Egregio direttore,
scrive il signor Giuseppe Diotto nella lettera "Le sorprese del matrimonio" ("Libero" del 14 aprile) che "uno studio della Michigan State University ha sentenziato che il matrimonio non garantisce felicità, chi era felice prima lo sarà anche dopo e chi non lo era prima non lo sarà neanche dopo. Insomma il grado di felicità del singolo è il termometro che segnerà la riuscita o il fallimento della vita matrimoniale".
Che misera concezione. Il matrimonio crea una realtà superiore alle due persone che lo contraggono, il cui "termometro" non è "la felicità del singolo", variabile estremamente incerta e sfuggente, ma il raggiungimento del fine per cui la famiglia nasce: la procreazione e l'educazione dei figli. Per quanto riguarda il "chi era felice lo sarà anche dopo" e viceversa, si vede che chi ha condotto questa ricerca non è sposato o ha un matrimonio infelice: per il sottoscritto il matrimonio è stata la scelta fondamentale della vita, che gli ha fatto capire che il senso di essa non si trova nel perseguire la propria felicità, ma casomai quella del coniuge. Anzi, diciamo meglio: il "bene" dell'altro, che è un concetto più alta dell'adolescenziale "felicità". Infine le "fondamenta" del matrimonio non sono nel melenso "rispetto reciproco", che si può nutrire anche per un estraneo, ma nell'amore soprannaturale che consente, con l'aiuto di Dio, di superare le difficoltà derivanti dalla fragilità umana.
Franco Damiani
Venezia-Mestre




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