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    Predefinito tratto da La Gazzetta del Sud

    IL RICORDO DI GOBETTI L'ESEMPIO DI ORIOLI

    Antonio Patuelli

    Domani ricorre l'ottantesimo anniversario della scomparsa di Piero Gobetti, avvenuta in esilio, a Parigi, per i postumi delle percosse subite dai fascisti a Torino. Questo anniversario rischia di essere ricordato anche per talune polemiche relative alla iscrizione, recentemente apposta sulla tomba al cimitero parigino di Père Lachaise, sul cui testo si è registrato un dissenso tra il governo italiano, la famiglia e il Centro Gobetti di Torino. Per quasi ottant'anni la tomba di Gobetti ha avuto soltanto l'iscrizione del nome e del cognome del giovane pensatore liberale e le date di nascita e di morte. Essa venne custodita, dalla scomparsa di Gobetti fino ai primi anni '80, da un mazziniano romagnolo, Aurelio Orioli, di San Pietro in Vincoli, che era espatriato in Francia per motivi politici a metà degli anni '20, vi aveva conosciuto Gobetti, e si era sempre recato al Père Lachaise quale custode volontario della tomba.
    N ell'estate del 1980, durante la sua consueta vacanza in Romagna, Orioli, che era rimasto a Parigi come pensionato, venne a trovarmi per comunicarmi di essere ormai ottuagenario e di non poter garantire per il futuro la custodia della tomba di Gobetti di cui mi segnalò anche la necessità di restauri. Orioli venne da me, allora vicesegretario nazionale del Partito liberale, anche perché ero stato il presidente delle celebrazioni del cinquantenario gobettiano che si svolsero a Palazzo Vecchio a Firenze. All'inizio dell'81 andai a Parigi e cercai Aurelio Orioli: lo trovai nella sua abitazione, che era nella periferia della città, in un povero edificio che conteneva ancora diverse famiglie di fuoriusciti italiani degli anni '20. Orioli aveva mantenuto la sua abitazione di sempre: una cucina e una cameretta quasi tutta occupata da un letto che aveva ricevuto come dono, dopo la morte, da un altro fuoriuscito mazziniano, Cipriano Facchinetti, che fu anche deputato repubblicano, eletto nel 1924, e che partecipò con Giovanni Amendola alla protesta dell'Aventino.
    C on Orioli andai sulla tomba di Gobetti e, tornato a Roma fui ricevuto a Palazzo Chigi dal presidente del Consiglio (e mio antico professore) Giovanni Spadolini che, ascoltata la mia descrizione, subito dispose che l'Ambasciata d'Italia a Parigi assumesse la responsabilità della conservazione della tomba di Gobetti: così avvenne e lo riscontrai anche negli anni seguenti, ritornando a Parigi e parlandone con Orioli. Ora, di fronte alle polemiche sulle nuove iscrizioni sulla tomba di Gobetti, rimane comunque il ricordo esemplare della semplicità emblematica dell'esempio di Aurelio Orioli che, senza nulla chiedere e ottenere, ha custodito per oltre mezzo secolo la tomba e la memoria del giovane pensatore ed editore al cui esempio morale e alla cultura liberale, da mazziniano, si sentiva così vicino.

  2. #52
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    Predefinito tratto da http://ww.nuvolarossa.org/

    LA “RISCOPERTA” DI MAZZINI

    CAMERINO. - Ad iniziativa del Comune e dell’Associazione Mazziniana di Camerino, nel pomeriggio di Venerdì 10 marzo, la città varanesca ha ricordato e “riscoperto” la figura di Mazzini nella ricorrenza dell’anniversario della morte, concomitante con l’anno Bicentenario della nascita.
    Alla presenza di un numeroso pubblico, di rappresentanti delle istituzioni cittadine e territoriali (Comune, Università, Comunità Montana, Regione e Provincia) e di varie delegazioni delle Sezioni mazziniane marchigiane, la civica celebrazione si è svolta all’interno della sede comunale di Palazzo Bongiovanni, con la ricollocazione di un’ antica lapide recuperata e restaurata, già dedicata a Giuseppe Mazzini il 22/07/1888, dall’allora Circolo Operaio di Camerino, a lui intitolato.; e poi con l’inaugurazione di una mostra su Mazzini; e per finire una interessante conferenza sui rapporti tra mazzinianesimo, repubblica e costituzione.
    Davanti alla lapide, “riscoperta” nell’atrio del Palazzo Comunale dall’assessore Amedeo Paganelli --in rappresentanza del Sindaco- il prof. Michele Lugano, Presidente dell’Associazione Mazziniana del Camerinese, ha portato il messaggio del suo sodalizio, sottolineando -in particolare- l’indeclinabile attualità della figura e degli ideali mazziniani che dimostrano di saper ancora resistere alle ingiurie del tempo, al crollo delle ideologie, al triste degrado della vita politica.
    Successivamente, presso la Sala dei Priori dello stesso palazzo, è stato il Dr. Paolo Marchi, Presidente del Comitato A.M.I. Regione Marche, a tagliare il nastro per l’apertura della bellissima Mostra biografica su Mazzini, che si articola in 48 pannelli di immagini e didascalie, oltre a documenti dell’epoca, compreso un dominante busto bronzeo, raffigurante “Mazzini tribuno”, copia dell’opera di Gian Domenico Grandi (secondo (‘800), dal Musèe d’Europe di Strasburgo.
    La Mostra, particolarmente raccomandata alle Scuole, di ogni ordine e grado, resterà aperta finoa Sabato 18 marzo. Orario visite: 09-13,30. Prenotazione: tel.0737-632440 (Sig.ra Pazzelli).
    A presentare la Mostra ci ha pensato -graditissimo ospite- lo stesso autore, il prof. Benito Lorigiola, il quale ha illustrato le varie fasi della vita del Mazzini, soffermandosi -soprattutto - su quella londinese, nel corso della quale il grande genovese potè maturare, comunicare, educare al suo progetto culturale e politico. Di Mazzini lo stesso Lorigiola ha voluto mettere in luce anche gli aspetti più umani e intimi, ritenuti di primaria importanza per capirne meglio la persona e la vita, a livello privato, al di là dei retorici “cliché” di facciata. Ne è emersa l’immagine di un uomo che amava la vita e i suoi piaceri, che prediligeva l’arte ed aveva il gusto del bello e della buona tavola (è nota la ricetta di un dolce, la torta Margherita, che Mazzini spedì alla madre il 28/12/1835), un uomo appassionato della musica e virtuoso suonatore di chitarra, che fumava il sigaro e amava le donne, sempre affascinate dalla profondità del suo sguardo e della sua voce baritonale.
    Ha preso quindi la parola l’assessore regionale alle attività produttive che ha espresso il compiacimento della Regione Marche, e suo personale, per l’encomiabile iniziativa intrapresa dalla Città di Camerino per ricordare e rinnovare la memoria della figura e dell’opera di Giuseppe Mazzini, un grande patrimonio di tutti, in senso universale. A sua volta, è stata la jesina Katia Mammoli ad esternare il suo pieno gradimento delle manifestazioni celebrative camerinesi nei confronti di Mazzini, del quale ha sottolineato il grande , e mai cessato merito di aver dato alla politica un fondamento etico/civile.
    Il significativo evento della celebrazione civica mazziniana è stato plaudito con rinforzata, solidale condivisione anche dalla prof.ssa Anna Gobbetti, in rappresentanza dell’Università di Camerino.
    Il numeroso e qualificato pubblico, intervenuto nella bellissima Sala dei Priori, ha partecipato poi numeroso alla conferenza dobe il relatore ha saputo comunicare il senso profondo e imprescindibile dell’idea mazziniana.
    “ Non è Mazzini che ha bisogno di noi ma siamo noi che abbiamo bisogno di Mazzini -ha rimarcato l’illustre docente- “perché la realizzazione dei nostri diritti implica sempre l’adempimento dei nostri doveri il cui fondamento si colloca nella nostra coscienza, necessariamente libera per poter dar luogo alle scelte in cui crediamo e ci riconosciamo e -pertanto- di valore assoluto, ovvero religioso”. Ecco perché la religione di Mazzini, chiamata anche “religione della libertà, non può che fondarsi sulla coscienza dei doveri, e principalmente quelli verso Dio, verso la patria, verso la famiglia. I doveri e la religiosità verso Dio coincidono con i doveri e la religiosità verso l’umanità così come la consapevolezza dei propri diritti coincide con la coscienza dei propri doveri”.
    Il relatore si è infine soffermato a chiarire la distinzione tra “patria” e “nazione”, da cui la sostanziale differenza tra “patriottismo” e “nazionalismo”: il primo è un sentimento fondato sulla natura e sui comuni vincoli di affetto consanguineo e associativo che si esprimono nei diritti di libertà, di autonomia, di confronto critico e di pluralismo democratico; il secondo è basato invece su aberranti pregiudizi di superiorità razziale e culturale, tendente all’aggressività e alla prevaricazione, basato su una concezione organicistica secondo la quale tutto è regolato da un capo, tramite un dirigismo gerarchico che espropria i diritti di libertà dell’individuo, sacrificati in nome di un preteso e superiore “interesse nazionale”, sempre politicamente tendente a pericolose “avventure” imperialistiche. E’ -naturalmente- sul primo modo di sentire che si fonda e si costituisce il senso della “Repubblica”.

  3. #53
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    Predefinito Un Mazziniano ai confini del mondo

    L’attualità dell’opera di Silvio Zavatti, esploratore polare e difensore del popolo Inuit
    Un Mazziniano ai confini del mondo



    Nel dicembre 2005, durante la Conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico che si è svolta a Montréal, in Canada, il rappresentante del popolo Inuit ha lanciato un nuovo appello per richiamare l’attenzione internazionale sulle condizioni di vita degli eschimesi, sul futuro delle zone polari e sui rischi a cui va incontro l’intero Pianeta.1 Delegato dalla Conferenza circumpolare, a nome delle tribù che abitano le fredde terre del nord America e della zona artica, l’avvocato Paul Crowley è intervenuto per denunciare i progressivi cambiamenti causati dall’effetto serra e dal riscaldamento globale. I ghiacci si sciolgono, le tempeste sono mutate e arrivano senza preavviso, anche la neve densa che serve a costruire gli igloo non ha più la compattezza necessaria, rendendo spesso indispensabile il ricorso all’uso di tende, più fredde e meno sicure. Il problema non è solo specifico ma riguarda tutto il mondo perché entro breve tempo, se non verranno adottate misure di regolamentazione e di controllo delle emissioni inquinanti, partendo dallo scioglimento dei ghiacci polari si innescheranno gravi sconvolgimenti all’ambiente, al clima, alle maree, alle condizioni di vita. Da qui la richiesta di adottare misure concrete agli stati industrializzati ed emergenti, con una accusa specifica e diretta contro la politica del Presidente Usa George W. Bush (sottolineata dall’annuncio di una causa legale presentata alla Commissione interamericana dei diritti umani di Washington2), per “massacro culturale e minaccia alla sopravvivenza dei popoli di queste zone”. La denuncia degli Inuit considera una grave responsabilità la mancata adesione degli Stati Uniti d’America al protocollo di Kyoto stipulato per contrastare il riscaldamento mondiale (gli Usa sono il primo Paese al mondo per produzione di gas serra e nel 2001 hanno respinto l’accordo sostenendo che fissare limiti alle emissioni avrebbe danneggiato la crescita economica)
    e condanna ogni tentativo di far fallire il rinnovo del trattato internazionale. Alla presenza dei rappresentanti dei governi di oltre 180 nazioni, la Conferenza ha aperto un confronto intenso ed aspro fra i sostenitori, Unione Europea in testa, della necessità di raggiungere un nuovo accordo mondiale sulla riduzione delle emissioni di gas serra a partire dal 2012 (quando il Protocollo firmato in Giappone giungerà a scadenza) e chi, Stati Uniti e altri Paesi fra i quali Cina e India, non vuole sottostare a regole vincolanti di questo tipo. A protestare non sono solo gli abitanti dell’estremo nord. Critiche alla Casa Bianca giungono infatti anche dall’interno del Paese, con la crescita del fronte di coloro che chiedono una inversionei nella politica Usa, come dimostrano gli appelli lanciati da un folto gruppo di senatori, una lettera firmata da celebri economisti e l’intervento in prima persona alla Conferenza canadese dell’ex Presidente Bill Clinton. Sentinelle dell’artico, gli Inuit vivono prima di tutti gli effetti negativi dell’inquinamento atmosferico e continuano a dar voce ad una situazione drammatica che, se non verrà affrontata con decisione e senso di responsabilità, sfocerà a detta degli esperti in una emergenza planetaria. Le denunce e le proteste che giungono dal popolo dei ghiacci non sono una novità e anche in Italia sono note da tempo, grazie in particolare all’opera pionieristica di un autorevole mazziniano: Silvio Zavatti. Nell’autunno scorso, il 21 e 22 ottobre, nella cittadina marchigiana di Fermo il suo impegno costante di persona di scienza, di educazione e di coraggio è stato al centro di un interessante convegno intitolato “Silvio Zavatti, l’uomo e l’esploratore”, organizzato in occasione del ventesimo anniversario della morte. Sono trascorsi due decenni dalla sua scomparsa ma il nuovo appello lanciato a Montréal ha dimostrato ancora una volta la grande attualità del suo lavoro e dell’opera in favore della difesa delle zone polari e dei loro abitanti.

    La ricerca della libertà: gli anni della formazione

    Romagnolo d’origine e marchigiano d’adozione, Silvio Zavatti nacque a Forlì il 10 novembre 1917 e concluse i suoi giorni ad Ancona il 13 maggio 1985, dopo aver vissuto quasi quarant’anni a Civitanova Marche.3 Giovanissimo, cresciuto in una famiglia repubblicana, si iscrisse all’Istituto Nautico di Ancona dove conseguì il diploma di Capitano di lungo corso. In seguito, dopo aver sperimentato alcuni lavori, decise di prendere il mare su un mercantile britannico. Fu durante questa esperienza che, appena ventenne, ebbe l’incontro con il primo iceberg e vide nascere il desiderio di conoscere l’ambiente polare. Torniamo in Romagna, a Forlì. Fin da ragazzo Zavatti dimostrò particolare intelligenza e doti di carisma, diventando presto un punto di riferimento per molti giovani che come lui erano animati da desiderio di libertà e di conoscenza. Negli anni del regime mussoliniano, in cui l’associazionismo non inquadrato dalle gerarchie in camicia nera era stato abolito per legge, Zavatti si fece conoscere fin da ragazzo per la decisa avversione al fascismo, accompagnata da una innata capacità di educatore. Significative testimonianze a tale riguardo sono emerse nel corso del convegno “Silvio Zavatti, un forlivese a Poli” che si svolse nel 1997, nella città romagnola. Così ricordava Ovidio Gardini: “Noi avevamo 12 anni nel 1932 e poi via via fino a 15 nel 1935. Silvio ne aveva tre più di noi e fin dai primi tempi noi lo guardammo non come un capoclasse ma come “capocospiratore”, lui sempre sereno e sorridente, con quegli occhi azzurri e i capelli sul biondo, con quel carisma di fratello maggiore ispirato e rassicurante, che ci trasmetteva il suo spirito d’avventura, facendoci conoscere esploratori come Romolo Gessi e scrittori come Emilio Salgari, ma che soprattutto ci apriva, parlandoci, orizzonti e ideali sconosciuti: la democrazia, la libertà, la fratellanza fra uomini e popoli”. La memoria continuava descrivendo lo stato d’animo di quei giovani in quel periodo. “Ci sentivamo, nel seguirlo, a scuola e fuori, tanti piccoli novelli “carbonari”, perché discutevamo, anche su libri e opuscoli da lui e da altri procuratici, di “cose” proibite dal fascismo, “sovversive” come si sentiva allora mormorare. Disertando sovente le adunate e le esercitazioni indette dall’Opera Nazionale Balilla, andavamo a casa sua, in campagna, e qui facevamo le nostre esercitazioni di “esploratori”, con vita in tenda, prove di orientamento, perfino rudimenti da “marinaio” con una barchetta a Ladino, nel Montone”. Sovversiva fu anche la costituzione, ovviamente in forma clandestina, di un gruppo scout del quale Zavatti divenne istruttore, che era collegato ad una organizzazione nazionale (sempre clandestina) ed in contatto con lo scoutismo francese. L’insegnamento di Baden Powel contribuì a far crescere lo spirito di scoperta e l’amore per la natura, così come il pensiero e l’esempio di Mazzini forgiarono la coscienza democratica e lo spirito patriottico. Su tutto, il desiderio di libertà. Nel 1937, seguendo l’istinto all’esplorazione, Zavatti si imbarcò nella Marina mercantile inglese con i gradi di capitano in seconda. In tutti gli anni della gioventù, alternando la presenza a Forlì alle assenze per studio e lavoro, ebbe un ruolo di leader, anche di tipo carismatico, per molti giovani. Questa cerchia si allargò ulteriormente, continuando a coltivare nello spirito di avventura e di amicizia, i valori di libertà e dell’antifascismo, finendo con identificare questa sorta di fratellanza (anche nei decenni del secondo dopoguerra) con le parole di una celebre romanza di Tosti, “Torna caro ideal”.4 “ Fu Silvio Zavatti che negli anni difficili della guerra fece conoscere a me e ad altri giovani il pensiero e la vita di Giuseppe Mazzini come esempio dal quale partire per una prospettiva nuova, contro il fascismo e la dittatura, e poi contro i tedeschi”. La memoria è di Widmer Lanzoni che ricorda come Zavatti fu un punto di riferimento per molti giovani forlivesi e romagnoli. “Un giorno - continua Lanzoni - mi fece leggere un libro di Mazzini. Si trattava de “I problemi dell’epoca”, con note di commento scritte da Giovanni Conti;5 una lettura che mi sembrò molto attuale in quei momenti difficili e mi convinse ad approfondire la conoscenza di Mazzini”. Conosceva le opere di grandi scrittori, come Verne, Salgari e De Amicis, e a sua volta scrisse libri d’avvenuta come L’urlo nella notte, pubblicato a Forlì nel 1935 oltre a biografie di esploratori come Romolo Gessi, il garibaldino d’Africa (Forlì, 1937) dedicata alla vita del romagnolo che oltre ad aver combattuto agli ordini di Garibaldi nei Cacciatori delle Alpi e aver compiuto imprese nella navigazione, fu protagonista di spedizioni contro la tratta degli schiavi

    Dalla Resistenza alle missioni polari

    Richiamato alle armi nel giugno 1940 nella Marina Militare, partecipò alla Seconda guerra mondiale e a partire dal settembre 1943 ebbe un ruolo attivo nella Resistenza forlivese, anche come componente del locale Comitato di Liberazione, fin dal febbraio 1944. Dopo il 9 novembre di quello stesso anno, giorno in cui le truppe dell’Ottava Armata Britannica e formazioni partigiane entrarono in città, Zavatti venne nominato Vicesindaco dal Governo Militare Alleato e dal Cln, quale esponente del Partito repubblicano, affiancando il Sindaco del Pci Franco Agosto. Quello assegnato a Zavatti era un ruolo centrale e di grande responsabilità perché, oltre a dover far fronte ai drammatici problemi dell’emergenza determinati dalla contingenza bellica, la sua conoscenza della lingua inglese lo rendeva un punto di riferimento essenziale nel rapporto fra le autorità militari alleate e i rappresentanti del nuovo governo democratico cittadino. Per le sue capacità e competenze, oltre che per la fiducia che gli Alleati gli accordarono, fu incaricato di dirigere anche il giornale “Libera Voce”, stampato sotto la giurisdizione britannica con notizie ufficiali dell’attività amministrativa locale. Insieme al contributo a far rinascere Forlì dalle macerie della guerra, in quelle settimane non mancò di dedicare attenzione alla cultura scientifica e allo studio, fondando a Forlì l’Istituto Geografico Polare. Alla fine del 1945, Zavatti dopo aver lasciato gli incarichi amministrativi e di carattere politico, si trasferì nelle Marche dove traslocò anche la sede dell’Istituto Geografico Polare che ben presto si arricchì di uno strumento di divulgazione e di approfondimento, la rivista “Il Polo”. Proseguendo il percorso di studio, si laureò in Lettere e iniziò la carriera dell’insegnamento nell’Istituto Magistrale Civitanova Marche, del quale divenne Preside. Parallelamente mantenne sempre attivo l’impegno scientifico nei confronti del mondo del ghiacci, allacciando e coltivando contatti con il mondo universitario e della ricerca, sia in Italia che all’estero, oltre che con i grandi esploratori far i quali Nobile. Durante i primi anni di vita dell’Istituto Geografico Polare, promosse lo studio di spedizioni e progetti, dando il via così ad una intensa attività che lo portò sei volte nell’Artide e una volta nell’Antartide. Cominciò in prima persona a vivere le imprese dei grandi navigatori che aveva conosciuto sui libri e che aveva reso protagonisti di una sua celebre pubblicazione intitolata Uomini verso l’ignoto.7 Accanto alla parte esplorativa, avviò anche l’opera didattica per far conoscere le regioni Polari, scrivendo centinaia di volumi e migliaia di articoli. Nel 1958 pubblicò l’Atlante Geografico Polare e vinse il premio del CNR, Fondazione Vacchelli. Quindi, nel 1959, giunse sull’isola antartica di Bouvet, tentando di costituire qui una base antartica italiana ma il progetto non riuscì a concretizzarsi per mancanza di mezzi finanziari. Il 1961 fu invece l’anno della sua prima spedizione al Polo Nord dove incontrò gli Inuit, nell’Artide canadese. Un incontro, questo, che arricchì il suo percorso formativo e condizionò in modo irreversibile la sua esperienza umana e professionale. L’anno seguente fece rotta verso la Lapponia, tra il popolo dei Sami, mentre nel 1963 partì alla volta della Groenlandia orientale, dove portò a termine ricerche sulle arti, sulla psicologia, sull’ecologia e sull’istruzione degli abitanti. Nel 1967 e nel 1969 fu di nuovo nelle terre dell’Artide canadese. Zavatti dedicò particolare attenzione ad approfondire la conoscenza degli Eschimesi, ai quali cominciò a sentirsi legato da un profondo spirito di fratellanza. Fin dai primi anni '70, Zavatti appoggiò direttamente l’idea di una nazione Inuit, con un governo autonomo, e divulgò in Italia le rivendicazioni di indipendenza portate avanti dal popolo eschimese. Non riuscì però a vederne il risultato, perché il riconoscimento giunse a circa quindici anni di distanza dalla sua morte. Il 1º aprile 1999, la Confederazione canadese si arricchì di un nuovo territorio, il Nunavut, che nella lingua locale significa “la nostra terra”. Si trattava di un’area vastissima, pari da sola ad un quinto dell’intero territorio canadese. Per il popolo Inuit, il Nunavut è la patria, la terra appartenuta ai loro antenati da migliaia di anni. Rispetto per le tradizioni e la cultura, emancipazione, educazione: seguendo questi valori fondamentali e mettendo a frutto la sua esperienza di insegnante, Zavatti dedicò un’analisi specifica al sistema dell’istruzione, aprendo una riflessione importante sui metodi e sulle tecniche di insegnamento. Anche in questo caso una condanna veniva espressa nei confronti delle imposizioni culturali. “Il governo canadese ragiona, grosso modo, così: gli eschimesi sono cittadini canadesi e come tali debbono studiare in una lingua ufficiale, coi metodi e coi libri che sono usati in tutte le scuole del Canada.” In tal modo veniva a suo avviso espressa una realtà incompleta, nonostante gli eschimesi fossero realmente cittadini canadesi. “Lo sono, ma bisogna aggiungere: di lingua, di costumi, di mentalità eschimese. Verità questa, che pone il problema dell’istruzione sotto un altro e ben diverso angolo. A Rankin Inlet i maestri parlano inglese e non sanno una parola di eschimese: l’opposto vale per gli scolari. E continuava: “L’insegnamento in una lingua che non conoscono e di cui non comprendono a fondo lo spirito diventa ancor più difficile se si pensa che i libri usati sono quelli delle scuole canadesi dove si parla, ad esempio, di “vie affollate” e di “autobus”. Cosa ne sa di un’idea e dell’altra il bambino eschimese che vive nella solitudine della tundra?

    Un problema di educazione morale

    Grazie alle ricerche e al materiale raccolto nelle spedizioni e negli anni di studio,
    Silvio Zavatti realizzò a Civitanova Marche il Museo Polare e sempre nella sua città di residenza riuscì ad organizzare, nel 1970, il Congresso Internazionale Polare che ospitò i maggiori esperti mondiali. Dopo la sua morte, il Museo venne trasferito nella città di Fermo dove ancora oggi è visitabile.9 Nel suo fervore di esploratore e di studioso delle zone polari, Zavatti non abbandonò mai l’attenzione ai valori mazziniani e repubblicani, come dimostra la cura di un volume intitolato Lettere inedite o rare di Aurelio Saffi, edito a Forlì nel 1961. Così come evidente fu nella sua esperienza personale e professionale il concetto mazziniano di educazione morale che risalta fra gli elementi principali del patrimonio culturale e scientifico che ha lasciato. Una eredità fatta di libri, istituzioni, ricerche, convegni e relazioni umane che nel tempo hanno continuato a vivere e a dare frutti. La lezione educatrice di Zavatti è più che mai attuale e si presenta come fase pionieristica di un tema, quello del rispetto delle zone artiche e dei suoi abitanti, che nel frattempo è entrato in una fase di emergenza, come dimostrano le forti tensioni emerse anche di recente nella Conferenza sul clima di Montréal. E anche in questo scenario diverso, il rispetto, la comprensione dei problemi, il dovere di fare qualcosa e il senso di responsabilità appaiono come parole chiave per affrontare un tema così complesso e delicato che si intreccia con il destino del mondo e dell’umanità. L’insegnamento di Silvio Zavatti ci impone di non lasciare cadere inascoltato l’appello lanciato dagli Inuit, per rispetto nei loro confronti e nell’interesse collettivo. D’altronde non è pensabile alcuna via di sviluppo positiva per l’Umanità senza un futuro capace di rispettare la salute del pianeta. Nel dedicare attenzione a questo problema bisogna però saper cogliere anche i segnali positivi. Come il piccolo passo in avanti raggiunto al termine della Conferenza mondiale sul clima. Nella notte fra il 9 e il 10 dicembre 2005, i ministri dell’ambiente hanno infatti concordato una “road map” per estendere il Protocollo di Kyoto sul riscaldamento globale oltre il 2012 (anno in cui scade il primo accordo), superando tensioni che sembravano inconcilabili e riuscendo a coinvolgere nei negoziati anche gli Usa, pur rimanendo difficoltà nei rapporti con Cina e India, nazioni in via di sviluppo e grandi produttrici di emissioni inquinanti. Generale è ormai la convinzione che per evitare il caos climatico nei prossimi decenni la via da seguire, nella prospettiva di favorire lo sviluppo economico e sociale, è quella di ridurre le emissioni e di trovare fonti di energia a minor impatto inquinante. E’ una impresa difficile che è necessario portare avanti, in modo consapevole, ognuno con le proprie competenze e il proprio ruolo, non dimenticando quanto come ricordava Zavatti nella prefazione del libro Uomini verso l’ignoto, e cioè che “le conquiste dell’umanità sono la risultante di ardimenti piccoli e grandi”.

    Mario Proli



    tratto da Il Pensiero Mazziniano n.3 anno 2005

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    Predefinito tratto da Corriere Adriatico 22 maggio 2006

    il movimento mazziniano

    FABRIANO – Una mostra e un libro sul movimento mazziniano. Questa mattina, alle 10,30, presso la Galleria del Palazzo del Podestà, verrà aperta una mostra su Giuseppe Mazzini e la sua vita, in occasione del bicentenario della nascita del pensatore genovese (1805-2005). Il saluto inaugurale sarà di Paolo Marchi. L’esposizione, che si avvale del patrocinio del comune di Fabriano, rimarrà aperta fino al 2 giugno. Nel pomeriggio, alle 17,30, presso l’Oratorio della Carità, sarà presentato il libro di Stefano Gatti “Giuseppe Tacconi, mazziniano”. L’iniziativa è stata organizzata dall’Associazione Mazziniana Italiana di Fabriano e dall’Istituto per la Storia del movimento democratico e repubblicano delle Marche.

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    Cento Anni di Gioventù Repubblicana

    Desidero ringraziarvi per avermi concesso l’onore e la possibilità di parlare in un’occasione così solenne, quella della celebrazione della nascita delle Federazio-ne Giovanile Repubblicana, di cui ricorre in questo anno il 100° anniversario della fondazione. In particolare, l’amico Auro Rocchi, per la cura che si è dato per preparare una così bella manifestazione. Auro è un grande giovane, una di quelle persone la cui vitalità riesce a colmare le mille difficoltà logistiche ed organizzative. Quando mi ha telefonato, circa tre settimane fa, proponendomi di tenere l’orazione ufficiale, ho accettato con entusiasmo.
    Io non faccio politica, sono uno studioso, ma come giovane vivo sulla mia pelle le tante incertezze del futuro. Da studioso di storia sono rimasto positivamente colpito dalla scelta di pubblicare e distribuire, a margine della giornata odierna, il diario del giovane Oddo Marinelli. È un documento straordinario. Come giovane, mi sono emozionato nel leggerlo: è stato scritto cento anni fa, ma contiene parole che, ora come allora, fanno parte - anche se qualcuno forse ce le vuole togliere - del vocabolario di una persona che vuole guardare al futuro a testa alta: entusiasmo, ottimismo, e speranza. Ai tempi di Marinelli non era facile essere mazziniani e repubblicani in Italia. Per carità, non che lo sia mai stato, ma in quella fase, in quel momento, forse bruciava di più.
    Infatti, mentre proprio a Terni il delegato di Pubblica Sicurezza, su ordine del Ministero, negava a Edgardo Starnuti di tenere la sua conferenza pubblica a margine del convegno dei giovani repubblicani, Giolitti, con la sua politica trasformistica cercava di avvicinare i parlamentari repubblicani e radicali, mentre nel marzo del1904 Vittorio Emanuele III° aveva firmato il decreto di istituzione dell’Edizione Nazionale delle opere di Giuseppe Mazzini. Nel 1903, invece, I Doveri dell’Uomo entravano nelle scuole elementari e medie del Regno come testo di Educazione Civica, ma mutilati dei passaggi in cui c’era un riferimento esplicito alla repub-blica.
    Napoleone Colajanni, voce libera e severa dell’Italia di quegli anni, dalle pagine di un suo famoso saggio, Preti e socialisti contro Mazzini, attaccava quest’opera-zione: “Ma s’intende un Mazzini non repubblicano, i cui insegnamenti non facciano capo alla repubblica? È assolutamente inconcepibile: perciò in quelle soppressioni c’è l’alterazione sostanziale ed essenziale del pensiero di Giuseppe Mazzini; c’è la sua mutilazione che equivale ad una vera e disonestissima falsi-ficazione”.
    E il 22 giugno del 1905, commemorando Mazzini a Genova, rincarava la dose,invitando i veri mazziniani a guardarsi dai “ladri” che a Roma stavano approprian-dosi indebitamente della figura di Mazzini: Vittorio Emanuele III ed il governo. Come potete vedere dunque, l’avversario non era chiaramente ostile a Mazzini, ma cercava di appropriarsene, e forse, rispetto alla classe dirigente post-unitaria, era intellettualmente più scaltro. Ma anche all’interno del partito stesso la situazione non era semplice. Non c’è dubbio che al di là dell’uso strumentale che Giolitti voleva fare dei partiti dell’opposizione, anche per i repubblicani si ponesse il problema della governabilità.
    Come ha sottolineato Marina Tesoro, una delle più attente studiose del Partito Repubblicano Italiano di quegli anni, la famosa espressione usata da Giovanni Bovio nel 1897, “definirsi o sparire”, si riproponeva con forza nei primi anni del‘900, quando il partito sentiva l’esigenza di “cercare un sostanziale punto di incontro con la linea democratica tracciata da Giolitti e lo sforzo di insistere nell’ori-ginale indirizzo intransigente, anti-istituzionale, con i classici risvolti rivoluzionari”. Realismo ed intransigenza: Conti e Zuccarini da una parte, Ghisleri, Viazzi e Pirolini dall’altra.
    Merita ricordare brevemente anche l’esistenza del Partito Mazziniano Italiano, quello degli intransigenti, nato dallo zoccolo duro del Partito Repubblicano, e di cui faceva parte Felice Dagnino. Non deve quindi stupire che le difficoltà maggiori che i giovani repubblicani incontrarono nella costruzione della Federazione nacquero all’interno del partito, per quella diffidenza - un po’ tutta italiana - nei confronti delle energie fresche. Questo è un fatto tipico, che si riscontra non soltanto in politica, ma anche nella vita associativa o professionale. Succede spesso che i ragazzi non vengano chiamati per nome, ma ed essi ci si rivolga utilizzando il termine “giovane” in senso ironico. Voi tutti avrete ricevuto il Diario di Oddo Marinelli, che a ulteriore testimonianza delle difficoltà e dei controlli asfissianti da parte della polizia dovette firmarsi Lina Roca; avrete dunque modo di leggerlo e di meditarlo. Cercherò di non tediarvi, e mi soffermerò brevemente sulle cose che mi hanno colpito, lasciando in secondo piano gli aspetti organizzativi, che di solito sono sempre i più noiosi. Il racconto e le riflessioni di Marinelli partono sul treno che da Ancona lo porta a Terni. E non poteva essere altrimenti: è proprio mentre viaggiamo in fondo, che più spesso abbiamo la possibilità di pensare alla nostra vita: politica, amori, lavoro.
    L’altro aspetto che mi sembra rilevante è che i giovani repubblicani si siano in-contrati il giorno si Santo Stefano. Indipendentemente infatti dalle nostre opinio-ni religiose, oggi resta in noi la consapevolezza di poter passar un giorno in famiglia. Uno dei pochi ormai, in cui la famiglia allargata, si può incontrare. Per questi ragazzi incontrarsi a S. Stefano era una scelta quasi obbligata.
    Difficile ottenere un permesso od un giorno di ferie, figuriamoci per partecipare ad una riunione politica.
    Marinelli in treno, tra una fermata e l’altra, che lui ci ricorda puntualmente - “driin Fabriano… driin Spoleto… driin Giuncano…”, cerca di trovare un nesso tra la nascita di Gesù e quella della Federazione: “È la notte di Natale. Partiamo dunque sotto buoni auspicii; e io cerco, martoriato inesorabilmente dai duri sedili della ferrovie italiane, di costruire una qualche analogia del nostro Convegno con il significato del mistero che nell’anno uno si compiva nella mangiatoia di una stalla orientale”. L’analogia col Natale sta nel fatto che con la nascita imminente della Federazione Giovanile Repubblicana “un Natale novello albeggia nel partito”, partito che secondo i giovani promotori aveva dato tanto ed ora aveva bisogno dei giovani,che non si ponevano in termini antagonisti nei confronti della dirigenza nazionale. Anche se il Comitato Centrale del Partito Repubblicano non “riconosceva la Federazione né utile, né opportuna”, i giovani continuarono la loro opera, volendo combattere “la sconfortante apatia che regna tra le file dei così detti vecchi” -purtroppo sembra che i termini giovane e vecchio siano diventati quasi categorie della politica - attraverso i loro mezzi “irrisori: privi di tutto, fuorché di giovanile entusiasmo”. Questo è il senso ed il fulcro dell’intervento di Marinelli al Congresso. Egli spiega che l’idea del Comitato Promotore era nata “perché sentivamo che bisognava fare qualche cosa per la vecchia idea, perché sentivamo che specialmen-te ai giovani era consacrato il compito delle battaglie del pensiero e dell’azione”. Questa spinta arrivò dalle Marche, da Ancona, con un congresso del 1-2 agosto del 1903.
    Nessuna lotta col partito, anzi, un forte entusiasmo e senso di responsabilità nato dalla consapevolezza che le “nostre [loro] associazioni sono [erano] scuole di educazione, sono anticamere nelle quali passa la gioventù che recherà poi il suo contributo di idee e di energie al P.R.I.”.
    Alla fine lo stesso avvocato Bonopera, del Comitato Centrale, divenne sostenitore dell’organizzazione giovanile a parte, poiché i giovani “meglio si intendono tra loro, usano anche un altro linguaggio formato di entusiasmo, di inesperienza anche,se volete, che non manca però di sincerità e non deve da parte nostra mancar di rispetto”.
    Alla fine dunque lo scoglio più arduo, quello del partito, fu superato. Altri nomi si alterneranno poi nelle discussioni, nomi più o meno noti, Peppino Cavallotti, Giammari di Lucca, Bruto Neri di Terni, Mezzetti di Roma, Marabini, Mancinelli;telegrammi arrivano da Genoano, Cagliari, Bari, Carpi, Firenze: tutta l’Italia è rappresentata a Terni.
    Per quanto concerne lo Statuto, mi pare logico e doveroso soffermarmi sul primo articolo: “È costituita la Federazione Giovanile Repubblicana Nazionale.
    Suoi fini: l’educazione rivoluzionaria, l’istruzione e la preparazione della gioventù verso l’ideale repubblicano”.
    La scelta rivoluzionaria ed antimonarchica apparve limpida e chiara anche nella conferenza di Edgardo Starnuti, il quale sottolineava che il “popolo non deve più sperare nella monarchia che ci ha traditi, che ci ha dato le catene, che ci ha dato i bavagli, che ci ha trascinato nel fango il nome italiano”. E aggiunse: “non guar-date questa vecchia carcassa che ruina, specialmente quando essa assume una vernice di libertà, ché per noi Giolitti vale Pelloux”.
    Il dibattito era poi proseguito nel pomeriggio, con la nascita del settimanale Giovine Italia, organo della Federazione Giovanile Repubblicana: avrebbe avuto la sua sede ad Ancona, sotto la direzione di Oddo Marinelli. A concludere la giornata un banchetto con circa duecento invitati: cibo e politica, convivialità e dovere sono stati elementi che hanno sempre caratterizzato positivamente le manifestazioni politiche repubblicane.
    Il racconto di Marinelli si conclude a Roma, dove nel gennaio del 1905 ha par-tecipato ad un comitato centrale del partito: passeggiando per le strade della ca-pitale il giovane Oddo auspicò una “Roma […] madre di Repubblica”. Quarantadue anni dopo, deputato all’Assemblea Costituente, Marinelli trovò esaudita quella che allora era una speranza ed una “voce segreta” del suo cuore. Cento anni dopo rendiamo omaggio alla sua figura, con l’augurio che la passione civile e politica di Marinelli costituiscano un ulteriore stimolo per affrontare il futuro, ricco di sfide, lasciato in eredità dall’intenso bicentenario mazziniano: se oggi Oddo Marinelli fosse tra noi, non ci farebbe mancare il suo entusiasmo.

    Michele Finelli

    tratto dal Pensiero Mazziniano n.1 anno 2006

  6. #56
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    Mario Paterni ed il Repubblicanesimo nel Pesarese

    Il pesarese Mario Paterni (nato a Pesaro il 10 settembre 1837 e deceduto a Pesaro il 28 maggio 1892) fu uno dei più autorevoli esponenti del movimento repubblicano delle Marche. Fu seguace di Giuseppe Mazzini, che conobbe unitamente ad Aurelio Saffi, Quadrio, Domenico Barilari, ecc. Ideò il sodalizio “Dio e Popolo” di cui fu capo; diresse il giornale “Il Popolano”, fondato nel 1973, fino all’ultimo numero del marzo 1881. Sostenne da allora la sua lotta in favore dell’avvento della Repubblica su due versanti: come fondatore, direttore e scrittore di giornali dai forti toni anti-monarchici e come presidente di alcune Società popolari, sempre oggetto di persecuzioni, sequestri e scioglimenti. Nell’agosto 1874 Mario Paterni fu arrestato nel corso di una riunione di esponenti repubblicani svoltasi a Villa Ruffi nei pressi di Rimini e con essi tradotto in carcere a Spoleto e poi a Perugia e, quindi, prosciolto dalla magistratura. Aveva fondato a Pesaro il “Circolo di Educazione Morale e Intellettuale”, sciolto per disposizione governativa nel 1874.



    Successivamente fondò l’associazione “Circolo Patria e Lavoro”, anche essa sciolta con decreto prefettizio, mentre la successiva “Società Dio e Popolo” ebbe più lunga vita, tanto che nel 1881 Mario Paterni ne era ancora presidente, e che fu molto attiva sul piano della solidarietà sociale. Mario Paterni fu consigliere di vigilanza delle Società Affratellate, membro del Comitato della Consociazione Repubblicana delle Marche. Fu candidato quattro volte alle elezioni politiche nazionali, nel 1874, 1877, 1882, 1886. Nel 1874 e nel 1877, quando vigeva il collegio uninominale, perse il ballottaggio prima contro il D’Ancona per 151 voti e poi contro il Filzi per soli 65 voti. Fu consigliere comunale di Pesaro dal 1875 al 1886. Varie volte fu nominato consigliere provinciale. Costituì il Comitato Elettorale Democratico di cui fu presidente e fondò la Sveglia Elettorale, poi chiamata Sveglia Democratica. Con il suo giornale “Il Popolano” Mario Paterni, condusse una dura battaglia contro la monarchia che, a suo parere, riassumeva in sé tutti i mali dell’Italia ed era la causa che negava il progresso del popolo italiano, incitò il popolo a scuotersi dal torpore, dall’inerzia e dall’apatia e considerò sempre il diritto al voto di tutti la condizione indispensabile per la legittimità di un governo. Condusse la battaglia per il voto universale e nel febbraio 1881 Mario Paterni parteciò a Roma al comizio nazionale per il suffragio universale assieme a Giovanni Bovio, Felice Cavallotti, Alberto Mario e Edoardo Pantano. Anche a Pesaro il 20 febbraio 1881 vi fu il plebiscito per il voto a suffragio universale, convocato dalla Società “Dio e Popolo”, con la partecipazione di oltre tre mila persone e concluso con un discorso di Mario Paterni. Il giornale repubblicano fu anche vivace nella difesa dei lavoratori, denunciando le dure condizioni di lavoro, la insufficienza dei salari e la mancanza di lavoro. Mario Paterni rappresentò gli operai di Pesaro al dodicesimo Congresso Operaio e partecipò anche alle riunioni della Società Operaia di Mutuo Soccorso. Il tema delle elezioni era sempre trattato con impegno negli articoli del periodico repubblicano pesarese, anche in polemica con “L’Eco d’Isauro, giornale clericale pesarese. Tra le battaglie condotte da Mario Paterni va ricordata quella per la pubblicità delle discussioni consigliari, vinta nel 1873. Su “Il Popolano” vi era una rubrica intitolata “Roba Clericale” che riportava da altri giornali i fatti scandalosi o giudiziari che accadevano in ogni parte del Paese e che vedevano nel ruolo di protagonisti i rappresentanti della casta clericale. Il 5 marzo 1890 Mario Paterni fondò il giornale “La Sveglia democratica” che, pur con numerose interruzioni imposte dalle autorità governative del tempo, continuò le pubblicazioni sino al 1916, con orientamento mazziniano e fu anche espressione dell’alleanza tra repubblicani e socialisti, la cui collaborazione Mario Paterni considerò proficua. Mario Paterni morì all’età di 55 anni a Pesaro il 28 maggio 1892. Tutta Pesaro assistette ai suoi funerali, ai quali presero parte delegazioni di repubblicani provenienti da trenta città, vi erano settanta bandiere di varie Associazioni, oltre cinquanta corone. Porsero il loro saluto a nome della cittadinanza Ernesto Nathan, il dott. Cingolani, il prof. Paglierani e per i repubblicani del Montefeltro Francesco Buffoni. Ci piace ricordare che “La sveglia democratica”, dal settembre 1913 al dicembre 1913, per tredici numeri settimanali, fu diretta anche da Pietro Nenni, allora ventiduenne, che poi vi rinunciò perché chiamato a dirigere in Ancona “Il Lucifero”, giornale della Consociazione Repubblicana delle Marche, divenendo anche segretario regionale dei repubblicani marchigiani.

    Giuseppe Righetti




    L’avventura de “Il Popolano”

    Sottotitolo: Periodico Settimanale Politico Amministrativo. Luogo di pubbl.: Pesaro. Luogo di st. e tip.: Pesaro, Tipografia Fratelli Rossi. Durata: 20 aprile 1873, A. I, n. 1 - 17 settembre 1876, A. IV, n. 34. Sospende le pubblicazioni dal 2 agosto al 6 settembre 1874, per i fatti di Villa Ruffi. Periodicità: Settimanale. Direttore: Mario Paterni. Gerente resp.: Apollinare Serafini. Dall’8 febbraio 1874, Mario Paterni; dal 10 maggio, Vittorio De Angelis; dal 24 gennaio 1875, Cesare Balducci. Formato: cm. 24x35,5; Pagg.: 4.

    Diretto da uno dei dirigenti della Consociazione repubblicana marchigiana, Mario Paterni, che partecipò anche all’incontro di Villa Ruffi, Il Popolano si dichiara fin dal primo numero repubblicano e mazziniano: il giornale sorge anzi con l’intento da un lato di occuparsi prevalentemente di questioni relative ai comuni e all’amministrazione provinciale, dall’altro di risvegliare dall’inerzia gli strati popolari (cfr. nel primo numero l’articolo “Spieghiamoci”). Più volte Il Popolano orienta i suoi lettori a votare per candidati repubblicani o appoggiati dal Partito repubblicano: così accade ad esempio il 27 luglio del 1873, sia per il Consiglio comunale che provinciale, quando invita a votare il nome di Paterni, così ancora il 26 luglio 1874.
    Nell’autunno del 1873 e nella primavera del 1874 il giornale conduce una intensa e continua campagna di denuncia della miseria (cfr., fra gli altri, gli articoli di fondo “Pane e lavoro” (7 settembre 1873), “L’inverno arriva” (28 settembre), “La carestia” (23 novembre), “Qua è il rimedio” (30 novembre), fino a “La miseria” (24 maggio 1874). Circa l’atteggiamento del giornale nelle questioni operaie, non si può dire che sia molto aspro nei riguardi dell’Internazionale, di cui anzi si interessa poco (cfr. l’articolo “L’internazionale” riprodotto il 28 febbraio 1875 da “La Fratellanza Artigiana”), ma nemmeno che si occupi a fondo dei problemi degli artigiani e dei lavoratori pesaresi. Il 22 giugno 1873 pubblica un brano dei Doveri dell’Uomo di Mazzini sotto il titolo “Questione economica”; il 2 agosto 1874 un articolo su “Le società cooperative”. Dal 27 aprile 1873 pubblica un lungo servizio su “Le associazioni religiose”. Di notizia delle società di mutuo soccorso di Pesaro e di alcuni centri della provincia e della loro attività e dei circoli repubblicani e democratici: per esempio dello scioglimento della Consociazione repubblicana e del proscioglimento dei suoi dirigenti e degli arrestati (cfr. “N”, 4 maggio 1873); nessuna indiscrezione e notizia di rilievo invece a proposito degli arresti di Villa Ruffi.


    tratto da http://giornale.regione.marche.it/

  7. #57
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    Prima della relazione un commosso pensieroalla memoria del preside Quaresima
    Il docente ha trattato il tema della repubblica romana del 1849 e di Senigallia

    “Una città giacobina e democratica”
    Lezione di storia al Rotary club del professor Marco Severini

    SENIGALLIA - Il Rotary club di Senigallia ha organizzato nei giorni scorsi una conviviale che ha registrato la partecipazione di numerosi soci ed ospiti per la presenza, come relatore, di un giovane storico senigalliese, di grande spessore culturale: il professor Marco Severini, docente di storia del risorgimento presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Macerata. Il professor Severini ha trattato il tema La repubblica romana del 1849 e le origini della Senigallia democratica. Il professore ha esordito ricordando con sensibilità e gratitudine il professor Giuseppe Quaresima, venuto a mancare di recente, rotariano e già presidente del Centro Mazziniano di Senigallia, che sei anni fa avviò un nuovo impegno culturale investendo particolarmente sui giovani che invitava a dedicarsi non solo alla ricerca ma anche ad un aggiornamento delle lingua italiana contestando così l'accusa rivolta spesso agli storici italiani di non saper scrivere a differenza degli stranieri.

    La scelta della tematica da trattare ha detto il professor Severini, è stata fatta per sfatare alcuni luoghi comuni come ad esempio il fatto che Mazzini fosse una persona triste e grigia che ha pagato la sua subalternità, in termini risorgimentali, rispetto ad altri personaggi come Cavur e Vittorio Emanuele II considerati veri padri della patria. Il libro da lui curato dimostra l'esatto contrario. Il professor Severini ha parlato in seguito delle origini di Senigallia democratica ricordando come in tutti i testi si affermi che la nostra città ha una tradizione democratica e giacobina.

    La tradizione giacobina e democratica di una città aperta ai traffici e commerci ad una precisa connotazione storica: l'arrivo a Senigallia nel febbraio del 1797 degli ideali della rivoluzione francese con il generale Napoleone Bonaparte. Gli ideali democratici radicarono un seme che germogliò durante la storia ottocentesca e novecentesca, anche se nel 1815 con il congresso di Vienna si tentò l'operazione antistorica di riportare l'onore della storia indietro di 96 anni. Ciò di fatto non avviene; nelle Marche nel 1817 ci fu a Macerata una cospirazione carbonara che fallì ma che ebbe tra gli affiliati molti senigalliesi, nel 1831 Senigallia fu in prima fila fra le città marchigiane che si unirono al governo delle province unite e dichiararono per la prima volta la decadenza del potere temporale dei papi. Quindi a Senigallia, accanto ad una cultura devota, cattolica e clericale c'è né stata una laica, alimentata da principi egualitari e democratici. La Repubblica Romana a Senigallia nei mesi del 1849, rappresenta un esempio di democraticità e modernizzazione certamente un po' accelerata, ma con un segno che resterà soprattutto, quando, dopo il ventennio fascista, si tornerà a votare e tra i partiti che si segnaleranno nell'elezione del 1946-1048 ci sarà un partito repubblicano che nonostante traumi e scossoni, si richiamava alle lezioni di Mazzini e della Repubblica Romana.

    tratto da http://www.corriereadriatico.it/

  8. #58
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    Girolamo Simoncelli martire dell’indipendenza

    SENIGALLIA - Nel 154° anniversario della fucilazione di Girolamo Simoncelli, il Centro cooperativo mazziniano ha ricordato ieri il concittadino vittima del potere temporale del Papa. Correva l’anno 1852 quando il patriota Simoncelli venne fucilato in via Chiostergi, nel giorno 2 ottobre, poco distante dal luogo in cui sorge il cippo a lui dedicato, dove ieri pomeriggio è stata deposta una corona di alloro. Un omaggio ad un martire dimenticato della Repubblica Romana del 1849. Il senigalliese Simoncelli, come ricorda lo storico Marco Severini, fu uno dei tanti cittadini del nuovo Stato repubblicano che, in soli cinque mesi e contro gli eserciti di mezza Europa, anticipò quelle che oggi sono conquiste democratiche riconosciute e consolidate: l'adozione di un regime repubblicano, il suffragio universale, una Costituzione democratica, la libertà di stampa, la partecipazione non solo dei ceti privilegiati ma di tutto un popolo alla dimensione civile e politica di una nazione ancora in fieri. Di solito vengono ricordati Mazzini e Garibaldi, ma molti altri furono i patrioti che offrirono un contributo notevole alla realizzazione degli ideali di indipendenza, repubblica e unità. Dopo 51 anni di silenzio è stato edito un libro: La primavera della nazione. La Repubblica Romana del 1849, che punta a rileggere la storia lontano da steccati e partigianerie. Il Centro cooperativo mazziniano ha inoltre programmato per il 9 febbraio 2007 un convegno sulla storia di Girolamo Simoncelli.

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  9. #59
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    Onore al Patriota tenente colonnello Girolamo Simoncelli, vittima di Papa Pio IX.
    Il 2 ottobre 1852 il colonnello Girolamo Simoncelli, di non altro colpevole che di avere amato la patria con cuore di patriota, con fede di apostolo, con fervore di poeta, a traverso gl’infingimenti di un processo, in cui furono calpestati e conculcati i più elementari principi di onestà e di giustizia, per volontà del Pontefice fu tradotto sul fortino di Senigallia ed ivi, colpito da una imputazione tanto infame quanto calunniosa, venne barbaramente fucilato da un plotone di mercenari pontifici.

  10. #60
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    Domani a palazzo Montani Antaldi la presentazione con La Malfa e Uguccioni
    Un libro dedicato al ricordo di Giuseppe Mazzini

    PESARO - Con il volume Miscellanea di studi per il bicentenario di Giuseppe Mazzini il Comitato di Pesaro e Urbino dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano ha inteso ricordare il 200° anniversario della nascita del grande genovese. Il libro, che tra l'altro annovera una pregevole prefazione di Luigi Lotti, comprende studi e relazioni riguardanti prevalentemente le Marche ed in particolare l'area pesarese ed urbinate realizzate da Vincenzo G. Pacifici, Giorgio Benelli, Stefano Orazi, Dante Simoncelli, Rodolfo Battistini, Renzo Savelli, Pietro Pistelli, Marco Ferri, Sergio Pretelli, Sara Delmedico, Corrado Leonardi, Sante Marelli.

    Le molte relazioni pubblicate nel volume, sostenuto in massima parte dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Pesaro e curato da Stefano Orazi, si distinguono per un attento esame del mazzinianesimo nelle Marche. Non senza soffermarsi sulla figura di Mazzini, sulla forza delle sue idee, sul protrarsi della sua immagine e del suo messaggio. Un lavoro altamente meritorio - sottolinea Lotti nella prefazione - per il contributo scientifico che arreca, per l'intento che lo ha ispirato, di ricordare Mazzini nel secondo centenario nella problematicità del suo decisivo contributo al Risorgimento, senza mitizzazioni.

    Il volume sarà presentato domani, alle ore 18, presso l'Auditorium di palazzo Montani-Antaldi, da Riccardo Paolo Uguccioni (presidente della Società Pesarese di Studi Storici), Gian Biagio Furiozzi e da Giorgio La Malfa (presidente del Partito Repubblicano Italiano). Ai partecipanti verrà consegnata copia della pubblicazione.

    tratto da http://www.corriereadriatico.it/

 

 
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