ora si torna seri.
Guelfo Nero![]()


ora si torna seri.
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Per tornare al tema della lettera di Ratzinger ai vescovi e della discussione su di essa, che è continuata sul "Foglio" al ritmo due-tre articoli al giorno (fra cui un'intervista con Cacciari, una con Romana Guarnieri, un bell'articolo di Marina Valensise su Allan Bloom che mi piacerebbe postare, un intervento misticheggiante di Socci e altro), credo sia stata un'occasione persa per noi per farci sentire. Anzichè dibattere tra noi, magari su bazzecole, penso dovremmo discutere con gli "altri", perché mentre nel forum si conversa, la Sagunto dell'informazione e della formazione di massa viene largamente espugnata. Il che dà ahimé ragione a Miguel Martinez quando ci paragona agli ultimi marxisti-leninisti che si accapigliano sull'interpretazione degli scritti giovanili di Marx mentre il mondo (e il comunismo) vanno a rotoli.


Aggiungo: solo venerdì 6, sul "Foglio", tre articoli: Ferrara risponde a Francesco Merlo ("Il potere regale della donna è più eccitante delle ragazze in spiaggia"), difendendo la "superiore sapienza della Chiesa" ("espertà in umanità", secondo la collaudata formula montiniana); Giovanni Cantoni ("Un documento pacificatore per una Natura avvelenata dai propri idoli") fa la consueta sperticata apologia dei documenti wojtyliani; infine la femminista Roberta Tatafiore ("Un testo per catastrofisti del presente, troppo prescrittivo per le donne") prende le distanze dagli entusiasmi della "collega" Luisa Muraro.
Il giorno dopo, sull'"Indipendente", G.B. Guerri giudica "noiosa" la discussione, si proclama con orgoglio (scusate) "serial fucker", conclude: "Poveri due vecchi fratacchioni puranco polacchi e tedeschi, che ne volete sapere dell'uomo e della donna?" e affida la "conclusione" del dibattito a Ida Magli, la cui intervista è intitolata "Con Ratzinger la Chiesa torna indietro" (magari; un pezzo di singolare inintelligenza). A fianco Ruggero Guarini riprende il tema favorito della Gran Madre mediterranea, criticando l'intervista concessa al "Foglio" da Cacciari nella quale si legge "il grande valore della donna è un'invenzione della cristianità".
Noi zitti: che la cultura la facciano gli altri, tanto noi abbiamo la Tesi... Noto con vivo rammarico la latitanza, certo dovuta a serie ragioni, dell'amico cariddeo, che in quegli ambienti è di casa e avrebbe potuto trovare un ascolto certo superiore a quello che trovano le lettere del sottoscritto, inesorabilmente cestinate anche quando sono, a benevolo giudizio di Guelfo Nero, "mirandae".
Ho provato per tutta la settimana a parlare con Marina Valensise a "Prima pagina", ma l'unica volta che mi hanno richiamato sono arrivato tardi all'apparecchio a causa del volume troppo alto della radio...Ora le scriverò, ma quella non è gente che risponda, se non ti chiami Boncompagni o Maurizio Crippa o Luigi Castaldi.
La conseguenza peggiore è che in questa maniera passano e si radicano nella mente dei lettori false contrapposizioni, non solo quella classica "sinistra progressistaa avversaria della Chiesa/destra conservatrice amica della Chiesa" (palesemente infondata almeno nel caso Cacciari-Guarini), ma, il che è peggio, quella "destra intelligente che comprende le ragioni della Chiesa/destra stupida che non le capisce". Il tutto aiutato dalla tradizionale buona prosa e vasta cultura dei "foglianti".
Ci voleva proprio qualcuno che sparigliasse i conti.


Non trovando il vecchio "veleni laicisti" ne apro un altro.
Caro direttore,
scrive Giulio Linguerri nell'articolo "Consulta islamica: meglio tardi che mai" su "Linea" del 4 settembre che "da un punto di vista rigoroso, l'Islam è una rispettabilissima cultura inscindibile, come quella cristiana ed ebrea, dalla scrittura verghata dagli interpreti del dio unico".
Aggiunge che "la stella fissa dei monoteismi, piaccia o meno, è individuabile in una logica escludente che non lascia spazio ad altri 'dei all'infuori di me'. L'applicazione del precetto prevede che i fedeli s'impongano un paziente lavoro di proselitismo finalizzato alla conversione altrui. Un lavoro armato di buon senso ma, storicamente, anche di strumenti di morte."
Linguerri precisa poi che, nel caso del cristianesimo, tale dottrina è stata "mitigata" nella pratica, anche grazie alla distinzione tra Stato e religione, per poi però concludere così: "pensiamo a cosa sarebbe avvenuto se il cattolicesimo controriformista e in guerra contro il luteranesimo avesse potuto accedere ad armi chimiche o nucleari".
Nuoce all'articolo il dichiarato proposito di escludere "retropensieri e condizionamenti religiosi di natura cristiana", dato che "da un punto di vista rigoroso" (che, trattando di religione, non può che essere quello religioso), l'Islam non è affatto "una rispettabilissima cultura inscindibile dalla scrittura vergata dagli interpreti del dio (sic) unico", ma un'idolatria anticristiana predicata da un falso profeta. Né è esatto, benché corroborato purtroppo da un'inveterata pratica, definire sic et simpliciter "monoteismi" le cosiddette "religioni del Libro", in quanto il cristianesimo è sì monoteista ma anche trinitario, mentre ebraismo e Islam rifiutano la Trinità considerandola una forma di idolatria (e ciò è anzi il loro carattere dominante, che li rende essenzialmente anticristiani).
Per quanto riguarda "la stella fissa dei monoteismi", che sarebbe il proselitismo anche armato, Linguerri dimentica la fondamentale precisazione che quello cristiano si esercita mediante la predicazione e il martirio, cioè versando il sangue proprio, mentre quello islamico si esercita esclusivamente mediante la guerra, cioè versando il sangue del nemico, in quanto non mira a far leva sulle coscienze ma solo a costringere a osservare un codice giuridico.
Dello Stato teocratico musulmano scrive l'autore: "Censurabile? Tutt'altro: la natura delle cose è innocente fino a che una cultura che vi si insedia non proclama l'estinzione delle altrui culture".
Errato anche questo, e pericolosamente vicino all'ideologia della sinistra laicista: lo Stato teocratico musulmano è "censurabile" per il solo fatto che è fondato su una falsa teologia.
Infine "se il cattolicesimo controriformista... avesse potuto accedere ad armi chimiche e nucleari" ne avrebbe usato secondo il Magistero della Chiesa, ossia tenendo fede ai cinque requisiti della guerra giusta, tra i quali ci sono l'uso proporzionato delle armi e il divieto di colpire le popolazioni civili.
Franco Damiani
Villafranca Padovana (PD)


http://www.politicaonline.net/forum/...&pagenumber=10
ecco un thread dove cercare ciò che non si trova...
Guelfo Nero![]()


Da "Linea", quotidiano del MSFT, del 21 settembre 2004, p.3:
Articolo di Luciano Arcella: "Il pre-zigote per salvare l'unità d'Italia":
(...): In realtà crediamo che qui si scontrino, nel migliore dei casi due sistemi di valori, nel meno nobile, due poteri che hanno sempre caratterizzato il corso della storia d'Italia.
Da un lato c'è chi, credendo nel valore divino della vita e nella non libertà da parte dell'uomo di gestirla, e considerando l'embrione vita in tutti i sensi, si oppone al loro (sic) utilizzo artificiale e alla loro eventuale distruzione. dall'altro, chi crede nella libertà decisionale in tal senso da parte dell'uomo, oltre a non valutare l'embrione un essere in nuce (nemmeno in nuce?, n.d.r.), si batte per una sua ampia utlizzazione, soprattutto se a scopi terapeutici. ma dietro costoro operano, dicevamo, i due poteri: quello visibile dello Stato e quello occulto del Vaticano.
Tale non perché velato da trame segrete, ma perché non ufficiale anche se evidente. Particolarmente interessata alle vicende italiane, pur nel suo univeralismo, la Chiesa di Roma non accetta che una normativa dello Stato vada contro i suoi principi e quindi esercita trasversalmente il suo influsso, al quale, se i partiti della destra conservatrice si mostrano più sensibili, non lo sono da meno quegli esponenti della sinistra tesi a evidenziare la loro prossimità al mondo cattolico.
Questo atteggiamento ispirato dalla sudditanza nei confronti dello Stato Pontificio è stato messo in evidenza da Alessandra Mussolini, portavoce anche lei di un'ideologia trasversale, finalizzata però non solo a sostenere la dignità della donna, ma anche quella del cittadino.


Caro direttore,
so benissimo che "Linea", unico tra i quotidiani italiani, non pubblica lettere di lettori, considerando evidentemente inconfutabile il contenuto dei suoi articoli,
Ciononostante, da lettore quotidiano, non posso fare a meno di commentare alcune affermazioni contenute nell'articolo di Luciano Arcella "Il pre-zigote per salvare l'unità d'Italia", comparso sul numero del 21 settembre u.s.
Secondo l'articolista sulla questione della fecondazione artificiale si scontrerebbero due fondamentalismi, quello cattolico e quello "laico", e ciò, anche se falso, fa purtroppo parte della vulgata giornalistica. Quello che invece è del tutto inaccettabile è che Arcella sostenga che dietro alla posizione cattolica c'è la longa manus del Vaticano (addirittura dello "Stato Pontificio", scomparso nel 1870), talchè i suoi sostenitori sarebbero di fatto strumenti dell'ingerenza vaticana nelle cose italiane. Sappia, l'autore dell'articolo, che ci sono cattolici, come il sottoscritto, sedevacantisti, ossia che non riconoscono a Giovanni Paolo II l'autorità pontificia e che ciononostante, per considerazioni di pura ragione (che l'embrione sia un essere vivente lo dice la scienza oltre che il buon senso, mentre secondo Arcella invece l'embrione non è un essere nemmeno in nuce!) si oppongono alla fecondazione artificiale e alla cosiddetta "distruzione" (alias assassinio) degli "embrioni soprannumerari".
Che poi 'unica a distinguersi dai due "fondamentalismi" sia stata, secondo l'articolista, Alessandra Mussolini, eletta sulla base di un programma che prevedeva la difesa prioritaria del diritto alla vita e non della "dignità della donna" né di quella "del cittadino", la dice lunga sia sull'ideologia sottesa all'articolo, che "Linea", non ospitando repliche, fa sua, sia sulla coerenza di uno schieramento, di cui il MSFT fa parte, che quando si aprono le urne non manca mai di fare appello ai voti cattolici. Ce ne ricorderemo alla prossima tornata elettorale. .
Franco Damiani
Villafranca Padovana (PD)


Il Sillabo di Pio IX? Fu vera gloria
Gli aspetti più “reazionari” dell’ultimo Papa-re sono in realtà quelli più “liberali”. Più liberali dei liberali di allora. La lettura “controcorrente” del nuovo, documentato studio di Luigi Negri rivela i buoni frutti del revisionismo libertarian
di Guglielmo Piombini
Il nuovo libro di don Luigi Negri, Pio IX. Attualità e profezia (Ares, Milano 2004, pp.237, €14,00), che gode della prefazione del vescovo di Albenga mons. Mario Oliveri, s’inserisce nel solco di quella pubblicistica cattolica che negli ultimi anni, con i lavori di Roberto de Mattei (Pio IX, Piemme, Casale Monferrato [Al] 2000) e di Rino Cammilleri (L’ultima difesa del papa re. Elogio del Sillabo, Piemme 2001), ha inteso rivalutare la figura di Papa Pio IX, che fu al soglio pontificio dal 1846 al 1878, su cui ancora grava la damnatio memoriae dei laicisti e degli anticlericali. Il Sillabo di Pio IX – che fu allegato all’enciclica Quanta Cura dell’8 dicembre 1864 e che contiene un lungo elenco di proposizioni condannate dalla Chiesa – viene infatti considerato, persino da molti cattolici, come un inutile tentativo di opporsi alla Modernità e al progresso, e quindi sostanzialmente un incidente di percorso, un grave errore che sarebbe stato emendato solo dal Concilio Ecumenico Vaticano II e dalla più recente richiesta di perdono della Chiesa per le colpe del passato.
Eppure, ricorda don Negri, non bisogna dimenticare il valore positivo che il divieto e la condanna hanno avuto nella storia della Chiesa, dal momento che sono servite non semplicemente per negare, ma anzitutto per fare emergere qualcosa che prima non c’era. Così è avvenuto, per esempio, con i comandamenti veterotestamentari o con le condanne delle eresie che hanno permesso di definire in termini precisi i dogmi cristiani riassunti nel Credo. Per questo motivo il Sillabo non può essere nascosto come se non ci fosse mai stato, ma va anzi letto all’interno della continuità della dottrina della Chiesa, che l’autore di questo studio si sforza di mettere in luce nella parte antologica finale ricca di numerosi testi antologici del Magistero successivo a Pio IX, tutti concordanti con il suo insegnamento.
La figura di Pio IX, rilanciata dalla beatificazione voluta da Papa Giovanni Paolo II il 3 settembre 2000 – significativamente proclamata insieme a quella di Papa Giovanni XXIII proprio a significare l’unità del Magistero pontificio – va dunque apprezzata non solo come «esempio di incondizionata adesione al deposito immutabile delle verità rivelate» (così recita la motivazione della beatificazione), ma anche per le sue doti profetiche.
Chiusosi, cronologicamente, il Novecento, ci si è infatti accorti che Papa Mastai Ferretti aveva compreso più di chiunque altro dove avrebbero portato le tendenze allora in atto in Europa, e questo a significativa differenza di altri suoi contemporanei, quali per esempio Karl Marx, la cui capacità di previsione della storia, a lungo magnificata, è stata invece impietosamente smentita dalla realtà. In Pio IX, spiega don Negri, la capacità di leggere i propri tempi, secondo una prospettiva capace d’intravederne gli sviluppi, è certamente ravvisabile nella sua polemica con lo Stato moderno, vale a dire con il suo porsi come Stato totalitario. Gli sviluppi della storia hanno appunto confermato come tutto quanto preoccupava Pio IX, ovvero che lo Stato non avesse limiti e che fosse concepito quale fonte di ogni diritto, si è affermato come concezione socio-politica prevalente nel secolo XX.
Per questa ragione, opponendosi a una sovranità statale assoluta che si apprestava a diventare totalitaria, Pio IX svolgeva allora il ruolo dell’autentico “liberale”, laddove invece i cosiddetti “liberali” del tempo, suoi avversari, erano in verità gli adoratori dello Stato onnipotente.
Ecco perché, contrariamente alla vulgata, il Sillabo di Pio IX può essere letto come un vero e proprio manifesto un’apologia della società civile e delle formazioni sociali presenti in essa (la Chiesa, la scuola e la famiglia) mirante a difenderle dalle pretese dello Stato “giacobino” e accentratore di voler tutto sottomettere, tutto regolare e tutto subordinare a sé. Una prospettiva, questa, cara a quel pensiero che Oltreoceano si definisce Libertarianism e la cui profonda opera di revisionismo storico-culturale non può fare a meno di apprezzare la figura dell’ultimo Papa-re.
Del Sillabo basta del resto andare a leggere il capo sesto (Errori intorno alla società civile considerata in se stessa e nei suoi rapporti con la Chiesa), dove si condanna quella proposizione, vero e proprio atto di fede di tutti i teorici della sovranità statuale e positivisti del diritto, secondo cui lo «Stato, come origine e fonte di tutti i diritti, gode di un diritto tale che non ammette confini». Nelle proposizioni successive, Pio IX difende quindi la libertà religiosa ed educativa, condannando le pretese dello Stato d’«immischiarsi nelle cose concernenti la religione, i costumi e il governo spirituale», di monopolizzare il sistema scolastico e di vietare l’insegnamento religioso nelle scuole. Nel capo sette, in accordo con la miglior tradizione giusnaturalistica liberale, Pio IX afferma che le leggi umane debbono conformarsi al diritto naturale, mentre nel capo otto difende il matrimonio cristiano dalle pretese dello Stato di regolarlo con leggi proprie.
Anche nelle parti iniziali del testo pontificio, dove si condannano il panteismo, il naturalismo, il razionalismo, l’indifferentismo e il latitudinarismo (cioè il relativismo e il soggettivismo oggi così diffusi), nonché il protestantesimo, Pio IX non fa che ribadire la tradizionale dottrina cattolica.
La Chiesa esiste per tramandare e per diffondere la Verità annunciata da Gesù Cristo – così essa dice di sé –, e per questo motivo non potrebbe mai dichiarare che una religione o una filosofia equivale a un’altra, né che l’uomo può sceglierne una a proprio piacimento giacché è tutto lo stesso. Anche di recente, un’importante dichiarazione come la Dominus Iesus – promulgata dalla Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede il 6 agosto 2000 –, che don Negri riporta in appendice al libro onde evidenziarne l’affinità con il Sillabo, ha ribadito che per la Chiesa solo Gesù Cristo è l’unico e universale mezzo di salvezza.
Ma cosa c’è di liberale, potrebbero ribattere i critici di Pio IX, nella condanna del principio di separazione fra Stato e Chiesa (proposizione LV) e nella pretesa che il cattolicesimo sia considerata religione di Stato (proposizione LXXVII)?
Ora, non vi è dubbio che un vero liberale debba favorire la separazione dello Stato non solo dalla religione, ma praticamente da tutto, compresa l’economia e la cultura. L’ideale sarebbe una società civile forte e ricca, e uno Stato piccolo e invisibile, che è tutto il contrario esatto del programma laicista, che, con l’espediente della progressiva statalizzazione di ogni ambito della società (strade, piazze, uffici, ospedali, edifici, scuole, università, televisioni, associazioni), mira a sostituirsi e a estrometterne (in nome della “laicità”) le espressioni culturali e religiose nate dalla società civile. La Chiesa, infatti, ha per tradizione sempre condannato le conversioni forzate, né ha mai voluto imporre per legge il cattolicesimo ai non cattolici.
Eppure, quanto al liberalismo delle proposizioni di Pio IX, bisogna tenere conto che, in una società poco statalizzata, dove la popolazione è quasi interamente cattolica, la religione ha per forza un’ampia influenza e una visibilità pubblica: nei programmi scolastici, nelle festività, nelle manifestazioni pubbliche (Messe, processioni, ricorrenze, ecc.), nell’arte e nell’architettura urbana e così via. Non perché così decide lo Stato, ma perché così lo vuole, e così lo esprime dal basso, la società. Stante la condizione culturale dell’Italia di allora, dunque, la concezione di Stato propria a Pio IX è il contrario esatto dell’idea che i governi abbiano il diritto di vietare e di cancellare quest’articolata realtà, e questo nemmeno nel nome della separazione fra Stato e Chiesa o della laicità care al liberalismo.
La separazione tra Stato e Chiesa funziona in una società non ancora pervasa dallo statalismo moderno; quando però lo Stato finisce per assorbire tutto, questa formula diventa di fatto uno strumento non per separare, ma per estromettere la religione dagli ambiti sociali in cui era spontaneamente già presente.
A ragione, quindi, Pio IX condanna, nel capo sesto del Sillabo, le dottrine che più in profondità hanno perseguito il programma di secolarizzazione della società mediante la statalizzazione generalizzata: quelle che egli chiama le “pestilenze” del socialismo e del comunismo (oltre che delle società segrete). Alla luce dell’esperienza del “socialismo reale” novecentesco, dunque un vero liberale non può non plaudere di cuore a questa ferma condanna. Ma che dire del capo che affronta gli Errori riguardanti l’odierno liberalismo (proposizione LXXX), pietra di scandalo per i liberal odierni, in particolare dove si afferma che il pontefice non può e non deve venire a patti né a compromessi con il progresso, con – appunto – il liberalismo e con la civiltà moderna? Va anzitutto precisato che il “liberalismo” contro cui lottava Pio IX non aveva nulla a che fare con l’autentica tradizione liberale dei John Locke, Adam Smith, Edmund Burke, Alexis de Tocqueville e Frédéric Bastiat o - per venire ai giorni nostri - dei Ludwig von Mises, Firedrich A. von Hayek e Murray N. Rothbard, una filosofia, questa, sorta a partire dall’età moderna proprio allo scopo di difendere la società civile, le comunità e le tradizioni dall’avanzata incontenibile dello Stato moderno.
I cosiddetti “liberali” che si contrapponevano a Pio IX erano infatti gli eredi di quel sistema giacobino e napoleonico, accentratore, statalista e fortemente antireligioso, che si era andato diffondendo nel continente europeo prendendo a modello la Rivoluzione detta francese dell’Ottantanove.
Uno sguardo obiettivo agli avvenimenti storici che sono seguiti all’unificazione italiana non può che confermare che Pio IX aveva visto giusto, prevedendo i catastrofici esiti statalisti del modello risorgimentale.
Verrebbe infatti da chiedere ai cosiddetti “liberali” italiani che ogni XX Settembre festeggiano la presa di Porta Pia cosa ci sia da esultare per una conquista militare avvenuta in spregio a ogni regola del diritto internazionale e non richiesta dalla popolazione romana, la quale ha portato alla formazione di uno Stato unitario le cui più rilevanti realizzazioni sono consistite nella centralizzazione politica e amministrativa, nell’istituzione della leva obbligatoria, nell’aumento indiscriminato delle imposte, nella statalizzazione completa della scuola, nell’espropriazione senza indennizzo di vaste proprietà ecclesiastiche, nell’introduzione di elevate tariffe doganali per proteggere le industrie del nord, nella repressione sanguinaria delle ribellioni delle popolazioni conquistate (spacciata come lotta al “brigantaggio”), nell’avvio di più o meno disastrose campagne coloniali, per culminare con i milioni di giovani coscritti mandati al macello nelle trincee della Grande Guerra, con tanto di decimazioni e plotoni di esecuzione per “codardi” e disertori.
Di liberale, in tutta questa vicenda storica, non vi è alcunché. Al contrario, il modello ultrastatalista che si è imposto in quell’epoca in Italia, in Germania, in Francia e altrove ha rappresentato una tappa indispensabile sulla via del totalitarismo novecentesco, il vero e proprio compimento della modernità statuale.
Se gli europei avessero dato ascolto alle parole profetiche del “reazionario” Pio IX, anziché alle sirene dei finti liberali e dei finti progressisti, si sarebbero risparmiate tutte le catastrofi che da allora sono seguite e che hanno portato la nostra civiltà all’attuale triste stato di decadenza culturale, economica e demografica.


Visti i motivi delle perplessità sull'ingresso della Turchia nell'UE? La legge turca che punisce l'adulterio.


Caro direttore,
ho letto sul n. 39 del "Domenicale" l'articolo di Guglielmo Piombini "Il Sillabo? Fu vera gloria" e vorrei fare in merito un paio di considerazioni.
Davvero i libertarians sono ammiratori di Pio IX?
Può bastare l'antistatalismo del Sillabo a fare di loro dei cattolici tradizionali o integrali?
Mi sembra che Piombini svicoli quando si trova di fronte la fondamentale domanda sulla separazione tra Stato e Chiesa, che Pio IX condanna e che loro, i libertarians, vorrebbero assoluta. Alle corte: vogliono uno Stato cattolico, sul modello delle monarchie tradizionali del Medioevo (dello stesso Piombini ho letto il bel saggio sul Medioevo pubblicato da Facco), con tanto di Inquisizione, rigida censura sulla stampa, divieto di adulterio e bestemmia, ebrei nei ghetti? Mi piacerebbe tanto che fosse così, ma ho qualche dubbio in proposito.
L'altra domanda riguarda la continuità, asserita da Luigi Negri (che, anche se non lo dice, è un prete), autore del saggio, e da legioni di altri seguaci di Giovanni Paolo II, e ribadita da Piombini come fosse una verità scontata, tra il magistero di Pio IX e quello attuale.
Ma vogliamo scherzare? Anche un bambino appena appena preparato in catechismo capisce che l'esaltazione della libertà religiosa, caposaldo del Vaticano II e dell'attuale pontificato, fa a pugni con la condanna che della stessa libertà religiosa (= libertà di errare) fa Pio IX nella "Quanta cura", in linea con quanto affermato da Gregorio XVI nella "Mirari Vos" e con tutto il Magistero di diciannove secoli. Concetto di libertà religiosa che nasce in ambito sociniano, ossia di quell'eresia unitariana che nega la divinità di Cristo e la Trinità per ritornare a un monoteismo finalmente conciliabile con l'ebraismo e l'Islam.
Ripeto: a chi volete darla a bere?
Mentre prima del Vaticano II obiettivo dell'azione politica dei cattolici doveva essere la costruzione del Regno Sociale di Cristo, oggi viene essi ingiunto di partecipare alla costruzione dello stato "laico", considerato buono per definizione anche quando, come nel caso dell'Italia, diviene divorzista e abortista (nessuno dei firmatari democristiani della legge sull'aborto è stato scomunicato, come invece è toccato ai difensori della Tradizione).
E davvero c'è continuità fra l'insegnamento dei "perfidi giudei" e quello dei "fratelli maggiori"?
Insomma con questo articolo date dei deficienti a Mons. Lefèbvre e a tutto il tradizionalismo europeo, che del Vaticano II ha fatto la pietra dello scandalo e l'obiettivo della propria battaglia. Per un settimanale "di destra" non c'è male. Ah, i tempi di Guareschi e di Buscaroli.
Franco Damiani