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Discussione: Guerra e Pace

  1. #301
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    Predefinito Cos'è, un ciao ciao definitivo...

    ...quello che ci manda adc con la manina e la faccia verde di "astio fondamentalista"?

    Perchè, alla domanda semplice e schietta, sei con Saddam o con gli angloamericani, i "sinistri" glissano?
    Non possono certo dire di essere per Saddam, personaggio indifendibile; ma non potendo nemmeno tornare sui loro passi sbagliati, tentano di convincere il pubblico che la guerra (prima) e il dopoguerra (ora) siano più inaccettabili della guerra stessa.
    Martellando, giorno dopo giorno con l'aiuto di "anime pie" e meno pie, rancorose e invidiose verso l'America, creano una profezia catastrofica. La guerra, ancorchè vinta dagli Alleati, produrrà effetti terribili. Quindi niente "liberazione di popoli oppressi" ma destabilizzazione dell'area.
    E osservate la tecnica: non potendo "vendere" l'immagine di una America cattiva e fascista eccoli scatenati nella delegittimazione dell'Amministrazione Bush, dipingendoli come una banda di guerrafondai irresponsabili e incapaci.

    Bene, che ci provino, partono sconfitti: la gente legge, guarda e pensa. Ma com'è che dopo la Seconda guerra mondiale, infernale e distruttiva, l'Europa è entrata in una lunga sequenza di anni prosperosi e pacifici?
    Eppure, se rileggessimo le pagine dei giornali dell'epoca troveremmo sulla stampa fascista e nazista le stesse accuse all'imperialismo sionistamassonico dei banchieri americani, e le stesse profezie sui disastri che sarebbero scatenati dalle democrazie imbelli e corrotte.

    Eppure son passati solo sessant'anni.

    saluti

  2. #302
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    Predefinito Dagli amici mi guardi ...

    ...Dio, chè dai nemici ci penso io.

    Gli amici si vedono nei momenti difficili, quando si rischia qualcosa.
    Oggi muoiono americani e inglesi come negli anni quaranta da noi.

    Oggi muoiono bambini iracheni, fratelli maggiori di quelli che morirono anni fa gasati da Saddam. Il loro padre-padrone.

    Il tuo dio, che è lo stesso dio di Saddam e di Sharon, non ti dice niente?

    Ma il tuo papa (grand'uomo e brav'uomo, e che, tutto sommato, è anche il mio) non ha la linea diretta con lui?

    Non vedo estremisti...ma tanta falsità e disonestà intellettuale...dietro le troppe parole sprecate in falsa pietà.

  3. #303
    Hanno assassinato Calipari
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    Originally posted by AngelodiCentro
    peccato che il comunismo ha creato proprio l'oppressione, la morte e la miseria di cui parli, mentre la liberaldemocrazia, nel bene e nel male, ha portato benessere e libertà a tutti i popoli che l'hanno applicata.
    hai detto bene, il comunismo rappresenta una società assente, morta sia dentro che fuori. e a nulla serve ripetere un esperimento che porterebbe anche altre 1000 volte allo stesso fallimento.
    guarda che sono le persone ad essere democratiche, non i sistemi.

    Il comunismo non è un sistema, non si occupa di elezioni, ma di liberazione dai vincoli opprimenti della società, compreso lo sfruttamento del lavoro.

  4. #304
    Hanno assassinato Calipari
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    Predefinito Re: Cos'è, un ciao ciao definitivo...

    Originally posted by mustang
    ...quello che ci manda adc con la manina e la faccia verde di "astio fondamentalista"?

    Perchè, alla domanda semplice e schietta, sei con Saddam o con gli angloamericani, i "sinistri" glissano?
    E gli spagnoli-italiani, non li citi più?

  5. #305
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    Pillola di saggezza... Yao Ming

    "You know the world is going crazy when the best rapper is a white guy, the best golfer is a black guy, France is accusing the
    US of arrogance and Germany doesn't want to go to war!"

  6. #306
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    Originally posted by yurj
    guarda che sono le persone ad essere democratiche, non i sistemi.

    Il comunismo non è un sistema, non si occupa di elezioni, ma di liberazione dai vincoli opprimenti della società, compreso lo sfruttamento del lavoro.
    Infatti lo sfruttamento del lavoro lo militarizza o lo concentra nei Gulag.

    Shalom!!

  7. #307
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    da www.corriere.it

    " IL CASO


    Il pacifista va al fronte (se la pace non c’è più)


    Il reverendo Morrison era un cristiano che si batteva contro la guerra. Ma non appena è scoppiata la guerra, Morrison ha smesso di predicare la pace, e si è schierato con l’esercito inglese, con il suo esercito. Morrison rimane ovviamente un buon cristiano. Egli non pensa infatti che Dio stia con gli inglesi: «Non è certo un proposito di Dio far vincere un popolo in guerra». Anzi Morrison dice che «Dio è Dio di entrambi gli schieramenti», ma prega e lavora «perché Dio aiuti la gente e il mondo a rimanere umani, pienamente umani, nella più disumana delle condizioni». E per Morrison «è disumano, è un cancro, il regime corrotto e assassino di Saddam». Anche se, aggiunge, «io sono sicuro che Dio piange ogni volta che muore un iracheno».
    Più va avanti la guerra, e più diventa guerra anche il pacifismo. E non solo in Inghilterra, dove appunto il parroco sessantenne di Burghill non scrive più sul giornale parrocchiale che «una guerra contro l’Iraq diffonderà l’odio per molti anni a venire»; ora invece scrive che «la nostra società è in guerra, e dunque nessuno può lavarsene le mani e non prendere parte». Benché di segno opposto al parroco inglese, anche in Italia alcuni pacifisti, come Sergio Cofferati o come Giovanni Berlinguer, si sono contraddetti e si sono sorpresi a desiderare non più la pace «senza se e senza ma», ma al contrario una guerra lunga, molto lunga.
    Il prete Jimmy Morrison, che aveva pregato per anni «affinché Dio desse forza all’Onu», è un pacifista che contraddice se stesso perché l’importante per lui non è più la pace, «ma che vincano gli inglesi ed estirpino l’infezione Saddam». In modo eguale e contrario anche i pacifisti italiani contraddicono se stessi perché l’importante per loro non è più la pace, ma che non vincano i padroni (del mondo).
    Ebbene, l’idea che il pacifismo si faccia guerra è un’idea molto migliore di quanto sembri a prima vista, perché è una idea sincera, un’idea che demistifica gli espedienti e i falsi intendimenti, è soprattutto un’idea che rivela: quando scoppia la guerra finisce la pace, quando c’è la guerra anche il pacifista combatte, la guerra costringe ad attaccare o a difendersi, sempre e comunque a stare in campo, ad abbandonare gli spalti, a proteggere persino il diritto che ti dà il tuo Paese ad essere pacifista.
    Davvero esemplare è dunque la vicenda di questo reverendo Morrison, un uomo di pace che conosce bene gli orrori della guerra, ne ha misurato la terribile forza distruttiva, il suo immenso dolore, perché è stato per sei anni il cappellano delle Sas, le famose forze speciali inglesi, anche durante la Guerra del Golfo: «Sono stato addestrato a sopravvivere». Per anni il reverendo ha sperato che Saddam fosse cacciato via, poi ha pregato perché l’invasione dell’Iraq fosse fermata, perché la politica prevalesse sulle armi: «Ma adesso che ci siamo, tra il bisturi e il cancro, non posso certo scegliere il cancro».
    Il reverendo ha parlato alla radio, nella popolare trasmissione del mattino «Il pensiero del giorno»: «Molta gente considera le armi ripugnanti. Ma un coltello può essere un’arma ripugnante in un dato momento e un bisturi chirurgico in un altro. La violenza, che è comunque orribile, può diventare scusabile. In Iraq c’è un regime assassino che sta distruggendo il Paese e le vite dei suoi abitanti, e che è pronto a infettare il resto del mondo. Lo sforzo militare è uno strumento di chirurgia». Il reverendo Morrison ha commosso gli inglesi e li ha pure divertiti sostenendo tuttavia concetti forti, profondi, complessi. Ex insegnante universitario, prete da quando aveva trent’anni, Morrison ha spiegato che «la Bibbia non è un testo pacifista», ma è la grandiosa storia di una guerra, della guerra di liberazione contro i Faraoni, e che mai nel Nuovo Testamento i soldati dicono ai soldati di non essere soldati, e che il comandamento più citato di questi tempi «Non uccidere» se fosse ben tradotto dall’ebraico suonerebbe così: «Non assassinare».
    Intervistato dai giornali Morrison è diventato, nel suo piccolo, una metafora dell’Inghilterra, che prima dell’invasione era contro l’invasione e adesso, sempre di più, si stringe attorno all’esercito e a Tony Blair. E’ il pacifismo che mostra la sua autenticità, il pacifismo che si divide e si schiera con le forze in campo. Anche se nessuno dovrebbe farlo nel nome di Dio: «Il fatto è che siamo in guerra. E quando vedo la gente che ancora dimostra contro la guerra io penso che si prendono il lusso di essere più santi di me».

    di FRANCESCO MERLO
    "

    Shalom!!!

  8. #308
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    Angelino ha appena detto, anche se non lo sa, che Bush e Blair sono criminali di guerra al pari di Saddam. Penso che non lo vogliano neppure nella Margherita.....


    dal sito di Ideazione

    " "La scelta atlantica di Berlusconi
    e le conseguenza della guerra"
    intervista a Stefano Folli di Cristiana Vivenzio

    “L’Italia guarda al dopoguerra con un sentimento ambivalente. Per il nostro paese si proiettano all’orizzonte un possibile vantaggio e un possibile danno”. In una prospettiva di medio periodo il governo Berlusconi dovrà fare i conti con la sua scelta di campo. Ne è convinto Stefano Folli, commentatore politico del Corriere della Sera.

    Ma da cosa deriva il vantaggio per il nostro paese?

    Certamente dalla buona relazione con gli Stati Uniti. Nonostante certi equilibrismi, Silvio Berlusconi ha saputo gestire il rapporto con Bush. Dunque l’immagine dell’Italia come partner privilegiato di Washington nell’avventura irachena (e quindi nella ricostruzione post-bellica) si è rafforzata. Non siamo “belligeranti”, ma abbiamo dato agli americani quello che più di tutto interessava loro: una chiara solidarietà, un sostegno politico che non è mai stato in discussione. Un’Italia più vicina agli Stati Uniti (nel presupposto che la guerra duri relativamente poco e si risolva nel pieno successo delle armate angloamericane) consolida il governo, nonostante i sondaggi oggi sfavorevoli. E’ un investimento politico che Berlusconi e i suoi alleati della Casa delle Libertà hanno fatto a ragion veduta. Pensando al domani, al nuovo disegno geo-strategico nell’area mediorientale, all’importanza del rapporto con la superpotenza.

    Eppure vi sono paesi che hanno offerto ben di più agli Stati Uniti di una dichiarazione di solidarietà. L’Italia avrebbe potuto fare uno sforzo in più per rinsaldare il vincolo con gli Usa?

    Agli occhi di Bush sarebbe stato meglio che l’Italia avesse inviato anche un contingente militare, magari solo simbolico. Così non è stato, in virtù del compromesso istituzionale siglato con il Quirinale e anche a causa delle pressioni vaticane. Ma soldati italiani, gli alpini, sono al lavoro in Afghanistan e questo in qualche modo risolve il problema.

    Sul piano interno, che conseguenze ha prodotto la “scelta americana” di Berlusconi?

    In chiave tattica, la scelta di Berlusconi ha spiazzato la sinistra, ha messo in crisi i suoi rapporti con l’amministrazione di Washington, ha indotto un politico accorto come D’Alema, l’ex presidente del consiglio del Kosovo, a parlare quasi il linguaggio di Bertinotti. Anche questa circostanza (sempre nell’ipotesi di un conflitto di breve durata) offre non pochi vantaggi politici, in prospettiva, alla coalizione di governo.

    Eppure il pacifismo, tanto di moda in questi giorni, lascerebbe pensare al contrario, che il sentimento antigovernativo stia montando anche per la posizione assunta dal governo nella crisi irachena…

    E’ vero. Certe ambiguità governative, volte a rassicurare la Chiesa o comunque a tenere nel debito conto le parole del Papa, non hanno guadagnato a Berlusconi le simpatie di alcun pacifista. D’altra parte il pacifismo è molto esteso, questo sì, ma il fenomeno a mio avviso è destinato a ridursi di molto in caso di rapida vittoria americana. Mentre diventerebbe una marea inarrestabile nell’altro scenario: quello apocalittico di un conflitto che non si esaurisce e anzi si allarga e incrudelisce.

    Veniamo al danno, allora.

    Il danno che Berlusconi dovrà sopportare riguarda proprio le incognite della guerra e non solo quelle legate alla sua durata. Sul tappeto esiste già un danno sicuro: le relazioni tra le capitali europee si sono guastate e ci vorrà tempo e molta buona volontà per ricucirle. Come ha detto l’ambasciatore francese a Roma, pur smentito dal nostro ministro degli Esteri, i rapporti tra Roma e Parigi “sono al punto più basso”. Altro problema primario, che peraltro è un’opportunità: come evitare la dissoluzione permanente delle Nazioni Unite. Nel momento in cui Blair pone a Bush la necessità di coinvolgere l’Onu nella ricostruzione dell’Iraq, ecco che si delinea anche il compito di Berlusconi. Un compito non facile, ma essenziale.

    Il semestre di presidenza italiana all’Ue è alle porte. L’Italia ha tutto questo tempo?

    Purtroppo no. Il semestre italiano comincia dopodomani, potremmo dire, ossia il primo luglio. E sappiamo quante speranze il governo italiano annette a questo appuntamento. C’è da fare il bilancio della Convenzione Giscard-Amato, con le sue ipotesi di nuova Costituzione. C’è soprattutto la conferenza intergovernativa da mettere a punto. Sullo sfondo si delineano precise necessità: la politica estera e la politica di difesa comuni. Ma ricostruire i rapporti con la Francia, mediare tra le capitali divise dalla guerra, avanzare una mediazione convincente sui problemi aperti: tutto questo costituisce una grande responsabilità del governo di Roma. Purtroppo il clima in Europa continua a essere ben poco positivo, nonostante qualche timido segnale dal vertice di Bruxelles. E il semestre italiano è troppo vicino nel tempo per non autorizzare il pessimismo. Ci vorrà tutta la buona volontà e soprattutto la fantasia di Berlusconi e di Frattini per superare gli ostacoli.

    28 marzo 2003

    vivenzio@ideazione.com
    "

    Shalom!!!

  9. #309
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    chi imita un criminale E' un criminale.

    Shalom!

  10. #310
    SENATORE di POL
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    Un criminale con "legittime ragioni" resta un criminale, sennò bisognerebbe depenalizzare un mucchio di crimini. Al massimo ha diritto a delle attenuanti.

    Shalom!!!

 

 
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