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Discussione: Veleni laicisti

  1. #241
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    Predefinito Lettera aperta a Cacciari sull'aborto

    Signor sindaco,

    intervistato dal TG1 del 2 gennaio sulla moratoria per l'aborto, Lei ha dichiarato che l'equiparazione tra esso e la pena di morte "è un argomento da fondamentalisti e non ha alcu fondamento né scientifico né etico". Ha aggiunto che al riguardo la dottrina cattolica contempla "il principio del male minore".
    Da buon "fondamentalista", orgoglioso di esserlo, Le do ragione, signor sindaco. Nessuna equiparazione è possibile tra la pena di morte, che è lecita nell'ordine morale anche se non sempre opportuna in quello pratico, e l'aborto, che è sempre assassinio dell'innocente , il più delle volte aggravato dai futili motivi.
    Del pari mi sorprende che Lei, osannato filosofo, dimostri una così marchiana ignoranza della dottrina cattolica. Ammesso e non concesso che viga il principio del "male minore", quale sarebbe, sempre si capisce nell'ordine morale, il "male minore" tra l'omicidio dell'innocente e le motivazioni addotte per giustificarlo?
    In ogni caso tale principio, signor sindaco, è una sua invenzione. La dottrina cattolica insegna che la scelta di fronte a cui può venir messo un individuo non può mai essere tra due mali, che come tali sono da respingere entrambi, ma sempre tra un male e un bene. Bene che in questo caso è la vita dell'innocente, cui tutto deve essere subordinato.
    Le ricordo che un giorno lontano anche Lei fu un embrione. Se il principio del male minore fosse stato applicato nel Suo caso, fosse ci saremmo risparmiati questa insulsa lezioncina.


    Franco Damiani


  2. #242
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    Predefinito Certezze, dubbi e paure

    Mi fan paura le certezze di Ferrara

    http://www.libero-news.it/libero/LF_showArticle.jsp?edition=&topic=4896&idarticle=9 2898001

    di Antonio Martino

    Vorrei dire la mia sul tema che ha ispirato l'interessante dibattito fra Antonio Socci e Oscar Giannino, ospitato ieri da Libero. La mia opinione sul tema dell'aborto è che si tratti di una pratica riprovevole; sono altresì convinto che sia legittima la differenza di opinioni sul momento in cui la vita umana ha inizio. Ci sono molti convinti che cominci solo dopo il parto, quando il neonato esce dal corpo della madre e diventa un essere umano autonomo; per altri, invece, incomincia fin dal concepimento; moltissimi, infine, propendono per una via di mezzo: dopo il concepimento ma prima della nascita. Che la questione sia controversa lo illustra una sentenza emessa da un giudice della Florida alcuni anni orsono. Nel corso di una rapina lo sparo di un malvivente colpì una donna incinta; la donna si salvò ma il feto morì. Il criminale venne condannato per omicidio. continua...



    Mi fanno paura i dubbi di Martino

    Antonio Martino scrive su "Libero" del 27 febbraio l'articolo "Mi fanno paura le certezze di Ferrara".
    Concetto.chiave: poichè non tutti sono d'accordo che la vita cominci con il concepimento e che quindi l'a borto sia un omicidio, lo Stato deve legiferare in maniera neutrale, non potendo vietare l'aborto stesso.
    Piccola domanda: anche sul fatto che rubare sia male non tutti sono d'accordo, tanto è vero che molti rubano; anche sul fatto che drogarsi sia male non tutti sono d'ccordo, tanto è vero che tanti si drogano; anche sul fatto che deturpare l'ambiente sia male non tutti sono d'accordo, tanto è vero che molti lo deturpano. Anche in questi casi Martino ritiene che lo Stato, per non far torto a nessuno, non dovrebbe legiferare?
    Personalmente, più che le "certezze apodittiche" di Ferrara, mi fanno paura proprio i "dubbi" di Martino (si sa che i teorici del "dubbio sistematico" non dubitano affatto che...si debba dubitare di tutto) . Un bambino quindi vivrà se avrà la fortuna di nascere in una famiglia che ritiene l'aborto un omicidio, mentre sarà ucciso se avrà la sfortuna di nascere in una famiglia che non lo ritiene tale? Ma può uno Stato affidare la vita e la morte al caso, al parere dei singoli? Martino, eccellente giurista, sa benissimo che, se c'è un minimo dubbio sulla colpevolezza di un imputato, la civiltà giuridica impone che egli sia assolto. Orbene, in questo caso non stiamo parlando di un presunto assassino ma della creatura innocente per antonomasia, ossia il bambino non ancor nato. Il pregiudizio a favore della vita non dovrebbe forse valere mille volte di più?
    Lasciamo pure stare la considerazione che anche Martino a suo tempo fu un embrione e che se i suoi genitori avessero applicato i suoi brillanti criteri egli ora non sarebbe qui a impartirci lezioni di "dubbio laico".: Voglio invece prendermela con l'ormai frusta celebrazione del "dubbio laico" facendo a Martino una precisa domanda. Se c'è un campo dove questo "dubbio laico" dovrebbe regnare è quello laicissimo della storiografia. Orbene, è egli pronto a battersi con tutte le sue forze per l'abrogazione delle leggi che in tutti i maggiori paesi del "libero Occidente" impediscono la libera ricerca sull'Olocausto e condannano i liberi ricercatori anticonformisti al carcere, all'esilio o alla morte civile? Anche l'Olocausto è un tema su cui non tutti sono d'accordo: perché allora gli Stati legiferano imponendo a tutti una versione (guarda caso, quella gradita agli ebrei) di una vicenda tanto importante, complessa e delicata? Il fatto che egli faccia parte dello stesso partito che candida Fiamma Nirenstein mi lascia ahimè alquanto sfiduciato al riguardo.


    Franco Damiani

  3. #243
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    Predefinito

    perché l'uomo esiste? Perché è destinato all'eternità?
    Per necessità, perchè in quanto essente si oppone stabilmente al nulla: il senso della necessità dell'esistenza sta nella logica stessa

    PS: Severino nn è un laicista, è uno dei pochi filosofi nn cattolici che riconosce l'importanza della chiesa

  4. #244
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    Predefinito Nuovo "codice etico" per insegnanti

    Leggo del primo "codice etico per insegnanti" varato a Padova da "un gruppo di lavoro formato da tecnici dell'Usp, della Direzione regionale, dell'Università, da rappresentanti delle categorie imprenditoriali e da alcuni docenti e presidi".
    "Vietato discriminare", è il titolo in proposito del "Mattino di Padova" del 29 aprile, con il sommario "Presidi e professori devono avere solidi principi": più sotto si spiega che i docenti "dovranno evitare ogni forma di discriminazione per razza, sesso, credo politico o religioso, provenienza culturale, condizioni sociali e culturali, orientamento sessuale e diversa abilità".
    "La libertà d'insegnamento non può più essere invocata per insegnare cose che non stanno né in cielo né in terra - ha detto Luigi Calcerano del MPI - Ormai la ricreazione nel mondo della scuola è finita da un pezzo. Ogni docente e ogni preside devono saper fare fino in fondo il proprio mestiere in base ai principi etici e morali elementari, riconosciuti in base al nuovo modello bipartisan applicato dagli addetti ai lavori".
    Chissà quale sarà mai questo "nuovo modello bipartisan" (?) di "principi etici e morali" che, come "addetto ai lavori", dovrei "applicare". E chissà quali saranno "le cose che non stanno né in cielo né in terra" per insegnare le quali non potrei invocare la libertà d'insegnamento. Purtroppo, ammaestrato dall'esperienza, in proposito ho una mia idea. Si converrà peraltro che le indicazioni in merito non sono molto chiare e che questo apre inquietanti spazi di arbitrio.
    Per quanto riguarda le "discriminazioni", la lotta alle quali, a quanto par di capire, di tale "codice" dovrebbe essere l'asse portante, qualche interrogativo è pure lecito. "Discriminazione" significa semplicemente "distinzione". Potrò ancora insegnare, per esempio, che Dante mette all'Inferno Anna e Caifa o questo sarà considerato "discriminante" verso gli eventuali alunni di religione ebraica (idem dicasi ovviamente per Maometto e i musulmani)? Potrò dire che è stato un bene che a Lepanto abbiano vinto i cristiani? Potrò continuare a far allestire a Natale il presepio ai miei alunni o questo sarà considerato "discriminante" verso tutti i non cristiani? Potrò dire che l'Italia è stata maestra di civiltà nel Rinascimento o questo sarà considerato "discriminante" verso tutti gli altri popoli? Potrò dire che la civiltà classico-cristiana europea è stata incomparabilmente superiore, per esempio, a quelle bantù dell'Africa? O che la Chiesa fece bene a condannare al rogo Giordano Bruno? O che la legislazione filogay e antifamiliare grida vendetta al cospetto di Dio?
    In caso contrario a essere "discriminato" sarei io come cattolico, la qual cosa (discriminazione anticattolica) di fatto avviene comunemente in tutte le scuole della penisola e delle isole senza che alcun "codice etico" intervenga a impedirlo. E' "discriminazione", per esempio, che un insegnante dichiaratamente marxista dica ai suoi allievi, riferendosi al Crocifisso: "Che aspettate a togliere dalla parte quel cadaverino"? Nel caso potrei fornire agli estensori del "codice" nome, cognome e istituto di servizio di quel docente. E' discriminante" o no che un'insegnante di scienze descriva per filo e per segno l'atto sessuale e il "piacere" che esso procura ad alunni di seconda media? Eppure anche questo avviene credo nella stragrande maggioranza delle scuole. Non parliamo della "propaganda anticoncezionale" che si svolge nelle scuole sotto le mentite spoglie di "educazione sessuale" o della "propaganda espiantista" spacciata per "educazione alla donazione" di organi. In tali ultimi casi, peraltro, l'insegnante viene cortesemente invitato ad allontanarsi: non è questa "discriminazione" ai suoi danni?
    In ogni caso il sottoscritto, già sottoposto come tutti suoi colleghi al codice civile e penale, alla Costituzione, al contratto di lavoro e ai regolamenti d'stituto, oltre che naturalmente alla propria moralità personale che nel mio caso s'identifica con il Decalogo, non sentiva alcun bisogno di un ulteriore "codice" che gli pare il trionfo dell'ovvio e del politicamente corretto e che soprattutto nulla dice sulla preparazione professionale e culturale del docente, che dovrebbe essere il principale metro di giudizio sul suo conto e in assenza della quale a nulla servono tutti i proclami "antidiscriminazione". In particolare sarei curioso di sapere chi misurerà, e in base a quali criteri, la "solidità" dei nostri principi e perché mai sulla moralità degli insegnanti debbano avere voce in capitolo i "rappresentanti delle categorie imprenditoriali", i quali, per quanto riguarda la moralità, ben potrebbero pensare alla loro.


    Franco Damiani
    docente di lettere presso il liceo scientifico "Newton" di Camposampiero (PD)

  5. #245
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    Predefinito Teolo (PD): la preside vieta agli alunni la preghiera

    Teolo Preghiera vietata agli alunni La direttrice dal sindaco
    Teolo (Ri.Ba.) Non nominare il nome di Dio invano. Ma a Teolo è meglio fare attenzione anche a quando lo si utilizza per pregare. La vicenda risale a sabato 9 maggio quando, nel corso della Festa dello Sport in piazza Mercato, sono sfilati davanti ai ragazzi dell'Istituto comprensivo di Teolo i mezzi della protezione civile. L'incidente "diplomatico" è accaduto quando il parroco di Bresseo don Claudio Savoldo ha chiesto qualche istante di raccoglimento prima di benedire i nuovi mezzi della Protezione Civile. Un rituale che si ripete identico in tutti i Comuni d'Italia, a cui segue poi la preghiera collettiva di tutti i presenti per chiedere a Dio una speciale "protezione" per tutte quelle persone che, esattamente come i volontari della protezione civile, quotidianamente si adoperano per aiutare gli altri. È stato a quel punto che Antonietta Marescotti, la dirigente scolastica dell'Istituto, ha preso la parola per dire: «I ragazzi non devono pregare, se volete fatelo voi, non mettetemi in difficoltà». Laica scuola in laico stato, certo, ma va da sé che dopo questa affermazione il resto della cerimonia si è svolta in un comprensibile imbarazzo. Don Savoldo ha continuato imperterrito a celebrare come nulla fosse accaduto, quasi a cercare di minimizzare il fatto. Ma la cosa non è passata inosservata e pochi giorni fa è approdata tra i banchi del consiglio comunale sotto forma di interrogazione. «Già lunedì sentirò la dottoressa Marescotti - ha spiegato il sindaco Lino Ravazzolo - per ascoltare la sua versione dei fatti. Non riesco a capire il perché di questo gesto visto che la dirigente non ha mai creato problemi in questo senso. Se fosse confermata la versione dei fatti che da più parti mi è stata riportata resterei veramente di stucco. Si trattava di una manifestazione in piazza, di una festa dello sport, non capisco proprio il senso di quel comportamento».

    http://www.gazzettino.it/VisualizzaA...-5-25&Pagina=9


  6. #246
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    Predefinito Villaggio-Galileo

    Paolo Villaggio, ospite di Gigi Marzullo su Raiuno il 15 agosto a tarda notte, presenta il suo ultimo libro (!) intitolato (nientemeno) "Storia della libertà di pensiero" : parla, l'ex Fantozzi, di Socrate, di Gesù (presentato come un martire della libertà di pensiero!), e poi, naturalmente, degl immancabilii Giordano Bruno e Galileo.
    "Il più patetico - dice di quest'ultimo - perché fu costretto a ritrattare le sue scoperte e a dichiarare CHE LA TERRA E' PIATTA COME UNA FRITTATA DI CIPOLLA". Nessuna correzione in studio, men che meno, ovviamente, da parte del conduttore.
    Quindi un ex divo della TV e del cinema, improvvisatosi scrittore, ritiene e dichiara nell'anno di grazia 2008 alla TV pubblica, non smentito da nessuno, che la Chiesa del Seicento sosteneva che la Terra è piatta (e Cristoforo Colombo, allora? E la raya di Alessandro VI? - almeno di questo dovrebbero essere al corrente pure i più sprovveduti telespettatori - . Per non parlare del "De revolutionibus" del prete polacco Nicolò Copernico, pubblicato nel 1453 con imprimatur papale) e che essa costrinse il maggiore scienziato dell'epoca a sostenere, pena la vita, questa ridicola tesi..
    Da qui a ritenere, e magari a scrivere, che Galileo sis stato arso vivo sul rogo (come pare creda la stragrande maggioranza degli studenti europei) il passo è breve (perché quindi meravigliarsi dell'ignoranza degli studenti se questi sono i maitres penser?). Giacché una volta data la stura alle menzogne (sempre ovviamente anticattoliche), dove fermarsi? In realtà ogni persona di media cultura dovrebbe sapere che la nozione della sfericità della terra era di dominio comune già al tempo di Aristarco di Samo (IV-III secolo a.C.) e che nel XVII secolo si discuteva invece del sistema tolemaico e di quello copernicano (che al tempo di Galileo avevano le stesse probabilità di essere veri (1), ossia della rotazione della Terra intorno al Sole o viceversa:
    Un' ultima osservazione: ovviamente non comprerò il libro, ma scommetterei la testa che di Robert Faurisson, Jurgen Graf, Ernst Zundel, Germar Rudolf, Renè-Louis Berclaz, Gerd Honsik e degli altri autentici martiri contemporanei della libertà di pensiero, cioè dei revisionisti olocaustici, nel libro non c'è neanche il nome.


    Franco Damiani

    (1) anzi, se ne discute ancora oggi, cfr. Alfonso Marzocco "Galileo aveva torto" (http://www.effedieffe.com/content/view/3253/171/). Già quasi vent'anni hanno poi gli illuminanti articoli sulla questione galileiana di Vittorio Messori, oggi raccolti nel volume "Pensare la storia". (Ed. Paoline, 1992), che spiegavano come la condanna fosse stata in sintonia con il più rigoroso metodo scientifico (il pisano portava una sola prova, ed era sbagliata), Ma già Arthur Koestler nei "Sonnambuli" aveva scoperto che "Galileo non fu condannato come sostenitore del sistema copernicano (eliocentrico) contro quello tolemaico (geocentrico), anzi «i gesuiti stessi [di allora, circa 1615] erano più copernicani di Galileo, ed oggi si riconosce che se l'astronomia cinese avanzò più rapidamente di quella europea, ciò si deve al fatto che i missionari gesuiti insegnarono (ai sapienti cinesi) la visione copernicana». E lo studioso Paul Karl Feyerabend ha affermato che "il processo a Galileo fu ragionevole e giusto". Mentre Anna Foa (ebrea non convertita) ha scritto un libro per dimostrare che fu equo e giusto il processo a Giordano Bruno, parere condiviso dal noto integralista cattolico Paolo Mieli.

  7. #247
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    Salve a tutti, mi sono iscritto a questo forum proprio dopo aver visto questo 3d, io sono un sostenitore della laicità e mi farebbe molto piacere poter discutere con voi sugli argomenti di cui avete parlato qua; chiaramente a me fanno "sobbalzare" i commenti agli articoli e non gli articoli stessi . Vorrei cominciare subito con la questione aborto:

    citazione:
    "Piccola domanda: anche sul fatto che rubare sia male non tutti sono d'accordo, tanto è vero che molti rubano; anche sul fatto che drogarsi sia male non tutti sono d'ccordo, tanto è vero che tanti si drogano; anche sul fatto che deturpare l'ambiente sia male non tutti sono d'accordo, tanto è vero che molti lo deturpano. Anche in questi casi Martino ritiene che lo Stato, per non far torto a nessuno, non dovrebbe legiferare?"

    Questo esempio mi pare poco appropriato, infatti anche se non tutti sono daccordo sul rubare, drogarsi o imbrattare un muro, i fatti sono poco opinabili, un portafoglio rubato è un danno ad una persona, una bottiglia lanciata in terra è un danno all'ambiente; interrompere una gravidanza che cos'è? La risposta dipende invariabilmente dalla definizione del soggetto in causa, cioè l'embrione, se lo si considera un individuo allora l'aborto è omicidio, ma non tutti lo vedono così, e la definizione è talmente sfuggente che lo Stato non può imporre una certa definizione di embrione, perché non è possibile tracciare precisamente il momento in cui inizia la vita; se una persona considera l'embrione solo una cellula che si riproduce molto velocemente si può parlare di omicidio? Come può lo Stato propendere per l'una o l'altra versione in modo aconfessionale?

    citazione:
    "Nessuna equiparazione è possibile tra la pena di morte, che è lecita nell'ordine morale anche se non sempre opportuna in quello pratico..."

    Ecco questa è una cosa che fa sobbalzare me, mi farebbe piacere sapere perché la pena di morte è lecita nell'ordine morale (cattolico eh), cioè in base a quale criterio si può stabilire che una persona merita la morte. Grazie a tutti.

  8. #248
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    Riguardo la pena di morte (solo per farti capire la nostra posizione), ti posto quello il breve scritto di uno di noi moderatori, pubblicato su una rivista universitaria.

    Viviamo in un’epoca strana e un po’ bislacca, in cui tutto ciò che è naturale, giusto, ordinario, ragionevole, facilmente percepibile, viene misconosciuto, deriso, squalificato, messo alla berlina.
    Anche la pena di morte, parte integrante della civiltà giuridica europea, subisce questa temporanea eclissi della ragione: intellettuali impegnati a…distruggere , politicanti alla ricerca di consenso, docenti colti dalla prurigine delle novità (penso ad esempio alla giurisprudenza affabulatoria di Federico Stella nel nostro Ateneo), ragazzini dalle idee confuse, preti che ha barattato il Vangelo con pietismi sociologici, tutti stanno a gridare e a sbracciarsi contro la pena di morte.
    Eppure la nostra gente, l’anima profonda del nostro popolo, anche se martellata dalla propaganda abolizionista, sa bene che la pena di morte può e alcuni casi DEVE essere la punizione adeguata per certi reati, o particolarmente odiosi e brutali, o tali da mettere in pericolo la tranquillità e l’ordine sociale.
    Chi scrive non pensa che la pena di morte sia utilitaristicamente solo un fattore di deterrenza: gli studi di Isaac Ehrlich e di Ernst Van den Haag hanno comunque dimostrato, anche statisticamente, il forte impatto dissuasivo della pena capitale, piuttosto che dell’ergastolo, sulle comunità criminali.
    Una comunità, una società di cittadini, uno stato, come persona giuridica perfetta depositaria e custode della forza e del diritto, esercitando il dovere di difendersi e i propri membri anche attraverso la pena di morte, riafferma il supremo valore della convivenza umana, negato dall’atto del criminale, ridona fiducia ai cittadini, dissuade i buoni dal farsi giustizia da soli, riconosce anche assiologicamente il supremo valore della libertà e della dignità umana che è essenzialmente responsabilità (nel reo in questo caso).
    L’elemento rieducativo della pena (che è, ed è bene ricordarlo, CASTIGO per essenza, rieducazione per accidens) non è negato nemmeno dalla pena di morte. I rei, posti di fronte al patibolo, sono di fronte al grande mistero della morte (che l’abitudinario e comodo ergastolo nemmeno lontanamente riesce a suscitare). I loro delitti, le loro vittime, li interrogano e li incalzano: spetta alla loro coscienza rispondere in quel momento.
    Il pericolo dell’errore giudiziario (la gran cassa sfondata dell’orchestrina abolizionista) non può inibire l’utilizzo della pena capitale come il pericolo dell’errore non può inibire l’utilizzo della chirurgia in medicina: i giudici giudichino con ponderazione, imparzialità e prudenza (ovviamente nei casi dubbi), prima di sanzionare con una pena tanto grave. E comunque abusum non tollit usum.
    Lo stesso “Non uccidere” biblico va inteso ed è stato sempre inteso come “Non uccidere l’innocente”: non esclude assolutamente quindi l’uccidere un aggressore per legittima difesa, l’uccidere l’avversario nell’esercizio di una guerra giusta, l’uccidere un colpevole da parte di una comunità statuale, dopo un adeguato procedimento giudiziario. Quindi la pena di morte non è omicidio ma ristabilimento di un ordine naturale violato.
    Possiamo chiudere con un autorevole: Papa Pio XII, in un’allocuzione del 14 settembre 1952, riconfermando la dottrina e la prassi millenaria della Chiesa cattolica sull’argomento ebbe ad affermare: “E’ riservato al pubblico potere privare il condannato del bene della vita, in espiazione del suo fallo, dopo che col suo crimine, si è SPOGLIATO del diritto alla vita”.

    Piergiorgio Seveso

    ----

    Riguardo l'aborto, che possiamo dirti? Visto che siamo per lo Stato confessionale, le posizioni laiche non ci interessano. Se cerchi in rete, troverai una vasta letteratura specialistica sull'argomento. Avrai comunque capito che riteniamo la discussione piuttosto oziosa: se vuoi discuterne, posta il quesito su "cattolici romani". Credo troverai interlocutori più disponibili. E la stessa LOCUTIO di Papa Pio XII è per noi risolutiva e conclusiva sull'argomento "pena di morte".

  9. #249
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    Citazione Originariamente Scritto da Baginski Visualizza Messaggio
    Salve a tutti, mi sono iscritto a questo forum proprio dopo aver visto questo 3d, io sono un sostenitore della laicità e mi farebbe molto piacere poter discutere con voi sugli argomenti di cui avete parlato qua; chiaramente a me fanno "sobbalzare" i commenti agli articoli e non gli articoli stessi .
    Salve, forse ti potrà essere utile anche la lettura di questo articolo.


    I limiti della vita
    (questo saggio è stato scritto prima della pubblicazione
    dell'enciclica Evangelium vitae e del Catechismo universale della Chiesa Cattolica, N.d.R.)

    Un principio valido per la ragione e per la fede è quello secondo il quale la vita umana, la sopravvivenza biologica non è né potrà mai essere il fine ultimo dell'uomo

    Potrebbe sembrare alquanto strano, se non addirittura contraddittorio, parlare di valori morali limitati, giacché per la loro stessa natura i contenuti delle norme morali comportano una certa quale assolutezza che li esime da qualsivoglia limite. Essi sono sempre e comunque da cercare, da realizzare, da affermare, da difendere. Orbene la limitazione non è da intendersi del valore morale in sé, bensì della sua applicazione universale ai soggetti umani. In altre parole, sosteniamo che il diritto alla vita non compete all'uomo in virtù del suo essere umano fisicamente considerato, bensì tramite il suo essere ben più profondo e ben più specificamente umano ch'è quello morale. Il diritto alla vita rimane un valore imprescindibile ed assoluto, ma non tutti gli esseri umani hanno sempre e comunque diritto alla vita, si danno dei casi nei quali il diritto può essere perso e di fatto è perso. Là dove tale diritto vige, esso va osservato scrupolosamente come valore morale e per conseguenza come bene assoluto, ma l'estensione di tale diritto ammette eccezioni e, in questo senso, limitazioni. Se infatti l'uomo possedesse il diritto alla vita come possiede la vita stessa, ovvero fisicamente, allora sì che chiunque ha la vita non potrebbe mai esserne lecitamente privato. In tal caso i soggetti dotati del diritto suddetto sarebbero esattamente tanti quanti sono ì soggetti fisicamente viventi di vita umana. Senonché il diritto alla vita, essendo valore morale e non fisico, non si può legittimamente confondere con la vita stessa che invece, lungi dall'essere un valore morale, non è altro che un bene prettamente ed esclusivamente fisico.

    Vi è, nel mondo cattolico e fuori dì esso, chi tende a minimizzare questioni come la liceità della pena di morte o quella della guerra giusta. Contro le inequivocabili prese di posizione del Magistero ecclesiale (DS 795) si suole controbattere che si tratta di verità suscettibili di cangiamento con lo sviluppo della civiltà da costumi più selvaggi e rozzi a leggi di convivenza più umana e raffinata. Si tratterebbe in fondo di questioni del tutto secondarie in quella che di solito si chiama "gerarchia delle verità". Ora, a parte la predilezione, tipicamente modernistica, di quelli tra i figli della Chiesa, che non sono dei più fedeli ed esemplari, a datare ogni pronunciamento magisteriale e a maneggiare la scala delle verità con una disinvoltura che minaccia di trasformarla piuttosto in una graduatoria di bugie sottilmente sfumate, rimane il fatto che nelle soluzioni contrapposte del problema dell'universalità o meno del diritto alla vita si celano due concezioni di etica e di dottrina morale fondamentalmente e radicalmente opposte. Non si tratta di quisquilie modificabili a piacimento, ma di contenuti della legge morale naturale dei quali o si riconosce la portata metafisica, superiore alla fisicità dei fatti biologici e quindi la specificità morale o lì si riduce alla fenomenicità materiale dello stesso dato fisico con conseguenze disastrose per le sorti della moralità ut sic. Basta pensare alla mentalità corrente che scagiona impudentemente l'aborto, mentre con lo stesso fiato denuncia la ferocia barbarica della pena capitale. Ebbene la differenza è proprio qui: tra chi ritiene che il criterio decisivo stia nella linea di demarcazione tra innocente e reo (realtà morali metafisicamente e obiettivamente fondate) e chi invece riduce tutto alla sola diversità, del tutto soggettiva, fenomenica, materialisticamente fisicistica, di un organismo più o meno sviluppato e capace di sopravvivenza autonoma. Vogliamo dire che si tratta di cose serie che implicano al di là dei temi particolari la base stessa della moralità e ribadiamo altresì che in questa materia il magistero della Chiesa non può ammettere arbitrari mutamenti, pena il decadimento totale della stima dì cui esso gode negli stessi tempi nostri. Infatti, se qualche Papa medievale ha sbagliato in una materia così gravosa nel contesto di una solenne dichiarazione, non sì vede perché non potrebbe sbagliare anche il magistero attuale e, se si dice, assai modernisticamente, che l'attualità è comunque un innegabile vantaggio, non si sfugge alla domanda della "durata" di quella effimera attualità (1 anno, 10 anni, 100 anni per i "dogmi" più robusti?). Siamo nel ridicolo. Infine ci sia permesso di premettere che, certo, de gustibus non est disputandum, ma che ciononostante troviamo perlomeno sconcertante quella concezione del progresso che si limita ai soli fatti di civiltà ignorando ottusamente quelli della cultura veramente degna di tal nome - che i chirurghi moderni ammazzano i feti con bisturi sofisticatissimi, mentre il boia medievale mozzava le teste ai delinquenti con scuri rozze segna un innegabile miglioramento dal punto di vista tecnico, ma, per anime che non hanno ancora del tutto perso il senso della moralità, ciò significa un altrettanto innegabile decadimento dal punto di vista umano, perché, se al reo la testa può essere anche talvolta de iure tagliata, non vi è nessuna legittimazione per il massacro di soggetti moralmente e per conseguenza anche giuridicamente del tutto innocenti.

    E' nella natura stessa del tema trattato e dei tempi che corrono che con questa presa di posizione non guadagneremo un gran che di simpatie, ma tutto ciò non sarà doloroso più di tanto se avremo la consolazione di rendere qualche modesto, eppure sincero, servizio alla verità conculcata da quell'egoismo di massa che fin troppo facilmente si affermò come una moda pseudointellettuale perfettamente proporzionata all'edonismo dell'ambiente in cui è nato. Rimane comunque una vera curiosità la facilità con cui accuse di arretratezza culturale, bieco fanatismo, sanguinaria crudeltà ecc., vengono lanciate da una sponda che peraltro si propone come modello di tolleranza, pluralismo, dialogo civile e rispettoso delle opinioni altrui ecc. Sarà forse che i temi della vita tagliano nel vivo di un qualcosa che è superiore persino alla vita stessa e ciò anche là dove non se ne ha la piena coscienza.

    Un principio di base valido parimenti per la ragione umana e la fede cristiana è quello secondo il quale la vita umana, la sopravvivenza biologica, fisica, non è né mai potrà essere il fine ultimo dell'uomo, né un qualcosa di essenzialmente legato alla realizzazione del fine ultimo suddetto. Cambiare le carte in tavola su questo punto vitale significa trasformare il cristianesimo in un'ideologia formalmente materialistica e implicitamente atea. Non è forse la principale intenzione della religio christiana quella di distogliere la mente umana dalle cose mondane per rivolgerla al mondo trascendente, al mondo dell'al di là, al mondo "a venire"? Ma anche la stessa ragione umana ci persuade che il nostro corpo con tutti i suoi beni compreso quello supremo (sul piano fisico) della vita, è mezzo e non fine. "E' cosa impossibile che di ciò che si ordina ad un altro come al suo fine l'ultimo fine sia la conservazione nell'essere" [San Tommaso, S. Th. 1-11, 2, 5 c.]. Di fatto, è qui il nerbo della questione: mentre il pensiero classico vede nell'uomo umilmente una creatura che trova il suo ultimo fine all'infuori di sé, la sovversione neoterica pone surrettiziamente il fine ultimo dell'uomo nell'uomo stesso divinizzandolo gnosticamente e dichiarandolo in seguito "dio fallito" in modo tale da ripercorrere le strade di quello spirito che da presuntuoso nel voler essere come Dio si fece disperato e triste nel non poter essere come Dio. Siamo dinanzi ad un quesito che può trovare una soluzione solo al di là dell'antropologia, nella metafisica e nella religione rivelata. O l'uomo è fine a se stesso e allora la sua vita è il bene supremo e assoluto e la morte è la sciagura definitiva, il naufragio, la caduta degli dèi, oppure l'uomo non ha l'ultimo senso nella sua sopravvivenza terrena, perché non l'ha nemmeno in se stesso, ma solo al di sopra di se stesso in Dio. E allora tutto cambia, perché il vivere sarà Cristo e il morire un guadagno (cf. Fil 1, 21), saranno da temere non gli uccisori del corpo, ma il giudice dell'anima (cf. Mt 10, 28 e par.), l'amore supremo sarà dare la vita per gli amici (cf. Gv 15, 13).

    Orbene, se ragionevolmente e cristianamente si ritiene che la vita sia un mezzo e non un fine, il suo possesso sarà un bene utile e non un bene onesto o morale. Sarà al contrario un bene morale onesto ed assoluto il dovere di rispettare la vita in chi ha diritto alla vita, ma non chiunque dì fatto (fisicamente) possiede la vita avrà anche diritto a possederla indipendentemente dalla sua qualità morale. In particolare la natura stessa della società postula che l'uomo assuma un duplice rapporto verso di essa. Uno di sottomissione in quanto la parte è organicamente subordinata al tutto. Non c'è dubbio che questo aspetto tocca l'uomo nei suoi beni fisici ed utili nell'àmbito dei quali il bene comune supera il bene privato. Dato che la vita costituisce un bene fisico, supremo sì nell'ambito dei beni fisici, ma sempre e solo fisico, la vita umana dovrà essere arrischiata là dove lo richiede il bene della società (ad esempio nella difesa della patria) o anche tolta per sentenza giudiziaria (ad esempio applicando la pena capitale là dove la vita associata non potrebbe svolgersi serenamente lasciando sopravvivere il delinquente). L'altro è il rapporto di subordinazione della società all'uomo che riguarda l'essere umano non nei suoi beni fisici, ma solo in quei beni che lo costituiscono in quanto è uomo ovvero nei beni onesti e morali. La virtù dei cittadini e il conseguimento del loro fine ultimo costituiscono il fine stesso della società. Quest'ultima ha dunque un duplice bene comune - uno immanente che è quello della pacifica convivenza dei cittadini, l'altro trascendente che è il bene morale di ogni cittadino in particolare. In tal modo, se la sopravvivenza fisica del delinquente comporta un prossimo pericolo per la sopravvivenza degli onesti cittadini, lo Stato commette un'ingiustizia lasciando sopravvivere il delinquente pericoloso per la società stessa perché potenziale aggressore al bene morale della sopravvivenza degli innocenti che hanno, questi sì, il diritto imprescindibile alla vita, diritto che la comunità politica deve comunque tutelare. Similmente, se una comunità politica aggredisce l'indipendenza e la sovranità di un'altra, quest'ultima non solo ha il diritto, ma ha altresì il preciso dovere di difendersi, perché la sua difesa non concerne qualche diritto individuale al quale si potrebbe anche lodevolmente rinunciare, ma il diritto dì tutti gli associati che è amministrato ma non posseduto dai governanti. E se il Vangelo ci insegna a porgere l'altra guancia a chi ci percuote (cf. Mt 5, 39), è nella natura stessa della cosa che chi compie quel nobile gesto si premuri di rinunciare ai diritti suoi propri, ma non certo a quelli altrui, che badi, in breve, a porgere la guancia sua e non quella del suo prossimo.

    Se la comunità politica può sopprimere la vita di un delinquente privato anche dopo la cessazione dell'atto di aggressione perché la stessa sopravvivenza del criminale costituisce pericolo prossimo per quella dei cittadini onesti (basta pensare a ricatti terroristici, noti a tutti, intenti a costringere le autorità a rilasciare elementi rinchiusi nelle carceri, caso in cui la pena detentiva risulta manifestamente insufficiente, per non parlare dei boss mafiosi che dal carcere ordinano rinnovate stragi, o agli ergastolani "plurimi" che si prestano come killers, perché un ergastolo in più o in meno non fa un gran che di differenza), nel caso di aggressione dalla parte di un'altra nazione sovrana ci si dovrà attenere al principio della difesa commisurata al moderamen inculpatae tutelae. Ci si può difendere, si, ma moderatamente e badando alla gravità dell'aggressione. E' lecito respingere con violenza giusta la violenza ingiusta (vim vì repellere), ma non sarebbe certo giusto spingere la "difesa" fino all'annientamento spietato dall'avversario. Similmente il diritto dei privati alla legittima difesa vige solo durante l'atto di aggressione, non quando l'aggressore è stato respinto e messo in fuga. Se un privato cittadino continuasse a danneggiare l'aggressore ormai respinto, la sua non sarebbe più difesa, ma vendetta che va lasciata interamente all'autorità giudiziaria che sola può punire senza vendicarsi. In tutti questi casi dell'aggressione ingiusta di un privato contro un altro, di un privato contro la società e di una società contro un'altra vige il principio secondo cui il delinquente, per il fatto stesso di volere commettere il delitto, deliberatamente si priva del diritto alla vita -l'essere morale qualifica l'uomo ben più profondamente del suo essere fisico. Quel fine pensatore al trono di San Pietro che fu l'indimenticabile Pontefice di venerata memoria Pio XII disse in uno dei suoi discorsi: "Anche laddove si tratta dell'esecuzione di un condannato a morte lo Stato non dispone del diritto dell'individuo alla vita. Resta riservato in tal caso all'autorità pubblica il potere di privare il condannato del bene della vita in espiazione della sua colpa dopo che egli, per il suo delitto, si è già privato del suo diritto alla vita" (AAS, 1952, pp. 779 ss... - la traduzione è nostra). Checché ne dicano i neoterici della crudeltà della pena di morte e addirittura della sua contrarietà al cristianesimo, ogni buon cattolico si sentirà in compagnia assai rassicurante accanto a quel grande Papa del nostro tempo. Dato comunque che la vita dell'aggredito e quella dell'aggressore, considerati entrambi come persone private, è in astratto "alla pari", solo nell'atto concreto dell'aggressione sorge una disparità a favore dell'aggredito così che questo si può difendere durante l'attuale svolgimento dell'aggressione senza cercare l'uccisione dell'avversario, eppure arrivando persino ad ucciderlo di fatto. E' chiaro che non è lecito uccidere per difendersi in un modo per così dire "preventivo", caso in cui la pretesa difesa sarebbe slegata da ciò da cui ci si difende perdendo così il suo carattere e di legittimità e di dìfesa.

    Per quanto concerne la pena di morte si è sempre avanzata l'obiezione fideistica di privare il prossimo del suo diritto alla salvezza. Ora non è bene capovolgere le parti - ognuno può pentirsi in ogni momento, ché Dio gliene dà la grazia sufficiente, se dunque non si pente, la colpa è interamente sua. Inoltre ciò che è buono nell'ordine più fondamentale della natura non è tolto in quello, sebbene più sublime, della grazia, dimodoché, se la pena capitale è legittima iure naturali, lo è anche iure divino positivo. E' bene notare che chi non si converte in articulo mortis è difficile che si converta in tutto il resto della sua vita. Viceversa per chi si converte in un frangente così critico, il suo atto di sottomissione alla pena giusta acquista un valore espiatorio e meritorio che altrimenti non avrebbe.

    Abbiamo accennato al diritto della società a difendersi sacrificando il bene utile minore del privato offensore. Vi è anche l'argomento, non trascurabile, del carattere dissuasivo della pena capitale. Ci limitiamo solo a rimandare, al di là delle statistiche che dicono poco o nulla, ad un argomento essenziale sviluppato da Romano Amerio nel suo profondo libro intitolato Iota unum (Milano-Napoli [Riccardo Ricciardi] 1985) -la testimonianza all'efficacia della pena di morte la danno gli stessi criminali che spesso stringono tra loro patti di morte per realizzare i loro loschi fini e ottenere la doverosa omertà dalla parte di presunti "traditori". Sarebbe, sì, bello se lo Stato potesse fare sempre a meno di questa dolorosa ed ultima ratio, ma bisognerebbe che i criminali per primi abrogassero siffatta pena. Un'ultima considerazione riguarda la natura della pena e tramite essa il lato soggettivo dell'atto umano e la stessa dignità della persona umana. Tutti sono giustamente d'accordo che l'atto umano può subire e di fatto subisce degli influssi che ne attenuano la responsabilità o addirittura la tolgono di mezzo, ma voler sostituire al peccato la malattia e alla morale la psichiatria è solo una delle tipiche perversioni dei nostri tempi. In fondo un delinquente onestamente pentito sente per primo il desiderio di espiazione adeguata e si considera giustamente leso nella sua dignità umana, se non gli si consente di riparare a dovere. Essere peccatori è cosa infinitamente più grave che essere pazzi, ma poter peccare è infinitamente più dignitoso che vedersi riconosciuto solo il diritto alla devianza mentale (per giunta anche quella parificata de facto con la normalità tramite l'abolizione dei manicomi Come Beccaria, anche San Tommaso insegna che la pena dev'essere medicinale e non vendicativa, eppure la differenza tra i due pensatori sta nell'ampiezza della visione del bene offeso da medicare. Non c'è solo il benessere fisico dell'offendente da curare, ma il benessere della società, la maestà divina lesa dal peccato e, anzitutto, le stesse leggi dell'essere trasgredite, quelle leggi che Dio stesso non produce, ma è, poiché, essendo la pienezza dì Essere, Dio si costituisce come la legge morale eterna. La pena ha una dimensione metafisica che si proporziona alla dimensione metafisica della colpa, la quale a sua volta rivela che l'uomo non è un essere esclusivamente fisico, fatto per sopravvivere, ma un essere morale segnato da un destino che si compie solo nell'eternità.

    Tutto sommato ci permettiamo di affermare che, se l'umanità tornasse, se non all'evangelico "grano caduto in terra", almeno al pagano "turpissimum atque vilissimum est propter vitam vivendi perdere causas", si limiterebbero forse i tanto conclamati diritti umani, ma si risolleverebbe infinitamente la stima dovuta alla dignità dell'uomo la cui vita non finisce, ma si trasforma con la sua morte fisica.

    P. Thomas M. Tyn O.P.

    Fonte: http://www.totustuus.biz/users/tyn/tyn02.htm

  10. #250
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    Citazione Originariamente Scritto da Baginski Visualizza Messaggio
    Vorrei cominciare subito con la questione aborto:

    La risposta dipende invariabilmente dalla definizione del soggetto in causa, cioè l'embrione, se lo si considera un individuo allora l'aborto è omicidio, ma non tutti lo vedono così, e la definizione è talmente sfuggente che lo Stato non può imporre una certa definizione di embrione, perché non è possibile tracciare precisamente il momento in cui inizia la vita; se una persona considera l'embrione solo una cellula che si riproduce molto velocemente si può parlare di omicidio? Come può lo Stato propendere per l'una o l'altra versione in modo aconfessionale?


    Questo è un bambino di tre mesi. Ti pare sia "solo" una "cellula che si riproduce velocemente"?

 

 
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