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Discussione: Guerra e Pace

  1. #101
    SENATORE di POL
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    da www.iltempo.it

    " Usa e Gb verso l'ultimatum


    Mentre oggi si celebra la giornata del digiuno per la pace voluta dal Pontefice, il suo emissario, cardinal Pio Laghi trasmetterà al presidente Bush il messaggio personale del Papa sulla necessità di esplorare ogni strada possibile per evitare una guerra in Iraq. Intanto, per quanto riguarda la possibile nuova risoluzione, il ministro degli esteri russo Igov Ivanov ha confermato che il veto è uno strumento che Mosca è disposta a usare: «L'astensione - ha fatto notare - non è un'opzione. La Russia vuole prendere una posizione chiara, siamo a favore di una soluzione politica. Noi e altri chiederemo che agli ispettori venga dato più tempo e la Russia non appoggerà alcuna decisione che indirettamente o direttamente possa spianare la strada verso una guerra».

    USA E GB POTREBBERO LANCIARE UN ULTIMATUM A SADDAM. Il segretario generale dell'Onu, Kofi Annan ha parlato di «sviluppi positivi» in Iraq, mentre il capo degli ispettori Hans Blix si prepara a illustrare, venerdì, il suo rapporto sul disarmo al Consiglio di sicurezza. Ma in queste ultime ora si ha l'impressione che Londra e Washington pensino di scavalcare l'Onu. Se, infatti, non ci sarà una maggioranza per varare la bozza di risoluzione di Stati Uniti, Gran Bretagna e Spagna sul via libera all'uso della forza, il voto potrebbe saltare, mentre Stati Uniti e Gran Bretagna lancerebbero un ultimatum unilaterale a Saddam perché disarmi o lasci il potere.

    TIMES: L'ONU HA PRONTO UN PIANO PER IL DOPO SADDDAM. Nel frattempo le Nazioni Unite avrebbero già approntato un piano segreto per la ricostruzione dell'Iraq del dopo-Saddam. L'esistenza di questo documento, scrive oggi il «Times» di Londra nel fare la rivelazione, suggerisce come i vertici dell'organizzazione internazionale considerino ormai il ricorso alla forza contro il regime iracheno inevitabile. Il progetto sarebbe stato messo a punto in via del tutto confidenziale nel corso dell'ultimo mese. Stando a quanto scrive il giornale britannico, il documento di 60 pagine sarebbe stato elaborato su richiesta della diplomatica canadese Louise Frechette, vice del segretario generale Kofi Annan, ad opera di un gruppo preparatorio ristretto, formato da sei persone. Esso prevede un ruolo attivo delle Nazioni Unite a partire da tre mesi dopo la conquista del paese, per guidarlo verso la formazione di un nuovo governo iracheno.

    RUOLO ATTIVO DELLE NAZIONI UNITE DOPO TRE MESI DALLA CONQUISTA DELL'IRAQ. Il piano non arriva a sposare la tesi britannica dell'istituzione di una vera e propria amministrazione delle Nazioni Unite nel paese e prende le distanze sia dall'ipotesi dell'assunzione da parte dell'Onu del controllo sul petrolio iracheno, sia da quello di un ruolo dell'organismo nella «selezione» dei funzionari iracheni potenzialmente più fedeli a Saddam Hussein, sia infine dall'organizzazione di elezioni sotto occupazione militare americana.

    Ultimo aggiornamento mercoledì 5 marzo 2003 ore 10.30
    "

    Saluti liberali

  2. #102
    SENATORE di POL
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    da www.cnnitalia.it

    " Boniver: le prossime due settimane
    saranno decisive per la crisi irachena
    di Eugenio Ciuccetti
    Senior Editor CNNItalia
    Ultimo aggiornamento 7 marzo 2003, 116 ora italiana (106 GMT)

    ROMA (CNN) -- La crisi irachena appare ogni giorno più intricata ma è convinzione comune che il momento del dunque sia ormai alle porte. Abbiamo chiesto all'onorevole Margherita Boniver, Sottosegretario di Stato per gli Affari Esteri, di aiutarci a decifrare meglio la situazione attuale e i possibili sbocchi futuri.

    CNNItalia: Onorevole Boniver, prevedere se alla fine la guerra inizierà o meno appare ancora oggi molto difficile ma un fatto è certo: i tempi per arrivare a una soluzione della crisi, qualunque essa sia, si sono enormemente allungati. A che punto siamo? In che modo il fattore tempo condiziona la situazione attuale?

    BONIVER: Il tempo gioca naturalmente un ruolo fondamentale. Tutto in questa fase succede molto rapidamente tanto che quello che diciamo oggi potrebbe cambiare domani. Credo però che le prossime due settimane saranno decisive. Innanzitutto oggi (venerdì ndr) verrà presentato il nuovo rapporto del capo degli ispettori Onu, Hans Blix. Poi, sempre nell'arco dei prossimi 15 giorni, anche il Consiglio di Sicurezza dovrà riunirsi e votare un'altra risoluzione sul disarmo iracheno. Sia sul piano sostanziale che su quello formale le due settimane che abbiamo di fronte saranno fondamentali.

    CNNItalia: Lei parla di una nuova risoluzione ma Paesi come la Francia e la Russia hanno già pubblicamente definito inutile un secondo pronunciamento del Consiglio di Sicurezza.

    BONIVER: Credo che in questa fase si debbano distinguere le dichiarazioni ufficiali e le schermaglie politico-diplomatiche dalla vera sostanza delle cose. Mi rifiuto di credere che ad esempio la Francia voglia davvero spezzare l'alleanza euro-atlantica. In gioco d'altra parte c'è l'autorevolezza dello stesso Consiglio di Sicurezza che non può accettare di farsi prendere in giro da Saddam Hussein. Io credo che il Consiglio debba riunirsi lontano dai riflettori e confrontarsi ancora una volta sulla crisi irachena.

    CNNItalia: Ma le diverse posizioni non sono ormai chiare?

    BONIVER: Si tratta di mettersi nuovamente intorno a un tavolo e valutare seriamente, a quattro mesi di distanza dall'approvazione all'unanimità della risoluzione 1441 delle Nazioni Unite, quanti e quali progressi siano stati fatti. E' vero che qualche segnale di collaborazione da parte di Baghdad alla fine è arrivato ma è anche vero che allo stesso tempo Saddam continua a far sfilare migliaia di kamikaze armati d'esplosivo e pronti a tutto.

    CNNItalia: Le carte insomma non sono ancora scoperte?

    BONIVER: No. E il Consiglio di Sicurezza dovrà riunirsi proprio per fare il punto della situazione e stabilire se i progressi fatti negli ultimi quattro mesi siano o meno sufficienti a dimostrare la buona volontà di Saddam. Non dimentichiamoci, tra l'altro, che se qualche risultato è stato ottenuto in questi mesi è stato proprio grazie alla pressione diplomatica e militare che l'Onu, gli Stati Uniti e tutta la comunità internazionale hanno saputo imporre all'Iraq. In questo senso una nuova risoluzione del Consiglio avrebbe anche il significato di un ultimatum. Sarebbe un modo per dire a Saddam: devi collaborare subito e sul serio perché il tempo a tua disposizione ormai è scaduto.

    CNNItalia: Cosa pensa dell'ipotesi, auspicata da molti, che alla fine Saddam decida di andarsene in esilio o venga rovesciato dai suoi stessi uomini?

    BONIVER: Allo stato attuale delle cose ritengo altamente improbabili entrambe le ipotesi. Non credo che se ne andrà mai nè credo che in un regime come il suo, fondato sul terrore, sulla tortura, sul pugno di ferro, possa esserci spazio per una rivolta contro il Palazzo. Anzi, contro i Palazzi, visto che Saddam ne possiede ben 47, alla faccia e sulle spalle del suo popolo. Quel popolo che, come spesso viene ricordato, intanto muore di fame.

    CNNItalia: Qual'è invece la posizione dei Paesi arabi. Al di là della diplomazia e della propaganda cosa rappresenta per loro Saddam?

    BONIVER: Mentre ai tempi della prima guerra del Golfo c'era stato chi, come il leader palestinese Yasser Arafat, si era almeno inizialmente schierato al fianco di Saddam, questa volta il fronte arabo, per quanto eterogeneo, è più unito e il dittatore di Baghdad appare politicamente isolato. Non dimentichiamoci che nella regione ci sono Paesi come l'Iran che contro Saddam Hussein hanno combattuto una guerra durata anni. Al popolo poi sta molto più a cuore la vicenda del popolo palestinese che non la sorte del leader iracheno.

    CNNItalia: A proposito delll'Iran, dopo Saddam gli Stati Uniti si fermeranno o, come qualcuno ipotizza, andranno avanti nella loro battaglia contro "l'asse del male"?

    BONIVER: Guardi, credo che il collaboratore della Casa Bianca che inventò l'espressione "asse del male" sia stato nel frattempo licenziato, tanto infelice risultò quella definizione. Non credo proprio che oggi ci siano altri Paesi nel mirino degli americani. Gli Stati Uniti sono l'unica superpotenza mondiale. La più grande democrazia al mondo chiamata a un ruolo e a delle responsabilità enormi. Poi hanno avuto l'11 settembre che per loro ha rappresentato un vero e proprio spartiacque. Il loro unico obiettivo, adesso, è quello di guidare la grande coalizione che si formò dopo quel giorno drammatico e fare in modo che una simile tragedia non si ripeta più. Per questo Saddam viene visto come una minaccia. Anche se i legami tra Baghdad e al Qaeda non sono stati ancora pienamente dimostrati non c'è dubbio che la storia, i comportamenti e le armi di Saddam siano fonte di grande preoccupazione e sospetto. Ma sarebbe infantile attribuire agli Stati Uniti l'intenzione di armarsi di fucile e trasformarsi in giustizieri del mondo individuando deliberatamente un nemico dopo l'altro.
    "


    Shalom!!!

  3. #103
    Moderatamente estremista
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    forse li avete visti anche voi: tutti quei servizi sui mercati di Baghdad, in cui la gente si serve di Kalashnikov e rivoltelle.
    Forse si tratta di un perfido trucco - e la sicurezza iraqena riprende le armi appena la telecamera si volta - oppure non si tratta di "veri" clienti, ma di agenti in abiti civili che fanno finta di acquistare armi. Ma mi sembra difficile farlo con reporter smaliziati, a quest'ora si sarebbe scoperto tutto (così come sono naturalmente un po' goffi quegli iracheni che gridano al microfono "moriremo per Saddam!").
    Oppure... c'è qualcosa che non va.
    Sarebbe il primo caso che io conosca in cui in una dittatura si possono liberamente acquistare e detenere armi. La prima preoccupazione di ogni dittatore è, SEMPRE, quella di togliere le armi alla popolazione. Lo fece Hitler e lo fece Lenin (e c'è chi sostiene che uno dei motivi per cui gli USA non hanno mai conosciuto né il fascismo né il comunismo è che è un po' difficile imporlo in un paese in cui ci sono, se non sbaglio, più di 150 milioni di armi da fuoco nascoste negli armadi di casa...).
    Infatti un dittatore ha paura di una sollevazione popolare - se no non è un dittatore.
    Oppure Saddam è tanto disperato che accetta il rischio di un paese pieno di potenziali oppositori armati. Oppure non è poi così impopolare tra gli iraqeni...
    Non saprei.

  4. #104
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    da www.giornale.it

    " Ultimatum a Saddam: 10 giorni per disarmare

    Dieci giorni per disarmare, poi l'attacco. Scade lunedì 17 marzo il termine che la Gran Bretagna (sostenuta dagli Usa) propone di dare all'Iraq. L'ultimatum è parte della proposta di risoluzione emendata che Washington e Londra, con l'appoggio di Madrid, si apprestano a sottoporre formalmente ai partner del Consiglio di Sicurezza dell'Onu.
    L'indiscrezione è stata comunque sostanzialmente confermata da Colin Powell, che ha annunciato l'imminente presentazione di un ultimatum. «Il regime di Baghdad non ha preso la decisione strategica di disarmare», ha detto il segretario di Stato Usa. «Il suo cambiamento di atteggiamento è solo di facciata» e dunque è «questo il momento di mandare un chiaro messaggio all'Iraq, di manifestare la volontà politica del Consiglio di usare la forza, se necessario».
    Differente l’opinione del capo degli ispettori Onu: «L’Iraq ha dato primi, sostanziali segni di cooperazione. Bisogna quindi andare avanti col lavoro di ispezione che ha dato frutti concreti. E per quanto riguarda il "tempo" ancora necessario, il disarmo non può essere "istantaneo" e per ottenere il disarmo dell’Iraq non serviranno "anni" ma neppure basteranno pochi giorni. Stiamo parlando di mesi», ha detto Blix intervenendo al Conisglio di sicurezza delle Nazioni unite.


    8 Mar 2003
    "

    Cordiali saluti

  5. #105
    SENATORE di POL
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    da www.lastampa.it

    " Russia porrà veto su risoluzione Onu

    10 marzo 2003

    Il ministro degli Esteri russo, Igor Ivanov, ha confermato in una nota ufficiale che domani la Russia porrà il veto alla seconda risoluzione che Usa, Gran Bretagna e Spagna sottoporranno al Consiglio di
    sicurezza dell'Onu per il via libera all'intervento armato in Iraq.

    Il capo della diplomazia russa ha sottolineato che la bozza anglo-americana, appoggiata dalla Spagna, contiene richieste ultimative
    impossibili, che contraddicono la risoluzione 1441 del Consiglio
    di sicurezza sulle ispezioni.

    Riprendono intanto oggi al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite le
    discussioni sulla bozza di risoluzione che dà tempo all' Iraq fino al 17 marzo per disarmare in modo pacifico. Sul testo dovrebbero cominciare le votazioni già da domani.
    Perchè passi son necessari nove voti a favore e nessun veto. Finora inalterate le posizioni: quattro i favorevoli - oltre ai tre proponenti la
    Bulgaria - cinque, forse sei, i contrari - Francia, Russia, Cina, Germania, Cina e, forse, Pakistan - cinque gli indecisi - Cile, Messico, Angola, Guinea e Camerun.

    Powell e la Rice stanno moltiplicando gli sforzi per convincere gli indecisi ad appoggiare la risoluzione, ma il segretario di Stato si è
    detto convinto di potercela fare. Intanto Bush non demorde e continua a sostenere che se Saddam non disarma subito non sarà necessaria la risoluzione Onu per sferrare l' attacco.

    Ma, negli Stati Uniti si moltiplicano anche le iniziative delle organizzazioni pacifiste: a Washington, davanti al Congresso sono state arrestate 23 persone, dopo le 27 bloccate ieri nei pressi della Casa Bianca.
    "

    Shalom!!!

  6. #106
    SENATORE di POL
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    da www.iltempo.it

    " Slitta il voto su risoluzione Usa-Gb


    Si fa di ora più frenetica l'attività diplomatica per cercare di trovare uno sbocco alla crisi irachena. Oggi si terrà una seduta pubblica del Consiglio di Sicurezza dell'Onu. Il dibattito, richiesto in maniera formale dal movimento dei non allineati, potrebbe durare due giorni e quindi proseguire fino a domani. Il dibattito pubblico offre la possibilità a tutti i membri del Consiglio di Sicurezza di prendere la parola per rendere nota la loro posizione su una questione «che interessa la sicurezza e la pace internazionale».

    SLITTA IL VOTO SULLA RISOLUZIONE USA-GB. Intanto sembra oramai sicuro che siano in atto cambiamenti sostanziali alla bozza di risoluzione angloamericana sull’Iraq. Il voto su questo documento doveva svolgersi oggi, ma è slittato. E potrebbe essere rinviato anche l’ultimatum del 17. Sulla decisione di Stati Uniti e Gran Bretagna pesano, senza dubbio, l’annuncio russo e francese del ricorso al veto, le resistenze di Cile e Messico, le riserve di Londra e la scelta del Pakistan, alleato islamico numero uno nella lotta contro il terrorismo, di astenersi.

    JIANG ZEMIN: LE ISPEZIONI DEVONO CONTINUARE. Questa mattina il leader cinese Jiang Zemin ha detto al presidente americano George W.Bush che la crisi irachena «deve essere risolta con mezzi pacifici» e che le ispezioni dell' Onu in Iraq «devono proseguire». Jiang ha espresso le sue posizioni - già più volte affermate da Pechino - in una conversazione telefonica con Bush. Lo riferisce oggi l'agenzia d'informazione Xinhua (Nuova Cina). Jiang ha parlato della crisi irachena anche col cancelliere Gerhard Schroeder. Al leader tedesco, Jiang ha detto che nei rapporti presentati al Consiglio gli ispettori dell'Onu hanno affermato di aver «fatto progressi» e di ritenere che sarebbe sbagliato «fermarsi a metà strada».

    IL NO DI RUSSIA E FRANCIA. LE DIMISSIONI DI UN DIPLOMATICO USA. Ieri sia la Russia che la Francia hanno annunciato che comunque voteranno no in qualsiasi circostanza ad una nuova risoluzione dell'Onu che apra la via alla guerra all'Iraq. Lo ha ribadito il presidente frqancese Jaques Chirac dopo che la Russia aveva annunciato il veto alla nuova risoluzione, decisione della quale Bush si era detto «molto dispiaciuto». E cominciano a venir fuori dissensi anche all'interno dell'amministrazione statunitense: un diplomatico americano si è dimesso, infatti, per protesta contro la politica del presidente George Bush sull'Iraq. In una lettera di dimissioni indirizzata al segretario di Stato Colin Powell, e pubblicata sui media, il diplomatico John Brown ha affermato di non potere «in coscienza» sostenere «i piani di guerra del presidente Bush contro l'Iraq». «Attraverso il globo, gli Stati Uniti iniziano a venire associati all'uso ingiustificato della forza - si legge - L'indifferenza del presidente per le opinioni delle altre nazioni, assieme alla noncuranza per la diplomazia, sta facendo nascere un secolo anti americano». Brown, che ha più di venti anni di anzianità, è il secondo diplomatico americano a dimettersi a causa dell'Iraq, dopo John Brady Kiesling che ha lasciato la sede di Atene in febbraio.

    Ultimo aggiornamento martedì 11 marzo 2003 ore 11.00
    "

    Cordiali saluti

  7. #107
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    Predefinito Re: NOI PACIFISTI

    Originally posted by AngelodiCentro
    http://groups.msn.com/Popolarieuropei/noipacifisti.msnw
    DALLA PARTE DELL'ONU SENZA SE' E SENZA MA.
    Siamo tutti insieme con Francia, Russia e Germania!!

  8. #108
    Hanno assassinato Calipari
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    Parlare di pace in un mondo diviso

    Paola Pellegrini

    Roma, 11 marzo 2003

    Sono trascorsi quarant'anni da quel 20 marzo 1963 in cui Palmiro Togliatti, pronunciò il celebre discorso ai cattolici, rivolgendo ad essi l'appello alla comune riflessione sul destino dell'uomo nell'era nucleare e all'impegno "di unirsi e cooperare per salvare e la civiltà e l'umanità stessa ". Oggi il mondo è di nuovo sospeso sull'orlo di una guerra, terribile per gli scenari di conflitto e distruzione che può innescare, insensata nelle sue motivazioni di dominio e di potere, contraria al diritto internazionale ed alle sue fonti. Una guerra che niente sembra fermare, né la possente e decisa ripulsa dei popoli del mondo, né il lavoro febbrile delle diplomazie, prima fra tutte quella vaticana, in cui la voce del papa interviene per creare uno spazio vitale alla pace e alla speranza. Per farlo, anch'egli torna a quarant'anni fa, e all'annuncio profetico di papa Giovanni XXIII. Quarant'anni sono un tempo carico di significati; per la Bibbia esso indica simbolicamente il passaggio completo da una generazione all'altra. Una distanza che ci permette di guardare al passato e di valutare razionalmente i cambiamenti, e i totali rivolgimenti del corso della storia allora prevedibile, che hanno cambiato il mondo. La giornata di studio che si svolgerà a Bergamo il 22 marzo prossimo, organizzata dal nostro partito, vuole offrirsi, appunto, come spazio della riflessione storica sulla temperie politica, culturale e spirituale che produsse in uomini politici, autorità religiose, istituzioni e organizzazioni di massa tanto diverse, e anche contrapposte, una nuova comune coscienza delle sorti dell'umanità. Si è pensato ad un lavoro libero dagli assilli e dai riflessi condizionati della propaganda di parte; soprattutto libero dalle semplificazioni storiche che impediscono, e con esiti nefasti per la coscienza civile del paese, la conoscenza reale delle vicende dell'Italia repubblicana e delle sue radici: nella resistenza antifascista, nella scrittura della Costituzione come terreno di confluenza e sintesi delle diverse correnti ideali, politiche e culturali della democrazia e dell'antifascismo; per garantire, si disse allora, alle nuove generazioni una società nazionale rinnovata, governata dai principi della pace, della libertà, dell'uguaglianza e della giustizia sociale. Quarant'anni fa il mondo era di fronte all'incubo della guerra atomica, il confronto tra Stati Uniti d'America e Unione Sovietica e lo sfondo della guerra fredda si erano surriscaldati e rischiarono di incendiarsi nell'ottobre 1962 per la crisi dei missili a Cuba. Già a partire dalla seconda metà del 1961 il papa era intervenuto per esortare le grandi potenze a tenere lontani i rischi di guerra nucleare, a coltivare speranze di pace, facendo appello a "tutti nostri figlioli, credenti e non credenti". E' del 1954 il discorso di Togliatti sulla necessità di un accordo tra comunisti e cattolici per salvare la civiltà umana. Questo tema del rapporto con i cattolici era stata una costante di Togliatti, che tornerà, oltre che nel discorso di Bergamo, anche nel Memoriale scritto poche ore prima di morire a Yalta, nel rapporto tra il comune destino degli uomini e una situazione internazionale sempre più critica. All'origine della continua e pericolosa instabilità nel mondo sta il rifiuto americano del rapporto con i paesi socialisti e la rottura dell'unità antifascista uscita vittoriosa nella seconda guerra mondiale, e la resistenza opposta alla lotta dei popoli contro il colonialismo. In questo scontro si sviluppano i germi dell'aggressività e del militarismo, sorgono continue crisi e pericoli di guerra. Questo scontro, inoltre, aggrava gli stessi problemi di sviluppo del socialismo, acuisce le sue difficoltà e il suo isolamento, mette in difficoltà la coesione e l'unità del movimento comunista internazionale. La stessa rottura tra Urss e Cina affondava le sue ragioni più vere nel differente approccio dei due grandi partiti comunisti ai movimenti di liberazione nei paesi coloniali ed ex coloniali, più in generale alle tematiche terzomondiste. Togliatti scrive su questo parole forti e nuove, imprime una svolta alla concezione dell'internazionalismo, afferma il policentrismo, ogni movimento è se stesso e l'unità del movimento si deve costruire "nel reciproco rispetto, con argomentazioni oggettive, non con la volgarità e la violenza". Per questo "ai comunisti occorre avere molto coraggio politico, superare ogni forma di dogmatismo, affrontare problemi nuovi ", compreso " il tema della coscienza religiosa, del suo contenuto, delle sue radici tra le masse", altrimenti "la nostra mano tesa ai cattolici viene intesa come puro espediente e quasi come una ipocrisia". Un pensiero, quello togliattiano, che supera ogni pigrizia intellettuale, ogni "semplicismo", alla ricerca dell'incontro e dell'arricchimento del pensiero socialista con i valori e le istanze civilizzatrici e progressive di altre culture e di altri movimenti. Togliatti non perde mai la fiducia nel progresso e la speranza che il socialismo si affermi per realizzare una società in cui "l'uomo non è più solo e l'umanità diventa davvero una vivente unità, attraverso il molteplice sviluppo della persona di tutti gli uomini e la loro continua, organica partecipazione a un'opera comune". All'inizio degli anni '60, al termine di un pontificato conservatore e anticomunista, anche la Chiesa, nella persona di Giovanni XXIII, riesamina il proprio rapporto con il mondo. Con la Pacem in terris affronta il problema della pace mondiale e del dialogo fra i cattolici e "gli altri", in Italia ovviamente i non credenti, e i comunisti. Indirizzata agli uomini di buona volontà essa vede come positivi "segni dei tempi" l'ascesa delle classi lavoratrici, l'ingresso della donna nella vita pubblica, l'emancipazione dei paesi coloniali. Indica la necessità di fondare la pace sulla eguaglianza tra tutti gli uomini e gli Stati, e riconosce all'Onu la funzione di difesa dei diritti e delle libertà e la guida "dell'organizzazione giuridico-politica della comunità mondiale". Una voce contro ogni forma di pessimismo, una fede che va oltre la superficie e il rumore delle cose e confida che Dio cammina con l'uomo per salvarne e liberarne la vita. Ci auguriamo che il convegno sia l'occasione per una riflessione vera su questo. Del resto, siamo obbligati a farlo, mentre si prepara una guerra, mentre la pace annega in questo nuovo "disordine mondiale". Forse il papa polacco non pensò, allora, nel 1989, che sarebbe stato necessario riprendere, e con tanta forza, l'enciclica di Giovanni XXIII, ed è un fatto straordinario e di valore incalcolabile che ciò sia avvenuto. Il terzo mondo, povero e umiliato, ha bisogno di questa voce. Ogni giorno, anche se ci tappiamo gli occhi, questo dolore senza fine è lì davanti a noi, nei corpi di donne, uomini e bambini senza lavoro, senza cibo, senza futuro, senza più neppure la loro vita. In questo osceno presente, che ci viene dato come perenne e immodificabile, il capitalismo trionfante fa le guerre con assoluto libero arbitrio, cancella le conquiste politiche e sociali di due secoli di storia, ci dice che la storia non è esistita, che il '900 è stata la parentesi folle, il carnevale dei poveri, il mondo alla rovescia che ora è tornato nella posizione giusta: la fine della storia è il suo fine. Per questo comunisti, cattolici, tutti gli uomini di buona volontà, hanno un compito comune: nella storia si mostrano i segni di Dio all'uomo, nella storia si costruisce la libertà dell'uomo dallo sfruttamento. Certo, una storia si è conclusa, e c'è n'è un'altra. Era già cominciata, era questa, ma non ne vedemmo i segni, avevamo un nuovo benessere e non sapevamo più ricordare che non ci era stato regalato. Qualcuno, nel suo salotto caldo e riparato, la scambiò addirittura con l'inizio di "un secolo di pace e di prosperità". Ora, forse, cominciamo tutti a capire. Troviamoci a Bergamo, nel nome della pace, e andiamo avanti

  9. #109
    Hanno assassinato Calipari
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    11.03.2003
    Militarizzato nella notte il porto di Livorno. Cgil e disobbedienti: legalità sospesa
    di red

    Invece dei portuali, hanno dovuto usare il personale civile della base americana, scortato da poliziotti in assetto antisommossa. Solo così è stato possibile questa notte caricare due navi di armi e equipaggiamenti bellici nel porto di Livorno. Il personale civile che lavora alla base di CamI due portacontainer, il «Thebeland» ed il «Rosa Dhelmes» hanno lasciato in due momenti diversi, nel corso della notte e delle prime ore della mattina, la banchina del varco Galvani del porto di Livorno. Ad attendere la colonna dei mezzi militari provenienti da camp Darby - con materiale logistico e mezzi rotati - ieri sera c' erano una trentina di Disobbedienti.Un' altra settantina di pacifisti, tra questi anche molti Cobas,sono arrivati alla spicciolata in ritardo perchè colti di sorpresa dalla chiusura dell' Aurelia nelle due direzioni, da Tombolo (Pisa) a Stagno (Livorno) e dell' arteria provinciale Arnaccio, strada che collega l'entroterra pisano all' Aurelia.

    I «No war» sono comunque stati isolati da cordoni di uomini delle forze dell' ordine fino all' entrata in porto del convoglio in arrivo dalla base di Camp Darby. Il materiale
    bellico è stato imbarcato da militari Usa e civili della base. Una decina di Disobbedienti hanno cercato anche di ostacolare il passaggio dei convogli sdraiandosi a terra davanti al cancello del porto ma sono stati sollevati e trascinati via di peso.
    Alcune centinaia gli uomini delle forze dell' ordine impiegate in questo servizio, per la riuscita del quale il ministro dell' interno Giuseppe Pisanu si è congratulato con il prefetto ed il questore di Livorno.

    «È un'indecenza. Per diverse ore, questa notte, il governo italiano e i soldati americani hanno occupato un pezzo di Toscana»: così Luciano Silvestri, segretario generale della Cgil Toscana, commenta il blitz notturno nel porto di Livorno. «Si è trattato di un' azione compiuta all'insaputa delle autorità locali non governative, in spregio alla sicurezza del porto e di chi vi opera. Per diverse ore si è impedito non solo l'accesso alla banchina interessata al carico di armi, ma anche il libero accesso al porto degli altri lavoratori; sì è bloccata la statale Aurelia senza alcun preavviso, creando ulteriori problemi ai cittadini».

    Oggi in una riunione sui fossi a Livorno si è discusso dell'accaduto e di cosa questo può significare per la prosecuzione del movimento di "train stopping". Per Anubi d'Avossa Lussurgiu, di Rifondazione: «C'è un problema che il movimento si deve porre -dice- la macchina bellica va avanti ed è determinata- se vogliono partire, partono, il problema è come li blocchi?». Ma per Piero Bernocchi dei Cobas il saldo di questa prima fase di «boicottaggio» è positiva. «Ieri sera i compagni erano decisamente pochi rispetto al numero di uomini delle forze di polizia - dice Bernocchi -. Il porto era stato completamente militarizzato. Non si possono fermare le
    bombe con le mani e noi non abbiamo alcuna intenzione di ricorrere alla violenza, quello che ci preme è il coinvolgimento della gente in questa opposizione ed è quello
    che abbiamo ottenuto. Ci stiamo già organizzando, in caso di scoppio della guerra, per moltiplicare le nostre azioni seguendo anche le indicazioni dei pacifisti americani. Le attività colpiranno i soggetti più disparati, da quelli economici a quelli politici».

    Per la Cgil, infatti, «solo nell'illegalità è stato possibile effettuare quella che si
    configura come una vera e propria operazione militare all'interno di un'infrastruttura civile». «Questa notte - ricorda infatti la Filt - con un ampio dispiegamento di uomini e mezzi e con l'esclusivo utilizzo di soldati e personale civile della base di Camp Darby, come confermato da una nota stampa del Viminale, sono state caricate
    le navi, per le quali era previsto per oggi l'imbarco di materiale bellico statunitense presso la Scotto di Livorno.Tale dispiegamento militare - aggiunge la Filt - ha impedito per oltre due ore l'espletamento della normale attività in una parte del porto, dimostrando come l'uso militare dei porti sia profondamente deleterio per lo sviluppo dei traffici commerciali. I lavoratori dell'impresa, gli unici titolati per
    legge ad effettuare le operazioni di imbarco, presso la loro azienda, non sono stati neppure chiamati, e hanno comunque confermato che, in caso fosse stata richiesta la loro prestazione di lavoro avrebbero aderito agli scioperi indetti dal sindacato».
    «Per quanto ci risulta - spiega la Filt - non è stata neppure informata l'Autorità Portuale, unico soggetto cui competono la regolazione e le procedure di autorizzazione delle attività portuali. Questo modo di operare, in un'attività
    delicatissima come quella portuale, rischia di compromettere la sicurezza dei lavoratori, in primo luogo quella degli equipaggi delle navi, non essendo chiaro se il personale non autorizzato che ha svolto le operazioni abbia effettuato tutte le necessarie procedure per garantire il carico in modo corretto, ed un'adeguata informazione sulla pericolosità di quanto veniva trasportato».

    La Filt Cgil si attiverà per adottare tutte le iniziative per denunciare alle Autorità
    competenti le azioni illegali compiute, all'unico scopo di prevenire lo sciopero dei lavoratori, chiedendo l'accertamento di eventuali responsabilità. Lo annuncia la segreteria nazionale della Federazione trasporti della Cgil, sostenendo che quanto è avvenuto questa notte al porto di Livorno «dimostra che il coinvolgimento del
    nostro paese in una guerra, peraltro non ancora dichiarata, sta già provocando la sospensione della legalità ».

    http://www.unita.it/index.asp?SEZION...TOPIC_ID=23990

  10. #110
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    Lasciando perdere i nostalgici di Togliatti lo stalinista d'Italia, e il "pacifismo" unilaterale filo-sovietico d'un tempo, di cui molti ...sono figli monelli a sinistra, sentiamo il probabile futuro candidato del Sinistra-Centro alla Presidenza del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana.

    da www.lastampa.it

    " IL PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE UE AL PARLAMENTO DI STRASBURGO
    Prodi: una crisi gravissima, ma non rassegniamoci
    «Il caso Iraq ha un merito: costringerci a decidere quale Europa vogliamo»

    12/3/2003



    inviato a STRASBURGO

    «Uno dei pochi meriti della crisi irachena è quello di costringerci a un dibattito senza falsi pudori sull'essenza stessa del nostro modo di stare insieme». A questo punto, l'Europa deve «stabilire che cosa vuole», altrimenti diventerà forse un «supermercato», ma non troverà il suo posto di potenza mondiale. Dall'emiciclo dell'Europarlamento, Romano Prodi ha lanciato ieri un altro, accorato, appello ai Quindici a «non rassegnarsi a concludere che un'azione comune sulla scena internazionale sia fuori della loro portata». Le divergenze sempre più marcate che separano Inghilterra, Spagna, Francia e Germania - i quattro Paesi europei che siedono al Consiglio di sicurezza dell'Onu - e non soltanto loro, fanno temere proprio questo, ma il presidente della Commissione non vuole perdere la speranza. «Credo che nelle prossime settimane ci troveremo di fronte a una crisi gravissima», prevede Prodi. Ma l'augurio è che, almeno, questa crisi finirà con il dimostrare «l'insostituibilità delle istituzioni comuni». L'eventualità di una guerra in Iraq, secondo il presidente della Commissione Ue, tocca in particolare gli europei perché «la riconciliazione e la pace sono il fondamento stesso dell'Europa». E per la ricerca di una soluzione pacifica della crisi Romano Prodi si pronuncia «senza equivoci», ricordando i punti-chiave della posizione unitaria raggiunta faticosamente nel vertice europeo straordinario del 17 febbraio: l'Onu deve rimanere l'elemento centrale dell'ordine internazionale, la guerra non è inevitabile, il disarmo dell'Iraq deve essere effettivo e totale. Ma bisogna evitare anche due «tentazioni», come le chiama Prodi. La prima è quella di «costruire l'Europa in contrapposizione agli Stati Uniti». Le divergenze sono forti e sono sotto gli occhi di tutti: «Si tratta di divergenze importanti perché segnano il confine tra la guerra e la pace», dice il presidente della Commissione europea. Ma le divergenze non devono coinvolgere «la solidità della nostra alleanza, il complesso dei rapporti transatlantici, la nostra storia comune, la portata dei nostri legami» . A chi gli chiedeva se questo significasse un suo appoggio alla linea Bush sull'Iraq, Prodi ha risposto: «Non certo sulla guerra, ma nonostante questo terribile momento, le divergenze non devono produrre rotture di fronti e la collaborazione deve continuare». L'altra «tentazione» dalla quale ci si deve guardare, secondo Prodi, è quella di «concentrarsi soltanto sul dissenso interno dell'Unione europea». E' vero che tra i Quindici e anche tra i futuri membri della Ue «si sono manifestate in modo palese diversità di vedute». E' vero che «i meccanismi attuali hanno dimostrato di non essere sufficienti». Già il Trattato di Maastricht impegna gli europei a «dare prova di lealtà e di reciproca solidarietà» in politica estera e obbliga gli Stati membri che siedono al Consiglio di sicurezza dell'Onu a «concertare la loro azione». Questo, come è evidente, non è avvenuto. Ma, allora, si chiede Prodi «dobbiamo rassegnarci a concludere che la costruzione di una politica estera comune sia improbabile? Io non lo voglio credere». Ecco, quindi, l'invito: «Dibattere con il massimo di trasparenza e di sincerità quale Europa vogliamo costruire insieme». Per questo obiettivo l'occasione è la Convezione di Giscard e Amato. La crisi irachena, dice Prodi, «la carica di una responsabilità ancora più grande: proporre un testo di Costituzione unico e coerente». Lasciare questioni aperte - magari proprio sulla politica estera comune - «costituirebbe un pericoloso passo indietro». Dopo la Convenzione verrà la Conferenza intergovernativa, che dovrà trasformare le proposte in Trattato, ma Romano Prodi si chiede come una Conferenza intergovernativa «potrebbe mai riuscire là dove avesse fallito la Convenzione che è più diversificata, più trasparente e meno prigioniera degli schemi nazionali». Per costruire uno «spazio autenticamente politico che consenta di affermare e difendere i nostri valori su scala globale» c'è anche, secondo il presidente della Commissione, una «schizofrenia europea» da superare. E' la schizofrenia che consiste nel «chiedere alla Ue di fornire sviluppo e prosperità e di attendere, invece, dagli Usa la garanzia della sicurezza». La Commissione, ieri, ha compiuto un primo passo per superarla. Ha approvato una «comunicazione» per creare un «mercato unico» degli armamenti e sostenere così la base industriale della difesa europea. E' un settore strategico in cui, per il momento, i Quindici tutti insieme investono meno della metà degli Usa (160 miliardi di euro contro 390 miliardi di dollari). Ma l'elemento di maggiore debolezza che ne risulta è la capacità operativa della Ue: un decimo appena di quella Usa.

    Enrico Singer
    "

    Saluti liberali

 

 
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