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Risultati da 101 a 110 di 257

Discussione: Veleni laicisti

  1. #101
    scemo del villaggio
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    Predefinito Lettera al "Corriere del Veneto" su pillola del giorno dopo e obiezione di coscienza

    Caro direttore,

    il signor Giovanni Gallo, consigliere regionale DS ed "esperto di sanità", dichiara che i medici che esercitano obiezione di coscienza nei confronti della "pillola del giorno dopo" sbagliano, in quanto vengono meno a un "obbligo professionale".
    Evidentemente il signor Gallo dimentica che il primo "obbligo professionale" del medico, consacrato nel giuramento di Ippocrate, è agire sempre per la vita e mai contro di essa. Ora, è noto che la cosiddetta "pillola del giorno dopo" è in realtà un vero e proprio abortivo, costituito da una "bomba" di estrogeno che svolge la sua azione distruttiva mediante una triplice azione: antiannidatoria, luteolitica e sulla motilità tubarica.
    Prescrivere tale prodotto, che non è un farmaco, configura da parte del medico collaborazione all'uccisione del feto, comunemente detta aborto: il che è vietato a tutti ma in modo particolare, "sub gravi", cioè sotto pena di scomunica, ai cattolici, per i quali non basta che un atto sia "legale" perché esso sia anche "morale". Il sostenere il contrario comporterebbe per esempio che nella Germania nazionalsocialista i medici avrebbero dovuto collaborare alle pratiche eugenetiche, anch'esse in quell'epoca e in quel paese "legali".
    In tale quadro suonano quindi fine a se stesse le parole del signor Gallo relative alla "rispettabilità" della posizione di quei medici, che nella pratica egli vorrebbe impedire, e in singolare contrasto con le reiterate prese di posizione dei Ds sulla "libertà di coscienza". Del resto per chi non riconosce l'esistenza di Dio e della Sua legge tutto si esaurisce nella legge umana, principio e fine di ogni cosa, incapaci come sono di comprendere l'esistenza di un sistema superiore di valori.

    Franco Damiani
    Villafranca Padovana (PD)

  2. #102
    scemo del villaggio
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    Predefinito Ancora su Norlevo e obiezione di coscienza

    Caro direttore,

    leggo di dubbi e discussioni all'interno della commissione di bioetica sulla questione se la c.d. "pillola del giorno dopo" sia o no un abortivo. Si tratta di una volgare commedia in quanto è ben noto a tutti, nell'ambiente scientifico, che il Norlevo è un abortivo, il cui uso è particolarmente grave perché tende a ottundere la coscienza morale con la scusa che "potrebbe anche non esserci un aborto". Altro che "peccato veniale", come pontifica il medico Pietro Maria Calderino di Crocetta del Montello, confondendo volutamente il Norlevo con u qualsiasi anticoncezionale (ma anche in quel caso tratterebbesi di peccato mortale contro il sesto comandamento): trattasi di omicidio di innocente, il primo dei peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio. Nè il medico può dunque praticarlo, né può collaborarvi in alcun modo, giacchè non è lecito a nessuno (pregasi ripassare un qualsiasi manuale di teologia morale) collaborare al male, come avverrebbe nel caso i medici obiettori aiutassero comunque le donne desiderose di usare la "pillola del giorno dopo" indicando loro un collega disponibile ad assisterle nella bisogna, e neppure assistere passivamente a esso.
    Noto che nel fiorire di "certezze" di ogni tipo, considerate verità intoccabili con conseguente "scomunica" di quanti non si adeguano al pensiero unico, si finge incertezza e si prende tempo su una questione che, al contrario, la morale comune prima ancora di quella cristiana ha definito da tempo, e che il card. Tonini è definito portatore di una visione "personale" anziché, come è, dell'immutabile e solenne giudizio di Santa Madre Chiesa.
    Quali "prove", domando al dott. Federspil, sono necessarie per definire abortivo il Norlevo? A meno che egli non sia un ignorante, non può non sapere che tale prodotto ha una triplice azione abortiva: antiannidatoria (alterazioni endometriali), luteolitica (carenza di progesterone) e sulla otilità tubarica (Bellone Bruni "Ginecologia dell'infanzia e dell'adolescenza", SEU Roma 1990, pp. 595-596).
    Inquietante infine, perchè evoca scenari totalitari, la dichiarazione della coordinatrice regionale del Tribunale del malato Linda Piragnolo: " di fronte a un paziente, un camice bianco dovrebbe attenersi più ai dettami della propria professione che al senso morale". Con il che implicitamente si ammette che i "dettami professionali" possono essere contrari alla morale. In realtà per il cattolico la scelta è già fatta ed è il contrario esatto di quel che afferma la signora Piragnolo: nel caso di conflitto fra i "doveri professionali" e il senso morale, è quest'ultimo che prevale. Come ci insegnano duemila anni di tradizione cattolica, dai primi martiri a oggi.

  3. #103
    scemo del villaggio
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    Predefinito Introvigne sul "Codice da Vinci"

    "Il Codice Da Vinci": ma la storia è un'altra cosa

    di Massimo Introvigne

    Immaginiamo questo scenario. Esce un romanzo in cui si afferma che il Buddha, dopo l’illuminazione, non ha condotto la vita di castità che gli si attribuisce, ma ha avuto moglie e figli. Che la comunità buddhista dopo la sua morte ha violato i diritti della moglie, che avrebbe dovuto essere la sua erede. Che per nascondere questa verità i buddhisti nel corso della loro storia hanno assassinato migliaia, anzi milioni di persone. Che un santo buddhista scomparso da pochi anni – che so, un Daisetz Teitaro Suzuki (1870-1966) – era in realtà il capo di una banda di delinquenti. Che il Dalai Lama e altre autorità del buddhismo internazionale operano per mantenere le menzogne sul Buddha servendosi di qualunque mezzo, compreso l’omicidio. Pubblicato, il romanzo non passa inosservato. Autorità di tutte le religioni lo denunciano come un’odiosa mistificazione anti-buddhista e un incitamento allo scontro fra le religioni. In diversi paesi la sua pubblicazione è vietata, fra gli applausi della stampa. Le case cinematografiche, cui è proposta una versione per il grande schermo, cacciano a pedate l’autore e considerano l’intero progetto uno scherzo di cattivo gusto.
    Lo scenario non è vero, ma ce n’è uno simile che è del tutto reale. Solo che non si parla di Buddha, ma di Gesù Cristo; non della comunità buddhista, ma della Chiesa cattolica; non di Suzuki e del suo ordine zen ma di san Josemaría Escrivá (1902-1975) e dell’Opus Dei da lui fondata; non del Dalai Lama ma di Giovanni Paolo II. Il romanzo in questione ha venduto tre milioni e mezzo di copie negli Stati Uniti, è sbarcato anche in Italia e la Sony ne sta traendo un film, che sarà diretto da Ron Howard e per cui è già cominciata una propaganda internazionale. Come è stato correttamente osservato dallo storico e sociologo americano Philip Jenkins, il successo di questo mediocrissimo prodotto è solo un’altra prova del fatto che l’anti-cattolicesimo è “l’ultimo pregiudizio accettabile” (è il titolo di un libro di Jenkins: The New Anti-Catholicism. The Last Acceptable Prejudice, Oxford University Press, New York 2003).

    Il Codice Da Vinci (trad. it., Mondadori, Milano 2003) mette in scena una caccia al Santo Graal. Quest’ultimo – secondo il romanzo – non è, come la tradizione ha sempre creduto, una coppa in cui fu raccolto il sangue di Cristo, ma una persona, Maria Maddalena, la vera “coppa” che ha tenuto in sé il sang réal (in francese antico il “sangue reale”, da cui “Santo Graal”), cioè i figli che Gesù Cristo le aveva dato. La tomba perduta della Maddalena è dunque il vero Santo Graal. Apprendiamo inoltre che Gesù Cristo aveva affidato una Chiesa che avrebbe dovuto proclamare la priorità del principio femminile non a san Pietro ma a sua moglie, Maria Maddalena, e che non aveva mai preteso di essere Dio. Sarebbe stato l’imperatore Costantino (280-337 d.C.) a reinventare un nuovo cristianesimo sopprimendo l’elemento femminile, proclamando che Gesù Cristo era Dio, e facendo ratificare queste sue idee patriarcali, autoritarie e anti-femministe dal Concilio di Nicea. Il progetto presuppone che sia soppressa la verità su Gesù Cristo e sul suo matrimonio, e che la sua discendenza sia soppressa fisicamente. Il primo scopo è conseguito scegliendo quattro vangeli “innocui” fra le decine che esistevano, e proclamando “eretici” gli altri vangeli “gnostici”, alcuni dei quali avrebbero messo sulle tracce del matrimonio fra Gesù e la Maddalena. Al secondo, per disgrazia di Costantino e della Chiesa cattolica, i discendenti fisici di Gesù si sottraggono e secoli dopo riescono perfino a impadronirsi del trono di Francia con il nome di merovingi. La Chiesa riesce a fare assassinare un buon numero di merovingi dai carolingi, che li sostituiscono, ma nasce un’organizzazione misteriosa, il Priorato di Sion, per proteggere la discendenza di Gesù e il suo segreto. Al Priorato sono collegati i templari (per questo perseguitati) e più tardi anche la massoneria. Alcuni fra i maggiori letterati e artisti della storia sono stati Gran Maestri del Priorato di Sion, e alcuni – fra cui Leonardo da Vinci (1452-1519) – hanno lasciato indizi del segreto nelle loro opere. La Chiesa cattolica, nel frattempo, completa la liquidazione del primato del principio femminile con la lotta alle streghe, in cui periscono cinque milioni di donne. Ma tutto è vano: il Priorato di Sion sopravvive, così come i discendenti di Gesù in famiglie che portano i cognomi Plantard e Saint Clair.

    Secondo l’autore Dan Brown quanto abbiamo riassunto fin qui rispecchia esattamente e letteralmente la realtà ed è basato su documenti inoppugnabili. La parte che anche l’autore presenta come immaginaria ipotizza che il Priorato oggi si appresti a rivelare il segreto al mondo tramite il suo ultimo Gran Maestro, un curatore del Museo del Louvre che si chiama Jacques Saunière. Per impedire che questo avvenga, Saunière e i suoi principali collaboratori sono assassinati. Uno studioso di simbologia americano, Robert Langdon, è sospettato dei crimini, ma una criptologa che lavora per la polizia di Parigi – Sophie Neveu, la nipote di Saunière – crede nella sua innocenza e lo aiuta a fuggire. Il lettore è indotto a credere che responsabile degli omicidi sia l’Opus Dei (sul cui conto si ripetono le più crude “leggende nere” – cento volte smentite, ma dure a morire – desunte dalla letteratura internazionale che la critica, esplicitamente citata), ma le cose sono più complicate. Un nuovo Papa progressista ha deciso di rescindere i legami fra la Chiesa e l’Opus Dei che risalgono a Giovanni Paolo II, e il prelato dell’Opus Dei accetta la proposta che gli proviene da un misterioso “Maestro”: pagando a questo personaggio una somma immensa, potrà ricattare la Santa Sede impadronendosi delle prove del segreto del Priorato di Sion – cioè della “verità” su Gesù Cristo – e minacciando di rivelarle al mondo. Un ex-criminale ora numerario dell’Opus Dei è “prestato” al Maestro, ed è quest’ultimo che lo spinge a commettere una serie di crimini. In realtà, il “Maestro” lavora per se stesso: è un ricchissimo studioso inglese, anti-cattolico, che vuole rivelare il segreto al mondo e accusa il Priorato di tacere per timore della Chiesa. Tra morti ammazzati, enigmi e inseguimenti Robert Langdon e Sophie – tra cui nasce anche l’inevitabile storia d’amore – finiscono per scoprire la verità: la tomba della Maddalena è nascosta sotto la piramide del Louvre, voluta dall’esoterista e massone presidente francese François Mitterrand (1916-1996), ma il sang réal scorre nelle vene della stessa Sophie, che è dunque l’ultima discendente di Gesù Cristo.

    Solo la diffusa ignoranza religiosa spiega come qualcuno possa prendere sul serio un tale cumulo di affermazioni a dir poco ridicole. Ci sono testi del primo secolo cristiano dove Gesù Cristo è chiaramente riconosciuto come Dio. All’epoca del Canone Muratoriano (che risale circa al 190 d.C.) il riconoscimento dei quattro Vangeli come canonici e l’esclusione dei testi gnostici era un processo che si era sostanzialmente completato, novant’anni prima che Costantino nascesse. La cifra di cinque milioni di streghe bruciate dalla Chiesa cattolica è del tutto assurda, e Brown si dimentica del fatto che nei paesi protestanti la caccia alle streghe è stata più lunga e virulenta che in quelli cattolici. L’idea stessa di un “codice Da Vinci” nascosto nelle opere dell’artista italiano è stata definita “assurda” dalla professoressa Judith Veronica Field, docente alla University of London e presidentessa della Leonardo Da Vinci Society (cfr, fra i molti riferimenti, Gary Stern, “Expert Dismiss Theories in Popular Book”, The Journal News, 2.11.2003). A fronte di questi svarioni, quello del traduttore italiano che chiama la torre dell’orologio del parlamento inglese “Big Bang” invece di “Big Ben” (p. 438) sembra quasi un peccato veniale. Inoltre, chi conosca un poco la storia delle mistificazioni sul Graal sa che nel Codice Da Vinci c’è ben poco di nuovo: tutto è già stato detto in centinaia di libri su Rennes-le- Château, e – benché il nome di questa località francese non sia mai menzionato nel romanzo di Brown – i cognomi Saunière e Plantard fanno chiaramente riferimento alle stesse vicende.

    Rennes-le-Château è un paesino francese del dipartimento dell’Aude, ai piedi dei Pirenei orientali, nella zona detta del Razès. La popolazione si è ridotta a una quarantina di abitanti, ma ogni anno i turisti sono decine di migliaia. Dal 1960 a oggi a Rennes-le-Château sono state dedicate oltre cinquecento opere in lingua francese, almeno un paio di best seller in inglese e un buon numero di titoli anche in italiano. Se ne parla anche in film, e in fumetti di culto, come Preacher o The Magdalena. Il paesino si trova all’interno di quel “paese cataro”, cioè della zona dove l’eresia dei catari ha dominato la regione ed è sopravvissuta fino al XIII secolo, che una sapiente promozione ha reso in anni recenti una delle più ambite mete turistiche francesi. Rennes-le-Château rimarrebbe però una nota a piè di pagina nel ricco turismo “cataro” contemporaneo se del paese non fosse diventato parroco, nel 1885, don Berenger Saunière (1852-1917). È a lui che fanno riferimento tutte le leggende su Rennes-le-Château.
    Il parroco Saunière era soprattutto un personaggio bizzarro. Nel 1909 si rifiuta di trasferirsi in un’altra parrocchia e nel 1910, dopo avere perso un processo ecclesiastico, subisce una sospensione a divinis. Pure privato della parrocchia, rimane fino alla morte nel paese, che aveva arricchito con nuove costruzioni – fra cui una curiosa “torre di Magdala” – e scandalizzato con una serie di scavi nella cripta e nel cimitero, alla ricerca non si sa bene di che cosa. Diventato più ricco di quanto fosse consueto per un parroco di campagna, si favoleggia che abbia trovato un tesoro. Tutto poteva spiegarsi, peraltro – come sospettava il suo vescovo – con un meno romantico traffico di donazioni e di messe. In epoca recente si è sostenuto che Saunière avesse scoperto nella cripta importantissimi manoscritti antichi, ma quelli che sono emersi sono falsi evidenti del XIX se non del XX secolo. È possibile che – nel corso dei lavori per restaurare la chiesa parrocchiale (un’attività che va in ogni caso ascritta a merito dell’originale parroco) – don Saunière avesse scoperto qualche reperto di epoca medioevale, ma in ogni caso non in quantità sufficiente da arricchirsi. Si continua a ripetere anche che Saunière sarebbe stato in rapporti con ambienti esoterici di Parigi, ma le prove addotte non permettono di formulare alcuna conclusione sicura. La figura di Saunière non è priva di interesse, e le sue costruzioni mostrano che si trattava di un uomo singolarmente attento alle allegorie e ai simboli, forse con qualche reale interesse esoterico, sulla scia di una tradizione locale. Ma nulla di più ha mai potuto essere provato.

    La leggenda di Saunière non sarebbe continuata nel tempo se la sua perpetua, Marie Denarnaud (1868-1953) – cui il sacerdote aveva intestato le proprietà e le costruzioni di Rennes-le-Château, per sottrarle al vescovo con cui era in conflitto – non avesse continuato per anni, anche per incoraggiare eventuali acquirenti, a favoleggiare di tesori nascosti. E se un altro personaggio, Noel Corbu (1912-1968), dopo avere acquistato dalla Denarnaud le proprietà dell’ex-parroco per trasformarle in ristorante, non avesse cominciato, a partire dal 1956, a pubblicare articoli sulla stampa locale dove – animato certo anche dal legittimo desiderio di attirare turisti in un borgo remoto – metteva i presunti “miliardi” di don Saunière in relazione con il tesoro dei catari.

    Negli anni 1960 le leggende diffuse da Corbu su scala locale acquistano fama nazionale dopo avere attirato l’attenzione di esoteristi – fra cui Pierre Plantard (1920-2000), che aveva animato in precedenza il gruppo Alpha Galates – e di giornalisti interessati ai misteri esoterici come Gérard de Sède, che pubblica nel 1967 L’or de Rennes. Tre autori inglesi di esoterismo popolare – Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln – si incaricheranno di elaborare ulteriormente le sue idee, trasformandole in una vera industria editoriale (grazie anche alla BBC, che batte la grancassa) avviata con la pubblicazione, nel 1979, de Il Santo Graal. Secondo de Sède e i suoi continuatori inglesi, il parroco aveva scoperto il segreto di Rennes-le-Château, dove sarebbe depositato non solo un tesoro favoloso – variamente attribuito al tempio di Gerusalemme, ai visigoti, ai catari, ai templari, alla monarchia francese, e cui il sacerdote avrebbe attinto solo per una piccola parte –, ma anche – rivelato dalle presunte pergamene ritrovate da don Saunière, dalle iscrizioni del cimitero, dalle forme stesse degli edifici e di quanto si trova nella chiesa parrocchiale – un tesoro di tipo non materiale, la verità stessa sulla storia del mondo. Nel paesino pirenaico esisterebbero i documenti in grado di provare che Gesù Cristo – verità accuratamente nascosta dalla Chiesa cattolica – aveva avuto figli da Maria Maddalena, che questi figli portano in sé il sangue stesso di Dio e che pertanto hanno il diritto di regnare sulla Francia e sul mondo intero. Che il Santo Graal sarebbe, più propriamente, il sang réal, il “sangue reale” dei discendenti fisici di Gesù Cristo, è affermato da quando Plantard entra nella storia di Rennes-le-Château. Il Codice Da Vinci si limita a ripetere questa affermazioni. Per prudenza, afferma Plantard, la discendenza dei merovingi da Gesù Cristo sarebbe sempre stata mantenuta come un segreto noto a pochi. Ma i catari, i templari, i grandi iniziati – dallo stesso Saunière al pittore Nicolas Poussin (1594-1655), il quale ne avrebbe lasciato una traccia nel suo famoso quadro del Louvre I pastori di Arcadia, che raffigurerebbe precisamente il panorama di Rennes-le-Château – hanno custodito il segreto come cosa preziosissima, lasciando trapelare di tanto in tanto qualche indizio.

    Oggi, naturalmente, un Priorato di Sion esiste. È fondato nel 1972 da Pierre Plantard (che si fa chiamare anche “Plantard de Saint Clair”, inventandosi un titolo nobiliare di fantasia che è alle origini delle affermazioni de Il Codice Da Vinci secondo cui anche “Saint Clair” è un cognome “merovingio”), con tanto di atto notarile e carte da bollo. Plantard ha lasciato intendere di essere egli stesso un discendente dei merovingi e il custode del Graal. La prova che il Priorato esiste da mille anni dovrebbe consistere nel nome di un piccolo ordine religioso medievale chiamato Priorato di Sion. Questo è effettivamente esistito (e finito), ma non c’entra nulla né con i merovingi né con presunti discendenti di Gesù Cristo. È difficile non concludere che il collegamento fra Rennes-le-Château, i merovingi e il Priorato di Sion è puramente leggendario, e che il Priorato è un’organizzazione esoterica le cui origini non vanno al di là dell’esperienza di Plantard e dei suoi collaboratori. Non è esistito nessun Priorato di Sion (nel senso in cui oggi se ne parla) prima dell’arrivo di Plantard a Rennes-le-Château. Ora, naturalmente esiste: ma solo dal 1972.

    Nella prima pagina de Il Codice Da Vinci si afferma che tutta la storia è confermata da documenti inoppugnabili ritrovati nel 1975 nella Biblioteca Nazionale di Parigi. I documenti, però, sono stati “ritrovati” dalle stesse persone che li avevano nascosti nella Biblioteca Nazionale di Parigi: Plantard e i suoi amici. Ed è certissimo che non si tratta di documenti antichi ma di falsi moderni. Nessun “documento”, dunque. Solo fantasie anti-cristiane, buone per vendere romanzi più o meno mal scritti, ma che dal punto di vista storico devono essere considerate autentica spazzatura.


    da www.cesnur.org.

  4. #104
    scemo del villaggio
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    Predefinito Lettera al direttore del "Corriere del Veneto"

    Egregio direttore,

    sul vestire dei preti sono state pubblicate, dopo la lettera del prof. Gullino, le opinioni dei signori Sandro G. Franchini, che parlava di "nodi irrisolti" laddove invece Santa Madre Chiesa si è solennemente pronunciata (celibato sacerdotale, sacerdozio femminile) e al quale ho risposto senza che la lettera venisse pubblicata, e Massimiliano Melilli, secondo il quale "al Veneto servono preti globali in jeans".
    Al signor Melilli, che è forse troppo giovane per capire e che ritiene le tonache vadano messe in naftalina e che i preti debbano parlare dal pulpito di profitto e multinazionali, mi limito a far notare che i "preti" ordinati dopo il Vaticano II sono dei semplici laici, cui ben si addicono i jeans e i comizi al posto delle prediche, essendo la loro ordinazione invalida (la sede è infatti vacante almeno dal 1965).




    Franco Damiani
    Vuillafranca Padovana (PD)

  5. #105
    scemo del villaggio
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    Predefinito L'eredità di Bonaparte

    All'origine di alcuni temi-chiave della modernità (dal "Corriere della Sera" del 21 febbraio)

    Come tanti altri fenomeni storici dello stesso genere, la presenza napoleonica in Italia, militare e amministrativa, si declina in funzione di un certo numero di temi (purtroppo) classici e di parole-chiave; parole e temi che oggi appaiono giustamente infami per l'uso che ne hanno fatto i nazisti. Ma, una volta sbarazzati del loro atroce involucro ideologico del XX secolo, essi autorizzano a freddo una chiarificazione semantica. I termini sono: invasione, occupazione, collaborazione, sfruttamento, resistenza, terrore (eventualmente contro la resistenza), emigrazione degli avversari, liberazione ed epurazione. La recente opera di Alain Pillepich su Napoleone e gli italiani ( Napoléon et les Italiens , Nouveau Monde Editions, pp. 226, 23), perfettamente documentata, ci servirà da filo conduttore. L'invasione e l'occupazione dell'Italia, prima solo settentrionale, da parte delle truppe di Bonaparte non hanno misteri. Il 15 maggio 1796 il «corso dai capelli piatti», portatore di una doppia identità franco-italiana, fa il suo ingresso a Milano, dopo il Blitzkrieg di Montenotte e di Lodi. L'incendio del villaggio in rivolta di Binasco, provocato dalle truppe francesi, e il saccheggio di Pavia (25 e 26 maggio) appaiono come una stonatura in quella geniale campagna militare. Il 12 maggio 1797, ecco la capitolazione di Venezia, una città dove il futuro imperatore lascerà cattivi ricordi. In seguito, la spedizione d'Egitto lo allontana dall'Italia per qualche tempo. Gli austriaci s’installano ancora una volta in Lombardia, per rifare poi le valigie quando vengono sconfitti a Marengo (giugno 1800).
    Dalla collaborazione è scaturito il peggio, ma talvolta anche il meglio. Pensiamo a un inizio di unità italiana, all'emancipazione degli ebrei, alla riforma della feudalità e alle istituzioni d'origine imperiale che attraverseranno i secoli, nel contesto del regno d'Italia (settentrionale) diretto da Eugenio di Beauharnais, figliastro del grande uomo. Di questa eredità post-imperiale e franco-cisalpina (o padana?), assai duratura, ricordiamo il Consiglio di Stato, il codice civile, i licei e, last but not least , la scuola veterinaria di Milano.
    Ma la collaborazione è pure sfruttamento quasi costante, salvo forse durante gli anni più belli del Grande Impero. Lo sfruttamento fiscale è pesante: fin dal 1801, è valutato in cinque milioni di franchi-oro, trasportati da Milano a Parigi e pagati dai lombardi grazie alle tasse, ai prestiti forzati, ai monopoli di sale e tabacco. A questo si aggiungono le malversazioni dei generali e degli altri funzionari. E la coscrizione, il servizio militare più o meno obbligatorio, culmina con la spedizione in Russia di qualche decina di migliaia di giovani italiani, destinati a congelarsi le estremità inferiori del corpo.
    Così, quei poveretti ebbero modo di sperimentare quello che il best seller di Mario Rigoni Stern, Il sergente nella neve , ha rivelato a partire dalle esperienze avvenute sul fronte russo fra il 1941 e il 1943.
    La resistenza? Non esageriamo. L'Italia di Eugenio di Beauharnais non è la Jugoslavia di Tito né l'Iraq del dopo-Saddam. Eppure, gli abitanti del borgo di Crespino, vicino a Rovigo, non esitano, verso il 1806, a bruciare i registri e ad attaccare un distaccamento francese. Saranno puniti su ordine personale di Napoleone: due contadini fucilati, sospensione dell'esercizio dei diritti di cittadinanza, istituzione della pena (austriaca) del bastone. Poco più tardi, per opporsi alla coscrizione e in risposta all'appello di un certo Passerini, curato del luogo, una parte della popolazione della Valle d'Intelvi, fra i laghi di Como e di Lugano, tenta di marciare su Milano. E’ un fallimento e Passerini sarà fucilato a Como nel maggio del 1807. Più pacificamente, anche a Venezia, quando nel 1807 ritorna Napoleone, alcuni patrizi «rimpiangono l'antica libertà». Nel 1809, l'arciduca Giovanni di Asburgo invade il Veneto attraverso Caporetto, un nome predestinato, con oltre centomila uomini. Per gli eventuali resistenti, egli pubblica un proclama: «Italiani, siete gli schiavi della Francia. Le vessazioni di ogni tipo, la nullità della vostra esistenza politica, questi sono i fatti. Sareste voi inferiori agli spagnoli, eroi anti-francesi?» Secondo Louis Fauvelet de Bourrienne, una delle persone vicine a Napoleone, gli italiani erano ribelli per natura, tanto ribelli quanto rassegnati erano i tedeschi e disperati gli spagnoli.
    Alla resistenza si risponde talvolta con il terrore. Ma non ne soffrirono troppo i sudditi di Eugenio di Beauharnais. Citiamo però il castigo che inflissero le autorità di occupazione ai contadini insorti nel luglio-agosto 1809, sparsi dall'Emilia al Trentino. La loro insurrezione era motivata dalla generalizzazione dei dazi e da una nuova imposta sulla molitura del grano, una misura vessatoria contro cui Eugenio aveva protestato senza successo. La repressione si manifestò con 150 condanne a morte, senza contare le esecuzioni sommarie.
    La «liberazione» del territorio da parte degli austriaci non fu particolarmente liberatrice. Il 28 aprile 1814 le truppe dell'imperatore di Vienna entravano a Milano e il 7 aprile 1815 a Venezia. I nuovi padroni delusero la comunità milanese; la trattavano da vinta pur conservando una buona parte di ciò che di positivo era stato acquisito nel periodo francese. La città lombarda manteneva l'importanza economica e culturale, ma perdeva la funzione di capitale di un vasto regno subalpino, scomparso insieme al napoléonisme (deriva da qui l'attuale sogno della Padania di Bossi?). I protagonisti di una resistenza moderata contro i francesi non furono ricompensati. Fra le vittime di questa ingratitudine c'è Carlo Verri, che aveva costituito, in nome del consiglio comunale di Milano, una reggenza provvisoria del regno d'Italia, destinata a sostituirsi all'ex governo di Eugenio. Ma il povero Verri - al diavolo i suoi meriti resistenziali - doveva morire poco tempo dopo nel più profondo oblio. Favoriti dal nuovo occupante, tornarono a galla i funzionari napoleonici meno compromessi, destinati a formare ben presto i due terzi dell'amministrazione sotto il nuovo regime. È un genere di evoluzione classico, al cui termine si procede all’estromissione degli ex resistenti, dopo che la loro causa ha trionfato.
    L'epurazione sembra non sia stata né di massa né sanguinosa. Ricordiamo tuttavia il triste caso di Giuseppe Prina: certo, egli non fu impiccato a testa in giù in compagnia della sua amante, supposto che sia esistita. Ma il furore popolare si accanì contro di lui e la sua casa fu saccheggiata. Scoperto in un nascondiglio, fu trascinato fino alla vicina locanda e massacrato. Gli si rimproverava, contemporaneamente, d'essere stato ministro delle finanze, d'essere stato duro, risoluto e… d'origine piemontese. Nel 1814 egli pagò, come capro espiatorio, per gli altri funzionari pro-francesi, che invece se la cavarono benissimo.
    Quanto all'emigrazione, Alain Pillepich non cita quella dei padani anti-francesi all'epoca del regno di Eugenio di Beauharnais. Mentre c'è da ammirare quella ben riuscita di Eugenio di Beauharnais in persona. Lasciata l'Italia alla fine dell’aprile 1814, egli si reca in Germania e si mette sotto la protezione del suocero, il re di Baviera, che subito lo fa duca e principe. Lì accumula molto denaro, riunisce una bella collezione di quadri, diventa grande proprietario, ma muore ancora giovane. I suoi figli faranno ottimi matrimoni e la sua memoria è ancora viva in tante famiglie reali europee, di cui è l'antenato.
    Torniamo alla collaborazione: in Francia, resta il dannato ricordo delle tresche con i tedeschi delle donne che, per tale comportamento, furono rasate a zero subito dopo la partenza dell'occupante. Che contrasto con l'Italia, così sorridente, dove Paolina Bonaparte fu scolpita nuda, voluttuosamente distesa, dal Canova, l'Arno Breker del regno Beauharnais.
    «Non avete avuto freddo, nell’atelier dell'artista?», chiedevano alla principessa. «Ma no, c'era una stufa», replicava l'ingenua Paolina, senza smontarsi per così poco.

    (traduzione Daniela Maggioni)


    Leggetelo, per favore,e poi qualcuno scriva a proposito delle insorgenze. Io ci proverò...

  6. #106
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    Predefinito I giovani e la bestemmia (lettera al direttore del "Corriere del Veneto")

    Egregio direttore,

    uso regolarmente l'autobus per i miei spostamenti nella cosiddetta Alta Padovana e ho notato che tra i giovani studenti è normale usare come intercalare la bestemmia, unita a pesanti insulti alla Madre di Dio. Non passa giorno infatti che alle fermate degli autobus e tra i sedili degli stessi non si sia costretti a sorbirsi sfuilze di queste volgarissime e oltretutto monotone e squallide espressioni. Mi domando: dove apprendono questo modo di parlare? E mi rispondo: sicuramente dai parenti, dagli amici. Del resto non è che tra gli adulti le cose siano migliori: entrato per puro cas onel bar della stazione di Cittadella, la prima cosa che vi udii furono tre bestemmie, una dietro l'altra, tanto che ne uscii immediatamente, protestando, mentre la barista farfugliava che loro non possono tappare la bocca ai clienti (ma potrebbero ben cacciarli, o almeno esporre un cartello contro la bestemmia così come espongono quelli contro il fumo).
    Ma le istituzioni preposte alla loro educazione, che fanno? Che fa la Chiesa, che sembra aver delegato la battaglia antiblsfema a sparuti gruppi conservatori, tutta presa com'è dalle sue battaglie buoniste sull'immigrazione oppure (vedi l'esternazione di Mattiazzo) dalle polemiche con forze politiche? E che fa la scuola, nella quale il sottoscritto opera ma in cui non vede mai, accanto alle varie "educazioni" (alla pace, alla democrazia, alla salute, alla legalità) qualche corso di educazione al rispetto del sacro, della religione e del Creatore. D'altra parte anche l'insegnamento della religione cattolica, per giunta contastato da forze sindacali, si è ridotto a una pallida forma di "storia delle religioni" e, quel che più conta, la stessa Chiesa ha da tempo riconosciuto la bontà dello Stato laico, quello stesso Stato che ha legalizzato il divorzio, l'aborto e , da ultimo, proprio la bestemmia.
    E' una vergogna per le nostre terre, un tempo cattolicissime, ed è sin troppo facile osservare che in un paese musulmano quei giovani sarebbero già stati condannati a morte: all'avanzata di gente, come gli islamici, rispettosa a suo modo del soprannaturale noi opponiamo generazioni svuotate di valori e abituate a offendere impunemente ciò che c'è di più sacro nella nostra civiltà. Inutile dire che in questo modo ogni battaglia, di destra o di sinistra, è perduta in partenza.

    Franco Damiani
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  7. #107
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    Predefinito Malgioglio, Brigliadori...

    Ho acceso per un istante, nell'attesa che il pranzo si riscaldasse (chissà, potevo incocciare un vecchio film), la Tv su Rai uno alle ore 15 circa e ho colto il seguente dialogo (trasmissione "Casa Rai uno"):

    Cristiano Malgioglio (campione dell'ambiguità e icona gay) a Eleonora Brigliadori: "Tu sei stata la prima ad apparire in un film con un nudo maschile. Se l'avessero chiesto a te, ti saresti mostrata nuda?
    Brigliadori: "Io non mi sono mai mostrata nuda".
    Malgioglio: "Male!"
    Brigliadori (piccata): "Ma non perché non abbia un buon rapporto con il mio corpo, sai? Io entreri nuda in Chiesa e non ci sarebbe nulla di male! Solo (riscaldandosi, n.d.r.) che non mi va di farmi imporre da altri quel che devo fare".
    Ah, ecco, mi pareva...
    Sugli applausi del pubblico ho spento, ricordando che un tempo il pomeriggio era dedicato alla Tv dei ragazzi, a padre Mariano e a "Non è mai troppo tardi". Il pranzo era quasi pronto.
    Qualcuno ha voglia di scrivere a Rai uno (direttore il figlio di Augusto Del Noce), a Giletti, a Malgioglio, alla Brigliadori?

  8. #108
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    Predefinito Il cerotto "dell'amore"

    La medicina cambia forma: le preparazioni farmaceutiche assumono sempre più spesso la forma del medicinale somministrato per via transdermica, al posto della classica medicina per via orale, si usa il cerotto. Da oggi questa svolta avviene anche per gli ormoni anticoncezionali: si prendono attraverso la pelle. Perché esce anche in Italia Evra, il patch che si applica ogni sette giorni, aderisce perfettamente e si lascia sulla pelle tutta la settimana. Il trattamento, per avere efficacia contraccettiva, deve essere usato per tre settimane di seguito con un interruzione la quarta settimana. Il cerotto resiste a docce, bagni e saune non oltre i 40 gradi, ed è controindicato in caso di grave sovrappeso (controindicato in quanto si riduce l'efficacia). Il cerotto dell'amore DE CHE? Non certo della vita.

  9. #109
    scemo del villaggio
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    Predefinito Veneto e "nuove religioni" (lettera al direttore del "Corriere del Veneto"

    Caro direttore,

    leggo sul "Corriere del Veneto" del 23 marzo il lungo articolo di Massimiliano Melilli sulle "nuove religioni" nel Veneto, dal titolo "New Age, sikh, buddisti e islam/ Le nuove fedi del Veneto che prega". Colpiscono il tono trionfalistico del sottotitolo: "Siamo secondi in Italia per la presenza di nuove religioni" e l' entusiasmo con cui Melilli osserva che "in questo scenario il Veneto ha un ruolo di grande interesse. Sullo sfondo, una commistione di religioni e di etnie proiettata verso una difficile ma non impossibile convivenza tra genti diverse per provenienza, storia e formazione" (con l'ormai consueta confusione tra il piano della convivenza civile e quello religioso). Colpisce perché la nostra regione è stata fino all'altro ieri una delle roccaforti del cattolicesimo e dal suo seno contadino ha espresso alcuni dei più fulgidi campioni della nostra fede, a partire da S. Pio X.
    Siete veramente sicuri che sia motivo di orgoglio per la nostra terra essere "seconda in Italia per la presenza di nuove religioni", ossia all'avanguardia nel campo della babele religiosa, del sincretismo, del "fai da te" e, di conseguenza, dell'indifferentismo? E davvero la Chiesa veneta si sente la coscienza a posto per questo fenomeno, che a me sembra spia non già di trionfale modernizzazione ma di preoccupante regresso a epoche ben più cupe, come quel basso Impero in cui non a caso le "fedi" pullulavano, ma solo perché nessuno sapeva più bene quel che voleva e quale fosse il suo posto su questa terra?
    Lo sbandamento anche morale delle nuove generazioni, disancorate dalle bimillenarie certezze della nostra tradizione, ne è un'allarmante conferma. Così come non consola affatto sapere che il Veneto è anche "la regione del Nord-Italia con la più alta percentuale di persone che si recano almeno una volta alla settimana in un luogo di culto cattolico". Perché se le liturgie e le prediche sono quelle che ahimè conosciamo, c'è ben poco da stare allegri.
    Chissà infine se nella "preziosa ricerca" edita da Marsilio sono compresi anche quegli sparuti gruppi di cattolici integrali che continano ad assistere alla S. Messa in rito romano e operano non già per la radiosa ORU (organizzazione delle religioni unite) che pare essere il nostro futuro, ma al contrario per il ritorno della società e del mondo tutto a Gesù Cristo, unico Salvatore.


    Franco Damiani
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  10. #110
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    Predefinito "Quando i simboli non fanno maggioranza"

    Lettera al direttore del "Mattino di Padova"

    Caro direttore,

    leggo sul "Mattino di Padova" del 4 aprile l'articolo di Dario Calimani "Quando i simboli non fanno maggioranza", relativo all'iniziativa del giudice di Camerino, Luigi Tosti, di esporre nell'aula giudiziaria, accanto al crocifisso, la menorah ebraica.
    Calimani parla di "intelligente provocazione" che "scardina gli schemi di pensiero tradizionali e acquisiti", per passare poi, sulla scia di Amos Luzzatto, a enumerare "i tristi disvalori donati, nei secoli, alla nostra cultura dalla 'civiltà' europea rappresentata dal crocifisso: eliminazioni, torture e massacri, discriminazioni di ogni tipo e in ogni luogo d'Europa". Domando a Lei e al signor Calimani se questi "disvalori" possano essere imputati al crocifisso o non piuttosto a chi se n'è servito per offenderLo, andando in primo luogo contro gli insegnamenti della Chiesa: citi il sig. Calimani un'ingiustizia che la Chiesa abbia benedetto.
    In secondo luogo il sig. Calimani afferma che "la traizione europea affonda le sue radici - si riconosce ormai ufficialmente - nella cultura giudaico-cristiana (ma meglio sarebbe dire giudaica e cristiana, per sottolimearne le differenze, oltre che i collegamenti)".
    Non esiste alcuna tradizione "giudaico-cristiana" e quelle che il sig. Calimani chiama pudicamente "differenze" sono in realtà l'antitesi radicale tra Cristo e anticristo, tra Chiesa e sinagoga, tra Abele e Caino, tra olivo fruttifero e olivo infruttifero, tra vecchio e nuovo Israele. Non so chi abbia "riconosciuto ufficialmente" l'esistenza di una "cultura giudaico-cristiana": sicuramente il sottoscritto non è tra questi.
    Dopo aver ridotto come da copione il problema a una questione di "maggioranza" (il relativismo etico, frutto dello spirito talmudico), il sig. Calimani ripete l'ormai trito luogo comune del laicismo, cioè quello secondo cui lo Stato non dovrebbe esporre alcun simbolo, affinché questo non diventi il simbolo di una "artificiosa, ma (sic) pericolosa divisione".
    Al che si potrebbe rispondere con l'altrettanto consueta domanda sul perché mai un simbolo storico-politico come per esempio il tricolore (massonico) o l'immagine del massone Ciampi o il simbolo, pure massonico, della nostra repubblica dovrebbero "dividere" meno del crocifisso.
    Preferisco invece ribadire la dottrina cattolica classica, dimenticata in primis da chi dovrebbe insegnarla: Dio è Creatore e Signore di ogni cosa, quindi il mondo tutto Gli appartiene ed esporre la Sua immagine non fa che ricordare l'elementare verità. che al di sopra di ogni legge umana c'è la Sua legge, al di sopra di ogni volontà umana la Sua volontà. E pazienza se a qualcuno ciò darà fastidio.
    In conclusione, l'esposizione della menorah accanto al crocifisso credo sarebbe l'emblema migliore del caos in cui siamo precipitati: in tal senso, forse, quindi da incoraggiare (oportet ut scandala eveniant).


    Franco Damiani
    Villafranca Padovana (PD).

 

 
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