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Discussione: Falcone e....

  1. #111
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    Predefinito Ritenendo l'argomento interessante...

    ...ci ritorno sopra

    Il magistrato buono per tutte le commemorazioni, ma guai a
    ricordare che cosa diceva

    Giovanni Falcone? Buono per le immaginette antimafia, per i santini alla Padre Pio, per i dibattiti sull’eterogenesi dei fini, per i cortei che non costano nulla.
    Ma se poco poco vai a scavare tra le cose che scriveva o che diceva, e ti azzardi a ricordare quelle che erano le sue convinzioni, ecco che ti saltano addosso.
    E’ successo al presidente del Senato, Marcello Pera. Il quale, citando le parole del giudice massacrato dodici anni fa a Capaci, ha avuto la sfrontatezza – “un discorso indegno”, ha tuonato Massimo Brutti, senatore diessino – di sostenere che l’autonomia dei magistrati viene messa a dura prova non solo dalle pressioni esterne ma anche da “comportamenti, individuali o di gruppo assunti dentro il corpo stesso della magistratura”.
    Apriti cielo. Non c’è stata corrente dell’Associazione magistrati che non abbia inviato a Pera la propria carrettatina di insulti. E non c’è stato esponente della sinistra –anche Francesco Rutelli, anche Angela Finocchiaro – che non abbia intimato a Pera di non cedere mai più alla tentazione di simili citazioni:

    Falcone è nostro e ce lo gestiamo noi.

    Povero Falcone. Il suo ricordo va bene, ma guai a dire che era un convinto sostenitore, per esempio, della separazione delle carriere: da un lato il procuratore che indaga, dall’altro lato il giudice che deve stabilire se sei colpevole o innocente.
    Le commemorazioni vanno ancora meglio, ma guai a sottolineare che per Falcone non bastava l’accusa di un malvissuto per gettare in galera un uomo politico.
    Ricordate Giuseppe Pellegriti? Quando Leoluca Orlando e il suo coordinamento antimafia davano la caccia a Salvo Lima, lui – il sedicente pentito – accusò il plenipotenziario andreottiano in Sicilia di avere ordinato l’omicidio di Piersanti Mattarella, allora presidente della Regione. Ma Falcone accertò che dietro le “clamorose rivelazioni” c’era solo una bugia, e incriminò il pentito per calunnia. Orlando non gliela perdonò e continuò a offenderlo, a provocarlo.
    “Tu nascondi le prove nei cassetti, tirale fuori”, gli urlava.
    Ma Falcone era fatto come era fatto. Credeva che non poteva esserci condanna senza prove. E sosteneva pure che la scorciatoia della giustizia sostanziale avrebbe gettato sulla magistratura un discredito tale da indebolire l’intero fronte della lotta alla mafia.

    Più che un’analisi, una profezia. Dopo la sua morte e l’immediato insediamento, a Palermo, di Gian Carlo Caselli – siamo nel 1993
    si è puntualmente aperta la stagione dei processi politici: prima Giulio Andreotti, poi Francesco Musotto, poi Corrado Carnevale e, via via, fino a Calogero Mannino e Marcello Dell’Utri.
    Tutti andati a male, tutti – o quasi – finiti in fumo.
    Perché erano processi privi delle prove necessarie, perché non c’erano riscontri credibili alle dichiarazioni dei pentiti.
    Caselli e i suoi procuratori – come temeva Falcone – avevano decimato una classe politica; ma alla lunga avevano anche assestato un colpo mica da ridere alla cosiddetta credibilità della magistratura.
    “Hanno distrutto ciò che noi avevamo costruito in tanti anni”, ammette Giuseppe Di Lello, deputato europeo di Rifondazione comunista, che negli anni Ottanta, fu giudice istruttore, con Falcone, del primo maxi processo a Cosa nostra.
    Marcello Pera ha messo il dito nella stessa ferita: la politicizzazione.
    E la magistratura politicizzata (che oggi, tra l’altro, sciopera contro governo e parlamento) gli ha sparato addosso.
    Gli ha sparato addosso anche l’Ulivo. Il cui leader, Romano Prodi, si trovava pure lui, domenica, a Palermo per commemorare – da sinistra - il giudice assassinato.
    Solo che, accanto a Prodi, c’era Leoluca Orlando: quello delle “prove nascoste nei cassetti”, quello degli insulti.
    E se ne stavano tutti lì, insieme, dentro l’aula bunker dell’Ucciardone, a lacrimare, a declamare poesie, a scattare le foto ricordo, a battere le manine e a gridare: viva Falcone.
    Evviva, evviva.

    ripreso da il Foglio del 25 maggio

    saluti

  2. #112
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    Predefinito "Sarebbe vano ricordare il giudice....

    ...assassinato e dimenticare le sue idee”, dice il presidente del Senato

    Pubblichiamo ampi stralci del discorso del presidente del Senato, Marcello Pera, all’inaugurazione della stele commemorativa di Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e dei tre agenti di scorta assassinati a Capaci il 23 maggio 1992.

    La stele serve a ricordare. Ma se vogliamo davvero ricordare Giovanni Falcone, non possiamo limitarci alla dimensione della sola memoria. Dobbiamo fare di più. Dobbiamo dare un senso alla sua vita, al suo lavoro, al suo sacrificio. Perché un uomo vive ancora se la sua opera continua a dare a noi una guida, un aiuto, un esempio. E nessun uomo muore mai definitivamente fino a che si pone come punto di riferimento delle nostre discussioni e azioni. […] Giovanni Falcone fu […] uno studioso dei problemi delle indagini, del processo, dell’ordinamento giudiziario. Critico del nuovo codice di procedura penale, lo accettò come una sfida. Due punti fondamentali egli pose a base della sua riflessione. Il primo è l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Il secondo è l’efficienza. Assieme formano un trinomio. Autonomia e indipendenza costituiscono il presidio, l’efficienza è la guarnigione per tutelarlo, non solo dall’esterno, ma anche dall’interno. Perché autonomia e indipendenza non rischiano di cadere solo sotto spinte che vengono da fuori, ma anche a causa di comportamenti, individuali o di gruppo, assunti dentro il corpo stesso della magistratura. Disse Falcone l’8 maggio 1992, quindici giorni prima di cadere vittima della mafia:
    “l’autonomia e indipendenza della magistratura sono anzitutto un valore storicamente da valutare, ma soprattutto un valore che ha una sua razionalità, una sua giustificazione, una sua logica, una sua spiegazione, in quanto costituisce non un privilegio di casta, non un privilegio della magistratura o qualcosa di riservato a una élite dello Stato. L’inamovibilità, l’autonomia, l’indipendenza sono valori, oltre che princìpi costituzionali, che servono per l’efficienza della magistratura, non meno che per l’efficienza della pubblica amministrazione in genere”.
    In questa logica – aggiunse – il pubblico ministero deve essere “autonomo e indipendente, ma anche efficiente”, e perciò
    “deve avere un tipo di regolamentazione ordinamentale che sia differente rispetto a quella del giudice. Non necessariamente separata”.
    E ancora, a proposito del rapporto pubblico ministero-polizia giudiziaria:
    “Abbiamo fatto, o hanno fatto, un codice di procedura penale in cui il rapporto di dipendenza della polizia giudiziaria rispetto alla magistratura è ormai pressoché integrale, ed ecco che cominciamo a renderci conto che forse, anche qui, le cose stanno in una linea mediana, per evitare da un lato che il funzionario di polizia si senta deresponsabilizzato, e dall’altro che il pubblico ministero, spesso non dotato di una sufficiente professionalità, possa creare problemi alla conduzione delle indagini, mediante direttive che non sono adatte a quel singolo caso”.
    Sono questioni che, a dodici anni di distanza, si pongono ancora a noi.
    Le idee di Falcone sull’argomento possono essere condivise o criticate, ma non dovrebbero essere ignorate.
    Sarebbe vano, e anche colpevole, alzare una stele alla sua persona e dimenticare le sue idee.
    Sarebbe poco onesto lodarlo e non prenderlo in seria considerazione.
    Il calcolo, la convenienza, il dosaggio, non si addicono all’omaggio sincero.
    Né ci aiutano a risolvere i nostri problemi, quelli stessi che furono anche i suoi problemi.
    Ecco perché, se non vogliamo dimenticarlo, dobbiamo ripensarlo.
    Dobbiamo ripensarlo perché il trinomio che lo guidò è ancora un problema aperto di fronte al Parlamento.

    Leggete e "rivedete" le facce compunte dei Prodi e degli Orlando.

    saluti

  3. #113
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    Predefinito

    Bravo mustang; fai bene a riportare le parole di Pera.

    La vergogna ed il disgusto provocato da questa prolusione, fatta a fianco del "convivente" Lunardi rimarrà ad imperitura memoria.

    Quando il partito degli impuniti, dei pregiudicati e degli autoassolti passerà (presto) DEFINITIVAMENTE alla storia.

    (O, meglio; alla cronaca nera)

    Lasciate stare Falcone; non è "cosa vostra".

 

 
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