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Discussione: Repubblicanesimo

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    È evidente che "libertà" per questi autori è molto più un impulso creativo che non la semplice definizione di un diritto oggettivo; esprime cioè una possibilità di comportamento, ma già collocata nell'orizzonte di una sua positività etica, quindi non indifferente a quelle esigenze di eccellenza e di gloria che si avvertono sullo sfondo, vere e proprie costanti, di queste pagine repubblicane. E la medesima tensione civile si respira nel dialogo, composto alcuni anni più tardi dei Discourses di Sidney, Plato redivivus di Henry Neville, in cui è ripreso, in apertura – e nella forma di dialogo tra un nobile veneziano e un gentleman inglese – il tema sidneiano dell'origine del governo, che non può essere ricalcata sul modello di un dominio del padre sul figlio che viene trasmesso, senza che vi siano limiti costituzionali a un tale potere dispotico, ai sovrani futuri.

    Non distante da una simile concezione, ma appartenenti a una generazione successiva, sono autori come Robert Molesworth, Walter Moyle, John Toland e Scot Andrew Fletcher, nei quali vediamo fondersi, alla distintiva ammirazione per le antiche repubbliche, l'attenzione per i problemi dell'ora, gli attacchi all'istituto dello standing army e all'establishment ecclesiastico. È in particolare Moyle, nel suo Essay upon the Constitution of the Roman Government, a esprimere un dissenso, tipico del canone in esame, nei confronti di ogni ingerenza del potere ecclesiastico nell'azione dei magistrati civili: "the government of religion being in the hands of the state, was a necessary cause of liberty of conscience" (p.214), sulla base di una equiparazione sistematica delle istituzioni inglesi con quelle, reputate esemplari, della Roma repubblicana e a fissare, nella difesa libertà di coscienza, uno dei cardini del suo programma ideologico. È difficile sottovalutare l'importanza che la nozione di libertà riveste nel pensiero filosofico e politico di Spinoza. Nella sua declinazione etica e in quella politica essa costituisce il fine e il valore supremo al quale devono mirare gli sforzi degli individui, sia singolarmente sia nella loro azione più propriamente politica. Nel Trattato teologico-politico, pubblicato anonimo nel 1670, la rivendicazione della libertà di pensiero e di parola costituisce l'asse portante dell'intera opera, unitamente alla asserzione della possibilità di edificare una comunità politica nella quale tali libertà trovino piena realizzazione. Qui egli opera una drastica quanto significativa identificazione della libertà con lo Stato politico, cui concorrono in misura determinante le leggi (cap.3). Preliminare e precedente questa libertà politica è, però, la libertà individuale che consiste essenzialmente nella facoltà di libero pensiero: di qui l'amore per la conoscenza che conduce all'accettazione consapevole della struttura del reale e alla negazione del libero arbitrio; di qui la lotta contro le passioni che non consentono un pieno esercizio della libertà della mente; di qui la lotta contro il pregiudizio che ottenebra la mente, condotta in nome di una nuova, corretta interpretazione della Sacra Scrittura fondata sull'identificazione dei rispettivi ambiti di teologia e filosofia. La concezione politica spinoziana, come la sua visione etica peraltro, sono situate all'interno di una concezione metafisica nella quale la legge di determinazione causale ha un ruolo centrale: la libertà è da lui concepita come razionalità e non può pertanto essere disgiunta dalla conoscenza. La libertà civile risiede esclusivamente nell'esercizio della libertà di pensiero e di parola: di conseguenza, il cittadino attiverà tale sua libertà partecipando al dibattito politico ma agirà politicamente esclusivamente attraverso i propri rappresentanti. Già nella Prefazione Spinoza afferma che scopo dell'opera è mostrare come la libertà di pensiero e di culto sia "non soltanto compatibile con la pietà e la pace dello Stato, ma anzi non può essere soppressa senza pregiudizio della stessa pietà e della stessa pace dello Stato" (p.4). "libera in sommo grado è quella repubblica che ha le sue leggi fondate sulla retta ragione" (cap.16); il governo democratico è "il più naturale e il più conforme alla libertà" perché tutti gli uomini continuano a godere della medesima uguaglianza che vigeva nello stato di natura. Egli conclude che "il vero fine dello Stato è la libertà" (cap.20), che è innanzitutto libertà di giudizio e libertà di parola.

    Montesquieu, sulla scia di Machiavelli e in contrasto con Bossuet, ritiene che i contrasti politici del popolo romano furono la fonte della sua libertà: negli Stati dove i cittadini sono tranquilli la libertà è morta. Riprendendo un pensiero di Cicerone nel De Republica, egli ritiene che la vera unione politica consista nell'armonia. Fin dall'inizio dello Spirito delle Leggi individua nella libertà l'essenza dell'umanità, quella libertà che induce l'uomo a violare le leggi divine e a mutare quelle umane. I libri XI e XII sono dedicati alla libertà politica, nei suoi rapporti con la costituzione e con il cittadino, rispettivamente. Egli osserva preliminarmente che la libertà non deve essere identificata con una forma di governo nè con la possibilità di fare tutto ciò che si vuole; quando si fà così, ad esempio nel caso della democrazia, si confonde "il potere del popolo con la libertà del popolo" (XI,2). Egli definisce perentoriamente la libertà come "il diritto di fare tutto quello che le leggi permettono" (XI,3), individuando nelle leggi il limite e la garanzia, a un tempo, della libertà individuale. La libertà politica, poi, consiste in una condizione di tranquillità di spirito indotta nel cittadino dalla percezione della propria sicurezza, sicurezza determinata a sua volta dall'ordinamento dello Stato: la libertà politica è così legata alla divisione dei tre poteri fondamentali esistenti all'interno di ogni comunità politica; ogniqualvolta vi è commistione tra i tre poteri o essi sono riuniti in una sola persona o in un solo corpo, la libertà è perduta. Montesquieu afferma quindi che la costituzione inglese garantisce più di tutte la libertà del cittadino, anzi è orientata a questo fine. Egli giunge a questa provvisoria conclusione: "Poiché, in uno Stato libero, qualunque individuo che si presume abbia lo spirito libero deve governarsi da sé medesimo, bisognerebbe che il corpo del popolo avesse il potere legislativo" (XI,6). Tuttavia, vista l'inevitabile esistenza di aristocrazie all'interno di ogni Stato, il potere legislativo deve essere affidato in parte anche ai nobili, perché non costituiscano un corpo estraneo all'interno dello Stato. Il potere esecutivo, d'altra parte, deve essere nelle mani di un monarca. Una siffatta divisione dei poteri è alla base della libertà politica; essa è visibile nel tradizionale ordinamento costituzionale inglese; lì deve essere cercata la libertà, oltre che nei boschi d'oltremanica. Tuttavia, sebbene l'ordinamento costituzionale dello Stato, ossia la disposizione delle sue leggi fondamentali, costituisca la cornice della libertà del cittadino, essa deve essere attuata sulla scorta di leggi particolari, e segnatamente delle leggi penali: "dalla bontà delle leggi penali dipende principalmente la libertà del cittadino" (XII,2). Montesquieu è poi convinto che l'entità dei tributi incida sulla libertà del cittadino o, meglio, che i tributi debbano essere commisurati alla libertà di cui gode il popolo, sia nell'entità sia nella specie: i sovrani dispotici devono imporre tasse lievi. Nel frammento Sulla libertà politica Montesquieu osserva con distaccato realismo che la parola libertà "non esprime propriamente altro che un rapporto" e non distingue le diverse specie di governo: la libertà dei poveri è la servitù dei ricchi e può essere presente sia nelle monarchie moderate come nelle repubbliche. Il tema della libertà costituisce uno dei cardini della concezione politica di Voltaire, dove viene spesso declinato in contrapposizione al governo arbitrario o tirannico. Nelle tragedie giovanili Bruto e La morte di Cesare, la libertà politica viene associata al tirannicidio. La prima, scritta sulla scorta delle suggestioni riportate dalla propria permanenza in Inghilterra e rappresentata per la prima volta nel 1730, divenne poi durante la rivoluzione uno dei simboli della libertà repubblicana. In essa ritornano molti dei temi del repubblicanesimo romano, come l'elogio della libertà repubblicana, nata dalla cacciata dei re, e l'odio per la monarchia, sentimenti che spingono il protagonista Bruto a reputare più importante la libertà della patria rispetto alla vita del figlio. È importante sottolineare come Voltaire rifugga dall'usuale identificazione della libertà con la forma di governo repubblicana; anche la monarchia può essere un'ottima forma di governo, se i cittadini godono di una libertà pubblica delimitata dalle leggi. Temi analoghi ricorrono nella Morte di Cesare, opera che mostra chiaramente l'influenza di Plutarco e del Giulio Cesare di Shakespeare, dove, grazie alla più articolata complessità dell'intreccio e al maggiore approfondimento psicologico dei personaggi, Voltaire evidenzia in tutta chiarezza i sacrifici che l'amore e la scelta della libertà impongono all'individuo. È da notare come, nonostante l'ambientazione classica, Voltaire sia fautore della libertà del cittadino dello Stato moderno, concepita, sul modello della libertà inglese, come obbedienza alle giuste leggi elaborate dallo Stato: "essere liberi significa dipendere soltanto dalle leggi" (Quesiti sull'Enciclopedia, Governo inglese). La giustificazione del tirannicidio in nome della libertà del popolo ricorre, con accenti più sfumati, anche in altre opere, dove viene ampliata la nozione di tirannide, per includere, ad esempio, quella contemporanea esercitata dai corpi intermedi nell'opporsi al potere sovrano.

    Jean-Jacques Rousseau ha il merito di aver riproposto, con la potenza della propria retorica e l'appassionato afflato etico che lo contraddistingue, molti degli ideali classici della tradizione repubblicana. Essi riecheggiano nella lettera dedicatoria del Discorso sull'origine e i fondamenti dell'ineguaglianza: la necessità della virtù civica per avere un buon governo, la quale consiste essenzialmente nella partecipazione alle cose pubbliche per amore della propria patria; il conseguente ideale dell'auto-governo, inteso come partecipazione di tutti i cittadini al potere legislativo, che si può realizzare solamente nelle piccole comunità politiche; l'esaltazione delle piccole repubbliche, come la città di Ginevra, nelle quali soltanto può esservi amore tra i concittadini, garanzia di pace e libertà sia all'interno sia nel rapporto con gli altri Stati. Egli apre il Contratto sociale con la celebre frase "L'uomo è nato libero e ovunque è in catene". Ricercando l'origine di questa schiavitù, egli la vede sorgere dalla proprietà privata e dall'ineguaglianza di ricchezza che caratterizzano la società civile di contro alla completa indipendenza di cui l'uomo godeva nello stato di natura. Questa è l'idea centrale che ritorna in tutte le opere di Rousseau: la società distrugge la libertà naturale dell'uomo; soltanto la buona società può ricompensarlo di questa perdita offrendogli la sicurezza della libertà civile sotto la legge e infondendo in lui la libertà morale (I,8). Egli prosegue affermando che "rinunciare alla propria libertà significa rinunciare alla propria qualità di uomo, ai diritti dell'umanità, e perfino ai propri doveri" (I,4). Dall'assioma della libertà originaria dell'uomo Rousseau deduce che qualunque autorità politica legittima debba fondarsi necessariamente su qualche forma di convenzione: inizia così ad emergere il tema del patto "in virtù del quale un popolo è un popolo" (I,5), anteriore a qualunque governo. La sovranità della volontà generale, la quale esprime la volontà di ciascun individuo retto, nella società politica garantisce la libertà del cittadino. Dal momento che il corpo sovrano nasce dal contratto sociale che impegna tutti gli individui a perseguire l'interesse comune, nessuno può opporsi a esso: "chiunque rifiuterà di obbedire alla volontà generale, vi sarà costretto da tutto il corpo; [..] lo si obbligherà ad essere libero" (I,7). Questo paradosso, precorritore della robespierriana "tirannide della libertà" secondo alcuni interpreti, deriva dalla convinzione che solo nello stato civile sia possibile quella libertà morale che, sola, rende l'uomo veramente uomo: uscendo dallo stato di natura l'uomo abbandona una condizione di indipendenza, la libertà naturale, per godere della libertà civile. Rousseau dà, poi, una delle più compiute esposizioni della sua visione della libertà nelle Lettere dalla montagna. Qui ritorna la sua distinzione tra l'indipendenza che contraddistingue l'uomo nello stato di natura e la libertà di cui gode nella società; egli ammonisce di non confondere la libertà con l'indipendenza: "La libertà non consiste tanto nel poter fare la propria volontà, quanto nel non essere soggetti alla volontà degli altri"; la libertà deve dunque sempre essere accompagnata dalla giustizia e non può esistere al di fuori della legge. "In una parola – egli conclude – la libertà segue sempre le sorti della legge; essa fiorisce o muore con lei" (Lettera VIII).

    Gabriel Bonnot de Mably, sebbene sia stato spesso definito il più severo dei repubblicani francesi, ritiene che soprattutto una forma di governo mista possa salvare i Francesi dal dispotismo, restituendo loro la libertà. Egli enuncia la teoria dell'ancienne libertè nel suo Dei diritti e dei doveri del cittadino: "Noi Francesi eravamo liberi, liberi come lo siete oggi in Inghilterra; [..] i nostri padri hanno venduto, regalato e lasciato distruggere la nostra libertà; continuando a disprezzarla noi la dimenticheremo" (I lettera); oggi noi viviamo in uno stato di sottomissione. La libertà si definisce in positivo come autogoverno: "parliamo della libertà francese e vogliamo non essere schiavi, come se per un popolo vi fosse un modo di essere liberi diverso dall'essere il suo proprio legislatore"; in negativo essa si definisce in contrapposizione alla tirannide: "il dispotismo inizia dove finisce la libertà" (II lettera). L'amore per la libertà viene concepito come la fonte di ogni bene, ma deve essere unito all'amore per le leggi, altrimenti prevalgono le passioni e si genera la tirannide (IV lettera). Egli evidenzia poi l'importanza dell'educazione per creare cittadini liberi e la necessità di diversi tipi di magistrati sottoposti alla legge per conservare la libertà (VII lettera), senza la quale non vi può essere benessere (VIII lettera). Nei Discorsi di Robespierre si compie il rovesciamento retorico di una delle contrapposizioni fondanti il pensiero politico occidentale: il regime rivoluzionario viene infatti da lui caratterizzato come "dispotismo della libertà", in contrapposizione alla reale tirannide rappresentata dalla monarchia assoluta. Egli, identificando la repubblica con i valori della patria e della libertà, attribuisce a questo termine un significato nuovo, svincolato da una precisa tipologia delle forme di governo: "La parola repubblica – egli afferma – non significa alcuna forma particolare di governo, essa risponde a ogni governo di uomini liberi, di coloro che hanno una patria". La sua asserzione è analoga a quella di Desmoulins, che considerava la repubblica "uno stato libero con un re o uno statholder o un governatore generale oppure un imperatore" (Revolutions de France et de Brabant, 1791). Nell'infuocata oratoria di Saint-Just ricorrono molte figure retoriche mutuate dal pensiero repubblicano classico. Egli può così affermare che "la calma è l'anima della tirannide, la passione quella della libertà". Un popolo è libero quando è sovrano; la libertà dei cittadini consiste nel dipendere da leggi ragionevoli; la perfetta libertà si identifica pertanto con la forma di governo democratica. Riprendendo un tema caro a Rousseau, egli afferma che l'indipendenza è tipica dello stato di natura, la libertà della condizione civile.

    La prima libertà che Immanuel Kant rivendica in nome degli ideali politici dell'Illuminismo, da lui concepito come uscita dell'uomo da uno stato di minorità che deve imputare a se stesso, è la libertà "di fare pubblico uso della propria ragione in tutti i campi" (Risposta alla domanda: che cos'è l'Illuminismo?: 52): una libertà di parola che costituisce il presupposto necessario di ogni opera di Aufklärung del popolo nonché l'unica difesa dei diritti del popolo. La libertà dell'individuo in quanto uomo ha poi un ruolo fondamentale nella sua costruzione teorica dello stato civile, in quanto ne costituisce uno dei principi a priori. A lui dobbiamo una delle più suggestive definizioni della libertà umana, concepita come possibilità di perseguire la propria personale immagine della felicità: l'idea che "nessuno può costringermi ad essere felice a suo modo" (Sopra il detto comune..: 78) si traduce in una recisa condanna di ogni governo paternalistico che, trattando i sudditi come figli minorenni, si arroghi il diritto di scegliere per il loro bene: l'imperium paternale è per lui la peggior forma di dispotismo. Nella sua visione questo "spirito di libertà" deve essere incarnato e difeso dalla costituzione, la quale deve ispirare una razionale e spontanea obbedienza alle leggi coattive dello Stato: di qui discende la "libertà legale", ossia la facoltà di non obbedire ad altra legge che non sia quella a cui tutti i cittadini hanno dato il proprio consenso.

    In una vena simile e con un'analoga visione autenticamente liberale Alexis de Tocqueville condanna il dispotismo paterno come la più perversa forma di governo che possa toccare gli uomini, e proprio quella che le società democratiche debbono maggiormente temere. Questo regime, infatti, si prende cura della vita dei sudditi fin nei minimi dettagli, ma così facendo li lascia sempre in statu pupillari: non toglie loro la forma esteriore della libertà ma ammorbidisce, piega e dirige le loro volontà; non li riduce in schiavitù, ma lascia loro solamente la libertà di "procurarsi piaceri minuti e volgari di cui nutrono la loro anima". Questo dispotismo può instaurarsi nei popoli democratici perché i cittadini delle democrazie sono proni a rinchiudersi all'interno del cerchio ristretto della parentela e delle amicizie intime, paghi del loro "materialismo onesto" e poco inclini alle grandi idealità e all'impegno pubblico. Al dispotismo paterno fà da pendant sul piano sociale quella che Tocqueville chiama la "tirannide della maggioranza", ossia il potere occulto dell'opinione pubblica che può indurre al conformismo. Questa tirannide non usa più strumenti primitivi quali catene e carnefici, "abbandona il corpo e punta diritto all'anima", traccia un cerchio formidabile intorno al pensiero per stabilire ciò che è lecito e conveniente e ciò che non lo è: al di fuori di questo cerchio di opinioni convenzionali, l'individuo è libero ma isolato, uno straniero senza più patria.

    I repubblicani americani usavano nomi fittizi tratti da Plutarco ma non condividono il suo repubblicanesimo aristocratico. Essi ribaltano una delle convinzioni predilette del pensiero politico europeo, criticando il presunto "spirito pacifico" delle repubbliche: essi mostrano, infatti, come le cause di ostilità tra i popoli non siano rimosse o alterate dalla loro forma di governo (n.6). Essi vedono nella separazione e distinzione dei vari poteri la garanzia essenziale della libertà; esecutivo e legislativo si controllano a vicenda. Di più, in America l'esistenza di un governo federale al di sopra di quello dei singoli Stati è un'ulteriore, doppia garanzia della libertà del popolo.




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    Bibliografia.

    AA.VV. Morire per la libertà, a cura di F. Ingravalle, Torino, La Rosa, 1996.

    AA.VV. Libertà, Venezia, Marsilio, 1991.

    Isaiah Berlin, Four Essays on Liberty, Oxford, Oxford University Press, 1969.

    Kurt Raaflaub, Die Entdeckung der Freiheit, Muenchen, Beck, 1985.
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    tratto dal sito web:
    http://www.univ.trieste.it/~dipfilo/.../giorgini.html

  2. #22
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    Predefinito .......CORSO MONOGRAFICO.......

    Presso l'Universita' degli Studi della Tuscia di VITERBO

    Prof. Maurizio Ridolfi
    I semestre

    Corso monografico
    Repubbliche e repubblicanesimo nell'Europa del Novecento

    Il corso, in primo luogo, vuole evidenziare la complessa traduzione dei principali modelli repubblicani di governo - americano e francese - nell'Europa del Novecento; una tendenza incentivata soprattutto dopo la Grande guerra e la dissoluzione degli imperi (tedesco, austro-ungarico, russo, turco). Attraverso un approccio comparativo, spaziando tra l'Europa centro-orientale e l'Europa mediterranea, nel novero delle nuove Repubbliche anche quella italiana, nata nel 1946, potrà acquisire una più chiara connotazione politica e culturale.
    In Europa si sono ridestate le passioni del repubblicanesimo, una cultura politica che in Italia vanta una tradizione originale: da Cicerone a Machiavelli, fino a comprendere Giuseppe Mazzini e Piero Calamandrei. La tradizione repubblicana rinvia non solo alla forma politico-istituzionale di governo ma anche alla natura dell'"amor di patria" e della cittadinanza democratica: è questo il filo conduttore del corso. Basti pensare ai temi che l'orizzonte del patriottismo repubblicano evoca: le istanze autonomistiche e federalistiche, la retorica, i simboli, i rituali pubblici, i monumenti, la toponomastica, i linguaggi della memoria e delle rappresentazioni narrative (politiche, ma anche letterarie).
    L'articolazione del corso prevede la formazione di due gruppi seminariali, con l'analisi di fonti e testi attraverso cui evidenziare le diverse forme di religioni civili repubblicana presenti nell'Europa del Novecento. Un gruppo, coordinato dalla dott.ssa Cinzia Pellegrini, presterà attenzione all'Europa centro-orientale, in particolare alla storia della Repubblica cecoslovacca tra modello della Repubblica tedesca di Weimar (nel primo dopoguerra) e esemplificazione tra le più significative (nel secondo dopoguerra) delle "democrazie popolari" comuniste. Un secondo gruppo, coordinato dalla dott. ssa Luisa Selvaggini, si occuperà della tradizione repubblicana nel mondo iberico (la Spagna e il Portogallo), in relazione soprattutto al modello francese.

    Testi per preparare l'esame
    E' richiesta la preparazione dei seguenti testi :
    - ALEXIS DE TOCQUEVILLE, La Democrazia in America, una delle edizioni tascabili in commercio (brani scelti indicati nell'ambito del corso)
    - ANTONIO BECHELLONI, Metamorfosi di un modello repubblicano. Francia 1944-1993, Unicopli 1995
    - M. RIDOLFI-N. TRANFAGLIA, 1946. Nasce la Repubblica, Laterza 1996

    A scelta
    Lo studente deve scegliere uno dei testi seguenti:
    - MAURIZIO VIROLI, Repubblicanesimo, Laterza 2000
    - GIAN ENRICO RUSCONI, Patria e repubblica, Il Mulino 1997
    Chi svolgerà l'esercitazione seminariale, potrà non portare il previsto libro a scelta.
    *Ai fini della valutazione, per chi non avesse già sostenuto l'esame di Storia dell'Europa o di Storia contemporanea, è richiesta la conoscenza dei lineamenti generali della storia contemporanea. Si consiglia il testo di G. Sabbatucci- V. Vidotto, Manuale di storia, vol. III. L'età contemporanea, Laterza.

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    tratto dal sito web:
    http://www.unitus.it/lingue/docenti/...2/vecchio_ord/

  3. #23
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    MARINA TESORO, Democrazia in Azione. Il progetto repubblicano da Ghisleri a Zuccarini, Franco Angeli, Milano, 1996, pp.276.


    Marina Tesoro autrice che non ha certo bisogno di presentazioni per i lettori di questo Bollettino raccoglie e rielabora in questo volume una serie di saggi scritti a partire dal 1975 e che hanno come proprio asse tematico lo sviluppo storico del repubblicanesimo di prevalente ascendenza cattaneana.
    Il libro appare diviso in due parti dedicate la prima al programma ed all'organizzazione del P.R.I., dalla nascita sino al primo dopoguerra, e la seconda ad approfondire alcuni aspetti della storia repubblicana legati a singoli personaggi. Si susseguono così otto saggi dedicati rispettivamente, per quanto riguarda la prima parte, ai rapporti tra socialisti e repubblicani nella Milano di fine secolo, ai caratteri fondamentali del P.R.I. sino alla Grande guerra, al partito politico nella concezione di Ghisleri, ed al problema dello Stato e più in generale alla vicende del P.R.I. nel primo dopoguerra; alla questione femminile in Ghisleri, all'attività politica di Colajanni tra Crispi e Giolitti, all'attività di Schiavetti nel P.R.I., ed al pensiero autonomista di Zuccarini nella seconda parte.
    Si tratta come rileva la stessa autrice di studi <<elaborati in modi diversi, con destinazioni differenti e dunque impostati su registri di approfondimento tra loro non omogenei>> (p.11). Piuttosto che soffermarci su ognuno di essi dando vita ad una serie di minirecensioni - riteniamo dunque più opportuno soffermarci su alcune riflessioni d'insieme.
    Il volume costituisce un'analisi sostanzialmente compiuta ed organica del repubblicanesimo di ascendenza cattaneana; lascia tuttavia perplessi l'idea di fondo - che del resto appare più enunciata a livello teorico che applicata effettivamente nelle singole ricerche - di uno sviluppo che condurrebbe da un 'veterorepubblicanesimo' mazziniano ed intransigente ad un 'neorepubblicanesimo' cattaneano e riformista.
    In realtà, come appare evidente dalle stesse ricerche della Tesoro e come del resto il recente rifiorire di studi sulla tradizione repubblicana in particolare romagnola ha messo in luce nel movimento repubblicano convivono, compenetrandosi spesso negli stessi protagonisti, diverse tradizioni e istanze ideali, senza che sia possibile individuare un vero e proprio sviluppo evolutivo, né in senso temporale, né, tanto meno, in senso valoriale.
    Del resto la stessa autrice, accanto a personaggi di indubbia derivazione cattaneana come Ghisleri e Zuccarini, si sofferma su personaggi animati da ispirazioni diverse, dal repubblicano 'realista' e, per dir così, transigente Colajanni, a Dario Papa e Fernando Schiavetti, ambedue animati, sia pure con sfumature differenti, dalla volontà di conciliare repubblicanesimo e socialismo.
    Né le influenze politiche si riducono a quelle, per così dire, immaginabili. Particolarmente significativo ci pare, anche per la sua scottante attualità, il 'discorso' politico messo in campo dall'<<Italia del Popolo>> nella lotta anticrispina, che fu in grado di compattare la variopinta coalizione ostile al politico siciliano. Un discorso che si condensò in una serie di parole d'ordine: <<la protesta antifiscale>>, il <<ritorno all'ordine>> contro l'arbitrio crispino e soprattutto <<il gioco del paragone e della contrapposizione di Milano contro Roma, del Nord contro il Sud, dell'Italia civile e produttiva contro Italia corrotta e parassitaria>> (p.55). Un armamentario retorico su cui si vorrebbe saperne di più, soprattutto sulle sue radici che affondano in un humus ideologico comune a gran parte della classe dirigente e non solo milanese.
    Particolarmente significativo è che, comunque, il momento di massima fortuna dei repubblicani coincida con la lotta dello 'Stato di Milano' (espressione non a caso coniata da Papa) contro Crispi. Venuta meno la coalizione anticrispina con la salita al potere di di Rudinì i repubblicani si trovarono nuovamente isolati a destra con i radicali e i liberali avanzati disponibili all'accordo con il nuovo governo e a sinistra con i socialisti che, nonostante le sollecitazioni di Papa, tornarono a rinchiudersi nel loro esclusivismo.
    I repubblicani in questa situazione non riuscirono a convogliare verso la propria idea di repubblica federale il seguito conquistato dallo 'Stato di Milano' che rifluì così al suo stato primitivo di 'ideologia milanese' del primato della produttività sulla politica e della 'diversità ambrosiana'; un'ideologia che, come sappiamo, avrà, come sappiamo, lunga vita. Del resto la Tesoro è ben lungi dal negare la presenza di linee tra loro differenti e a volte conflittuali; giunge anzi a vedere nella pluralità di ascendenze politiche una sorta di "vizio congenito" (p.19) destinato a minare la stessa efficacia dell'azione repubblicana.
    In particolare l'autrice individua l'antinomia di fondo nel "presentarsi come partito di antitesi assoluta al sistema politico istituzionale oppure partito riformatore" (p.81); un'antinomia che finirà per divenire paralizzante per la stessa attività del partito in alcune fasi. Questa contraddizione, che certo esisteva a livello organizzativo (e basti qui ricordare trascurando anche la posizione dei ralliées con la monarchia gli scontri costanti tra astensionisti e partecipazionisti, o in una seconda fase tra rivoluzionari e riformisti), trova una propria spiegazione nella cultura positivista ed evoluzionista di cui, almeno dai tempi dei 'placidi tramonti della monarchia' era impregnata la gran parte dei repubblicani. Una cultura per la quale, dato per scontato l'inevitabile trionfo della repubblica, diventava di secondaria importanza, e legato essenzialmente alle contingenze storiche, se ci si arrivava pacificamente o per vie rivoluzionarie.
    Si spiega così il riformismo sui generis dei repubblicani caratterizzato, per così dire, da una sorta di riserva mentale, dalla convinzione cioè che le riforme strutturali necessarie al paese fossero sostanzialmente incompatibili con il regime monarchico e che quindi fosse inevitabile giungere prima o poi al redde rationem rivoluzionario.
    Una mentalità che trovò una sua icastica rappresentazione (del resto ricordata dalla Tesoro) nella decisione dell'<<Italia del Popolo>>, organo ufficiale della riformista e 'cattaneana' Federazione regionale lombarda, di regalare ai propri abbonati, per il 1894, una rivoltella. Una mentalità che, andrebbe analizzata a fondo per comprendere alcuni tratti del movimento repubblicano durante il periodo monarchico.
    Particolarmente significativo da questo punto di vista, ed altrimenti difficilmente spiegabile, il ruolo che il P.R.I., inserendosi nella tradizione dell'Estrema Sinistra, attribuiva al Parlamento nel proprio programma del 1897: da un lato si riconosceva l'attività dei parlamentari come uno strumento utile all'azione del partito, ma dall'altro si ribadiva che comunque tale attività andava compiuta senza nessuna concessione alle istituzioni monarchiche e nella consapevolezza della loro sostanziale inanità, per il carattere intrinsecamente irriformabile della monarchia (<<nulla speran[do] di poter ottenere dagli attuali istituti>>). Questo non toglie che gli scontri tra chi intendeva far prevalere l'opzione rivoluzionaria e i sostenitori dell'ipotesi parlamentare furono continui nella storia del partito, ma, almeno dal punto di vista teorico, la questione era, tutto sommato, chiara.
    Altro punto preso in considerazione dalla Tesoro è quello della struttura organizzativa del P.R.I.. Una struttura che come è noto si presenta come sostanzialmente a macchia di leopardo con alcune zone di forte radicamento in Italia centrale, ed una presenza sparsa nel resto del paese, anche se la stessa autrice mette in luce come sarebbe necessaria una maggiore messe di studi locali per avere una mappatura più certa della geografia politica repubblicana. Tanto più utile per quelle realtà, come il Sud Italia, dove le strutture organizzative erano estremamente labili ed il processo di differenziazione all'interno dell'Estrema tutt'altro che avanzato, ma che tuttavia non è possibile, almeno a nostro parere, ricondurre alla sola dimensione notabilare e clientelare.
    Dato consolidato, comunque, è il carattere scarsamente strutturato a livello nazionale, delle organizzazioni repubblicane anche in quei casi in cui la loro consistenza fosse maggiore. Il coordinamento nazionale era dato sostanzialmente da una rete di giornali e dalla presenza di un gruppo dirigente di varia formazione ma la cui autorevolezza era sostanzialmente riconosciuta da tutti. Si tratta del resto, come ben mette in luce l'autrice, di una struttura che dipendeva strettamente dalle concezioni politiche dei repubblicani, legati anche nei propri esponenti più avanzati come Ghisleri, ad una concezione ottocentesca del partito politico. Una concezione che vedeva nell'unicità del discorso politico garantito da una cultura comune e da una rete di giornali e pensatori/oratori (spesso deputati) il collante di organizzazioni altrimenti attive essenzialmente a livello locale, lì dove cioè il partito politico poteva stemperarsi nella dimensione più familiare dell'associazionismo.
    L'ultimo punto su cui vogliamo soffermarci è la questione, posta dalla Tesoro sul <<come mai, pur ammettendo in termini generali, l'esistenza di una linea di discendenza tra il Partito repubblicano, Giustizia e libertà, il Partito d'azione e persino il virtuale partito della democrazia e anche riconoscendo il debito intellettuale verso Ghisleri di personaggi come Gaetano Salvemini, Ernesto Rossi, Emilio Lussu o Ferruccio Parri, i repubblicani sembrano aver lasciato alle generazioni successive una così debole traccia di sé>> (p.17). Le risposte fornite dall'autrice appaiono sostanzialmente convincenti: l'isolamento sia a destra dovuto alle èlite liberali, sia a sinistra da parte dei socialisti entrambi insensibili alle istanze repubblicane, ma anche, se non soprattutto, le deficienze interne del movimento stesso sia per gli uomini, non sempre di eccelso livello sia (e secondo l'autrice in via principale) per il <<carattere polimorfico>> del Pri, per la sua molteplicità di ascendenze e di linee politiche che provocava un dispendio enorme di forze sia nella mediazione che nello scontro tra di esse. lasciandone ben poche per la propaganda all'esterno.
    Non si può, tuttavia dimenticare che la vicenda del movimento repubblicano va inquadrata nella più generale crisi della democrazia radicale a livello europeo che coinvolge anche gruppi ben più consistenti e radicati dei repubblicani come i liberals inglesi o i radicaux francesi, appartenti anch'essi alla famiglia politico-culturale dei repubblicani. Una crisi legata alla fine dell'organizzazione sociale e culturale ottocentesca - segnata dalla presenza massiccia dei gruppi borghesi, artigiani e commerciali tradizionali e di quel complesso insieme di mestieri di ancien regime dai cocchieri ai camerieri, tutti portatori di un'idea di democrazia come 'res publica dei patres familias'- che ne costituiva l'humus indispensabile.

    Pietro Finelli

    ---------------------------------
    tratto da:
    http://www.domusmazziniana.it/Bollet...12_Tesoro.html

  4. #24
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    IDEA RINNOVATRICE

    di Giuseppe Rensi
    Dei due principi che si contesero il campo durante la lotta
    per l'indipendenza e l'unità, il monarchico e il repubblicano, il
    primo era quello che riassumeva in se lo spirito e la tendenza
    della conservazione economica e sociale, secondo quello che
    affermava e conteneva i postulati più arditi di rinnovazione,
    ed era materiato di rivendicazioni proletarie
    .
    E' impossibile negarlo. L'idea repubblicana, quale era
    proclamata dai grandi di quel fortunoso periodo non era
    un'idea meramente formale, non mirava unicamente ad u-
    na questione di forma, non tendeva a lottare solamente per
    ottenere un capo elettivo dello Stato in luogo di un capo e-
    reditario, lasciando immutato tutto il resto. Essa invece pe-
    netrava profondamente tutta la struttura sociale
    , e il suo
    contenuto interno, la sua intima essenza, il suo tessuto or-
    ganico (se così è lecito dire) inscindibile dalla forma esterna,
    e senza il quale questa non si sarebbe neppure potuta con-
    cepire, consisteva appunto nel concetto della trasformazio-
    ne economica. L'idea repubblicana faceva appello diretta-
    mente al proletatiato
    e lo chiamava a lottare per la repubbli-
    ca allo scopo di conquistare con la repubblica e nella repub-
    blica la sua emancipazione economica, e additandogli nella
    repubblica non una forma estrinseca di governo, ma un
    completo sistema di rinnovazione sociale. O meglio ancora:
    la repubblica era la grande espressione con cui il proletaria-
    to stesso dava forma alla soluzione dei problemi, al soddi-
    sfacimento dei bisogni che lo angustiavano. L'idea di rinno-
    vazione sociale era connaturata all'idea di repubblica. La re-
    pubblica doveva essere (per usare le parole di Giuseppe
    Ferrari) la rivoluzione del povero. Contro di essa la monar-
    chia non doveva essere e non fu che la rivoluzione del ricco.
    Niuno meglio di Giuseppe Mazzini ci offre la dimostrazio-
    ne di questa verità: di Giuseppe Mazzini che fu il più strenuo
    combattente per la repubblica, colui che dell'idea repubblica-
    na venne sempre e viene ancora salutato apostolo.
    L'idea di Mazzini fu tradita dagli uomini e dai fatti perche
    l'Italia si formò su tutt'altre basi politiche ed economiche da
    quelle per cui egli aveva lottato con tutta la sua anima e per
    tutta la sua vita.

    Eppure, chi sa? Nessuna di queste scintille ideali può an-
    dare interamente perduta. Esse ci appaiono talvolta soffocate
    del tutto dalla trama brutale dei fatti ma, forse, a secoli di di-
    stanza, come rigermoglia il grano trovato nella tomba del Fa-
    raone
    , torneranno a rilucere e ad ardere in qualche spirito
    grande e per mezzo di lui a suscitar nuovamente nei cuori un
    vasto, e forse allora, inestinguibile incendio.

    (1905)

  5. #25
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    LA REPUBBLICA DELL'UOMO

    di Edoardo Pantano

    Noi celebrammo Mazzini nelle ore tristi in cui la calunnia lo
    incalzava da ogni lato: lo difendemmo quando gli altri lo com-
    battevano; quando il farlo procacciava l'ironia o la persecuzio-
    ne. Sotto il fascino del suo esempio o della sua parola, spiam-
    mo allora i palpiti della patria, frementi di trovarli incerti e fiac-
    chi -mentre qualcuno, di quando in quando, per irrobustirli
    con la trasfusione del proprio sangue affrontava, in tentativi di-
    sperati, il carcere o la scure, quando non poteva sfidare la mor-
    te sui campi di battaglia.
    Poi alla febbre degl'ideali del periodo epico del risorgimen-
    to nazionale successe quella degli appetiti, alla storia eroica la
    cronaca senile; e in quel periodo grigio di entusiasmi a freddo
    di patriottismo senza sacrifici, di poesia senza inspirazione, di
    religione senza fede -noi trovammo ancora una volta nella sua
    parola o nel suo esempio la forza necessaria per sottrarci alle
    pigri allucinazioni dell' ambiente, per risalire la corrente, per
    contrapporre al soffio gelido dello scetticismo un'anima e un'i-
    dea. Allora -ed ora? Ora perplessi, pensosi torniamo a curvarci
    sul petto della patria risorta per sorprendervi il soffio di quelle
    idealità rigeneratrici senza le quali un popolo non è che un nu-
    mero nella storia.
    E dinanzi al suo sepolcro, dove sfilano a capo scoperto an-
    che coloro che un giorno lo vollero proscritto dalla sua terra na-
    tia o dalla coscienza nazionale, salutiamo questo generale in-
    condizionato omaggio alla sua memoria, come un raggio di lu-
    ce che illumina l' anima del paese verso i suoi futuri destini. In
    questo unanime consenso -al di fuori e al di sopra di ogni que-
    stione di parte -sta oggi l'affermazione della sua grandezza.
    Giacche se come cittadino del mondo egli fu l'interprete del
    pensiero collettivo di un'Epoca nuova in cui lo Stato non sarà
    più ne sopraffazione di classe, ne lotta di egoismi, ma integra-
    zione piena dell'uomo nella società, del cittadino nella Patria e
    della Patria nell'Umanità -come italiano egli rappresenta la in-
    camazione più completa e più pura della coscienza nazionale.

  6. #26
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    Predefinito tratto da IL GIORNALE DI BRESCIA 31 agosto 2002

    La frase machiavellica che Machiavelli non pronunciò
    «Il fine giustifica i mezzi»: la prova lampante del fraintendimento del pensiero dello statista

    Maria Mataluno

    A guardarlo attentamente, così come lo presenta Santi di Tito in un famoso ritratto, è difficile credere che Niccolò Machiavelli fosse quel diabolico consigliere di tiranni dipinto da una secolare tradizione. Occhi sfuggenti e malinconici, fronte ampia, labbra sottili che accennano un indecifrabile sorriso: il grande fiorentino sembra rivolgerci uno sguardo di complicità, una richiesta di comprensione che quasi ci spinge a dare ragione a Ugo Foscolo, il quale sostenne che l’autore del Principe non intendeva elargire consigli immorali ai governanti, ma anzi mettere in guardia gli uomini liberi dai pericoli dell’assolutismo, nascondendo dietro il significato letterale delle sue agghiaccianti sentenze sulla natura umana una denuncia accorata dei mali del suo tempo. Uno studioso francese ha definito il Rinascimento l’epoca di Machiavelli, identificando questo intellettuale del Cinquecento col clima d’intrighi, guerre fratricide, complotti e tradimenti che per secoli furono considerati l’essenza del Rinascimento, l’altra faccia di una medaglia il cui recto era rappresentato dal crollo del feudalesimo e dal risveglio delle arti e delle scienze. Un’atmosfera che Machiavelli avrebbe incarnato perfettamente; soprattutto dopo che qualcuno - non si sa se siano stati i Gesuiti che misero all’indice il Principe per la sua vena anticlericale o i protestanti che all’opposto lo considerarono uno strumento della Controriforma - gli ebbe messo in bocca una frase che Machiavelli non si sognò mai né di scrivere né di pronunciare: «Il fine giustifica i mezzi». Un’affermazione che è stata piegata a giustificare le peggiori barbarie. Eppure, ripercorrendo la sua vita, appare evidente che non ci fu uomo meno «machiavellico» di Machiavelli. È vero, egli consigliò al principe l’inganno e l’ipocrisia come mezzi per uscire sempre vincente dai rapporti con gli altri Stati: ma le cronache dell’epoca dimostrano come nella sua attività diplomatica svolta quand’era segretario della Repubblica fiorentina si dimostrasse tutt’altro che scaltro, più incline a farsi ingannare piuttosto che a mettere nel sacco il prossimo. La maggior parte delle qualità che ser Niccolò ammirava di più - e che vedeva incarnate in Cesare Borgia, il figlio ribelle e spregiudicato di papa Alessandro VI - gli mancavano: si dichiarava anticlericale, ma educò i propri figli nella morale cristiana e sul letto di morte ricevette i Sacramenti; tradì la moglie come tutti i gentiluomini del Cinquecento, ma fu anche un marito e un padre premuroso e comprensivo; affermò che gli uomini pensano solo al proprio interesse, ma non sfruttò mai la sua posizione politica per arricchirsi e alla fine del suo mandato era povero come quando aveva cominciato a viaggiare per l’Italia e l’Europa curando gli interessi di uno Stato che non gli fu mai abbastanza grato da affidargli incarichi veramente importanti. Niente, insomma, nella vita di Machiavelli coincide con l’immagine che di lui ci è stata tramandata: un po’ volpe un po’ leone, servo devoto di una ragion di Stato alla quale non esitava a sacrificare umanità e senso del dovere. E dire che la sorte gli riservò non poche brutte sorprese, che avrebbero ben giustificato il suo cinismo: come quando nel 1512 i Medici rientrarono a Firenze e lui, che per quattordici anni aveva servito la Repubblica fiorentina, fu esiliato. Si ritirò allora nella sua tenuta di San Casciano, adattandosi a condurre una vita appartata, fatta di lunghe passeggiate nei campi, di serate trascorse con i contadini del luogo e soprattutto di meditazioni nella sua biblioteca, in un costante colloquio con quei classici nei quali cercava una luce capace di rischiarare il presente. Ma la bufera non era ancora passata: nel 1513 si sparse la voce di una congiura contro i Medici capeggiata da due giovani repubblicani, Pietro Paolo Boscoli e Agostino Capponi. E poiché il suo nome figurava in una lista finita in mano alla polizia, l’ex-segretario fu arrestato, torturato e imprigionato. Fu rilasciato solo grazie all’intercessione di alcuni amici influenti; e tornò alla quiete dell’Albergaccio, dove lo aspettavano la moglie Adele e i suoi amati libri. Lì, in una casa che aveva fama di essere abitata dal diavolo - i suoi detrattori insinuarono che le sue opere fossero state scritte sotto dettatura del demonio - nacque Il Principe, un’opera scritta in quindici mesi di veglie notturne e con la quale egli sperava di riguadagnare la fiducia dei Medici. L’unica via di uscita dalla «gravità» dei tempi era, secondo Machiavelli, un principe illuminato, capace di creare uno Stato così forte da poter resistere alle mire espansionistiche dei vicini. A questo scopo il comportamento del principe doveva ispirarsi unicamente alle leggi della politica, ben distinte da quelle della morale e della religione. Un principe non deve preoccuparsi di essere giusto, buono, leale, perché la bontà può causare la sua «ruina», mentre l’inganno, la disonestà, il non tener fede alla parola data e persino l’assassinio sono mezzi necessari per il raggiungimento del bene comune. Poiché gli uomini sono per natura «ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori, fuggitori de’ pericoli, cupidi di guadagno», anche il principe deve saper essere malvagio quando le esigenze dello Stato lo richiedano. Parole che sconcertano per la loro durezza, ma al tempo stesso affascinano per il loro mistero: Machiavelli credeva davvero in ciò che scriveva o il suo era un messaggio in codice destinato ai giovani idealisti che, come Boscoli e Capponi, volevano cambiare il mondo? Non bisogna dimenticare, infatti, che il principato di cui descrive le leggi doveva essere solo una fase di transizione, al termine della quale si sarebbe giunti a quella che per lui rimaneva la migliore forma di governo possibile: la Repubblica. Comunque stessero le cose, Machiavelli, attribuendo alla politica un campo d’azione autonomo dalla morale, impresse una svolta epocale al pensiero politico, tanto da essere considerato il padre del liberalismo moderno e un teorico ante litteram dello Stato borghese. Uno Stato laico e repubblicano, dove i diritti dei singoli coincidono con quelli di tutti. Una lezione che sarebbe «diabolico» non seguire.


  7. #27
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    Il numero di gennaio-aprile 2002 della rivista di storia contemporanea "Memoria e Ricerca" (pp. 195, euro 11,50), edita da Franco Angeli, è dedicato al tema "repubbliche e repubblicanesimo", a cura di Maurizio Ridolfi.

    Il fascicolo evidenzia la complessa traduzione dei modelli repubblicani di governo nei paesi dell’Europa mediterranea, laddove, a partire dalla Francia della III Repubblica e anche prima della seconda guerra mondiale, si ebbero forme di governo repubblicane pur limitate e fragili (in Spagna negli anni 1873-’74 e quindi negli anni 1931-1936, in Portogallo con la I Repubblica tra il 1910 e il 1926, in Grecia tra gli anni ’20 e ‘30) ma dove anche si formarono definite culture politiche repubblicane in alcune regioni spaziali, assurte nel contesto europeo a “laboratori” della partecipazione politica e della ridislocazione dei poteri (locale, regionale, nazionale) .
    È una vicenda che corre lungo un secolo, tra il 1848, quando la II Repubblica in Francia riaccese le passioni del repubblicanesimo europeo, e il 1946, quando referendum e plebisciti, perdurando regimi autoritari sia in Spagna che in Portogallo, sanzionarono la pluralistica configurazione delle forme di governo nell’Europa meridionale: con la sconfitta dell’opzione repubblicana in Grecia, la sanzione della Repubblica in Italia, l’avvento della IV Repubblica in Francia.

    Riproduciamo di seguito l'indice del fascicolo per quanto riguarda la parte monografica.

    REPUBBLICHE E REPUBBLICANESIMO.
    L’EUROPA MERIDIONALE (SECOLI XIX-XX)
    a cura di Maurizio Ridolfi

    Maurizio Ridolfi, La po!iticizzazzone repubblicana nell’Europa meridionale (1830-1948,). Un percorso di ricerca
    Olivier Ihi, Una territorialità repubblicana. I nomi delle vie nella Francia del XIX e XX secolo
    David Luna de Carvalho, Repubblicanesimo e Repubblica laica in Portogallo(1891-1914)
    Jocelyne George, I repubblicani del Vir da/ 1792 al 1945
    Rosa Ana Gutiérrez Lloret, Tra municipio e parlamento. Il repubblicanesimo valenziano nella politica della Restaurazione (1875-1899)
    Sauro Mattarelli, Romagna tra Otto e Novecento: la “terra della repubblica” nell'Italia unita

    DOCUMENTO/IMMAGINE
    Maria Pia Critelli, La Repubblica Romana de! 1849. La memoria c i! documento, nelle fotografie di Stefano Lecchi

    --------------------------------------------------------------------------------
    tratto dal sito web del
    PENSIERO MAZZINIANO

  8. #28
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    Il numero di gennaio-aprile 2002 della rivista di storia contemporanea "Memoria e Ricerca" (pp. 195, euro 11,50), edita da Franco Angeli, è dedicato al tema "repubbliche e repubblicanesimo", a cura di Maurizio Ridolfi.

    Il fascicolo evidenzia la complessa traduzione dei modelli repubblicani di governo nei paesi dell’Europa mediterranea, laddove, a partire dalla Francia della III Repubblica e anche prima della seconda guerra mondiale, si ebbero forme di governo repubblicane pur limitate e fragili (in Spagna negli anni 1873-’74 e quindi negli anni 1931-1936, in Portogallo con la I Repubblica tra il 1910 e il 1926, in Grecia tra gli anni ’20 e ‘30) ma dove anche si formarono definite culture politiche repubblicane in alcune regioni spaziali, assurte nel contesto europeo a “laboratori” della partecipazione politica e della ridislocazione dei poteri (locale, regionale, nazionale) .
    È una vicenda che corre lungo un secolo, tra il 1848, quando la II Repubblica in Francia riaccese le passioni del repubblicanesimo europeo, e il 1946, quando referendum e plebisciti, perdurando regimi autoritari sia in Spagna che in Portogallo, sanzionarono la pluralistica configurazione delle forme di governo nell’Europa meridionale: con la sconfitta dell’opzione repubblicana in Grecia, la sanzione della Repubblica in Italia, l’avvento della IV Repubblica in Francia.

    Riproduciamo di seguito l'indice del fascicolo per quanto riguarda la parte monografica.

    REPUBBLICHE E REPUBBLICANESIMO.
    L’EUROPA MERIDIONALE (SECOLI XIX-XX)
    a cura di Maurizio Ridolfi

    Maurizio Ridolfi, La po!iticizzazzone repubblicana nell’Europa meridionale (1830-1948,). Un percorso di ricerca
    Olivier Ihi, Una territorialità repubblicana. I nomi delle vie nella Francia del XIX e XX secolo
    David Luna de Carvalho, Repubblicanesimo e Repubblica laica in Portogallo(1891-1914)
    Jocelyne George, I repubblicani del Vir da/ 1792 al 1945
    Rosa Ana Gutiérrez Lloret, Tra municipio e parlamento. Il repubblicanesimo valenziano nella politica della Restaurazione (1875-1899)
    Sauro Mattarelli, Romagna tra Otto e Novecento: la “terra della repubblica” nell'Italia unita

    DOCUMENTO/IMMAGINE
    Maria Pia Critelli, La Repubblica Romana de! 1849. La memoria c i! documento, nelle fotografie di Stefano Lecchi

    --------------------------------------------------------------------------------
    tratto dal sito web del
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  9. #29
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    Predefinito IL TIRRENO 25 settembre 2002

    Libro sui partiti
    dell'antica Roma

    PONTREMOLI. Sabato prossimo alle ore 16,30 nels alone del Quattrocento del Comune di POntrmeoli, il prof. Giuseppe Benelli presenterà il libro di Antonierra Dosi, «Gruppi e partiti politici di età repubblicana» (Ed. Quasar).
    Il volume della Dosi, che è stata docente all'Università di Atene e direttrice dell'Istituto italiano di cultura di Alessandria d'Egitto, si inserisce nella collana «Vita e costumi dei Romani antichi», promossa dal Museo della civiltà romana.
    Al mondo romano l'autrice ha dedicato la sua intensa attività di ricerca e questo libro sulle vicende politiche della Roma repubblicana coinvolge il lettore nelle lotte del tempo e fa comprendere cosa fossero i partiti politici di allora.

  10. #30
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    Predefinito IL SOLE 24 OR 28 Novembre 1999

    A fine secolo si riscopre la repubblica

    Maurizio Viroli, "Repubblicanesimo", Bari, Editori Laterza, 1999, L. 20.000

    Chi scriverà la storia intellettuale di questa fine secolo "non potrà fare a meno di notare un rinnovato interesse degli studiosi per il repubblicanesimo, ovvero quella lunga e variegata tradizione del pensiero politico che si ispira all'ideale della repubblica": così si apre il recente saggio di Maurizio Viroli (Repubblicanesimo, Bari, Editori Laterza, 1999, L. 20.000).
    Viroli si riferisce essenzialmente alle ricerche di un gruppo di studiosi che insegnano nelle università anglosassoni come Quentin Skinner (Liberty before Liberalism, Cambridge University Press, 1998), Philippe Pettit (Repubblicanism: A Theory of Freedom and Govemment, Oxford University Press, 1998) e altri, fra cui lui stesso, docente di Teoria politica a Princeton, i quali sostengono che, negli autori classici romani come Cicerone, nell'esperienza dei liberi comuni medioevali italiani e in autori come Machiavelli, si ritrova una nozione di libertà diversa da quella propria del liberalismo settecentesco e ottocentesco di derivazione essenzialmente individualistica. Essi aggiungono che la concezione della libertà dei repubblicani non solo precede temporalmente quella che possiamo chiamare la libertà dei liberali ma ha, rispetto a quest'ultima, una maggiore ricchezza di contenuti.
    La libertà dei liberali - scrive Viroli - è essenzialmente intesa come non interferenza da parte di altri nelle scelte dell'individuo. La sua formulazione più netta si trova nel celebre saggio di Isaiah Berlin, Two Concepts of Liberty (trad. it. in Quattro saggi sulla libertà, Feltrinelli, Milano 1989) che la definisce come libertà negativa e a questo proposito scrive: "Normalmente posso essere definito libero nella misura in cui nessun uomo, né alcun gruppo di te uomini interferisca con la mia attività"; e ancora: "Più ampia è l'area della non-interferenza maggiore è la mia libertà". Berlin aggiunge, citando Hobbes e Bentham: "Questo è ciò che i filosofi classici inglesi intendevano nell'usare questa parola".
    Rispetto alla libertà intesa come non interferenza, la nozione della libertà degli scrittori repubblicani - sostiene Viroli - è molto più ampia. Essi la intendono come "assenza di dominazione (o di dipendenza), intesa come la condizione dell'individuo che non dipende dalla volontà arbitraria di altri individui o di istituzioni che possono opprimerlo impunemente, se lo vogliono" (pagina 19). A questo proposito Viroli cita un bel passo di Montesqieu nell'Esprit des Lois laddove questi scrive: "La libertà politica consiste in quella tranquillità di spirito che proviene dalla convinzione, che ciascuno ha, della propria sicurezza; e perché questa libertà esista bisogna che il Governo sia organizzato in modo da impedire che un cittadino possa temere un altro cittadino".
    Si tratta di distinzioni molto sottili rilevanti senz'altro per una ricostruzione della storia delle idee politiche. Ma, nell'aspirazione di Viroli e degli altri studiosi cui egli fa riferimento, vi è qualcosa di più: l'ideale della libertà repubblicana costituisce essenzialmente un programma politico e offre un'indicazione sulle cose da fare per realizzarlo. Il punto principale riguarda la funzione dello Stato e delle leggi. La concezione liberale ottocentesca tende a considerare le leggi e l'azione dello Stato come un'interferenza nella sfera di libertà del cittadino, Per questo i teorici liberali, come Ropke o come Hayek, guardano con diffidenza a qualsiasi programma legislativo in quanto potenzialmente tale da ridurre la sfera della libertà individuale.
    Per i repubblicani invece la legislazione ò essere condizione per la realizzazione della libertà. Essi sono disposti a considerare "le leggi come il più sicuro baluardo della libertà" e sono disposti "a sopportare anche severe interferenze per ridurre il peso del potere arbitrario e della dominazione" (pagina 49). Naturalmente, non basta che una legge sia adottata da una maggioranza - come richiede il principio democratico - per ritenere che quella legge sia giusta; è necessario che la legge abbia caratteri di generalità e di non discrezionalità.
    La riscoperta del repubblicanesimo come dottrina distinta dal liberalismo è molto interessante. Probabilmente questa distinzione era quella che Mazzini, in una serie di articoli pubblicati in Inghilterra fra il 1846 e il 1847 recentemente ripubblicati a cura del professor Salvo Mastellone (Pensieri sulla democrazia in Europa, Feltrinelli, Milano 1997), traccia definendo l'ideale democratico come qualcosa di essenzialmente diverso sia dal liberalismo che dal socialismo e criticando "la dottrina dei diritti individuali terrorizzata dall'idea di governo", così come il socialismo edificato "sul concetto di eguaglianza assoluta con tendenze tiranniche".
    Il libro di Viroli è dunque un libro importante, anche se i problemi che esso pone sono comunque molto complessi: basta pensare alla legislazione in materia di redistribuzione dei redditi per comprendere che non è facile contemperare l'ideale della non interferenza con quella della non dipendenza. In realtà Viroli si rende ben conto della difficoltà di ricavare dall'impostazione astratta che gli propone un insieme di proposte valide per fissare le regole di una società che realizzi in pieno l'ideale della libertà repubblicana. In un passo che richiederebbe forse un'ulteriore analisi egli scrive che "il linguaggio politico repubblicano ... è un linguaggio retorico piuttosto che filosofico; non cerca il vero, ma l'utile (il bene comune); non ha bisogno di fondamenti astratti, ma di saggezza" (pagina 47). Vale però certamente la pena di fermarsi con attenzione su questi argomenti ed è bene che nel dibattito italiano possano entrare le questioni che questo libro solleva.

    di Giorgio La Malfa

 

 
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