...ci ritorno sopra
Il magistrato buono per tutte le commemorazioni, ma guai a
ricordare che cosa diceva
Giovanni Falcone? Buono per le immaginette antimafia, per i santini alla Padre Pio, per i dibattiti sull’eterogenesi dei fini, per i cortei che non costano nulla.
Ma se poco poco vai a scavare tra le cose che scriveva o che diceva, e ti azzardi a ricordare quelle che erano le sue convinzioni, ecco che ti saltano addosso.
E’ successo al presidente del Senato, Marcello Pera. Il quale, citando le parole del giudice massacrato dodici anni fa a Capaci, ha avuto la sfrontatezza – “un discorso indegno”, ha tuonato Massimo Brutti, senatore diessino – di sostenere che l’autonomia dei magistrati viene messa a dura prova non solo dalle pressioni esterne ma anche da “comportamenti, individuali o di gruppo assunti dentro il corpo stesso della magistratura”.
Apriti cielo. Non c’è stata corrente dell’Associazione magistrati che non abbia inviato a Pera la propria carrettatina di insulti. E non c’è stato esponente della sinistra –anche Francesco Rutelli, anche Angela Finocchiaro – che non abbia intimato a Pera di non cedere mai più alla tentazione di simili citazioni:
Falcone è nostro e ce lo gestiamo noi.
Povero Falcone. Il suo ricordo va bene, ma guai a dire che era un convinto sostenitore, per esempio, della separazione delle carriere: da un lato il procuratore che indaga, dall’altro lato il giudice che deve stabilire se sei colpevole o innocente.
Le commemorazioni vanno ancora meglio, ma guai a sottolineare che per Falcone non bastava l’accusa di un malvissuto per gettare in galera un uomo politico.
Ricordate Giuseppe Pellegriti? Quando Leoluca Orlando e il suo coordinamento antimafia davano la caccia a Salvo Lima, lui – il sedicente pentito – accusò il plenipotenziario andreottiano in Sicilia di avere ordinato l’omicidio di Piersanti Mattarella, allora presidente della Regione. Ma Falcone accertò che dietro le “clamorose rivelazioni” c’era solo una bugia, e incriminò il pentito per calunnia. Orlando non gliela perdonò e continuò a offenderlo, a provocarlo.
“Tu nascondi le prove nei cassetti, tirale fuori”, gli urlava.
Ma Falcone era fatto come era fatto. Credeva che non poteva esserci condanna senza prove. E sosteneva pure che la scorciatoia della giustizia sostanziale avrebbe gettato sulla magistratura un discredito tale da indebolire l’intero fronte della lotta alla mafia.
Più che un’analisi, una profezia. Dopo la sua morte e l’immediato insediamento, a Palermo, di Gian Carlo Caselli – siamo nel 1993
si è puntualmente aperta la stagione dei processi politici: prima Giulio Andreotti, poi Francesco Musotto, poi Corrado Carnevale e, via via, fino a Calogero Mannino e Marcello Dell’Utri.
Tutti andati a male, tutti – o quasi – finiti in fumo.
Perché erano processi privi delle prove necessarie, perché non c’erano riscontri credibili alle dichiarazioni dei pentiti.
Caselli e i suoi procuratori – come temeva Falcone – avevano decimato una classe politica; ma alla lunga avevano anche assestato un colpo mica da ridere alla cosiddetta credibilità della magistratura.
“Hanno distrutto ciò che noi avevamo costruito in tanti anni”, ammette Giuseppe Di Lello, deputato europeo di Rifondazione comunista, che negli anni Ottanta, fu giudice istruttore, con Falcone, del primo maxi processo a Cosa nostra.
Marcello Pera ha messo il dito nella stessa ferita: la politicizzazione.
E la magistratura politicizzata (che oggi, tra l’altro, sciopera contro governo e parlamento) gli ha sparato addosso.
Gli ha sparato addosso anche l’Ulivo. Il cui leader, Romano Prodi, si trovava pure lui, domenica, a Palermo per commemorare – da sinistra - il giudice assassinato.
Solo che, accanto a Prodi, c’era Leoluca Orlando: quello delle “prove nascoste nei cassetti”, quello degli insulti.
E se ne stavano tutti lì, insieme, dentro l’aula bunker dell’Ucciardone, a lacrimare, a declamare poesie, a scattare le foto ricordo, a battere le manine e a gridare: viva Falcone.
Evviva, evviva.
ripreso da il Foglio del 25 maggio
saluti




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