Della prima Crociata - come di quasi tutte le altre - oggi si scrive spesso in toni estremamente negativi. Sia sulla sua idea fondamentale, sia sul suo attuarsi storico, sia sui suoi effetti prossimi e remoti, si esprimono critiche e condanne. Alcune provengono dalla storiografia islamica, e se ne comprende il perché; altre dalla storiografia dei cristiani orientali; altre, spesso le più raffinate, dalla storiografia occidentale, coltivata dai lontani discendenti dei crociati e di coloro che ne esaltarono le imprese parlando non solo di bellum sacrum, ma addirittura di gesta Dei per Francos. Non va però dimenticato che le critiche alla Crociata cominciano a emergere in Occidente già nella prima metà del secolo XIII, quando Federico II di Svevia, in contrasto col Papato, rivela la spaccatura - anche essa tutt'altro che nuova - della cristianità occidentale, tentando una Crociata "squisitamente laica", in opposizione a quella tradizionale di natura ecclesiastico-religiosa, la quale supponeva l'unità dei cristiani. Da allora in poi la polemica non si estinse mai del tutto (21).
Nel Settecento le condanne si fecero più categoriche sulla base di una nuova visione razionalistica della vita. Voltaire nelle Crociate non vide altro che una "follia epidemica che durò duecento anni e si distinse sempre per tutte le crudeltà, tutte le perfidie, tutte le sregolatezze, tutta la demenza di cui è capace la natura umana" (22). Diderot, redigendo piuttosto frettolosamente la voce "croisades" per l’Encyclopédie, non fu più tenero (23). Nel nostro secolo, Steven Runciman, dopo qualche riflessione più o meno seria e attendibile sulle Crociate, emette una condanna recisa fondandosi su una scoperta "teologica" strabiliante: "La guerra santa stessa [intendi: la Crociata] non fu altro che un lungo atto di intolleranza compiuto nel nome di Dio, il che costituisce un peccato contro lo Spirito Santo" (24). Jacques Le Goff, meno ispirato e più positivo, si è contentato di dichiarare: "Mi sembra che i cristiani non abbiano ricavato dalle crociate altro frutto che l'albicocca" (25).
È troppo facile scorgere i presupposti (e forse bisognerebbe dire i preconcetti) filosofici, storico-religiosi e storico-culturali, che stanno all'origine di tali svalutazioni o condanne.




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