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Discussione: Repubblicanesimo

  1. #31
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    Predefinito IL NUOVO 19 ottobre 2002

    Auguri al filosofo Norberto Bobbio
    dal presidente della Repubblica


    ROMA

    ''La forza della tua intelligente passione civile è una ricchezza per tutti noi''. Così scrive il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi nel suo messaggio di auguri inviato al senatore a vita Norberto Bobbio, in occasione del suo compleanno.
    Nel fargli ''i più cari e affettuosi auguri di buon compleanno da parte di Franca e mia'', il capo dello Stato sottolinea a Bobbio: ''Il tuo esempio e la tua testimonianza di vita rigorosamente coerente con i valori dello spirito repubblicano contribuiscono a rafforzare la coscienza comune di quei doveri e di quelle libertà che sono patrimonio della nostra identita' di italiani e di europei''.

  2. #32
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    Giuseppe Mazzini, Thoughts upon Democracy in Europe (1846-1847), a cura di Salvo Mastellone, Firenze, Centro Editoriale Toscano, 2001, pp. 119, euro 15,49

    Il volume inaugura la collana sulle “Forme di governo” diretta da Carlo Carini. Si tratta di un omaggio a un testo importante ingiustamente dimenticato, o quantomeno sottovalutato, formato da un corpo di otto articolo pubblicati sul “People’s Journal” dall’agosto del 1846 al giugno del 1847, che costituiscono un vero e proprio Manifesto sulla democrazia.
    Questo documento viene ora proposto in lingua inglese, dopo che il curatore, il prof. Salvo Mastellone, aveva dato alle stampe, nel 1997, per Feltrinelli, la traduzione in italiano dei Thoughts. Quella inglese è infatti una versione diversa (essenzialmente per finalità) da quella pubblicata dallo stesso Mazzini in italiano dopo il 1850, dove la filosofia sociale, in parte ispirata originariamente a de Tocqueville, viene riletta alla luce degli avvenimenti romani e veneziani del 1848-49.
    Mastellone ha quindi avuto il grande merito di valorizzare questi scritti inglesi di Mazzini, che apportano un contributo fondamentale alla teoria politica valido anche oggi, a cominciare dalla distinzione tra il concetto di democrazia e quello di libertà formulato dai radicali, dai sansimoniani, dai fourieristi e dai comunisti. Il Manifesto del partito comunista del 1848, peraltro, pare proprio una risposta diretta alle tesi mazziniane, come ha brillantemente intuito e ribadito in più sedi lo stesso Mastellone.
    A corredo di questo volume il curatore propone una ampia e importante introduzione di 84 pagine. Un lavoro attraverso il quale emergono i lineamenti più moderni del pensiero mazziniano, a cominciare dallo spinoso tema della rappresentanza.
    “La capacità rappresentativa – scrive Mastellone -, che è il fatto prettamente moderno, permette al popolo di eleggere un governo, espressione della volontà popolare, il quale perciò deve rispettare i diritti del popolo; come è noto, secondo Mazzini qualunque governo, che nega i diritti e reprime i cittadini, è destinato a cadere.
    Resta ben fermo per Mazzini il diritto del popolo di ribellarsi alla tirannide politica. Se è giustificata l’insurrezione popolare contro un governo straniero, è ugualmente giustificata l’insurrezione popolare fatta in nome della libertà contro il dispotismo dell’autorità governativa. Un popolo in quanto libero può contestare l’azione governativa di una cerchia di capi, anche se eletti. Questo non significa contestare l’autorità governativa, oppure negare ‘l’idea del potere’, ma la Democrazia è ‘governo liberamente consentito da tutti’. In una Democrazia dovrebbero governare ‘i migliori ed i più saggi’; se sono tali, devono evitare la disorganizzazione o l’anarchia, perché la Democrazia ha bisogno di unione; e ‘nessuna unione è possibile dove regna un’artificiosa ineguaglianza’, dove lo spirito di dominio da un lato e di reazione dall’altro dividono un paese ‘in classi distinte, assegnando loro diversi interessi’.”
    Viene quindi proposto un repubblicanesimo mazziniano che non si riallaccia tanto agli schemi classici del passato, ma guarda al futuro, sulla base di una fede nel progresso della democrazia e, soprattutto, nell’intima convinzione che la finalità della democrazia quale “sistem of government” resti “lo sviluppo morale della società civile”.
    s.m.

    ------------------------------------

    tratto da il Pensiero Mazziniano

  3. #33
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    Predefinito LA STAMPA 25 ottobre 2002

    TRE IDEE DI LIBERTÀ POLITICA
    PER LA SOCIETÀ MODERNA

    Il sonno della democrazia produce schiavi

    SECOLI di dominio straniero, la cattiva educazione morale della Chiesa cattolica, una monarchia come quella Savoia, accentratrice e con forti tendenze autoritarie, infine la umiliante esperienza del regime fascista, hanno profondamente corrotto in Italia la consapevolezza della vera libertà politica. Eppure proprio in Italia è nato e si è affermato un pensiero politico che ha elaborato il concetto di libertà in maniera ricca e originale. Il liberalismo, il repubblicanesimo, il socialismo liberale sono le tre principali espressioni di questa tradizione. Nell'opinione comune sono dottrine politiche che sostengono tre interpretazioni diverse, anche se non antitetiche, della libertà politica: il liberalismo persegue la libertà intesa come possibilità di godere di una sfera d'azione non controllata dallo Stato, il repubblicanesimo, affine in questo alla teoria democratica, proclama che la vera libertà politica non consiste nel non essere sottoposti a leggi, ma nell'essere sottoposti solo alle leggi che noi stessi ci siamo dati; il socialismo liberale è il difensore del principio che la libertà, per non essere vuota formula, ha bisogno della giustizia sociale e la giustizia sociale a sua volta ha bisogno, per non essere dispotismo, della libertà. Benché questa descrizione degli ideali di libertà propri del liberalismo, del repubblicanesimo e del socialismo liberale sia in parte corretta, essa non ci permette tuttavia di vedere che le tre dottrine in questione condividono l' idea che la vera libertà consiste nel non essere dominati, ovvero nel non essere sottoposti alla volontà arbitraria di altri uomini, e nell'avere quindi una mentalità libera contrapposta alla mentalità serva. Il concetto di libertà come libertà della mente e libertà dal dominio nasce con il pensiero politico repubblicano di Roma antica. Nel Digesto (che raccoglie opinioni giuridiche anteriori) la condizione del libero è definita in contrasto con quella dello schiavo. Per schiavo si intende l'individuo che è sotto il dominio di un altro. Il che significa che l'essenza della schiavitù non consiste tanto nell'essere sottoposto a violenza o costretto con la forza quanto nell'essere in potere di qualcuno, nell'essere sottoposto alla potestà di altri. Nulla vieta che lo schiavo sia libero di fare molte cose e possa anche essere soddisfatto. Ma fin quando resta sottoposto al potere di un altro non potrà essere libero nel significato pieno del termine e non potrà emanciparsi dalla mentalità servile. Potrà anche fare quello che vuole (se il padrone è buono o debole) ma non avrà la mentalità della persona libera. Questa concezione della libertà politica rimane viva nella storia del pensiero politico repubblicano e ispira anche le dottrine dei più eminenti pensatori liberali. Se lasciamo da parte, non perché sbagliata, ma perché parziale, l'idea che la libertà liberale consiste, secondo l'insegnamento di Isaiah Berlin, nel non essere ostacolati nel perseguire le azioni che vogliamo perseguire, possiamo vedere facilmente che autorevoli voci del liberalismo condividono l'ideale repubblicano della libertà. Cito solo, a titolo di esempio, uno dei maestri del liberalismo contemporaneo, Friedrich Hayek. Egli sostiene infatti che la vera libertà consiste tanto nell'assenza di impedimenti quanto nell'assenza di soggezione o sottomissione e spiega che libertà vuol dire essere indipendenti dalla volontà arbitraria di un altro («independence of the arbitrary will of another»), ovvero l'opposto della condizione servile. Per quanto riguarda infine il socialismo liberale è sufficiente leggere Carlo Rosselli per accorgerci che egli intende la libertà in primo luogo come libertà morale opposta alla mentalità serva. «Il problema italiano - scrive in Socialismo liberale - è essenzialmente problema di libertà. Ma problema di libertà nel suo significato integrale: cioè di autonomia spirituale, e di emancipazione della coscienza , nella sfera individuale; e di organizzazione della libertà nella sfera sociale, cioè nella costruzione dello Stato e nei rapporti tra i gruppi e le classi. Senza uomini liberi, nessuna possibilità di Stato libero. Senza coscienze emancipate, nessuna possibilità di emancipazione di classi. Il circolo non è vizioso. La libertà comincia con l'educazione dell'uomo e si conchiude col trionfo di uno Stato di liberi, in parità di diritti e di doveri, in uno Stato in cui la libertà di ciascuno è condizione e limite della libertà di tutti». Nella concezione che Rosselli aveva della libertà politica vive l'aspetto più fecondo della dottrina di Mazzini, ovvero la convinzione che la vera liberazione consiste nella liberazione dalla subordinazione spirituale e nella conquista del senso del dovere. Nelle più belle pagine di Mazzini, scriveva Giuseppe Calogero, troviamo una lucida verità pedagogica: «è vano ed illusorio attendersi il rifiorimento e la rigenerazione della pianta-cittadino, se prima non sia stata rifatta, dall'interno, la pianta-uomo, dotata della fede e della volontà cosciente di essere se stessa, e cioè padrona del proprio destino» (Attualità educativa e politica di Giuseppe Mazzini, pp.21-22). Che era poi l'idea delle menti migliori del liberalismo ottocentesco, primo fra tutti John Stuart Mill, che, ottimo conoscitore dei classici greci e romani, sapeva che la servitù più umiliante e più difficile da sradicare è quella che grava non sulle azioni ma sulle menti. Fra liberalismo, repubblicanesimo e socialismo liberale esiste un punto di incontro nell'idea di libertà intesa quale emancipazione dalla dipendenza, e conquista dell'autonomia morale dell'individuo. Essa delinea una teoria dell'emancipazione che non consiste soltanto nella lotta contro il tiranno che opprime con la forza le nostre azioni o nella resistenza contro lo Stato che pretende di sottoporre a controllo la vita intera dell'individuo o nell'opposizione ai regimi autocratici che escludono i cittadini dalla partecipazione alla vita politica. Il vero fine è la libertà degli individui interpretata come conquista dell'indipendenza e della maturità morale per mezzo delle buone istituzioni, delle buone leggi e dell'educazione. La saggezza antica che ci spiega che essere schiavi vuol dire essere schiavi nella mente e vivere senza senso del dovere è diventata attuale proprio nelle democrazie, soprattutto nella nostra.

    viroli@princeton.edu
    Maurizio Viroli

  4. #34
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    Patria e repubblica di Gian Enrico Rusconi, il Mulino, 94 pagine, 10 mila lire.

    Patriottismo cercasi
    Perché manca «uno schietto affetto per le istituzioni repubblicane»? Il tema è storico, ma risponde il politologo.

    Le parole della storia spesso acquisiscono significati diversi in funzione delle intenzioni politiche di chi le usa. Patria e nazione portano su di sé, da quando l’Italia è qualcosa di più che un’espressione geografica, tutto il peso di questa sindrome del senso. Perché la ragione fondamentale del discorso storico sta tutta nella possibilità di raccontare le cose così come sono avvenute, non come si vorrebbe che fossero state. Dal Risorgimento alla Resistenza, da Caporetto al ’48, dalla «morte della patria» alla «nascita della repubblica», l’Italia di oggi si trova a fare i conti con un passato a due facce. Non esiste un’unica storia su cui formulare giudizi politici, opzioni etiche, convinzioni culturali. Gian Enrico Rusconi pensa di ritrovare il bandolo di un discorso perduto intorno ai concetti di patria e nazione, guardando indietro da Mazzini a Machiavelli, riscoprendo una categoria nobile del nostro passato: il repubblicanesimo.
    «Abbiamo una repubblica ma non abbiamo una cultura repubblicana che sappia ispirare uno schietto affetto per le istituzioni democratiche» è l’incipit a tesi, la trama essenziale su cui Rusconi tesse il suo ragionamento: «La riproposta del repubblicanesimo» spiega «non si muove semplicemente sul piano dell’etica politica ma presuppone una vera e propria teoria della politica». Lo scopo è quello di mettere in relazione due entità storicamente separate, come nazione e democrazia, intrecciate invece nel «vissuto collettivo» di oggi. Perché ciò accada, tuttavia, serve qualcosa in cui l’intera comunità dei cittadini si identifichi anche attraverso le differenze politiche e le contraddizioni culturali: «Riconoscersi in una storia comune è il presupposto per sentirsi una nazione civile».
    Già, la storia. Rusconi la prende di petto quando si trova a dipanare la matassa della «morte della patria», a indagare il groviglio della guerra civile ’43-45, a ricostruire quel processo di legittimazione democratica che portò alla nascita della Costituzione antifascista, con una puntigliosa disamina degli autori che l’hanno preceduto, da Renzo De Felice a Ernesto Galli della Loggia. Va detto però che Rusconi più che da storico ragiona come politologo, preoccupato più del dover essere che di ciò che è stato.
    Si può perciò avanzare la modesta proposta di leggere insieme a Rusconi un altro libro appena uscito, La grande Italia di Emilio Gentile (Mondadori), che ripercorre il farsi e il disfarsi del mito patriottico lungo i primi cent’anni di unità nazionale, senza essere né contro né a favore.

  5. #35
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    Predefinito La Stampa, 2 giugno 2001

    I dieci comandamenti del buon repubblicano

    Gustavo ZAGREBELSKY

    Lascioamo da parte gli avvenimenti che portarono alla Repubblica, attraverso la sconfitta del fascismo, la resistenza e la guerra di liberazione, la messa in gioco delle responsabilità di Casa Savoia nel referendum istituzionale del 2 giugno 1946. E, con gli avvenimenti, lasciamo qui da parte anche le contese storiografiche su quel periodo della nostra storia, diventato negli ultimi anni oggetto di una lotta per la memoria il cui significato è nel George Orwell di 1984: "Chi controlla il passato, controlla il futuro; chi controlla il presente, controlla il passato". Intendo invece porre una duplice questione che può essere esaminata indipendentemente da quella controversia e dalle sue ipoteche ideologico-politiche: che cosa è la repubblica e come essere repubblicani. Una questione di "conoscenza pratica", in cui la definizione di un concetto ci suggerisce dettami su un modo d'essere e di agire. Tra le varie classiche partizioni delle forme di governo cui rivolgerci per mettere ordine in una selva piuttosto oscura, quella di Montesquieu è una delle meno ovvie e più illuminanti perché non si limita a elementi esteriori, come ad esempio il numero dei governanti (tutti, alcuni, uno, cui corrispondono, rispettivamente, democrazia, aristocrazia, monarchia ovvero demagogia, oligarchia, tirannia), o a pur importantissime regole procedurali (il voto, invece che la violenza, per cambiare i governanti, da cui i regimi della ragione o quelli della forza), ma penetra nel loro intimo, svelandone il principio etico o, secondo l'espressione ch'egli impiega, il ressort, cioè la molla che dà loro vita e movimento. Nel terzo libro dell'Esprit des lois, le forme di governo sono distinte in (a) dispotiche, (b) monarchiche e (c) repubblicane. (a) Il despota è colui che sta fuori della legge, anzi colui la cui volontà o arbitrio sono legge per gli altri. Il regime della prepotenza si tiene sulla paura. Alimenta scontento e indignazione e proprio per questo occorre che il terrore spenga il coraggio e prevenga ogni minima ambizione di libertà. Il dispotismo è il regime dell'insicurezza, delle delazioni, degli informatori e delle spie, del sospetto. Chi ha l'animo costantemente occupato dal timore primordiale di perdere la vita e i propri beni non può permettersi il lusso di alzare la testa e pretendere rispetto e libertà. Montesquieu scriveva nella metà del XVIII secolo e i suoi esempi erano i "despoti orientali" o i crudeli cesari di Roma, come Diocleziano. Noi possiamo guardare appena alle nostre spalle, ai regimi totalitari del XX secolo che, in maniera scientifica e pianificata, si sono retti sull'uguaglianza del terrore. (b) Della monarchia, la forza vitale sono gli onori: gli onori e i privilegi che il re distribuisce in cerchie concentriche per legare a sé i sudditi in un vincolo di fedeltà. La società è una gerarchia. Si sta in alto o si sta in basso a seconda degli onori ottenuti dalla fonte regale benefattrice. L'aspirazione al privilegio rafforza l'autorità del re e tanto più i privilegi sono estesi, ramificati e differenziati, tanto più saldo è il regno. Montesquieu aveva di fronte a sé l'esempio vivente di questo genere di società, la monarchia francese con le sue differenziazioni in "stati", "ordini" nobiliari ed ecclesiastici, in ceti professionali, in città che godevano di esenzioni più o meno ampie. E certamente non poteva non vedere - come vedevano i letterati del suo tempo - che gli onori alimentavano, in chi non ne godeva o ne godeva in misura minore di altri, un sentimento come l'invidia sociale che, raggiunto il limite di sopportazione del "terzo stato", avrebbe distrutto quella società. (c) Nello "stato popolare" o democrazia - che Montesquieu tratta come primo paradigma di stato repubblicano (nella sua classificazione, c'è posto anche per la repubblica aristocratica) - coloro che fanno le leggi, direttamente o tramite propri magistrati, sono gli stessi che le subiscono. Quest'identità comporta il rischio che le leggi siano influenzate da interessi particolari. Le leggi possono essere piegate al fine di sottrarsi ai doveri verso lo stato, di saccheggiare la ricchezza pubblica, di soddisfare il piacere e il lusso personale e anche, appena possibile, di obbedire allo spirito di fazione, origine dell'ingiustizia e dell'oppressione. Ecco allora che, in uno stato popolare, esposto al rischio di questa corruzione, occorre un principio etico in più, la virtù: una nozione che il repubblicanesimo giacobino ha reso sospetta, per il carattere intollerante che le ha conferito, e che quindi dobbiamo utilizzare con cautela, ma che, in una forma o in un'altra, inevitabilmente fa capolino in ogni discussione sulla democrazia. Quale sia il contenuto di questa virtù, possiamo cercare di ricavarlo, oltre che dagli esempi storici che Montesquieu trae dall'Inghilterra, da Roma, Atene o Cartagine, dai mali da cui la repubblica deve essere preservata. Innanzi tutto, per evitare che lo stato, che è bene di tutti, possa apparire un bottino allettante, la sobrietà degli stili di vita personali. Per garantire la forza dello stato, l'osservanza scrupolosa del dovere di contribuire con la propria opera e i propri beni alla sua prosperità. Per difendere la libertà pubblica e difendersi dall'ingiustizia e dall'oppressione, il senso dell'intangibilità della propria dignità e dei propri diritti. Per preservarsi dal male maggiore, il flagello delle fazioni, infine, l'amor di patria: un sentimento politico che supera le divisioni e impone la concordia in ciò che davvero è essenziale nella vita collettiva. Che cosa si deve intendere per patria, nel senso repubblicano? Se si considera che la repubblica è l'insieme degli apporti che ciascuno dà alla vita collettiva - i doveri - e dei benefici che ne trae - i diritti -, possiamo dire che la patria è un modo di stare insieme, una visione della convivenza, una specifica comunità di diritti che vengono riconosciuti in restituzione dei doveri. La patria, intesa come una concezione della vita collettiva, è certo il prodotto di una terra e di una storia comuni ma non è essa stessa terra, storia e, magari, sangue. L'idea repubblicana di patria appartiene alla cultura e non alla natura; è costruita sull'impegno degli uomini di ogni generazione che adempiono il dovere di trasmetterla migliore a quella successiva; è selettiva, perché impone di tenere le distanze verso chi abusa dei diritti che gli sono riconosciuti e viola o elude i doveri che deve adempiere; è inclusiva ed espansiva, perché permette di accogliere chi accetta la medesima concezione della vita, pur non venendo dalla stessa terra e dalla stessa storia; è aperta, perché si può combinare e allargare ad altre comunità di esseri umani in vista della costruzione di patrie più vaste. Il significato che può avere oggi quest'idea culturale di patria si comprende nel confronto con l'idea naturalistica, basata sulla comunanza di terra, stirpe, storia. Questa, al contrario di quella, è un dato che segna come un destino; comprende il buono, il meno buono e il peggio, tutto giustifica e tutti acquieta nell'accettazione passiva, insieme alle virtù, dei patri vizi; è chiusa su se stessa, ostacolando la costruzione di comunità umane progressivamente più vaste. Comporta infine un potenziale pericolo per la pacifica convivenza tra gli individui, i gruppi sociali e i popoli, data la carica di aggressività che essa contiene e legittima nei confronti di chi non appartiene alla stessa comunanza. Fin qui, che cosa è la repubblica. Ora, che cosa implica, nel modo d'essere e di operare dei cittadini, quella virtù con la quale la repubblica vive e cresce, ma senza la quale muore. 1. L'atteggiamento altruistico, come disponibilità a mettere in comune qualcosa di noi stessi, capacità, tempo, risorse materiali, per il bene di tutti: e in primo luogo per il bene di coloro che più hanno bisogno. E' contraria all'uguale appartenenza alla repubblica e dunque non è repubblicana l'idea di un darwinismo sociale che abbandona i deboli alla condanna della selezione naturale. 2. La disponibilità all'accettazione nella comunità dei diritti di tutti coloro che lealmente si riconoscono nella comunità dei doveri, senza intolleranza nei confronti di quanti, per qualsiasi ragione storica, etnica, personale, possano apparire diversi. L'idea repubblicana ammette una sola ragione di diversità alla quale possa seguire un'esclusione: la violazione dei doveri che dei diritti rappresentano il corrispettivo. 3. L'apprezzamento e la valorizzazione della pluralità delle opinioni, e quindi anche delle opinioni divergenti dalle proprie, come espressione di un atteggiamento che non si rassegna, contentandosi di quel che collettivamente siamo, ma promuove il miglioramento cercando di correggere i difetti. 4. Lo spirito del dialogo, con ciò che ne discende nella pratica: procedure, istituzioni deliberative, tempo e anche frustrazioni e lentezze. 5. Il rigetto della politica come dogma, ciò che, contrapponendo irrimediabilmente i cittadini tra loro, pregiudica l'unità, crea repubbliche (o meglio, chiese) che dividono la repubblica. 6. La diffidenza verso le decisioni estreme e irretrattabili, non solo perché anch'esse dividono irrimediabilmente, ma anche perché contraddicono l'inesauribile diritto al libero confronto, essenza dello spirito repubblicano. 7. La cura della propria personalità, il senso della dignità e la gelosa difesa dei propri diritti, a garanzia di beni che non sono solo individuali ma riguardano l'interesse di tutti. 8. La sostituzione dell'idea lamentosa, molto nostrana ma poco patriottica, che tutto sia dovuto dall'alto, con l'idea opposta che, fin dove è possibile, ciascuno è responsabile della soluzione dei propri problemi, senza gravare sugli altri. 9. La sperimentazione pratica di ciò che significa vivere repubblicanamente, prestandosi personalmente, fin dalla prima giovinezza, a svolgere attività nella politica e nel servizio sociale. Mi accorgo che inevitabilmente, dalla repubblica e dalle sue regole, mi sto spostando sul terreno contiguo della democrazia. Ma ancora un ultimo punto, per completare il decalogo e ricollegarlo all'inizio, dove si diceva della paura e dell'invidia come i tratti di psicologia collettiva che caratterizzano i dispotismi e le monarchie: due sentimenti tetri, avvilenti e distruttivi. Dello spirito repubblicano è propria invece l'allegria, che nasce dall'ottimismo, dalla fiducia reciproca e dallo spirito creativo che scaturisce dal coinvolgimento in imprese comuni, importanti per la vita di tutti. Così è in tutti i tipi di società umane, anche le più piccole e le più semplici: tra compagni di scuola, tra studenti e professori, tra professori tra loro e tra professori e preside, se manca l'allegria, manca lo spirito repubblicano. Vuol dire che, al posto, prevale lo spirito dispotico con le sue paure o lo spirito monarchico con la sua invidia.

  6. #36
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    Predefinito tratto da SWIF - Sito Web Italiano per la Filosofia

    Questa analisi e' di Giorgio La Malfa ed e' stata scritta nel 1999, in occasione dell'uscita del volume di Maurizio Viroli, "Repubblicanesimo", Bari, Editori Laterza, 1999, L. 20.000

    Chi scriverà la storia intellettuale di questa fine secolo "non potrà fare a meno di notare un rinnovato interesse degli studiosi per il repubblicanesimo, ovvero quella lunga e variegata tradizione del pensiero politico che si ispira all'ideale della repubblica": così si apre il recente saggio di Maurizio Viroli (Repubblicanesimo, Bari, Editori Laterza, 1999, L. 20.000).
    Viroli si riferisce essenzialmente alle ricerche di un gruppo di studiosi che insegnano nelle università anglosassoni come Quentin Skinner (Liberty before Liberalism, Cambridge University Press, 1998), Philippe Pettit (Repubblicanism: A Theory of Freedom and Govemment, Oxford University Press, 1998) e altri, fra cui lui stesso, docente di Teoria politica a Princeton, i quali sostengono che, negli autori classici romani come Cicerone, nell'esperienza dei liberi comuni medioevali italiani e in autori come Machiavelli, si ritrova una nozione di libertà diversa da quella propria del liberalismo settecentesco e ottocentesco di derivazione essenzialmente individualistica. Essi aggiungono che la concezione della libertà dei repubblicani non solo precede temporalmente quella che possiamo chiamare la libertà dei liberali ma ha, rispetto a quest'ultima, una maggiore ricchezza di contenuti.
    La libertà dei liberali - scrive Viroli - è essenzialmente intesa come non interferenza da parte di altri nelle scelte dell'individuo. La sua formulazione più netta si trova nel celebre saggio di Isaiah Berlin, Two Concepts of Liberty (trad. it. in Quattro saggi sulla libertà, Feltrinelli, Milano 1989) che la definisce come libertà negativa e a questo proposito scrive: "Normalmente posso essere definito libero nella misura in cui nessun uomo, né alcun gruppo di te uomini interferisca con la mia attività"; e ancora: "Più ampia è l'area della non-interferenza maggiore è la mia libertà". Berlin aggiunge, citando Hobbes e Bentham: "Questo è ciò che i filosofi classici inglesi intendevano nell'usare questa parola".
    Rispetto alla libertà intesa come non interferenza, la nozione della libertà degli scrittori repubblicani - sostiene Viroli - è molto più ampia. Essi la intendono come "assenza di dominazione (o di dipendenza), intesa come la condizione dell'individuo che non dipende dalla volontà arbitraria di altri individui o di istituzioni che possono opprimerlo impunemente, se lo vogliono" (pagina 19). A questo proposito Viroli cita un bel passo di Montesqieu nell'Esprit des Lois laddove questi scrive: "La libertà politica consiste in quella tranquillità di spirito che proviene dalla convinzione, che ciascuno ha, della propria sicurezza; e perché questa libertà esista bisogna che il Governo sia organizzato in modo da impedire che un cittadino possa temere un altro cittadino".
    Si tratta di distinzioni molto sottili rilevanti senz'altro per una ricostruzione della storia delle idee politiche. Ma, nell'aspirazione di Viroli e degli altri studiosi cui egli fa riferimento, vi è qualcosa di più: l'ideale della libertà repubblicana costituisce essenzialmente un programma politico e offre un'indicazione sulle cose da fare per realizzarlo. Il punto principale riguarda la funzione dello Stato e delle leggi. La concezione liberale ottocentesca tende a considerare le leggi e l'azione dello Stato come un'interferenza nella sfera di libertà del cittadino, Per questo i teorici liberali, come Ropke o come Hayek, guardano con diffidenza a qualsiasi programma legislativo in quanto potenzialmente tale da ridurre la sfera della libertà individuale.
    Per i repubblicani invece la legislazione ò essere condizione per la realizzazione della libertà. Essi sono disposti a considerare "le leggi come il più sicuro baluardo della libertà" e sono disposti "a sopportare anche severe interferenze per ridurre il peso del potere arbitrario e della dominazione" (pagina 49). Naturalmente, non basta che una legge sia adottata da una maggioranza - come richiede il principio democratico - per ritenere che quella legge sia giusta; è necessario che la legge abbia caratteri di generalità e di non discrezionalità.
    La riscoperta del repubblicanesimo come dottrina distinta dal liberalismo è molto interessante. Probabilmente questa distinzione era quella che Mazzini, in una serie di articoli pubblicati in Inghilterra fra il 1846 e il 1847 recentemente ripubblicati a cura del professor Salvo Mastellone (Pensieri sulla democrazia in Europa, Feltrinelli, Milano 1997), traccia definendo l'ideale democratico come qualcosa di essenzialmente diverso sia dal liberalismo che dal socialismo e criticando "la dottrina dei diritti individuali terrorizzata dall'idea di governo", così come il socialismo edificato "sul concetto di eguaglianza assoluta con tendenze tiranniche".
    Il libro di Viroli è dunque un libro importante, anche se i problemi che esso pone sono comunque molto complessi: basta pensare alla legislazione in materia di redistribuzione dei redditi per comprendere che non è facile contemperare l'ideale della non interferenza con quella della non dipendenza. In realtà Viroli si rende ben conto della difficoltà di ricavare dall'impostazione astratta che gli propone un insieme di proposte valide per fissare le regole di una società che realizzi in pieno l'ideale della libertà repubblicana. In un passo che richiederebbe forse un'ulteriore analisi egli scrive che "il linguaggio politico repubblicano ... è un linguaggio retorico piuttosto che filosofico; non cerca il vero, ma l'utile (il bene comune); non ha bisogno di fondamenti astratti, ma di saggezza" (pagina 47). Vale però certamente la pena di fermarsi con attenzione su questi argomenti ed è bene che nel dibattito italiano possano entrare le questioni che questo libro solleva.
    Giorgio La Malfa

  7. #37
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    Predefinito IL GIORNALE DI BRESCIA 23 dicembre 2003

    I VALORI DELLA PATRIA
    I principi che caratterizzano il repubblicanesimo


    «Fra i principi che caratterizzano il repubblicanesimo vi sono il valore supremo della Patria di liberi ed uguali, la priorità del bene comune, il senso civico dei cittadini, la virtù dei governanti, l’affermazione dei diritti del cittadino, mai disgiunti però dall’indispensabile assolvimento del proprio dovere». «Gli azionisti affermavano che: l’Italia non sarà vera nazione fino a quando i suoi mali storici non saranno risolti: il particolarismo, il familismo, il conformismo fideista, il tirare a campare, la ricerca del compromesso ad ogni costo». L’Italia di oggi è un mercato di 58 milioni di individui la cui maggioranza vuole vivere come vuole e senza il fastidio di regole imposte: il cittadino onesto è vessato dalla burocrazia e preso in giro dai ricorrenti condoni e sanatorie che altro non rappresentano se non il fallimento di uno stato: chi ha fatto il furbo è premiato, chi è stato onesto è gabbato. Il Paese dei furbi, insomma, sorretto dal cosiddetto stellone italico. Un Paese in perenne via di sviluppo, perlomeno sul piano della convivenza civile. Ma purtroppo nel prossimo futuro nemmeno lo stellone italico ci proteggerà più. Con la mondializzazione dei mercati, certamente positiva, perché offre nuove opportunità a tutti, ai Paesi poveri come a quelli ricchi, la competizione internazionale si è fatta più dura, e si va formando un nuovo mondo dai tratti ancora imprecisati, che ha per esempio spinto i Paesi europei a lasciare da parte molte vecchie divisioni per avviare la nuova Unione Europea, di cui l’entrata in vigore dell’euro è solo un primo importante passo. Ma con la pur indispensabile partecipazione all’Europa, l’Italia è costretta ad essere più virtuosa, pena il suo declassamento. E qui nascono i problemi. Oggi non si può più andare avanti con le periodiche svalutazioni della lira perché i nostri prezzi crescono di più di quelli degli altri Paesi, per il semplice motivo che la lira non c’è più. Ecco allora che, giorno dopo giorno, anno dopo anno, i nostri prodotti si vedono rosicchiare i margini di mercato, perché il loro costo aumenta di più rispetto a quelli degli altri Paesi: di quelli dei Paesi emergenti per il loro basso costo della manodopera e di quelli europei perché il sistema paese delle altre nazioni d’Europa è più efficiente del nostro. È più efficiente del nostro perché questi Paesi sono governati con maggiore virtù, perché la loro burocrazia aiuta imprese e cittadini anziché vessarli, perché il cittadino, in definitiva, si riconosce nel proprio Paese ed è dotato di quel senso civico che lo porta a compiere il proprio dovere nei confronti della collettività in misura ben superiore rispetto al cittadino italiano. Nel resto d’Europa ciò che è pubblico è di tutti, in Italia non è di nessuno. Al contrario dei nuovi sostenitori della morte delle nazioni, quale conseguenza della globalizzazione, ritengo che proprio i popoli col sistema paese più efficiente, saranno i protagonisti del nuovo assetto economico mondiale. Guardando all’Europa, basti pensare allo straordinario salto operato dalla Spagna, per capire cosa stia succedendo. Ma se oggi la Spagna è un Paese efficiente non è un caso: una volta liberatosi della dittatura quel Paese ha messo in campo le proprie energie vitali, ma impostate su solidi valori di senso civico e di apprezzamento del bene comune, sconosciuti all’Italia degli ultimi cinquant’anni. Ugo La Malfa veniva denominato Cassandra perché insisteva sui problemi economici strutturali irrisolti della giovane nazione italiana e prevedeva il collasso della fragile, pur se vitale, economia del nostro Paese, se non fossimo diventati tutti più virtuosi. La sua analisi, come spesso accade ai repubblicani (basti pensare per tutti a Giuseppe Mazzini), era solo in anticipo sui tempi, ma non per questo, anzi proprio per questo, ancora più giusta e drammatica. Perché il compito di un politico che si rispetti, è si di gestire l’esistente, ma soprattutto di prevedere ciò che è più giusto per il futuro del proprio Paese. Oggi per l’Italia, al di là dei momenti congiunturali più o meno favorevoli, è iniziato un declino economico, con tutto ciò che ne consegue, che sarà difficilmente arrestabile: lentamente, ma inesorabilmente, diventeremo più poveri. La drammatica crisi della Fiat è solo il primo, ma significativo caso. Ecco allora che i valori propugnati dal repubblicanesimo, richiamati all’inizio, non sono nostalgie ottocentesche, ma rappresentano l’unico antidoto al riscatto di un Paese che diversamente è condannato al declino.

    FRANCO BOGLIONI

    coordinatore
    Movimento Repubblicani Europei
    Brescia

  8. #38
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    Predefinito tratto da IL PENSIERO MAZZINIANO n.4 dicembre 2002

    Memoria storica e impegno civile
    La Manifestazione organizzata dall’AMI a Roma il 23 novembre scorso sul tema "Per la dignità della Repubblica e per la Costituzione. Memoria storica e impegno civile" ha avuto il merito di porre in evidenza problemi e questioni che non riguardano solo il mondo mazziniano e repubblicano, ma tutti gli italiani. Di fronte a una platea gremita sono state svolte le relazioni da parte degli studiosi invitati: il prof. Michele Ainis e il prof. Nicola Tranfaglia, coordinati dall’avv. Renzo Brunetti, vice presidente nazionale dell’AMI.
    Il lavori di questa importante iniziativa sono stati conclusi da un applauditissimo intervento conclusivo di Maurizio Viroli.


    Pubblichiamo il testo del comunicato emesso dall’Associazione Mazziniana Italiana in sede di presentazione del convegno.
    La Repubblica e la Costituzione sono il presidio della nostra libertà.


    Ci preoccupano il ritorno dei Savoia senza rinuncia ai diritti e alle pretese dinastiche, il venir meno dello spirito della Costituzione repubblicana che fa riferimento a principi di libertà e di giustizia, la confusione sul federalismo, l’affievolirsi dello spirito europeista, la personalizzazione della lotta politica.
    Altrettanto grave è l'affermarsi nell' opinione pubblica di orientamenti culturali che assolvono o attenuano le colpe del fascismo e della monarchia Savoia determinati dalla perdita della memoria storica nazionale.
    Noi Mazziniani amiamo questa nostra Repubblica.
    È la prima e la sola che ha dato a tutti gli italiani la possibilità di vivere come cittadini liberi e che ha saputo realizzare l'ideale risorgimentale di una Patria libera e unita.
    La nostra consapevolezza storica e la nostra coscienza morale ci impongono di lavorare e lottare con tutte le nostre forze per riaffermare i valori della Repubblica.

    Rivolgiamo a tutti gli italiani che vogliono difendere la Repubblica e la Costituzione l'appello ad operare insieme con spirito di dialogo e di collaborazione serena.

    -------------------------------------------------------------------------

    tratto da il
    Pensiero Mazziniano

  9. #39
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    Predefinito


    LA REPUBBLICA NAPOLETANA DEL 1799
    ===============================
    CATECHISMO REPUBBLICANO
    per l'istruzione del popolo
    e la rovina dei tiranni


    D. Che cosa è il Popolo?
    R. E' l'unione di tutti i Cittadini, che compongono la società.
    D. Quanti Popoli ci sono?
    R. Il Popolo è uno, e abbraccia tutti gli uomini della terra: ma per la troppo grande estensione dei luoghi si trova separato in varie sezioni, che si limitano o dai gran monti, o dai mari, o dai fiumi, e che si chiamano nazioni.
    D. Perchè queste nazioni non hanno lo stesso Governo?
    R. Perchè i Governanti in vece di servire ai bisogni del Popolo, hanno servito ai propri interessi, hanno oppressi i Popoli in diverse maniere, ed a queste diverse oppressioni hanno dato differenti nomi di Governo.
    D. Perchè il Popolo ha bisogno di un Governo?
    R. Perchè un uomo solo non può difendere se stesso, e la sua proprietà. E' dunque necessario il Governo, affinchè mentre i Cittadini tranquilli travagliano per i loro vicendevoli bisogni, il Governo si occupi della comune salvezza.
    D. Quale dunque esser dee l'oggetto del Governo?
    R. Di provvedere alla pubblica sicurezza, e di far rispettare le proprietà di ciascuno individuo.
    D. Chi deve stabilire il Governo?
    R. Nessuno ha il diritto di governare, perchè tutti gli uomini hanno gli stessi bisogni. Il Popolo solo dunque ha il diritto di scegliere quel Governo, che giudica necessario al suo ben essere.
    D. Qual è il Governo che conviene al Popolo?
    R. Quello che gli procura il vantaggio della sicurezza personale, e delle sue proprietà, che gli conserva i suoi diritti, e mette gli altri nell'impotenza di opprimerlo, e di tiranneggiarlo.
    D. Qual è il Governo che procura tutti questi vantaggi al Popolo?
    R. Quello in cui il Popolo fa da se stesso i suoi interessi. Nessuno può aver tanta premura delle cose nostre, quanto noi medesimi. Chi è quel pazzo, che voglia affidare ad un altro gl'interessi della sua casa? Eppure gli uomini sono così sciocchi d'affidare gl'interessi della gran famiglia del Popolo tutto a persone, che non gli appartengono. Il Popolo quando si governa da se stesso non si lascia tassare il pane ad arbitrio di quelli, che si arricchiscono co' suoi travagli, non si lascia trattare come una bestia da soma dai suoi oppressori. In somma un Popolo quando si governa da se medesimo non può esser che felice.
    D. Come si chiama il Governo in cui il Popolo dipende da se medesimo?
    R. Si chiama Governo Democratico.
    D. Questo Governo è esso antico?
    R. I primi figli di Adamo vivevano in famiglia. Il lor governo era adunque Democratico, ed Iddio li benediceva. Quando poi gli ambiziosi ruppero questa fratellanza, e distrussero il Governo Democratico, le iniquità ricoprirono la terra, e Iddio l'inondò col diluvio. I figliuoli di Noè vissero altresì in famigli; l'ambizione distrusse di nuovo il Governo Democratico; e le guerre, le stragi, la morte furono i risultati di questa nuova ambizione.
    D. Il Popolo può far tutto da sè nel Governo Democratico?
    R. Se il Popolo volesse esercitare tutti gli atti della sua sovranità, non avrebbe il tempo di provvedere ai suoi affari. Esso deve adunque conservare la sua sovranità, ed incaricare delle persone a vegliare suoi suoi interessi. Esso elegge dunque a suo piacere i Rappresentati senza distinzione di stato o di nascita.
    D. Qual è il dovere dei Rappresentati del Popolo?
    R. Di far eseguire esattamente la Legge.
    D. Cosa è la Legge?
    R. E' la volontà sovrana del Popolo.
    D. I Rappresentanti possono far la Legge?
    R. La volontà essendo inalienabile, nessuno può far la Legge, eccetto il Popolo Sovrano. Esso consiglia le persone, che gli possono dar dei lumi nelle occorrenze, ma pronunzia liberamente e sovranamente la sua volontà.
    D. I Rappresentanti a chi devono render conto della loro condotta?

    R. Al Popolo. Esso deve giudicarli, quando escono dalle loro funzioni; e se il Popolo è stato servito male nella loro amministrazione, li punirà corrispondentemente al loro delitto.
    D. Vi è niente di segreto nel Governo Democratico?
    R. Tutte le operazioni dei Governanti devono essere note al Popolo Sovrano, eccetto qualche misura particolare di sicurezza pubblica, che se gli deve far conoscere, quando il pericoloè cessato.
    D. Come i Cittadini esercitano nelle Assemblee primarie, allorchè procedono all'elezione dei Rappresentanti; la esercitano facendo la Legge, la quale non è, come abbiamo detto, che l'espressione generale della loro volontà.
    D. Una Città può dominare sulle altre Città, o Paesi nel Governo Democratico?
    R. Siccome un Uomo non può dominare su di un altro Uomo, così una Città non può comandare un'altra Città o Paese. Il Popolo è l'istesso dappertutto, e dappertutto ha i medesimi diritti. Ma le Città, ed i Paesi si devono insieme unire, e formare un Popolo solo, onde resistere ai comuni loro nemici.
    D. I più recenti potenti non domineranno i più deboli di questo governo?
    R. La Legge sola dominerà nel Governo Democratico. Gli uomini della Democrazia non sono così vili e timorosi, come quelli, che sono educati sotto un Governo Tirannico. Ciascuno può dire liberamente i suoi pensieri, ed ha tale energia da attaccare apertamente i suoi oppressori. Dunque non ci sono prepotenti, dove ci sono uomini liberi.
    D. Tutti dunque dovrebbero essere contenti del Governo Democratico?
    R. Tutti quelli, che amano il buon ordine, la tranquillità, e la felicità del Popolo amano questo Governo. Ma quelli che amano dominare sugli altri, che vogliono arricchirsi coi beni altrui, non sono certamente contenti del Governo Democratico.
    D. I Nobili amano il Governo Democratico?
    R. Tutti questi uomini, che vogliono distinguersi per la loro nascita, e per le loro ricchezze, e che vogliono primeggiare sugli altri, non sono amici dell'eguaglianza repubblicana. Ma quei nobili, che hanno bruciato i loro titoli, cioè le loro usurpazioni sul Popolo, che s'interessano del pubblico bene, e si confondono cogli altri Cittadini, questi amano il governo popolare, e meritano di essere tanto più stimati, quanto è maggiore il sacrifizio, che hanno fatto per lo bene comune.
    D. Dunque i Nobili non sono più Nobili?
    R. I Nobili nel Governo del Popolo sono solamente quelli, che si distinguono per le loro virtù patriottiche, cioè per i servizi che prestano al Popolo. I veri Nobili sono dunque gli Agricoltori, gli Artigiani, i Difensori della Patria, e non più gli oziosi, ed i prepotenti che ne sono i nemici.
    D. Ed i Preti possono amare questo Governo?
    R. Tutti quei Preti che vivono secondo lo spirito dell'Evangelio, devono amarlo. Infatti la Religione è tanto più pura, quanto più si avvicina alla sua sorgente. or i primi discepoli di Cristo avevano la perfetta comunione de' beni, cioè il Governo Democratico il più puro. I soli Preti adunque, che non possono amarlo, sono quelli, che vogliono dei ricchi benefizj; senza interessarsi del bene delle anime, che vogliono essere assediati da' servitori, e dominare sugli altri come altrettanti Tiranni contro lo spirito dell'Evangelio, il quale c'insegna, che Cristo disse ai suoi discepoli, che colui il quale vorrebbe dominare gli altri, sarebbe l'ultimo fra di loro.
    D. Dunque la Democrazia non è contraria alla Legge di Cristo?
    R. No, anzi la Legge di Cristo è la base della Democrazia. La Religione Cristiana è fondata su due principj, cioè l'amor di Dio, e quello del Prossimo. La Democrazia toglie tutte le usurpazioni, le oppressioni, le violenze; essa fa riguardare tutti gli uomini come fratelli: essa propaga dunque mirabilmente l'amor del Prossimo. Or i fratelli si possono amar fra di loro senza un comune benefattore? Dunque la Democrazia è fondata sugli stessi principj della Religione Cristiana. Un buon Cristiano dev'esser dunque un buon Democratico.
    D. Ma la Religione Cristana comanda di ubbidire alle potestà quantunque discole?
    R. Quando la Religione parla di Podestà, intende delle legittime, elette dal Popolo, e non di quelle usurpate dai Tiranni, i quali perciò devono esser condannati, e puniti dalla Legge, come i più grandi assassini del Popolo.
    D. Perchè i Democratici prendono il titolo di Cittadini?
    R. Il titolo di Cittadino è il solo titolo che conviene alla dignità di un uomo libero perchè questo nome esprime, ch'esso è membro di un governo libero, ed è parte della sovranità. Il titolo di Signore non può essere in bocca, che di uno schiavo, e non può esser preteso, che da un Tiranno.
    D. Come il Cittadino esercita la sua sovranità?
    R. La esercita nelle Assemblee pprimarie, dando il suo voto nell'elezione de' suoi Rappresentanti, e la esercita nella formazione della Legge.
    D. Cosa è la Libertà?
    R. E'la facoltà che deve avere ognuno di fare, e di dire tutto ciò, che non è contrario alla Legge.
    D. La Libertà non consiste adunque nel fare tutto ciò, che si vuole?
    R. Se ognuno potesse fare tutto ciò, che il suo capriccio gli detta, non ci sarebbe Governo Democratico, ma anarchia. Ognuno deve rispettar la Legge, e rispettandola fa ciò che vuole, perchè esso stesso ha voluto la Legge.
    D. Cosa è l'eguaglianza?
    R. E' il diritto che hanno tutti i Cittadini di esser considerati senza alcuna distinzione o riguardo innanzi alla Legge, sia che premj, o che punisca.
    D. Dunque non vi è alcuna distinzione nel Governo del Popolo?
    R. In questo Governo non si domanda se uno è nobile, s'è civile, plebeo, ma si domanda solamente s'è virtuoso, se è un buon padre di famiglia, se buon figlio, buon marito, buon amico, se ama la sua patria, se ha preso sempre le armi per difenderla da' suoi nemici, s'è giusto e benefico verso degli altri. Queste qualità distinguono solamente gli uomini liberi.
    D. Dunque i Repubblicani devono esser virtuosi?
    R. La virtù è la base della Democrazia. I Re, ed i Tiranni hanno bisogno di vizj per render gli uomini imbecilli, e tenerli sempre in discordia; così hanno tutto il comodo di opprimerli e di tiranneggiarli. Ma nel Governo del Popolo tutti gli uomini devono esser virtuosi, e riuniti, per opporsi ai comuni nemici.
    D. I colpevoli sono tutti egualmente puniti, senza distinzione di nascita o di grado?
    R. Noi abbiamo detto che non ci sarà un'altra distinzione, che la virtù. Dunque tutti saranno egualmente puniti. Non sarà più permesso ad un ricco d'insultare impunemente un povero, non ci saranno più prepotenti, che si faranno lecito di non pagare quelli che travagliano, e d'insultarli.
    D. Tutti i Cittadini sono egualmente a parte degl'impieghi?
    R. Tutti. Gl'impieghi non si daranno più ai nobili, ed ai danarosi. Il Popolo nomina i suoi Rappresentanti, ed esso nomina certamente quelle persone, che meritano la sua confidenza per i loro talenti, e per le loro virtù.
    D. Ma i beni non saranno comuni nel Governo Democratico?
    R. L'eguaglianza dei beni sarebbe contraria alla vera eguaglianza, perchè l'uomo attivo ed industrioso dovrebbe dividere il suo travaglio coll'ozioso, e col dissipatore. Nel sistema dell'eguaglianza si devono rispettare le proprietà di ogni individuo, ma non si deve permettere che il ricco opprima il povero.

    Mario Battaglini, il benemerito storico della Repubblica Napoletana del 1799, ha ricostruito il percorso di questo Catechismo, rilevando che esso apparve per la prima volta nel 1796 con la dicitura: "Catechismo Repubblicano - Anno IV della Repubblica francese una e indivisibile, Milano-Mantova". Una seconda edizione, senza menzione nè di luogo nè di data, uscì probabilmente nel 1797 recando sul frontespizio la frase: "L'istruzione del popolo è la rovina dei tiranni".
    Ancora nel 1797 il Catechismo fu stampato a Venezia con l'indicazione "Italia - L'anno primo della libertà italiana". Quella napoletana, qui riprodotta, fu la quarta edizione, attribuita all'iniziativa di Monsignor Michele Natale, vescovo di Vico Equense, martire della Repubblica, afforcato in piazza del Mercato a Napoli il 20 agosto del 1799, quando salì sul patibolo insieme con Giuliano Colonna, Eleonora Fonseca Pimentel, Vincenzo Lupo, Nicola Pacifico, Antonio e Domenico Piatti, Gennaro Serra di Cassano.

    -----------------------------------------
    tratto dal sito:
    http://digilander.libero.it/maxico/r...forlivesi.html

  10. #40
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    Predefinito tratto da L'IRCOCERVO 2 aprile 2003

    ATTORNO ALLE RAGIONI DI UN (NON) DIALOGO:
    SUL CONCETTO DI REPUBBLICA E LA SUA CRISI

    di OMAR ASTORGA (Universidad Central de Venezuela)

    En torno a la república se pueden hacer discursos muy elocuentes, e incluso se puede llegar a elaborar una concepción del mundo y de la vida, que no por utópica deja de tener fuerza y atracción, especialmente cuando se presenta en la arena política. Esto sucede en cualquier Estado o república actual. Pero además de la fuerza retórica y de las tradiciones políticas que la han sustentado, la idea de república sigue contando con pensadores y estudiosos que han tratado de revelar sus propios perfiles, desde los clásicos hasta hoy. Dialogo intorno alla repubblica (Laterza, Bari-Roma 2001, pp. 125) es el resultado de una larga conversación que Maurizio Viroli sostuvo con Norberto Bobbio entre agosto y diciembre de 2000. La importancia de este diálogo no puede ser más pertinente y actual, no solo para el lector europeo. En este texto se encuentran tratados diversos tópicos, desde el republicanismo hasta la experiencia religiosa, pasando por la virtud civil, el patriotismo, los derechos y los deberes.

    Viroli, estudioso del republicanismo (entre otros, véase su Repubblicanesimo, 1999) inicia su conversación con Bobbio refiriéndose al sentido específico del pensamiento político republicano. Mientras que la tradición liberal ha entendido la libertad como ausencia de interferencia, y la teoría democrática la identifica con el poder que tienen los ciudadanos de darse normas a sí mismos y no obedecer otras que las que ellos mismos se han dado, el republicanismo ve en la libertad la ausencia de dependencia de la voluntad arbitraria. Y ejemplo de ello es el esclavo, que puede no sufrir ni opresión ni interferencia, pero no llega a ser libre. El republicanismo, desde esta perspectiva, es fundamentalmente un ideal de libertad que, según la formula adoptada por Viroli, no necesariamente coincide con la teoría democrática. Y es quizás por ello que ante la pregunta que le hace a Bobbio sobre la posible distinción entre tradición política republicana, democrática y liberal, Bobbio es enfático al apuntar sobre el significado esencial del republicanismo. Según Bobbio, “la república es una forma ideal de Estado que se funda en la virtud de los ciudadanos y en el amor a la patria” (p.5). Un lector ingenuo de esta definición podría quizás esperar que el pensador italiano, de seguidas, haga una apología del pensamiento republicano. Pero el curso de su argumentación es exactamente opuesto. Virtud y amor a la patria, nos dice, eran los ideales de los jacobinos, a los cuales luego añadieron el terror. Más aún: Bobbio dice que el terror no es un añadido accidental. La república en realidad tiene necesidad del terror. Por ello sostiene que se trata fundamentalmente de un ideal retórico, de modo que si bien se puede apelar al significado etimológico del término (res publica), utilizado como expresión genérica, coincide con el concepto de Estado, tal como lo presenta Jean Bodin en su célebre libro (Les six livres de la République,1576), en el cual se describen las diversas formas de gobierno.

    En el diálogo de Bobbio con Viroli se van revelando dos posiciones sobre la idea de república y, en general, sobre la política. Mientras que para Viroli la república es una suerte de ideal moral, para Bobbio, quien asume una posición realista, el discurso sobre la república no pasa de ser más que retórica. Para Bobbio, la política, sea republicana o monárquica, no es más que lucha por el poder. Por ello se pregunta, cuando algunos teóricos, como Viroli, invocan el ideal republicano, qué significa, por ejemplo, “virtud de los ciudadanos”. ¿Dónde ha existido un Estado que se haya conducido conforme a la virtud de los ciudadanos? Bobbio señala que, precisamente, el Estado entendido comúnmente como el que utiliza el monopolio legítimo de la fuerza, lo hace porque la mayor parte de los ciudadanos no es virtuosa. Bobbio piensa entonces en la política de una manera distinta a la que sostiene que es posible pensar el Estado fundado en la virtud, que fue la condición invocada por los jacobinos. Antes bien, “ningún Estado real se rige por la virtud de los ciudadanos, sino que es regulado por una constitución, escrita o no, que establece reglas para su conducta, precisamente bajo el presupuesto de que los ciudadanos no son generalmente virtuosos” (p.9).

    Vale, sin embargo, destacar que la posición de Viroli, a pesar de ser, digámoslo así, utópica, no deja de ser enfática, tal como se halla expresada en la mejor tradición republicana, desde los clásicos, pasando por Maquiavelo, hasta Rousseau. Es cierto, dice Viroli, que el Estado debe ocuparse de regular la conducta de los ciudadanos no virtuosos, pero cada ciudadano debe estar dispuesto a servir al bien público y estar vigilante en contra de los “arrogantes” que tienen el poder. De no ser así la república muere y se transforma en un lugar donde quedan dominadores y dominados. (p.10). Pero sin que ello signifique que la virtud sea la voluntad de inmolarse por la patria. Para Viroli la virtud civil es el verdadero significado del ideal republicano de amor a la patria. Pero Bobbio no se deja llevar por el utopismo de Viroli. Hay que estar alerta ante los llamados de amor a la patria. También el fascismo hablaba de patria y decía que había que dar la vida por la patria, que es también una palabra que se presta a engaño de parte de aquellos que detentan el poder. Quienes la pronuncian son comúnmente tiranos y tiranuelos. Por ello, mientras que Viroli insiste enormemente en el valor de la nación y de la patria, Bobbio recuerda la manera como el fascismo se apropió de esos términos de una manera exasperante e intimidatoria, que llegó incluso a producir rechazo por parte del pueblo italiano, al menos durante el período de dominación del fascismo.

    Por ello no es casual que en este contexto aparezca el problema de la libertad. Vale la pena destacar que en la conversación con Viroli, Bobbio recuerda a los pensadores políticos que más ha estudiado, entre los cuales destaca a Hobbes, por su potencia intelectual y por su estilo (baste citar, entre otros, su Thomas Hobbes, 1989). Y Viroli se vale de la referencia a Hobbes para distinguir entre el concepto de libertad negativa que expuso el filósofo ingles y el concepto de libertad positiva, republicano o democrático defendido por el propio Viroli. Bobbio no necesariamente defiende a Hobbes en la conversación que a este respecto sostiene con Viroli, pero deja claro que lo más importante, tal como lo ha escrito en un famoso libro (Governo degli uomini o governo delle leggi, 1982), es que la libertad supone el predominio de la ley y no el de los hombres. Y esto nos coloca en el terreno de la así llamada “obligación política”. Coherente con su posición republicana radical, Viroli plantea la necesidad de que la república sea intransigente con los ciudadanos en el cumplimiento de sus deberes, mientras que Bobbio postula más bien la transigencia, la pluralidad, la tolerancia como una forma más efectiva de conducir el Estado. Bobbio y Viroli confirman de esta manera sus apreciaciones sobre la república planteadas al inicio de su conversación. Por ello el ameno diálogo entre ellos no deja de ser controvertido. Si bien ambos coinciden en señalar la necesidad de insistir en el cumplimiento del deber (moral, jurídico y político), Viroli es mucho más enfático en señalar la necesidad de destacar el cumplimiento del deber como el gran tema ausente de la teoría política, inclinada más bien, a considerar el ámbito de los derechos. Bobbio acepta la posición de Viroli pero muestra también su interés por plantear el tema del deber no solamente referido a los ciudadanos sino también al Estado, es decir, a la responsabilidad que los gobernantes deben cumplir frente a los ciudadanos.

    En este sentido, también para Viroli una de las principales amenazas a la republica democrática se encuentra en las facciones, entendidas como grupos fieles a un líder que intenta obtener ciertos privilegios. Y en esa dirección coincide con Bobbio al destacar la importancia que han tenido, dentro de la tipología weberiana, los así llamados lideres carismáticos, retóricos y demagógicos. Ambos se refieren particularmente a la vida política italiana, aludiendo constantemente a la emergencia de los nuevos movimientos políticos, entre otros el de Berlusconi, así como a los peligros que han amenazado la democracia italiana. De la misma forma, Viroli se refiere al peso que el dinero y la plutocracia han tenido en las democracias occidentales, incluso la de Estado Unidos, pues uno de los grandes riesgos políticos se halla en la posibilidad de que el poder del dinero pueda afectar significativamente la democracia. Y en esta dirección Bobbio reivindica el papel fundamental de los partidos para el funcionamiento de la democracia, especialmente con su presencia en el parlamento. De allí que Viroli y Bobbio traten la cuestión del así llamado por Bobbio “poder oculto” que funciona en todas las sociedades y que tiene una semejanza casi a la de Dios: mientras más observa y tiene presencia en todo, más invisible e inaccesible es. En otros términos, mientras más se oculta el poder menos participación tienen los ciudadanos, tal como también lo vieron Bentham y Foucault. De allí que Bobbio recuerde enfáticamente el lema kantiano según el cual “todas las acciones relativas a los derechos de los otros hombres cuya máxima no es compatible con la publicidad, son injustas”. Esto significa que, para que el poder sea legítimo, debe poder justificar públicamente sus acciones. Desde esta perspectiva ambos intérpretes coinciden en destacar el sentido público de la política en oposición al ocultamiento y al predominio de los privilegios.

    Valga señalar, finalmente, que el realismo hobbesiano de Bobbio se pone también de manifiesto en el ámbito religioso. Mientras que Viroli plantea la fe religiosa como una guía moral que puede resultar adecuada en el ámbito social, Bobbio señala de un modo llano que los hombres tienen esa fe por temor a Dios, y que si ese temor llegara a desaparecer, se transformarían en bestias salvajes. Ante lo cual Viroli insiste al decir que tanto Maquiavelo como Tocqueville, dos grandes pensadores de la república y de la libertad, coincidieron en plantear la necesidad de la religión para la conducción de los pueblos. Pero Bobbio, coherente con su posición en torno al temor, dice que el hombre siempre actúa guiado por el temor, sea el temor al Príncipe o el temor a Dios. De allí que las normas siempre tengan disposiciones primarias (“no hagas esto”) y secundarias (“si lo haces serás castigado con”). Y esto vale tanto para el reino de la tierra como para el reino de Dios. Incluso en el caso del temor a Dios, Bobbio dice que no sólo se habla del castigo del “más allá”, sino también del castigo del “más acá” como cuando se dice que sucedió algo “por castigo divino”. No es casual entonces que en el curso de la conversación Bobbio recuerde de nuevo a Hobbes, especialmente en el momento en el que Viroli hace referencia al problema que se presenta cuando cada uno toma la justicia en sus manos o la confía a alguna asociación privada. La referencia entonces, al temor, tal como fue teorizado precisamente por Hobbes, le permite resituar la discusión del terreno religioso al terreno jurídico-político, al considerar que el Estado aparece como instancia reguladora de la libertad negativa, más allá de la experiencia religiosa.

    En suma, Bobbio y Viroli ponen en evidencia uno de los núcleos fundamentales desde el cual es posible discutir de un modo realista pero también crítico el futuro de la democracia. Precisamente un diálogo abierto, como el que sostuvieron, es una oportunidad para advertir la validez y el sentido del republicanismo. El realismo de Bobbio y el entusiasmo de Viroli son un testimonio de las posibilidades interpretativas que sigue ofreciendo el tema de la república. La fluidez y la clara articulación del diálogo que se produce entre ellos, no impide advertir la distancia e incluso la contraposición que se genera en torno a este clásico pero apasionante tema.

 

 
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