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Discussione: Mazzini e Garibaldi

  1. #51
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    Predefinito Sei forte paddy

    L'ultimo commento è addirittura esilarante.

    Tanto per la precisione, cerca o fai cercare sia dall'associazione mazziniana che dalla fondazione Marx di non so quale posto in Europa, come è stato stilato il manifesto del partito comunista del 1848.
    Ciao.

  2. #52
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    Predefinito tratto da IL MESSAGGERO 29 aprile 2004

    Il maestro Garibaldi

    Caro Signor Gervaso, ho sempre amato la storia, specialmente quella del Risorgimento. Il personaggio che sento più vicino, il più pittoresco, ma anche il più simpatico, forse perché alla mano, senza pose e senza pretese, è Giuseppe Garibaldi. Ho letto da qualche parte che fu un grande massone. Me lo conferma?
    Barnaba Guidi - Grosseto

    L' "Eroe dei due Mondi" non fu solo un grande massone; ma fu anche, nel 1864, Gran Maestro.
    Peppino non era un intellettuale né un diplomatico, ma un guerriero o, piuttosto, un guerrigliero. Un uomo d'azione più che di riflessione. La sua arma era la spada: non la squadra. La sua divisa: la camicia rossa, non il grembiule.
    Alla Massoneria fu iniziato nel 1844, all'età di trentasei anni, presso l'Asilo della Virtù di Rio de Janeiro. Nel giugno del 1860, a Palermo, gli fu conferito il grado di maestro e, quattro anni dopo, a Firenze, quello di Gran Maestro.
    Per Palazzo Giustiniani, quartier generale della Massoneria, dopo tante traversie, sudditanze e scandali, una guida come il "Nizzardo" costituiva un formidabile blasone, da sfoggiare con orgoglio dentro e fuori del Tempio. La militanza, al massimo livello, del sanguigno condottiero, sempre pronto a impugnare le armi contro i despoti e, più ancora, contro i preti, offriva parecchi vantaggi. Non ultimo, quello di dare all'Istituzione un copyright prestigioso di "risorgimentalità".
    Ma la loggia non rappresentò mai per Peppino ciò che rappresentò per gli altri fratelli. Ai suoi riti egli fu sempre indifferente, così come non colse il significato dei simboli. Non considerava la libera muratoria un insieme di uomini che si riunivano per "levigare la pietra grezza", per progredire, cioè, spiritualmente. In essa egli vedeva una confraternita che lottava per i diritti dell'uomo e contro il papa, la più nera delle sue bestie nere.
    Furono questi sentimenti o, piuttosto, questi risentimenti, queste patologiche avversioni a gettarlo fra le braccia dei "fratelli", che gli tributeranno un culto quasi divino. In più di un'occasione lo sostennero, finanziando le sue spedizioni. In quella più gloriosa, da Quarto a Marsala, fornirono i due piroscafi. Il giorno stesso in cui i Mille (ch'erano, in realtà, milleottantanove) sbarcarono in Sicilia, la loggia Ausonia aprì una sottoscrizione. Ogni "tre puntini" versò cento lire. Ma è la sola raccolta di fondi di cui si abbia notizia.
    Per alcuni storici, come il dottissimo padre Esposito, la "remota preparazione spirituale" di Peppino va messa nel conto dei mazziniani, "i quali tentarono persino, a loro modo, con i fratelli Bandiera e con Carlo Pisacane e, infine, propagandarono il moto unionistico fra gli stessi siciliani". In altre parole, Garibaldi "arricchì la Massoneria, e non viceversa". Diede, insomma, più di quello che gli fu dato ma, al tempo stesso, dichiarando una guerra radicale alla Chiesa, insultando e deridendo preti e frati, inoculò nuovo veleno nelle viscere anticlericali di un'istituzione che non aveva certo bisogno di gettare altro olio sul fuoco del suo laicismo.
    Quel che fece l'"Eroe dei due Mondi" non lo fece per convenienza, ma per convinzione. La loggia era una trincea dove difendere la sua fede di deista, non di ateo; di democratico, non di antimonarchico; di patriota, non di partigiano. Basta leggere il testamento e la lettera che inviò all'amico Mazzoni, Gran Maestro effettivo dal gennaio 1871.
    Il testamento è un delirante compendio di un credo eroico e farraginoso, che molti fratelli, ma pochi linguisti, avrebbero sottoscritto. Vi si legge, fra l'altro: «Io spero di vedere il compimento dell'unificazione italiana, ma se non avessi tanta fortuna, raccomando ai miei concittadini di considerare i sedicenti puri repubblicani col loro esclusivismo, poco migliori dei moderati e dei preti, e come quelli nocivi all'Italia.
    Per pessimo che sia il governo italiano, ove non si presenti l'opportunità di facilmente rovesciarlo, credo meglio attenersi al grande concetto di Dante: “fare l'Italia anche col diavolo”».
    Nella lettera Peppino forniva una personale visione della Massoneria: «non più una società segreta oggi che, davanti all'arbitrato dell'intelligenza, si umiliano, ingannandola sempre però, i predatori della sostanza nazionale, scendendo dai loro troni occupati col codazzo dei loro mercenari crocesegnati».
    La lettera non finisce qui, ma noi qui la facciamo finire. E non solo per mancanza di spazio, ma anche perché l'autore, che con tanta audace destrezza impugnava la spada, maneggiava la penna con l'enfasi rozza e goffa del mangiapreti, che paragonò il mangiamassoni Pio IX a un "metro cubo di letame".
    La maestranza di Garibaldi fu più una pittoresca bandiera che un programma. Il "Nizzardo" odiava troppo la Chiesa per stemperare l'anticlericalismo dell'Istituzione massonica. Ma era fatto così.
    Generoso, passionale, impulsivo, più cuore che cervello, più istinto che ragionamento, più eroe che ideologo. Più a suo agio sui campi di battaglia che fra le pareti del Tempio.

    atupertu@ilmessaggero.it
    [mid]http://utenti.lycos.it/NUVOLA_ROSSA/PERELISA.mid[/mid]

  3. #53
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    Predefinito tratto da CORRIERE ROMAGNA 12 agosto 2004

    Un’estate d’altri tempi con Garibaldi in fuga

    RAVENNA - Un’estate torrida, diversa dalla volubile stagione 2004. Una città silente, senza turisti, attraversata solo dal sospetto e dalle truppe austriache. Non fu un agosto tranquillo quello del 1849. Se oggi i problemi sono legati alla penuria di parcheggi dentro le mura urbane o sul lungomare e il mancato pienone nei lidi, o la guida pericolosa dei giovani patentati, ebbri nella notte di Marina, che riempiono le cronache, centocinquantacinque anni fa ben altro clima avvolgeva la città.Una presenza inaspettata, preceduta dal mito del condottiero impavido, che avrebbe cambiato la storia d’Italia, accese gli animi dei repubblicani e dei papalini, schierati su posizioni opposte. Bruciate le speranze rivoluzionarie dei moti del 1848, ed esaurita l’esperienza della Repubblica romana sull’onda degli ideali mazziniani, consumatasi dal febbraio al luglio del 1849, Giuseppe Garibaldi alla testa dei suoi uomini intraprese una marcia lungo la Penisola con destinazione Venezia.Non erano gli itinerari romantici, percorsi da letterati e artisti di tutta Europa, ad interessare l’eroe dei due mondi, che pressato dalle truppe austriache, sciolse l’esercito a San Marino e si diresse con un manipolo di fedelissimi a Cesenatico. Tappa fondamentale di quella che verrà chiamata Trafila garibaldina è il territorio ravennate, che divenne teatro di avvenimenti entrati nella storia.Le notti ravennati, ricche di eventi e spettacoli sotto le stelle, animano l’estate dei pochi rimasti in città per Ferragosto. Niente trilli di cellulare, feste da raggiungere, locali da scegliere, invece per chi non dormì quelle dal 4 al 14 agosto del 1849. La quiete fu spezzata da ombre nella notte, furtivi incontri e forsennate ricerche.Fallita la traversata per raggiungere Venezia, Garibaldi e suoi approdarono, cannoneggiati dalla marina austriaca, nei pressi di Comacchio, a Magnavacca. Il gruppo si disperse: il generale, la moglie Anita, già agonizzante, e il fidato Leggero raggiunsero la fattoria Guiccioli di Mandriole il 4 agosto, dove in serata la giovane moglie dell’eroe spirò. Seguirono giorni convulsi: aiutato da molti, Garibaldi lasciò Sant’Alberto; i patrioti ravennati poi organizzarono una fitta rete di nascondigli sfidando la feroce polizia pontificia. L’eroe riuscì così a raggiungere la salvezza in Toscana, passando dal territorio forlivese, grazie all’aiuto di don Giovanni Verità. Seguendo le tappe salienti della rocambolesca fuga, colpisce l’immediata risposta e la solerte organizzazione dei patrioti ravennati, guidati da Giovanni Montanari.Il calendario della Trafila fissa date precise. Il 6 agosto, attraversando la pineta San Vitale e la piallassa Baiona, i fuggiaschi trovarono asilo nel capanno del Pontaccio, oggi Capanno Garibaldi. Il 7, il generale e Leggero vengono portati a Savio, nella masseria Pergami-Belluzzi. Nella notte del 9, attraversando la pineta di Classe, raggiungono il Ponte Nuovo, dove ad aspettarli ci sono Achille Plazzi, Gregorio Zabberoni e Pietro Ortolani. Alle ore 4, Garibaldi entra nella casa di Geltrude Goggi nell’allora Sobborgo Sisi in via Ravegnana. L’indomani per problemi di sicurezza passerà nella casa di fronte di proprietà di Federico ed Achille Plazzi. La permanenza in città non è prudente e il 12 la fuga prosegue lungo l’argine sinistro dei Fiumi Uniti e verso le 22,15 i due trovano ricovero nella casa colonica delle Risaie nei pressi di Porto Fuori. Infine la sera del 14, un altro biroccino condurrà i fuggitivi a Forlì.Il borgo San Rocco conserva in due lapidi la memoria della vertiginosa avventura garibaldina. Dei ravennati che aiutarono il comandante nella fuga, rimane il segno nelle cronache storiche. La suggestione dei luoghi garibaldini ancora muove turisti di tutto il mondo, che non mancano di ripercorrere parte della trafila, dalla Cascina di Mandriole, ora chiusa per restauri, al Capanno Garibaldi, in attesa del museo del Risorgimento, che sarà ospitato nella ex chiesa di San Romualdo. E alla città rimane una fetta di mito da conservare, e un agosto da non dimenticare.

    Chiara Bissi

  4. #54
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    Predefinito tratto da L'UNIONE SARDA 10 novembre 2004

    Luigi Bay, un garibaldino in Sardegna per amore

    Il 24 luglio del 1934 si spegneva a Silanus, nel Marghine, Luigi Bay, uno dei più giovani garibaldini della spedizione dei Mille. Aveva solo14 anni quando si era arruolato nel corpo dei "Cacciatori delle Alpi" e 15 appena compiuti quando, nel maggio del 1860, si era imbarcato a Quarto con le camicie rosse di Garibaldi. Di famiglia lombarda, era giunto nell'isola nel 1877 per lavorare come impiegato nella Banca Agricola Sarda. A Nuoro, durante un viaggio sull'"omnibus" della linea Nuoro-Macomer, aveva conosciuto una bella ragazza di Orotelli, Angelica Sequi, figlia di Francesco e Battistina Piroddi, ricchi proprietari, una delle famiglie più in vista del paese. Il primo incontro tra i due avvenne a sa rimessa de Oroteddi, la stazione per il cambio dei cavalli, fuori dall'abitato. Fu un colpo di fulmine: si sposarono nel 1885, ebbero tre figlie e scelsero di vivere, dopo qualche anno a Orotelli, nel vicino centro di Silanus. Qui Luigi Bay "visse ininterrottamente sino alla morte ? scrive Germano Bevilacqua in I Mille di Marsala - che lo colse, colmo di storia, di soddisfazioni, di amore delle figlie", in un giorno d'estate di settant'anni fa. A dare notizia della sua morte, nel 1934, fu anche "La Domenica del Corriere", che, assieme alla foto del garibaldino, con lunga barba bianca, camicia rossa e medaglie appese al petto, pubblicava: "Serenamente, si è spento a Silanus, in Sardegna, a 89 anni, Luigi Bay, uno dei tre superstiti dei Mille di Marsala. Era il più giovane della gloriosa schiera, poiché, fuggito di collegio appena quindicenne, era corso a Genova, dove si radunavano i volontari per la spedizione in Sicilia. Dopo la sua morte, della leggendaria schiera rimangono solo due superstiti: Egisto Sivelli di Genova e Francesco Grandi che risiede a Roma". Luigi Bay era nato a Lodi il 31 maggio 1845. Era figlio di una nobildonna, Giuseppina Bianchi Gonzaga, e di un ingegnere, Gaetano, amico di Tito Speri. Quando il padre, nominato capo del Genio Civile, si trasferisce a Piacenza, Luigi, ancora tredicenne, accetta di lasciare la casa dei genitori per l'Accademia militare di Serravalle, in Trentino. L'anno successivo, però, quando nel '59 viene dichiarata la seconda guerra d'indipendenza, scappa dall'accademia, raggiunge Bergamo e si unisce ai patrioti bergamaschi. È con loro e ha 15 anni, il 5 maggio 1860, quando si ritrova a Quarto, con i Mille, inquadrato nel reparto Guide. Qui, in attesa dell'imbarco per la spedizione, incontra la madre, che, condividendo la scelta del figlio, vuole salutarlo e abbracciarlo prima della partenza. Contrariamente a quanto riportava "La Domenica del Corriere" nel 1934, va detto che Luigi non era "il più giovane della gloriosa schiera". Tra i Mille c'era anche un undicenne, Giuseppe Marchetti di Chioggia, che era assieme al padre, medico, ed era veramente il più giovane di tutti. C'erano poi due tredicenni, Giacomo Terzi di Capriolo (Brescia) e Bartolomeo Cattaneo di Gravedona (Como), e due quattordicenni, Luigi Biffi di Caprino Bergamasco e Gaetano Pozzi, pavese. Con Garibaldi Luigi Bay combatté tutte le battaglie. Nella presa di Palermo venne ferito seriamente, ma sopravvisse, anche se la ferita si fece sentire per tutto il tempo a venire. Congedato l'11 novembre '60, tornò in famiglia, ma nel '62 ricomparve ad Aspromonte. Poi si arruolò nella Regia Marina a bordo della "Maria Adelaide". Nel '66, nella terza guerra d'indipendenza, era ancora presente, sino al ben noto "Obbedisco!" del 9 agosto. Poi riprese gli studi, si diplomò in ragioneria e nel 1877 giunse in Sardegna come impiegato di banca. In Sardegna la fama di garibaldino non lo abbandonò un solo istante. Lo dicono il gran numero di lettere, di encomi, di riconoscimenti ufficiali, di foto con dedica, che continuarono nel lungo arco della sua vita a rimarcare e persino enfatizzare il ruolo di protagonista tra i Mille di Quarto. Parte di questo materiale lo conserva a Silanus, in via Galliano, una pronipote, Gigliola Congiu (sua madre, Fanny Tamponi, era figlia di Maria Bay, figlia del garibaldino). Tra i documenti c'è una lettera del 24 aprile 1915 del Comune di Genova che invita Luigi Bay a partecipare a Quarto, il 5 maggio, alla "patriottica solennità" dell'inaugurazione del monumento dei Mille. Un'altra, del 22 maggio 1926, è quella con cui la Banca Popolare di Milano lo informava che era stata "deliberata l'elargizione di lire mille annue, vita natural durante, per ognuno dei superstiti delle gloriose gesta dei Mille di Marsala". In calce alla lettera spicca, autografa, la firma di Gabriele D'Annunzio, unita al ricordo "di Quarto 5 maggio 1915". Da un cassetto viene alla luce pure una foto del garibaldino, ormai anziano, che lo ripropone con la lunga barba bianca, la camicia rossa, le medaglie. Con essa c'è pure un foglio di quaderno ingiallito con i versi di una poesia, scritta dallo stesso Bay alcuni anni prima della morte e intitolata "Camicia rossa": Piena di gloria e di entusiasmo/ tu fosti un giorno, o mia camicia rossa./ Ora negletta sei, dimenticata/ e presto meco sepolta in una fossa./ Ma imperitura resterà la tua gloria,/ le gesta tue illustrerà la storia. Dai fogli sparsi emerge un ritaglio di giornale dove si evidenzia che il nome "I Mille" risale a qualche mese dopo la partenza da Quarto, "a quando il Comune di Palermo decise di dare un diploma ai partecipanti, che, a dire il vero, erano più di mille, 1089..". Tra di loro c'erano anche diversi sardi. Lo si legge nel libro di Germano Bevilacqua. C'erano Efisio Stefano Grumignano, macchinista di professione, nato a Cagliari nel 1833 e morto a Cagliari nel 1927, Luigi Francesco Grandi, professore di disegno e maestro d'intarsio, penultimo dei Mille a morire, nato a Tempio nel 1842 e morto a Roma nel 1934, Angelo Tarantini, negoziante, nato alla Maddalena nel 1836 e residente a Chiesi. C'era, all'imbarco a Quarto, anche un altro sardo, il repubblicano Brusco Onnis, che a Talamone però scese a terra con altri 6 commilitoni perché era "rimasto quasi offeso" dal grido di guerra monarchico "Italia e Vittorio Emanuele" scelto da Garibaldi per la spedizione. C'era, infine, pure un certo Francesco Bidischini, nato a Bonorva nel 1835 e morto a Roma nel 1909. Non era però della Bonorva sarda, ma di Smirne in Turchia, come conferma un vecchio certificato di battesimo della "Paroecia Sanctae Mariae-Bonorva, Smyrnis". Di Luigi Bay, tra la gente di Orotelli e Silanus, resta ormai solo un vago ricordo. «Era un bel giovane, alto e fiero, sensibile al fascino femminile ? rimarca Gigliola Congiu- e si dice che la sua venuta in Sardegna fosse stata caldeggiata dai genitori, per allontanarlo da "una ragazza del popolo" di cui si era invaghito e che loro non apprezzavano». Si dice anche che a Orotelli, una volta sposato, quando viveva nella casa dei suoceri, in Corso Vittorio Emanuele, avesse dato prova di uno scarsissimo senso degli affari nella gestione dei beni della famiglia Sequi. Era un idealista,che non disdegnava però la buona cucina: a Silanus aveva portato il gusto per nuove ricette di funghi, per la lepre in salmì, per la cotoletta. A lui, in paese, è dedicata una via, quella che da via Stazione attraversa il rione S'Ena, nella parte nuova dell'abitato, sorto dopo la metà del Novecento. È a Silanus che si accenna anche a una storia misteriosa e cupa che avrebbe coinvolto, in anni precedenti al matrimonio con Luigi Bay, la bella Angelica Sequi e la sua famiglia, ma a Orotelli non si trova alcun riscontro. La donna più anziana del paese, Nunzia Lostia, 98 anni, pronipote della sorella di Battistina Piroddi, non ricorda nulla in proposito e mostra solo una foto di tranquilla vita familiare che vede assieme il garibaldino con la figlia Maria, il marito e tre nipoti. Gino Camboni

  5. #55
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    Predefinito tratto da IL CORRIERE ADRIATICO 16 febbraio 2005

    Un filo di Mazzini nell’opera di Gandhi

    NUOVA DELHI - Mazzini. Mazzini. Mazzini... Quando si parla di Italia, in India tutti - il primo ministro, il presidente delle Repubblica, il leader del maggiore partito, e altri - citano con ammirazione il patriota ligure, padre del nostro Risorgimento. Per una semplice ragione: gli indiani lo considerano un padre anche del loro risorgimento, del movimento nazionale guidato dal Mahatma Gandhi per l’indipendenza nazionale, ottenuta nel 1947 con l’inedita arma della non violenza. Ma anche con l’ispirazione e l'insegnamento del Grande Genovese. La materia è stata trattata in questi giorni a Nuova Delhi in un convegno che mette a confronto, appunto, i due Risorgimenti, come qualche anno fa furono messi a confronto quello italiano e giapponese, scoprendo similitudini e un parallelismo insospettabili. Ciampi ha apprezzato l’iniziativa e ha fatto notare la coincidenza con le celebrazioni di questo anno bicentenario della nascita di G.Mazzini, Qui a Delhi tutto ruota attorno al fatto che il grande padre dell’indipendenza dalla corona britannica, appunto il Mahatma, in una lettera spedita al figlio nel 1925 indicava proprio in Mazzini uno dei suoi ispiratori.

  6. #56
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    Predefinito tratto da L'ARENA 12 marzo 2005

    Incontro con Michele Finelli, redattore de Il Pensiero Mazziniano

    Giuseppe Mazzini, due secoli di modernità

    Il primo articolo della Costituzione della Repubblica Romana e quello della Costituzione Italiana sono pressoché identici I principi irrinunciabili di convivenza democratica

    In occasione del bicentenario della nascita di Giuseppe Mazzini, è stato a Verona, ospite dell'associazione mazziniana, Michele Finelli, autore de «Il monumento di carta. L'Edizione nazionale degli Scritti di Giuseppe Mazzini». Redattore del Pensiero Mazziniano, autore di diversi saggi di argomento risorgimentale, Finelli sta curando in collaborazione con la Commissione editrice degli Scritti di Giuseppe Mazzini e la Domus Mazziniana di Pisa la redazione su supporto informatico dell'Edizione Nazionale degli Scritti di Giuseppe Mazzini.
    Con lui abbiamo parlato del suo recente libro e dei suoi importanti studi.
    « La repubblica romana è stata il più importante esperimento democratico in Italia nel secolo diciannovesimo. Come ne parla Mazzini nella sua opera?
    «Mazzini ha sempre un ricordo positivo di quell'esperienza. Non solo perché ha provato sul campo il sogno della repubblica, ma anche perché lui stesso si è rivelato un valente uomo di governo. Quando lui passa da Roma dopo aver avuto l'amnistia dal governo italiano, dopo il 1870, si rifiuta di entrare nella Capitale monarchica. L'abilità di Mazzini come uomo di governo si è vista sostanzialmente sotto due aspetti. Da un lato si è imposto per la sua grande capacità oratoria davanti al parlamento della repubblica romana, lui che abitualmente era un timido. Dall'altro lato c'è da rilevare come la Costituzione della repubblica romana sia profondamente permeata dai suoi principi e dalle sue idee. Penso anzitutto all'articolo 5, che abroga la pena di morte, alla sua incredibile modernità. Anche in questo vedo l'attualità della repubblica romana. Penso che quest'anno il testo costituzionale del 1849 sarà ancora ripreso ed evidenziato.»
    - Quali furono le reazioni del Maestro all'instaurazione della monarchia in Italia? «Indubbiamente le reazioni furono negative. Non era certo quella l'Italia che Mazzini si aspettava. Quando arriviamo all'Unità, nel 1861, il movimento mazziniano si trovava in difficoltà, spiazzato da un lato dal fallimento dei moti di Milano del 6 febbraio 1853 e dalla frattura tra Mazzini e Garibaldi, frustrato d'altro canto dal tentativo pure fallito d'un contatto fra Mazzini e Vittorio Emanuele II. Questi eventi favorirono Cavour, che nel 1857 promosse la Società Nazionale, sorta di associazione culturale, in realtà politica, con cui lo statista raccoglieva finanziamenti per la futura guerra. A questo punto Garibaldi si volge in questa direzione. In politica estera c'erano già stati la guerra di Crimea e l'attentato a Napoleone III di Felice Orsini. Nel 1860, quando Giuseppe Mazzini arriva a Napoli dice a Garibaldi: "dobbiamo proseguire per Roma". Ma Garibaldi va a Teano. Nel 1861 la delusione è grande, ma Mazzini è ancora animato da una speranza: Roma e Venezia sono ancora irredente. Il progetto repubblicano non è ancora del tutto fallito. Mazzini cominciava ad invecchiare. Compare una nuova variabile. Il Maestro aderisce all'Internazionale di Londra del 1864, ma poi l'anarchico Bakunin entrerà in conflitto col movimento mazziniano, che uscirà dall'Internazionale. Nel 1866 verrà creata l'Alleanza Repubblicana Universale, in contatto con gli Stati Uniti. Vi aderirono anche alcuni membri del Congresso. L'ultimo tentativo di svolta repubblicana fallisce nel 1870, quando Mazzini viene arrestato a Palermo.»
    - Cosa emerge del rapporto a volte difficile fra Mazzini e Garibaldi?
    «Appare l'evoluzione del rapporto, prima entusiastico, poi più freddo. Inizialmente il contatto fu epistolare. Già negli anni quaranta Mazzini sosteneva che bisognava portare Garibaldi in Italia. Nel '53 si apre il dissidio. Herzen a Londra fa incontrare Garibaldi e Mazzini. L'eroe Nizzardo brinda: "al mio amico, al mio maestro". Ma ormai la rottura era già consumata. Nelle lettere Mazzini di tanto in tanto esprime questo disappunto politico. I fatti di Roma del '49 furono un prologo alla rottura definitiva. Fu anche uno scontro fra due personalità diverse, fra un uomo di pensiero e un uomo d'azione.»
    - Qual è la concezione di Mazzini dello Stato?
    «Credo che la concezione di Mazzini sia abbastanza lineare, quella di uno Stato democratico. E' il padre della democrazia italiana, il testo di riferimento è quello della repubblica romana. E' un meccanismo che parte dalla base del suffragio universale, dalle elezioni e passa dalla responsabilità politica degli eletti. Cooperativismo e associazionismo sono al centro della concezione sociale di Stato mazziniano. Lavoro e capitale sono nelle stesse mani. Il Maestro ha reso meno traumatico l'inserimento nello Stato delle classi popolari, anche grazie a istituzioni come le associazioni di mutuo soccorso e le biblioteche popolari. Mazzini non era né per il liberismo assoluto né per il collettivismo. Voleva evitare situazioni di conflitto fra le classi sociali. Si batté per l'imposta diretta e progressiva.»
    - Le idee di Mazzini trovarono seguaci anche nel resto d'Europa e nel mondo. Vuol parlarci di loro? «Fu ispiratore del radicalismo e del movimento sindacale inglese. Molti esponenti delle Trade Unions si legarono a lui. Ebbe rapporti stretti col mondo ebraico, in primis colle famiglie Nathan Rosselli. E' vero che Mazzini fece seguaci, però prese anche molto da loro. Quando arriva in Gran Bretagna conosce la filantropia. E deve molto a questo. La scuola che fonda a Londra per gli emigranti italiani è mutuata da modelli inglesi. C'è uno scambio reciproco. Uno degli errori della storiografia mazziniana è dire solo che Mazzini ha dato. Comunque anche Gandhi nei suoi scritti ha fatto riferimento a Mazzini, come ha ricordato anche il professor Rigopulos di Cà Foscari.»
    - Come guardano oggi gli eredi di Mazzini all'attuale momento politico?
    «Bisogna premettere che l'associazione mazziniana è strettamente apartitica. Tuttavia l'associazione mazziniana è rivolta a un tema non solo culturale, ma anche politico, che è la Costituzione. Mettere in discussione questo impianto costituzionale significa mettere in discussione principi di convivenza democratica che il mazzinianesimo ha ispirato. Il primo articolo della Costituzione della repubblica romana ed il primo articolo della Costituzione italiana del 1948 sono praticamente i medesimi. Le vicende politiche del partito repubblicano non ci riguardano.»
    Giovanni Masciola

    Il monumento di carta. L'Edizione Nazionale degli Scritti di Giuseppe Mazzini di Michele Finelli, Pier Giorgio Pazzini Editore, Rimini, 139 pagine, 15 euro. www.pazzinieditore.it

  7. #57
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    Predefinito tratto da LA SICILIA.It 8 maggio 2005

    Mazzini e Garibaldi a confronto
    Il convegno.

    La discendente Anita in città: «Ideali comuni tra Resistenza e Risorgimento»

    MARSALA - E' prevalsa la tendenza a «gemellare» Risorgimento e Resistenza, ieri nella parte iniziale del convegno avente per tema «Mazzini e Garibaldi, pensiero ed azione a confronto». In apertura il sindaco Galfano ha affermato: «Il Centro Internazionale Studi Risorgimentali Garibaldini, che ha organizzato questo convegno e che opera proficuamente da un quinquennio, non ha finalità semplicemente celebrative di un periodo storico, ma proietta tali studi nel passato più recente, nel presente e nell'avvenire. Il Risorgimento è un periodo simile a quello della Resistenza partigiana che ha riconquistato l'Unità d'Italia. Mi piace tanto la frase del presidente Ciampi: un popolo che non ha memoria, non ha futuro».
    Il concetto è stato ribadito da Anita Garibaldi nipote dell'Eroe dei due mondi («ramo Ramacciotti, nato da Anita e Giuseppe, che ebbe molti figli tra cui mio padre Sante»). «A Marsala - ha detto la simpaticissima Anita Garibaldi, docente universitaria - sono venuta la prima volta nel 1982 e ritorno sempre con particolare piacere. Portare questo nome è una grande responsabilità e al tempo stesso una gioia per i valori positivi e l'impegno civile che ricorda. Anch'io confermo gli ideali comuni fra Risorgimento e Resistenza, tanto più che mio padre fu nel campi di concentramento di Dachau».
    Altra conferma si è avuta dal prof. Maurizio Viroli dell'Università statunitense di Princeton, replicando ad una proposta, fatta in uno dei tanti interventi, sulla possibilità di ripristino del 20 settembre (breccia di Porta Pia del 1870, con presa di Roma e completamento dell'opera di unificazione dell'Italia) come festa nazionale. «Non è il caso - ha dichiarato il prof. Viroli - di moltiplicare le ricorrenze sminuendo così il 2 giugno, la festa della Repubblica che deve diventare invece un'autentica festa di popolo».
    Il prof. Franco Della Peruta, docente dell'Università di Milano e presidente del Centro, ha evidenziato «l'influenza del pensiero di Mazzini sulla Sicilia, che ebbe un primo moto di ribellione verso i Borboni nel 1837,soprattutto a Catania». Gli altri interventi, dopo l'inno di Mameli cantato dal coro dei ragazzi della scuola Garibaldi diretto dal maestro Fabio Gandolfo e la lettura di note storiche mazziniane da parte degli studenti della Media Mazzini, sono stati incentrati sull'attività del Centro Internazionale Studi Risorgimentali Garibaldini. «Il quinquennio passato - ha detto il prof. Romano Ugolini - ha rappresentato il radicamento di questa iniziativa che ora deve continuare a crescere». E per farlo la prof. Cristina Vernizzi ha ricordato l'organizzazione di un sito Internet. Oggi il convegno continuerà al Complesso San Pietro: nella mattinata (ore 9,30) ci sarà un incontro con studenti su «L'eredità di Garibaldi» con relatore il prof. Romano Ugolini e «L'eredità di Mazzini» con relatore il prof. Maurizio Viroli; mentre nel pomeriggio (ore 17) nella tavola rotonda su «Pensieri ed Azione a confronto», presieduta da Angelo Varni, ci saranno gli interventi di Mario Napoli, Luigi Lotti, Romano Ugolini e Maurizio Viroli.
    Michele Pizzo

  9. #59
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    Ma che ci avete l'esclusiva dei discendenti di Garibaldi?


  10. #60
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    Beh ... veramente c'e stato un periodo in cui Craxi ha cercato di impossessarsi della figura mitica dell'Eroe dei due mondi .... erano gli anni in cui si litigava con il nostro Spadolone i cimeli storici che venivano rinvenuti in giro per la penisola ... con sommo gaudio e guadagno di antiquari ....

 

 
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