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Discussione: L'Islam inventato

  1. #21
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    Predefinito Re: Re: L'Islam inventato

    Originally posted by Roderigo
    Semplicemente che trattino gli arabi alla pari. Che riconoscano loro pari dignità. Gli occidentali sono distanti sul piano del dialogo del confronto culturale, ma sono invadenti su quello militare e dello sfruttamento delle risorse. Dovrebbero trovare un equilibrio. Anche perchè oggi non esistono strade proprie, le quali permettano di non incrociare nessuno.
    Diversi paesi arabi hanno scelto strade che non comportano alcuna sudditanza, né politica, né strategica, né economica. né militare, all'Occidente.

    Siria, Libia, Iraq non sono alleati dell'Occidente; non sono democrazie, non economie di mercato. In effetti, nessun paese arabo è un'economia di mercato. In passato, anche lo Yemen del Sud non era filooccidentale, e lo stesso dicasi per l'Algeria.

    L'Occidente è "invadente" con la Siria? E' "invadente" con la Libia?

    Il vittimismo a favore dei paesi arabi è, a mio parere, del tutto inaccettabile. Se sono paesi retrivi e arretrati, in gran parte è "merito" loro.

  2. #22
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    Predefinito Re: Re: L'Islam inventato

    Originally posted by Roderigo
    Ma Susan Bassnett riferiva la sua critica al mondo anglosassone che "si chiude sempre più rispetto alle altre culture. Il primato dell'inglese, ad esempio, fa sì che si studino sempre meno le altre lingue".
    Mi spiace rivelarti questa triste verità, ma nell'UE noi italiani siamo tra coloro che conoscono meno (e peggio) le lingue straniere. Ce la caviamo molto peggio dei britannici, da questo punto di vista. Non sono sicuro neanche che ce la caveremmo molto meglio degli statunitensi. Quindi, se lo studio delle lingue è un parametro di misurazione del grado di esposizione alle altre culture (e lo è) i primi a doverci preoccupare siamo noi. Più di noi devono, però, preoccuparsi gli arabi, che spesso non sanno neanche leggere e scrivere la loro, di lingua.

    Nei paesi anglofoni la conoscenza delle altre lingue è certamente meno diffusa che, ad esempio, in Scandinavia; tuttavia, questo non li rende necessariamente meno ricettivi rispetto alle altre culture. Tutti i paesi anglofoni sono multietnici e multiconfessionali; tutti sono paesi d'immigrazione. Il fatto che l'inglese sia una sorta di "lingua franca" fa sì che essi attirino un numero ingente di immigrati, anche di immigrati intellettuali, dal resto del mondo; il fatto che questi ultimi scrivano in inglese rende gli anglofoni dei privilegiati, perché mentre le loro idee arrivano a noi italiani una volta mediate dai paesi anglofoni, gli anglofoni le hanno a portata di mano.

    Originally posted by Roderigo
    Succede anche nei paesi arabi? Può darsi. Ma credo sia più facile trovare un intellettuale o uno studente arabo che conosca l'inglese, che non un intellettuale o uno studente anglosassone che conosca l'arabo. Poichè la lingua è anche una struttura logico-sintattica, conoscere la lingua dell'altro vuol dire anche conoscere il suo modo di pensare.
    Certo: il punto, però, è che la conoscenza della lingua non è l'unico modo per sapere qualcosa di un'altra cultura. L'intellettuale arabo, soprattutto se vive in Occidente, fa conoscere il suo punto di vista anche scrivendo nelle lingue occidentali. Ben Jelloun e Said non sono forse di origini arabe? Libri scritti da arabi possono essere (e sono) tradotti nei paesi occidentali, e le idee che vi sono espresse circolano liberamente.

    Nei paesi arabi le idee non circolano; i giornali non sono liberi e ono poco letti; il dibattito è soffocato, e di idee provenienti dall'esterno ne circolano poche.

    In conclusione, direi che, in buona parte, l'Islam inventato è proprio quello dei relatori del convegno citato nell'articolo.

  3. #23
    Affus
    Ospite

    Predefinito Re: L'Islam inventato

    PRENDE avvio stamani davanti al Tribunale di Parigi, il processo
    contro il più provocatore degli scrittori francesi, Michel
    Houellebecq per la causa intentata contro di lui da quattro
    associazioni musulmane francesi, tra cui le mosche di Parigi e
    Lione, dopo che Houellebecq ha definito in un'intervista del
    settembre 2001 l'Islam «la religione più cretina» ed anche «la
    più pericolosa».
    Houellebecq è accusato dalla comunità islamiche di fomentare
    l'odio razziale contro i musulmani.
    Gli avvocati di Houellebecq hanno fatto sapere che lo scrittore si riserva di citare in tribunale «autorevoli testimoni»,
    sostenitori della libertà di pensiero ed in particolare «della
    libertà di parlar male anche delle religioni».
    Soprattutto dell'Islam, anche in seguito agli effetti «ormai
    evidenti dell'estremismo musulmano che ha fomentato gli attentati
    terrostici dell'11 settembre».
    Le quattro associazioni islamiche hanno citato davanti al
    Tribunale di Parigi sia Houellebecq che la rivista letteraria
    «Lire».
    martedì 17 settembre 2002


    PARIGI — «Odio? No, in me non c'è odio per la religione islamica.
    Disprezzo sì, al massimo stadio»: Michel Houellebecq tiene fede
    al suo personaggio nell'aula di giustizia che lo vede imputato
    in offesa razziale e incitamento all'odio religioso.
    Parte civile, il rettore della moschea di Parigi grida
    al «vilipendio».
    La Francia che il 9 ottobre processerà Oriana Fallaci per il
    suo "La rabbia e l'orgoglio" - a denunciarla sono state varie
    associazioni antirazziste - giudica ora il suo scrittore di
    maggior successo degli ultimi anni.
    Houellebecq, 44 anni, sempre polemico e anticonformista, è
    accusato per frasi molto forti sui musulmani e la cultura
    islamica contenute in un'intervista al periodico "Lire" e al
    "Figaro Magazine" di un anno fa.
    Quattro sono i capitoli che il giudice ha ripetuto ieri
    all'imputato. Erano le sue frasi riportate da "Lire". Fra le
    più pesanti:
    «la religione più scema è comunque l'Islam»;
    «quando finisci di leggere il Corano sei preso dallo scoramento»
    mentre la Bibbia «è meglio, perchè gli ebrei avevano un grande
    talento letterario»; «l'Islam è una religione bellicosa e
    pericolosa, che ha cercato di sottomettere il mondo fin dalla
    sua apparizione».

    Non tutti sono riusciti ad entrare nell'aula per vedere
    Houellebecq.
    Fra questi, i colleghi scrittori Philippe Sollers e Regine
    Deforges.
    Ma c'erano anche una decina di manifestanti dell'estrema
    destra del Mnr di Bruno Megret, scissionisti del Fronte
    nazionale di Le Pen, espulsi dall'aula dopo essersi alzati
    ostentando magliette contro «la censura degli imam».
    Houellebecq era il solito finto timido ma non si lascia
    sfuggire battute al veleno.
    Sullo sfondo, una dura polemica con il periodico "Lire" che ha
    pubblicato la sua intervista travisando - stando a Houellebecq - il senso di alcune sue dichiarazioni.
    Ha giocato sulla differenza fra "disprezzo" e "odio", affermando di aver voluto usare la prima parola sia nei confronti del
    turismo sessuale, sia dell'arte contemporanea, sia della cultura
    islamica.
    Ha rivendicato lo «scoramento» al termine della lettura del
    Corano, ma ha aggiunto che «con la Bibbia non va molto meglio.
    In partenza sono entrambi testi di odio, la mia distinzione è
    sul piano letterario».
    Invece sul quello religioso, «il passaggio dalle religioni
    politeiste a quelle monoteiste è stato un arretramento
    intellettuale».
    Infine, sul famoso «con» (scema) nei confronti della religione
    islamica, precisa: «non ho mai detto che sono scemi i musulmani. Ho detto che praticano una religione stupida. Non c'entrano gli
    arabi, non c'entra la civilizzazione del passato, che magari
    non c'entrava niente con la religione».

    (C) Il Tempo, 17-18 settembre 2002









    Originally posted by Roderigo





    Studiosi del mondo arabo a confronto in un convegno svoltosi ieri a Roma
    L'Islam inventato


    Tonino Bucci

    Scenari di guerra e vecchi schemi propagandistici ricalcati sulla contrapposizione tra civiltà e barbarie, sembrano ormai dominare qualunque dibattito sulle categorie di Islam e Occidente. Un serio tentativo di approfondimento della questione è stato invece fornito dal convegno "Il dialogo tra le varie culture: una sfida naufragata? ", organizzato ieri mattina a Roma dal Comune capitolino e dall'associazione degli enti culturali europei presenti nella capitale.
    Il primo luogo comune da sfatare riguarda la presunta estraneità dell'Islam rispetto all'Occidente. Nella sola Europa la comunità musulmana conta una popolazione tra i dieci e i quindici milioni di persone, con la conseguenza che le loro forme di vita, cultura e religione costituiscono un dato di fatto "interno". «La difficoltà di vivere all'estero - ha affermato Sergio Romano, introducendo i lavori, subito dopo l'assessore alla cultura Gianni Borgna - ha favorito nella comunità musulmana un rafforzamento della propria identità religiosa, al punto da provocare, per reazione, un ritorno alla religiosità anche nella cultura occidentale. Mai come ora c'è una ripresa dei motivi della cristianità, tanto che l'Europa vorrebbe addirittura scriverla sulla propria Costituzione». La coesistenza tra le due culture - è il senso del ragionamento di Sergio Romano - è possibile a due condizioni: «che la febbre religiosa scenda e che si creino interessi comuni così forti da poter stabilire un patto collettivo».

    Lo schema Occidente-Islam rinvia, a sua volta, alle categorie storiche con cui è costruito, elaborato e diffuso nell'immaginario sociale. «Preferisco dire "Europa" - precisa Muhamed Arkoun, docente di filologia e letteratura araba all'Università della Sorbonne di Parigi e direttore della rivista «Arabica» - in riferimento al nuovo spazio di cittadinanza che si sta costituendo con l'Ue. L'Occidente, per essere rigorosi, è invece lo spazio geostorico di tutti i popoli del Mediterraneo». Quali sono i processi che hanno reso estranee due culture che hanno condiviso per lunghi tratti storici spazi materiali e ideali in comune? «Nello stessa cultura islamica - spiega Arkoun - c'è stato un distacco, una rimozione dell'Occidente, inteso come spazio comune. C'è stata una rottura del suo stesso pensiero. E' stato messo da parte tutto il periodo che va dal VII al XIII secolo. Così si è persa, ad esempio, l'intera problematica religiosa di Averroè». Né la storia del Novecento ha favorito il riavvicinamento tra paesi arabi ed ex potenze coloniali. Con la decolonizzazione i dominatori d'un tempo si sono «semplicemente ritirati. Il risultato è che abbiamo, l'uno dell'altro, rappresentazioni fantasmatiche». Per recuperare una conoscenza reale dell'Altro occorre «una cultura del pensiero critico moderno che ci metta sullo stesso livello. Smettiamola di riattizzare la teoria di Sant'Agostino della "guerra giusta" che traduce perfettamente il termine arabo di jihad. Il linguaggio religioso va sovvertito con gli strumenti della ragione, che però non può essere quella illuministica, cieca e militante di fronte al fatto religioso».

    Un altro equivoco è dietro l'angolo quando si identifica il fondamentalismo con la cultura islamica. «Il fondamentalismo è anticulturale in tutte le religioni - esordisce invece Olivier Roy, direttore del Centro nazionale della ricerca scientifica di Parigi, esperto del mondo islamico, arabo e persiano - poiché pretende di risalire alle origini. Considera tutto ciò che è prodotto della storia, del pensiero e della filosofia come perverso». Si crea in questo modo un'opposizione tra bene e male, tra l'origine e la cultura stessa, frutto del tempo. «L'immigrazione massiccia all'estero - spiega ancora Roy - è un'altra causa che ha contribuito all'impoverimento culturale, allo sradicamento. Il fondamentalismo è il risultato di questa deculturalizzazione». Del resto, un fenomeno analogo è visibile anche «nel Cristianesimo, sottoposto al medesimo scollamento tra religione e cultura. La religiosità prevale sulla religione, c'è disinteresse nei confronti dell'intellettualismo e della teologia». Negazione della storia, sradicamento, estraneità al passato: sono questi gli elementi che favoriscono il passaggio al fondamentalismo, il ripiegamento identitario, l'invenzione di una comunità immaginaria retta da valori originari. «Il ritorno all'origine» è un'aspirazione che conquista anche «i giovani arabi che vivono in Francia, nei quartieri difficili». E' proprio questo «Islam deterritorializzato», sradicato dai paesi d'origine, che si riproduce in forma dogmatica. In questo senso, il fondamentalismo è un prodotto della globalizzazione, di un meccanismo che distrugge e sradica le culture. Se si tiene fermo questo punto, allora si comprende come il fenomeno del terrorismo di Bin Laden non abbia nulla a che fare con la guerra religiosa. Piuttosto, è espressione di un Islam sradicato e periferico, alimentato dall'adesione di arabi giovani che «hanno riscoperto l'islamismo in Occidente, in versione fondamentalista. Gli uomini di Bin Laden si battono in Europa, in America, nella periferia del mondo arabo. Ed è attraverso questa scelta che esprimono uno spirito di rivolta, fino a qualche decennio fa incarnato dall'estrema sinistra. Non si tratta di arabi che abbandonano il Medioriente per fare la Jihad agli occidentali. Non è un'importazione in Occidente del conflitto palestinese».

    Anche Jacques Sojcher, docente di estetica e filosofia all'Università di Bruxelles, attribuisce alla perdita di memoria e al revisionismo storico, la crisi della cultura, «lo smarrimento del nostro rapporto con l'universale». E' proprio l'impoverimento delle categorie culturali, la debolezza a comprendere le differenze, che provoca il «ripiegamento identitario» e la «xenofobia». Un pericolo dal quale l'Occidente non è immune. Anzi, rischia di fomentarlo, avverte Susan Bassnett, studiosa di cultura e letteratura britannica: «Dobbiamo rivedere la convinzione che esista un unico modello valido per tutti ed esportabile ovunque. Il mondo anglosassone si chiude sempre più rispetto alle altre culture. Il primato dell'inglese, ad esempio, fa sì che si studino sempre meno le altre lingue».


    Liberazione 19 settembre 2002
    http://www.liberazione.it

  4. #24
    Roderigo
    Ospite

    Predefinito

    Originally posted by Jan Hus
    Presunta? Reale: anzi, realissima.
    Nello sviluppo della cultura europea, la civiltà araba ha avuto scarsissimo peso.
    Europa e mondo arabo si sono sviluppate prendendo strade completamente diverse.
    Si e no. Ci sono importantissime differenze, è ovvio. Ma parlare di estraneità significa sostenere che tra le due culture non esiste alcuna intersezione. E questo non è vero. Ne esistono e di rilevanti. Una è proprio il concetto di guerra santa, comune ad entrambe le religioni, in modo diverso, ma presente in entrambi. Per quanto riguarda il contributo arabo allo sviluppo della civiltà europea, non credo lo si possa qualificare di scarsissimo peso: il filosofo creatore delle categorie logiche con cui tu pensi è stato conosciuto e studiato attraverso traduzioni arabe; arabi sono i numeri con cui conti e lavori tutti i giorni; l'opera letteraria più importante della tua civiltà è stata ispirata da un'opera araba.

    R.

  5. #25
    Roderigo
    Ospite

    Predefinito

    Originally posted by Jan Hus
    Un punto di vista maggioritario tra i "dottori" di islamismo, i quali pensano sì che la jihad abbia un significato più "interiore" che "esteriore", ma ritengono anche, in grande maggioranza, che non ci sia distinzione tra piano politico e religioso, e che i paesi musulmani abbiano un dovere religioso di sostenersi anche militarmente tra loro in circostanze predeterminate.
    Non esiste un pensiero teologico di questo genere nel cristianesimo, ed è così da un pezzo.
    Il cristianesimo è stata la religione ufficiale dell'Impero romano, nella sua fase decadente. Per tutto il medioevo è esistito il Sacro Romano Impero. Nel XIX secolo, l'alleanza internazionale della Restaurazione si definiva "Santa Alleanza". Ancora oggi, in occasione delle più recenti e moderne delle guerre, i leader angloamericani, non disdegnano, nella propria propaganda bellica, di dichiarare che "dio è con noi". Su questo piano, il mondo arabo non ha nulla da imparare dall'Occidente, anzi, molte cose le ha già imparate in passato, facendo esperienza sulla propria pelle del concetto di "crociata".
    Certo, oggi nel mondo arabo, la religione ha un peso superiore nella società e nella politica, rispetto a quanto accade in Occidente. Un peso superiore, però in un quadro contrastato in cui la religione, specie la sua componente più ortodossa, è da un lato favorita dal fallimento del nazionalismo panarabo laico e socialisteggiante e dall'altro osteggiata da tendenze secolarizzatrici e moderniste, tra cui in particolare l'emancipazione femminile. Di queste contraddizioni bisogna tener conto, prima di considerare il mondo arabo come ostaggio di un islam prevaricatore e fondamentalista, chiedendosi inoltre se è poi la religione che prevarica la politica per governare direttamente quelle società, oppure è la politica che fa uso della religione in assenza di altri collanti sociali altrettanto efficaci? In fondo, il clero è al potere solo in Iran (che è persiano).
    Riguardo al reciproco sostegno militare dei paesi musulmani, bisogna chiarire che nessuno stato islamico ha il potere di dichiarare la jihad (per attaccare o per difendersi) contro un altro stato (islamico o no) pretendendo il consenso e il sostegno militare degli altri stati islamici. Non esiste nessun automatismo in questo senso, dettato da norme religiose islamiche.

    R.

  6. #26
    Roderigo
    Ospite

    Predefinito

    Originally posted by Jan Hus
    Diversi paesi arabi hanno scelto strade che non comportano alcuna sudditanza, né politica, né strategica, né economica. né militare, all'Occidente.
    Siria, Libia, Iraq non sono alleati dell'Occidente; non sono democrazie, non economie di mercato. In effetti, nessun paese arabo è un'economia di mercato. In passato, anche lo Yemen del Sud non era filooccidentale, e lo stesso dicasi per l'Algeria.
    L'Occidente è "invadente" con la Siria? E' "invadente" con la Libia?
    Il vittimismo a favore dei paesi arabi è, a mio parere, del tutto inaccettabile. Se sono paesi retrivi e arretrati, in gran parte è "merito" loro.
    In parte posso essere d'accordo. Su questo argomento ho postato anche un lungo articolo di un autore arabo. Ma io da occidentale, preferisco parlare delle responsabilità dell'Occidente.
    Per rispoondere alla tua domanda, direi di si. L'Occidente, gli Usa in particolare, hanno una politica tendenzialmente minacciosa nei confronti di Siria e Libia. Il solo fatto che siano stati ufficialmente inclusi nella lista americana degli "stati canaglia" è già una linea politica. La Libia ha già subito un'aggressione militare nel 1986 e Gheddafi vari attentati falliti. Il Golan siriano è occupato da 35 anni dal principale e fondamentale alleato degli Usa in Medio Oriente. Si tratta di stati che in qualsiasi momento rischiano una sorte simile a quella dell'Iraq. Tra l'altro, è interessante che tu abbia prima citato l'Iraq e poi lo abbia escluso dalla domanda. Così come hai escluso l'islamico Iran.

    R.

  7. #27
    Roderigo
    Ospite

    Predefinito

    Originally posted by Jan Hus
    Mi spiace rivelarti questa triste verità, ma nell'UE noi italiani siamo tra coloro che conoscono meno (e peggio) le lingue straniere. Ce la caviamo molto peggio dei britannici, da questo punto di vista. Non sono sicuro neanche che ce la caveremmo molto meglio degli statunitensi. Quindi, se lo studio delle lingue è un parametro di misurazione del grado di esposizione alle altre culture (e lo è) i primi a doverci preoccupare siamo noi. Più di noi devono, però, preoccuparsi gli arabi, che spesso non sanno neanche leggere e scrivere la loro, di lingua.
    Nei paesi anglofoni la conoscenza delle altre lingue è certamente meno diffusa che, ad esempio, in Scandinavia; tuttavia, questo non li rende necessariamente meno ricettivi rispetto alle altre culture. Tutti i paesi anglofoni sono multietnici e multiconfessionali; tutti sono paesi d'immigrazione. Il fatto che l'inglese sia una sorta di "lingua franca" fa sì che essi attirino un numero ingente di immigrati, anche di immigrati intellettuali, dal resto del mondo; il fatto che questi ultimi scrivano in inglese rende gli anglofoni dei privilegiati, perché mentre le loro idee arrivano a noi italiani una volta mediate dai paesi anglofoni, gli anglofoni le hanno a portata di mano.
    So bene che gli italiani conoscono poco le lingue straniere. Lo so per esperienza personale e diretta.
    Susan Bassnett riferendosi al mondo anglosassone, in confonto ad altri mondi, fa, non tanto un discorso di quantità, ma di tendenza. In Italia le lingue straniere si conoscono meno che in Inghilterra, ma probabilmente gli italiani, le lingue le studiano sempre di più, gli inglesi sempre di meno. D'altra parte è normale: se una lingua si impone a livello mondiale, chi la parla come madrelingua è meno motivato a studiare la lingua altrui. Questo è un privilegio, nell'immediato.

    R.

  8. #28
    Roderigo
    Ospite

    Predefinito

    Originally posted by Jan Hus
    Certo: il punto, però, è che la conoscenza della lingua non è l'unico modo per sapere qualcosa di un'altra cultura. L'intellettuale arabo, soprattutto se vive in Occidente, fa conoscere il suo punto di vista anche scrivendo nelle lingue occidentali. Ben Jelloun e Said non sono forse di origini arabe? Libri scritti da arabi possono essere (e sono) tradotti nei paesi occidentali, e le idee che vi sono espresse circolano liberamente.
    L'importanza della conoscenza delle lingue straniere non consiste solo nella possibilità di leggere tesi, idee e opinioni che diversamente ci sarebbero precluse. Se fosse così, non farebbe differenza leggere buone traduzioni. Quel che è importante comprendere è il modo di pensare altrui. Non solo il prodotto del pensiero già finito: l'idea. Ma anche il modo in cui si forma: il procedimento logico-sintattico. La lingua in sé è un modo di pensare. Ed è questa la cosa più importante da comprendere.

    R.

  9. #29
    Roderigo
    Ospite

    Predefinito

    Originally posted by Jan Hus
    Nei paesi arabi le idee non circolano; i giornali non sono liberi e ono poco letti; il dibattito è soffocato, e di idee provenienti dall'esterno ne circolano poche.
    Questo è sempre meno vero. Anche nei paesi arabi esiste internet; aumenta la scolarizzazione e l'istruzione di livello universitario; molti giovani emigrano, per ragioni sociali, ma anche perchè attratti dal nostro stile di vita, che evidentemente conoscono; cresce il protagonismo delle donne ed anche i conflitti tra la stampa ed il potere politico. È vero che il mondo arabo non è particolarmente ricettivo nei confronti della propaganda occidentale, ma questo problema riguarda, non tanto la loro permeabilità, quanto la nostra credibilità.

    R.

  10. #30
    Paul Atreides
    Ospite

    Predefinito

    Originally posted by Roderigo

    Si e no. Ci sono importantissime differenze, è ovvio. Ma parlare di estraneità significa sostenere che tra le due culture non esiste alcuna intersezione. E questo non è vero. Ne esistono e di rilevanti. Una è proprio il concetto di guerra santa, comune ad entrambe le religioni, in modo diverso, ma presente in entrambi. Per quanto riguarda il contributo arabo allo sviluppo della civiltà europea, non credo lo si possa qualificare di scarsissimo peso: il filosofo creatore delle categorie logiche con cui tu pensi è stato conosciuto e studiato attraverso traduzioni arabe; arabi sono i numeri con cui conti e lavori tutti i giorni; l'opera letteraria più importante della tua civiltà è stata ispirata da un'opera araba.

    R.
    1) "Trascurabilissima" dimenticanza: Porfirio, "Isagoge", transitato attraverso Boezio, alla base della dispusta sugli universali, "querelle" medievale per eccellenza sulla logica. In quanto ad Avicenna ed Averroè restano sempre dei commentatori [seppur notevoli] di Aristotele

    2) I numeri e poi? A me pare che sul numero i pitagorici fossero andati più lontano e questo 1000 anni prima degli arabi

    3) quale sarebbe l'opera araba alla base della Divina Commedia?

    Cordialità

    Ps. comunque il tutto si riduce sempre ai soliti Avi e Ave e ai
    numeri. Alè. Come chiamarlo se non etnomasochismo? Ovvero, da un eccesso all'altro: prima sbandieravamo superiorità ovunque, ora finirà che scopriremo di esser debitori di imprestiti [ovviamente essenzialissimi ] pure con gli Inuit

    Dimenticavo

    Sintomatica, e da sottolineare con forza, l'espressione "tua civiltà".

 

 
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