti da record: spesi 3 milioni in più
    di Pierluigi Frattasi
    Bus nuovissimi, immatricolati nel 2009, e assicurati dall’Anm tra il 2012 e il 2013 al costo di 26mila euro ciascuno all’anno. Più del doppio delle polizze Rc autobus pagate per modelli simili di pullman dalle altre aziende del trasporto pubblico napoletano. La Ctp, ad esempio, fino al 2015, pagava 13-14mila euro. Oggi, con l’installazione delle scatole nere, tra i 3 e i 5mila euro. Tra i 10 e i 12mila euro all’anno, invece, l’assicurazione di un bus Eav. Per l’Anm, insomma, società in perdita dal 2013, la spesa dell’Rc autobus - soprattutto fino a qualche anno fa, ma ancora adesso - con un parco mezzi di oltre 600 unità, rappresenta una cifra consistente. E, assieme al personale e al carburante, è uno dei costi più rilevanti, difficilmente sostenibile.
    Numeri e contratti delle assicurazioni sono finiti ora sotto i riflettori della Corte dei Conti, a seguito di un esposto inviato a fine giugno dallo stesso Comune di Napoli. Il dossier punta i fari sul biennio 2012 e 2013 e sul contratto di brokeraggio assicurativo stipulato con la società Aon nel 2012. In pratica, 5 anni fa, in un’ottica di spending review, proprio per abbassare i costi dei premi, l’Anm decise di affidare ad un broker la gestione del programma assicurativo e dei contratti con le Compagnie, pur mantenendo piena autonomia decisionale sui perfezionamenti degli atti.
    La spesa per l’Rc autobus, effettivamente, anche grazie all’installazione delle videocamere a bordo, è scesa ai circa 16mila euro attuali all’anno per ogni bus. Nell’esposto, partito da una segnalazione all’assessorato al Bilancio e all’Anm, si chiede, pero', di approfondire i dati relativi alle percentuali delle provvigioni introitate dal broker sulle polizze e «fissate da contratto al 5 per cento». Provvigioni che venivano sostenute, comunque, dalle Compagnie assicurative, ma che, secondo l’esposto, potrebbero essere state più alte. In quel biennio i premi delle assicurazioni dei bus Anm (esclusi furto, incendio e guasti accidentali) ammontavano a rate semestrali di 13mila euro. Con provvigioni, secondo il dossier, «di circa 1.130 euro».
    Il Comune chiede poi di approfondire anche atti più recenti, dai quali, è scritto nella nota inviata alla magistratura contabile, «emergerebbe che il broker pur in scadenza (16.05.17) viene individuato quale consulente tecnico nella fase di gara per la stipula di una copertura assicurativa su immobili, ed inoltre quale gestore del rapporto contrattuale tra la compagnia assicurativa ed Anm per tutta la durata del contratto (31.12.19), ben oltre quindi la scadenza del proprio contratto».
    Anm, assicurazioni gonfiate esposto alla Corte dei Conti | Il Mattino

    Strisce blu, la truffa dei falsi permessi: a Napoli buco da 5 milioni l’anno
    di Pierluigi Frattasi
    Sembrano uguali agli originali, ma sono farlocchi al 100%. I permessi residenti falsificati per parcheggiare a scrocco sulle strisce blu per tutto l’anno sono una piaga per le casse disastrate dell’Anm. L’azienda dei trasporti è a rischio crac, ridotte al lumicino le corse di metro e bus, si fa fatica a pagare persino gli stipendi, ma dalla sosta a raso si incassano solo spiccioli, come ha denunciato l’assessore ai Trasporti Mario Calabrese in un’intervista a Il Mattino. Gli stalli sulle strisce blu in città sono circa 21mila, i permessi di sosta residenti 20mila. I posti sono pochi e non bastano per tutti. Nel 2015, dalle strisce blu, l’Anm ha ricavato 7,5 milioni di euro, mentre altri 1,2 milioni sono arrivati da permessi residenti, multe, car valet e varchi telematici. E a pesare non è solo l’evasione di chi non paga il tagliandino ad ore, ma anche la falsificazione.
    Un fenomeno devastante che dilaga in tutta la città. Per questo nel 2014 in Anm viene istituita una task force anti-contraffazione degli ausiliari del traffico, attiva in via sperimentale da novembre 2014 a giugno 2015 nella zona Vomero-Arenella. Nel corso di questo monitoraggio sono riscontrati 131 casi di permessi sosta residenti contraffatti, clonati o duplicati impropriamente e usati su auto diverse da quella abilitata. Gli ausiliari del traffico li censiscono, elevano i verbali per la multa in assenza di titolo valido di sosta e in diversi casi i tagliandi contraffatti vengono sequestrati.
    Quanto ci perde l’Anm? L’entità del danno per questi casi riscontrati viene calcolata approssimativamente dagli «007 della strada» nel report stilato a fine attività in «1.506,50 euro al giorno. Cifra stimata su una sosta media di 6 ore». Per arrivare in un anno a circa 450mila euro di perdite, solo nei quartieri Vomero-Arenella.
    Strisce blu, truffa dei falsi permessi: a Napoli buco da 5 milioni l?anno | Il Mattino

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    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

 

 
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