Adc, in Afghnistan c'e' la liberta'?![]()


Adc, in Afghnistan c'e' la liberta'?![]()


se la libertà si impone dall'alto, piuttosto che si costruisce attraverso dei processi più raffinati e complessi. La rivoluzione francese che si è esportata con le armi è travasata nell'impero, cambiando persino i suoi agenti, basta pensare ad un generale repubblicano che si fa proclamare dal papa imperatore. Detto questo, sulla base di quell'esempio storico è anche vero che le armate rivoluzionarie hanno portato l'idea della libertà che è stata messa in marcia. Io credo che questa marcia sia iniziata anche nel mondo arabo ed in afganistan. Perchè quando uno promuove un messaggio que messaggio procura un effetto, indipendentemente dalle volontà e dagl eventi che possono contraddirlo. Credo invece e me ne compiaccio che l'Afganisthan non sia più una minaccia per l'occidente e un danno per l'islamismo, quale era con il regime talebano. Poi in senso lato, non portare più il bourka e non essere più lapidati per adulterio, lo considererei un passo avanti se non altro per le donne. E' curioso che un comunista non se ne accorga. Evidentemente gli piacevano il burka e le lapidazioni, come gli piacevano le galere di Saddam.


Originally posted by AngelodiCentro
Sicuramente ce ne è molta di più di due anni fa.![]()
Ai tempi del governo comunista, era meglio o peggio di oggi?
Comunista![]()


da www.israele.net
" Sharon: "Pronti a dolorose concessioni in un nome di una pace autentica"
Da un'intervista di Ha'aretz al primo ministro israeliano
14 aprile 2003
Ha'aretz: Primo ministro Sharon, stiamo vivendo un sorprendente momento storico. La realta' attorno a noi sta cambiando radicalmente. Dal suo punto di vista, la nuova situazione nel Medio Oriente dopo la caduta dell'Iraq e' positiva o negativa per Israele?
Sharon: "La leadership irachena era orribile e criminale. Gia' vent'anni fa avevano capito che era impossibile acquistare una "Bomba per l'Islam ", e che quindi dovevano prodursela da soli. Per questo la rimozione della minaccia irachena e' certamente un sollievo. Tuttavia, questo non significa che tutti i nostri problemi siano stati risolti. L'Iran sta lavorando alla produzione di armi di sterminio ed e' impegnato a realizzare missili balistici. La Libia sta facendo molti sforzi per acquisire armi nucleari. Cio' che si sta sviluppando in questi paese e' grave e pericoloso. Anche in Arabia Saudita c'e' un regime che garantisce aiuti illegali alle organizzazioni terroristiche che oprano qui da noi".
Ha'aretz: Lei sta dicendo che cio' che e' successo in Iraq dovra' succedere in qualche modo anche in Iran, Libia e Arabia Saudita?
Sharon: "Nel caso dell'Iraq, gli Stati Uniti hanno dimostrato la loro leadership al piu' alto livello. Non credo che sia realistico pensare che dopo la fine di una campagna, ne possa iniziare immediatamente un'altra. Anche una superpotenza ha i suoi limiti. Quando vinci, anche tu sei un po' indebolito. Detto questo, oggi esiste la possibilita' che qui da noi inizi un nuovo periodo. L'azione militare contro l'Iraq ha provocato uno choc in tutto il Medio Oriente e porta con se' una prospettiva di grandi cambiamenti. C'e' la possibilita' di instaurare relazioni diverse tra noi e gli Stati arabi, tra noi e i palestinesi. Non si puo' trascurare questa opportunita' e io intendo prendere in consiiderazione questi fatti con estrema attenzione ".
Ha'aretz: Ritiene che vi sia la possibilita' di raggiungere una composizione del conflitto nel futuro prevedibile?
Sharon: "Questo dipende in primo luogo dagli arabi. Comporta un tipo diverso di dirigenza, una battaglia contro il terrorismo e una serie di riforme. Comporta la cessazione assoluta dell'istigazione e lo smantellamento di tutte le organizzazioni terroristiche. Ma se vi sara' una dirigenza che capisce queste cose e che le applichera' seriamente, la possibilita' di arrivare a un accordo esiste".
Ha'aretz: Ritiene che Abu Mazen sia un leader con cui lei riuscira' a raggiungere un accordo?
Sharon: "Abu Mazen capisce che e' impossibile sconfiggere Israele per mezzo del terrorismo".
Ha'aretz: Un giorno, forse presto, squillera' il telefono. Dall'altra parte ci sara' il presidente degli Stati Uniti. Le dira': "Arik, ho rimosso una grave minaccia per Israele, sto promuovendo una rivoluzione in tutto il Medio Oriente. E' giunto il momento che anche tu dia il tuo contributo. Parliamo di Netzarim [piccolo villaggio israeliano nella Striscia di Gaza]".
Sharon: "Ci sono alcune questioni sulle quali siamo disposti a fare importanti passi in avanti, anche molto dolorosi. Ma c'e' una cosa che ho detto piu' volte a Bush: non ho mai fatto concessioni in passato su questioni che concernono la sicurezza di Israele, non le faccio ora e non le faro' in futuro. Ho spiegato chiaramente a Bush che questa e' la storica responsabilita' che io ho nei confronti del futuro e del destino del popolo d'Israele. Bisogna che si sappia: su questo non vi saranno concessioni. Saremo noi, alla fine, a decidere cos'e' pericoloso per Israele e cosa non lo e '".
Ha'aretz: E la questione di Netzarim?
Sharon: "Non voglio discutere di nessun luogo specifico in questo momento. E' una questione delicata e non occorre parlarne in questa fase. Ma se alla fine noi avremo un interlocutore con cui discutere, e se loro capiranno che la pace non ha niente a che fare con il terrorismo ne' con la rivolta contro Israele, allora saro' io stesso a dire che dobbiamo compiere dei passi che sono dolorosi per ogni ebreo, e dolorosi per me personalmente ".
Ha'aretz: Ma la frase "concessioni dolorose" non e' un'espressione vuota?
Sharon: "Assolutamente no. Viene dal profondo della mia anima. Guardi, stiamo parlando della culla del popolo ebraico. Tutta la nostra storia e' legata a questi posti: Betlemme, Shiloh, Beit El. E io so che dovremo separarci da alcuni di questi luoghi, da alcuni dei dei luoghi che sono intrecciati con l'intero corso della nostra storia. Come ebreo, questo mi angoscia. Ma ho deciso di fare ogni sforzo per raggiungere un accordo. E credo che la necessita' razionale di arrivare a un accordo debba prevalere sui miei sentimenti" .
Ha'aretz: Lei ha creato gli insediamenti, ci ha creduto, li ha alimentati. E' pronto a considerare il ritiro dagli insediamenti isolati?
Sharon: " Se raggiungeremo una vera situazione di pace, una pace che duri per generazioni, dovremo fare delle concessioni dolorose. Non lo faremo in cambio di promesse, ma in cambio di una pace vera ".
Ha'aretz: Qualcuno si aspetta che lei sia una sorta di De Gaulle israeliano, un leader nazionale, un generale, che a un certo punto capisce che la realta' e' mutata e volta le spalle al propria stessa storia, dando luogo a una spettacolare svolta epocale. E' questa la sua aspirazione?
Sharon "Bisogna ricordare sempre una cosa, circa i paragoni con De Gaulle: nel nostro caso l'Algeria e' qui, non a centinaia di chilometri di distanza. Pertanto le necessarie misure di cautela nel nostro caso devono essere molto piu' grandi".
Ha'aretz: Ma per quanto la riguarda, lei desidera essere ricordato come colui che impresse un cambiamento delle stesse proporzioni?
Sharon: "Sono deciso a fare uno sforzo vero per ottenere un accordo vero. Io credo che chiunque abbia assistito alla nascita di quella cosa straordinaria che si chiama Stato d'Israele probabilmente capisce meglio le cose e sa meglio di altri come raggiungere una soluzione. Per questo io credo che questo compito spetta alla mia generazione, che ha avuto il privilegio di vivere uno dei periodi piu' emozionanti della storia del popolo ebraico. Ho 75 anni, non sono animato dall'ambizione di arrivare ad altre cariche politiche oltre quella che ho adesso. Credo che il mio obiettivo e il mio scopo sia quello di portare questa nazione alla pace e alla sicurezza. Questo e' il motivo per cui sto facendo ogni sforzo. Penso che questo sia cio' che devo lasciare dietro di me: cercare di arrivare a un accordo".
Ha'aretz: Ha davvero accettato l'idea di due Stati per due popoli? Ha veramente intenzione di dividere la Terra d'Israele occidentale [la terra tra il mare e il fiume Giordano]?
Sharon "Credo che questo sia cio' che accadra'. Bisogna guardare le cose realisticamente. Alla fine vi sara' uno Stato palestinese. Io vedo le cose innanzitutto e soprattutto dalla nostra prospettiva: non credo che noi dobbiamo governare un altro popolo e le loro vite. Non penso che abbiamo la forza per farlo. E' un peso gravoso per la gente, solleva problemi etici e porta gravi problemi economici ".
Ha'aretz: Tuttavia sotto la sua guida Israele ha ripreso il controllo delle citta' palestinesi.
Sharon: "La nostra presenza a Jenin e Nablus e' temporanea. La nostra presenza in quelle citta' e' nata dalla necessita' di proteggere i cittadini israeliani dagli attentati terroristici. Non e' una situazione che possa durare ".
Ha'aretz: In passato lei parlava di un "accordo ad interim di lungo periodo". Non credeva in una soluzione definitiva e nella fine del conflitto?
Sharon: " Io credo che ora siano state create delle opportunita' che prima non esistevano. Il mondo arabo in generale, e i palestinesi in particolare, sono stati profondamente scossi. C'e' la possibilita' di raggiungere un accordo prima di quanto la gente non creda ".
Ha'aretz: L'elettorato israeliano l'ha eletta due volte a larga maggioranza perche' lei respingesse e sconfiggesse Yasser Arafat. L'ha fatto?
Sharon: "Penso che uno dei nostri successi e' quello di aver aperto gli occhi a molta gente sulla vera natura dell'Autorita' Palestinese e della persona che ne e' a capo, rendendola irrilevante. Quando usai questa parola in passato, molti ne sono rimasti scossi, soprattutto quelli che scrivono e fanno opinione. Ma alla fine Arafat e' si e' dimostrato davvero irrilevante ".
(Haaretz,, 13.04.03) "
Shalom!!!


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sei incredibile
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Pfb: la solita pagliacciata del criminale Sharon


da www.israele.net
" [...] Il ministro degli esteri israeliano Silvan Shalom, in visita in Turchia, si e' detto preoccupato per le posizioni siriane e ha detto che Damasco minaccia la stabilita' in Medio Oriente: " La Siria permette alle organizzazioni terroristiche di operare tranquillamente sul proprio territorio - ha denunciato Shalom - Purtroppo i siriani non fanno nulla per fermarle e anzi le incoraggiano continuamente ad agire dall'interno della Siria ". Il ministro degli esteri israeliano ha anche accusato l'Iran di continuare a fornire armi ai fondamentalisti libanesi Hezbollah.
Anche il ministro della difesa israeliano Shaul Mofaz ha ammonito lunedi' la Siria di tenere a freno i fondamentalisti Hezbollah libanesi ed espellere i capi terroristi da Damasco. La Siria da anni occupa il Libano con circa 30.000 soldati, appoggia gli Hezbollah filo-iraniani e ospita dieci delle piu' pericolose organizzazioni terroristiche palestinesi, comprese Hamas e Jihad Islamica. Secondo Mofaz, ora la Siria offre anche rifugio a importanti membri del decaduto regime iracheno di Saddam Hussein. "Dobbiamo monitorare con attenzione tutto cio' che avviene in Siria", ha detto Mofaz.
Il ministro degli esteri afgano Abdullah Abdullah avrebbe fatto sapere al ministro degli esteri israeliano Silvan Shalom che il suo paese e' interessato a normalizzare i rapporti con "i paesi che vogliono la pace".
Attentato sventato in Israele. Disinnescato in tempo dagli artificieri israeliani un ordigno presso il college Beit Brel, a Kfar Sava. Secondo la polizia la bomba, comandata a distanza da un cellulare, avrebbe potuto causare una strage simile a quella dell'estate scorsa nella mensa dell'Universita' di Gerusalemme.
Tiri di artiglieria Hezbollah lunedi' dal Libano meridionale su Kiryat Shmona (nord Idsraele).
Il presidente dell'Autorita' Palestinese Yasser Arafat ha bocciato domenica sera la lista di ministri proposta dal neo primo ministro designato Mahmoud Abbas (Abu Mazen) definendola una "chiara provocazione". Secondo fonti interne al Comitato Centrale di Fatah, citate da Ha'aretz, Arafat ha rifiutato in primo luogo la nomina dell'ex capo della sicurezza preventiva palestinese a Gaza Mohammed Dahlan a ministro per gli affari interni con incarico sulla riunificazione delle forze di sicurezza palestinesi (una delle richieste di Israele e Usa per riavviare negoziati credibili). Arafat e' anche contrario alla decisione di Abu Mazen di tenere per se' il ministero degli interni attualmente ricoperto da Hani al-Hassan. La lista di ministri presentata da Abu Mazen comprende diversi parlamentari palestinesi, come Ziyad Abu Amr e Nabil Amr, che fin dal 1997 si sono schierati a favore delle riforme per combattere la corruzione nelle istituzioni dell'Autorita' Palestinese, mentre esclude diversi ministri in carica sospettati di corruzione. Esclusi anche alcuni personaggi di spicco dell'entourage di Arafat come Saeb Erekat, Abed Rabbo e Maher al-Masri. Nel recente passato Abu Mazen aveva detto che avrebbe rinunciato all'incarico se la sua lista di ministro fosse stata rifiutata. La bocciatura da parte di Arafat potrebbe rinviare ulteriormente la pubblicazione della cosiddetta "mappa stradale" per la pace elaborata da Usa, Ue, Russia e Onu e tuttora oggetto di discussione. "
Arafat, l'amico di Saddam (vedere gli auguri recenti...) costituisce un oggettivo ostacolo al processo di pace. Non c'è più il minimo dubbio.
Shalom!!!


gli americani addestrano 5000 paramilitari iracheni in Romani all'ordine di Chalabi. E questo non è terrorismoper Israele.
Siete alla frutta.
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Magdi Allam: il Pinocchio d'Egitto
IL PINOCCHIO D'EGITTO (Prima parte: i sosia)
di Valerio Evangelisti
http://www.carmillaonline.com
Diciamoci la verità. La Repubblica è nel giusto, quando va fiera della
qualità dei suoi corrispondenti di guerra in Iraq. Non ci sono solo Bonini
& D'Avanzo, capaci di descrivere in ogni dettaglio una serie di
insurrezioni a Bassora che la gente del luogo non ha notato (forse perché
distratta dalle
bombe). C'è anche un intellettuale vero, per di più egiziano, per di più
musulmano: Magdi Allam. Sociologo, scrittore, opinionista, una passione
sfrenata per la verità. Cosa si vuole di più? Non è un caso se, ogni volta
che un TG ha bisogno di un parere competente, interpella lui. Febbrile,
emaciato (si capirà dopo perché metto in rilievo queste caratteristiche
fisiche), è garanzia vivente di informazione sicura e di valutazione ponderata.
Nessuno potrebbe scambiare Magdi Allam con uno di quegli scalzacani intenti
a bombardarci con quelle che Stefano Benni (sul manifesto del 5
aprile)chiama le "bombe al panzanio". Allam è autore di libri e saggi di
notevole valore scientifico. L'ultimo, appena uscito, si intitola Saddam,
storia
segreta di un dittatore (Mondadori, 2003). Non voglio anticipare troppo di
questo libro, che si legge con sbalordimento crescente via via che si
procede. Magari gli dedicherò una recensione apposita. Però un breve
commento si impone, per capire la coerenza dell'Allam saggista con l'Allam
reporter.
Anzitutto il libro ha una peculiarità che lo differenzia da tanti altri: la
bibliografia (contenuta nelle note). E' forse la più breve che la
saggistica abbia mai conosciuto: due sole facciate, roba da Guinness dei
primati. In tre capitoli su sette, poi, si fonda su un semplice articolo di
giornale.
Memorabile la base documentaria del secondo capitolo, che non ha che
un'unica fonte: un pezzo su Gente intitolato Sono stata per trent'anni
l'amante di Saddam. Mai avevo visto Gente divenire fonte di uno studio
storico e psico-sociologico. Siamo di fronte a una vera svolta nella
metodologia delle
scienze sociali.
Non provo nemmeno a riassumere il contenuto del libro. Dirò che tesi di
fondo dell'autore è che Saddam Hussein sia diventato cattivo a causa del
nome (che vorrebbe dire "disgrazia") e per via della madre che lo
maltrattava. Le dimensioni di questa cattiveria le scopriamo con orrore già
a pagina 7: "Un suo ex compagno di scuola ha ricordato che Saddam rubava la
merenda dei bambini. Se loro tentavano di riprendersela attaccandolo in più
di uno, lui buttava il cibo per terra e lo calpestava con il piede".
Terribile. Il resto è un crescendo drammatico: Saddam che sorride in
pubblico ma sta serio quando è solo, Saddam che detesta portare gli
occhiali e che si tinge i capelli, Saddam che è un donnaiolo impenitente
ecc. Non mancano i dati d'altro tipo, ma sempre accompagnati da
un'insistita analisi
fisionomica, e sorretti da pochi articoli di giornale. Magdi Allam opera
così una felice sintesi tra la storiografia di Svetonio e la sociologia di
Lombroso. Il risultato non servirà molto all'analisi di una dittatura, però
non può essere tacciato di mancanza di coraggio: era da più di un secolo che
non si leggeva roba del genere.
Ma a questo punto è il Magdi Allam corrispondente dall'Iraq che aiuta a
spiegare il Magdi Allam sociologo. Emerge infatti il motivo della sua
passione per la fisionomica. Fin dal primo giorno di guerra, il suo
problema è soprattutto uno: individuare sotto quali panni si nasconda
effettivamente
Diabolik. pardon, Saddam. Ecco dunque che subito ci avverte: "Dalla sua
mente diabolica è nata l'idea di rimodellare chirurgicamente e
psicologicamente tre uomini per farne dei sosia" (La Repubblica, 20 marzo
2003; d'ora in poi riporterò solo la data, perché il giornale resta lo
stesso). Cavolo, un Frankenstein moderno! Da questo momento, ci si può
aspettare davvero di tutto.
Non bisogna attendere troppo. Passa un solo giorno e Saddam Hussein appare
in Tv. Magdi Allam è lì che spia ogni suo tratto somatico: "Potrebbe essere
proprio lui il vero Saddam Hussein. (.) Mostra i tratti appesantiti di chi
fa una vita sedentaria nel chiuso della clandestinità a cui si è
auto-relegato. Il volto gonfio e il corpo flaccido tradiscono l'uso
costante del litio, che serve a regolare l'umore nei soggetti colpiti da
crisi maniaco-depressive" (21 marzo 2003).
Una frase del genere scatena istintivi sospetti circa il volto gonfio e il
corpo flaccido di Luttwak o di Giuliano Ferrara. Così come una successiva
li indirizza addirittura su Silvio Berlusconi, su Schifani e su metà del
parlamento italiano. "Si sa che [Saddam] si tinge i capelli. Imitare la
pettinatura di Saddam, la sua scriminatura a sinistra, è diventata una
testimonianza di fedeltà al regime".
Mi figuro Magdi Allam intento a interrogare, dopo i farmacisti che vendono
litio, barbieri e parrucchieri, per scoprire le perversioni del rais.
Oppure a riguardarsi per ore, su uno schermo enorme, il filmato di Saddam
che parla, fino a scoprire il dettaglio che nessuno aveva notato: "Ieri i
baffi di Saddam tradivano dei tratti bianco-grigi che in altri tempi e
altrove non compaiono". Perbacco, questo sì che è fiuto. Un dettaglio
veramente inquietante, in un uomo di 66 anni dalla peluria vistosamente
tinta. Però
Saddam Hussein, nelle immagini, portava gli occhiali, e dagli studi attenti
di Magdi Allam sappiamo che detesta farlo. Come essere certi che fosse
davvero lui? Per fortuna che c'è il litio rivelatore che lo gonfia. Che sia
benedetto.
Altrimenti la confusione sarebbe massima, con due sosia creati ad arte col
bisturi e messi in giro. Sherlock Allam ne individua il primo in una
riunione al vertice di poco successiva. "Questo primo sosia di Saddam è
decisamente più giovane: esibisce la folta capigliatura nera, spiccano i
folti baffi neri e non porta gli occhiali. Ma soprattutto sorride".
Perché mai non dovrebbe sorridere? La risposta di Magdi è immediata: "Si sa
che durante l'infanzia Saddam ha maturato un profondo sentimento di
solitudine e di diffidenza nei confronti del prossimo, al punto di fargli
esclamare: 'ero padre e madre di me stesso'!". Argomento
incontrovertibile,se non fosse che nel suo libro Allam dice che Saddam
Hussein non sorride mai da solo, mentre sorride in compagnia. Però, in
fondo, è una contraddizione minore. Allam avrà semplicemente saltato,
mentre scriveva il suo saggio, la pagina di Gente che la spiegava. Capita
anche ai migliori talenti.
Sta di fatto che, posta la tripartizione dei Saddam, ne resta un terzo da
individuare sotto la complicata chirurgia plastica. Fortuna che abbiamo
Magdi Allam che ci guida alla verità: "(.) Ci pare più credibile il secondo
sosia che è comparso nel corso della recente intervista a Dan Rather della
Cbs. Questo terzo Saddam non sorride. E' irascibile e scontroso. Sono tratti
comportamentali che combaciano con quelli del vero Saddam. Ma basta mettere
a confronto le due foto per rendersi conto che il Saddam di ieri è una
persona diversa dal Saddam intervistato da Dan Rather. Quest'ultimo è
inequivocabilmente più asciutto e più snello".
Mi metto nei panni dell'infelice secondo sosia di Saddam Hussein. Costretto
per un colloquio di un'ora a imitarne la voce (ma forse la chirurgia di cui
è stato vittima ha riguardato la laringe). Costretto per la stessa durata a
enunciare i medesimi concetti che avrebbe esposto il rais.
Non mi consola dalla pena il fatto che Magdi Allam, alcuni giorni dopo,
riveli la verità: i cloni pronunciano discorsi già registrati in
precedenza. Il compianto diventa anzi maggiore. Pensate al povero secondo
sosia che deve apprendere a muovere le labbra in sintonia con la
registrazione. Pensate
agli sforzi per convincere Dan Rather a porre le domande nella successione
giusta, salvo obbligare il sosia a movimenti labiali sfasati (che certo gli
costerebbero la vita, o il pestaggio della merenda) oppure a risposte balorde.
Mi fermo qua. Anticipo solo, della prossima puntata, che praticamente ogni
reportage dall'Iraq e dintorni di Magdi Allam, sosia a parte, risulta
smentito dai fatti addirittura poche ore dopo che l'ha scritto.
Cosa importa? Quando si tratta di difendere una "Guerra Occidentale" con le
maiuscole, sotto le apparenze di una falsa obiettività "pacifista", La
Repubblica non si discosta troppo da Libero e da altri giornalacci. Ben
venga, dunque, il Pinocchio d'Egitto con le sue amenità lombrosiane. Come
dicono gli odiati francesi? A la guerre comme à la guerre.
Pubblicato da Redazione at Aprile 7, 2003 07:22 AM IL PINOCCHIO D'EGITTO
(Seconda parte: i boia)
di Valerio Evangelisti
Certo, dispiace un poco criticare (benevolmente, sia chiaro: come fa
Striscia la notizia con Alda D'Eusanio) un intellettuale del livello di
Magdi Allam. Dispiace perché si tratta di un perseguitato politico,
ricercato da poteri forti e temibili. Lo narra lui stesso nella prefazione
al suo libro davvero imperdibile, Saddam, storia segreta di un
dittatore,alle pagine 4 e 5. E' il 1990, e Allam fa uscire su La Repubblica
un suo pezzo contro Saddam Hussein. Ciò che accade dopo è drammatico.
Anzitutto il giornale riceve un fax minatorio con l'intestazione
dell'ambasciata
irachena. Non è firmato, e ciò significa, secondo Allam, che chi lo invia è
lo stesso governo dell'Iraq. E' l'inizio di una crisi di portata, se non
mondiale, quanto meno regionale.
Infatti, subito dopo il fax anonimo, l'ambasciata dell'Iraq convoca tutti
gli ambasciatori a Roma dei paesi della Lega Araba per discutere il caso
Magdi Allam. Miracolo, tutti quei diplomatici si affrettano ad abbandonare
inutili incartamenti sui conflitti in corso e sulle guerre imminenti per
accorrere all'ambasciata irachena. Ma miracolo ancora maggiore è che la
centralità palese dell'emergenza Allam provochi l'immediato superamento dei
dissidi all'interno della Lega Araba. Sauditi e palestinesi, libici e
kuwaitiani, siriani e libanesi, per una volta uniti, pendono dalle labbra
dell'ambasciatore dell'Iraq ed emettono la sentenza: Magdi Allam sarà d'ora
in poi boicottato in ogni paese arabo. O almeno così lui racconta. Non vedo
motivo per non credergli.
E' evidente come, scoppiata l'attuale guerra anglo-americana contro l'Iraq,
La Repubblica invii da quelle parti (per la precisione in Kuwait) il
giornalista che tredici anni prima, con un solo articolo, fu capace di
suscitare reazioni più isteriche che Emile Zola col suo J'accuse. Ottima
scelta. Come ho già scritto nella prima parte di questo articolo, Allam è
l' unico che si sa districare tra la folla dei sosia di Saddam Hussein:
ormai li distingue a fiuto l'uno dall'altro. Inoltre, possiede notizie che
nessun
altro ha, in nessuna parte del mondo.
Lasciamo perdere l'incidente del 22 marzo (le date che indico d'ora in poi
riguardano i numeri de La Repubblica), quando Allam annuncia la resa dell'
intera 51^ divisione dell'esercito iracheno a Bassora, generale in testa.
Si tratta di una bufala diffusa dal comando alleato, e largamente ripresa da
tutta la stampa. E' ben vero che Allam, avvezzo alla fisionomica
lombrosiana, descrive l' "atteggiamento dimesso" e gli "occhi persi" dei
prigionieri, leggendovi lo scontento diffuso verso Saddam Hussein. Ammette
onestamente di avere notato tutto ciò mentre guardava la Tv. Sappiamo già,
dalle cronache di Bonini & D'Avanzo, che guardare bene la Tv è uno dei
compiti fondamentali del corrispondente di guerra. Allam si limita a
guardarla con più acume.
Il vero Magdi Allam, quello che amo, emerge il giorno successivo. La
televisione irachena ha mostrato le foto di cinque marines catturati, e di
altri morti e accatastati. E' a questi ultimi che si dedica Allam, con una
descrizione di grande efficacia scenica:
"Un'intenzionale esibizione di brutalità. I volti sfigurati, la fronte
dilaniata dal colpo di grazia appena sparato, i corpi gettati sul pavimento
in mezzo a pozze di sangue, il pantalone abbassato in segno di sfregio".
In effetti, le foto mostrano che alcuni dei marines hanno i calzoni
semiabbassati, come se li avessero... tirati per i pantaloni. Infatti sono
chiaramente stati accostati l'uno all'altro. Ma ciò ha poca importanza.
Quel che conta è il "colpo di grazia". Bisogna attendere il 27 perché Magdi
Allam
ci spieghi la dinamica dei fatti, in un articolo intitolato I marines
giustiziati dai plotoni della morte. La prima frase è già rivelatrice:
"L'ordine di Saddam è perentorio: 'Uccideteli!'". In effetti è perentorio, però
non è riferito ai marines prigionieri: è tratto da un discorso in cui
Saddam Hussein incitava gli iracheni alla resistenza. Ma poco importa a
Magdi Allam, che citando il New York Times, che a sua volta cita
imprecisate fonti del Pentagono e della Casa Bianca, dice che
"probabilmente quei soldati sono
stati giustiziati di fronte a un plotone d'esecuzione improvvisato sul
luogo della cattura. Un macabro spettacolo offerto alla cittadinanza come
esempio da seguire e come monito a tutti coloro che dovessero nutrire
simpatie per gli americani" (chiaramente una folla: siamo nel giorno
successivo alla
prima strage in un mercato di Baghdad).
Si noti quel "probabilmente": rende dubitativa la prima frase, ma la
seconda è già assiomatica. Non parliamo della terza: "Si tratta del primo
caso di giustizia sommaria ai danni degli americani in questa guerra".
Benissimo. Adesso il quadro è chiaro. Gli americani vengono allineati
davanti a un plotone d'esecuzione, al cospetto della cittadinanza o di una
sua significativa componente. Ai sopravvissuti alla fucilazione viene
sparato in mezzo alla fronte, da distanza sufficiente a fare un foro senza
spaccare il cranio. Poi ai morti vengono calate le brache, per il sollazzo
generale. Ma qui i plotoni della morte devono avere davvero fretta, perché
dimenticano di slacciare le cinture. Dalle foto si vede, infatti, che le
vittime hanno ancora la cinghia. A quel punto i boia rinunciano a scoprire
del tutto natiche e pudenda. Disperdono la folla, che ha già avuto la sua
buona lezione, e fotografano i corpi. Assolutamente lineare.
Nei giorni successivi, tuttavia, si rinuncerà a sostenere la tesi dei
marines uccisi dopo la cattura (anzi, Lilli Gruber mostrerà la scena di
alcuni marines che uccidono due iracheni prigionieri stesi al suolo, senza
peraltro dare troppo peso alla faccenda). Anche perché interviene nel
frattempo il caso di Jessica Lynch, che faceva parte dello stesso gruppo di
marines uccisi o catturati. La si scopre viva in un ospedale, sottoposta a
cure mediche. Certe Tv statunitensi sosterranno per un poco che l'ospedale
era in realtà una camera di tortura (in effetti, ogni ospedale iracheno può
oggi apparire tale), mentre la stampa scandalistica dirà che era stata
tenuta in vita solo per essere violentata a ripetizione dalle "scimmie".
Anche questo, però, viene accantonato in fretta, per paura del ridicolo.
Chi resiste impavido sul fronte della verità è il corrispondente più
coraggioso: Magdi Allam. Non è un caso se l'intera Lega Araba lo odiava tanto.
Prima di passare alle sue nuove rivelazioni, però, soffermiamoci ancora un
istante sui plotoni della morte. Cosa siano, Allam lo descrive con tremenda
efficacia, da uomo bene informato dei fatti:
"A Baghdad, a Bassora e nei grandi centri urbani la Guardia Repubblicana ha
costituito dei plotoni di esecuzione che giustiziano all'istante chiunque
sia sospettato di tradimento. Senza nessun processo ma con tanti testimoni.
Perché l'obiettivo non è tanto di uccidere il singolo ma terrorizzare la
comunità. A sparare insieme ai militari deve esserci un parente della
vittima prescelta".
Mio Dio, è orribile. Pensate alla scena atroce del padre, dello zio, del
figlio, del cognato costretti a sparare sul congiunto. Pensate al tempo
perso a rintracciare, come è d'obbligo, qualche parente della vittima.
Pensate all'altro tempo sprecato per cercare di radunare un numero congruo
di testimoni. Forse è per questo che non si è ancora avuta notizia di un
solo episodio simile. La burocrazia di Saddam Hussein dev'essere tutta
sguinzagliata nell'adempimento delle formalità previste dalle procedure di
esecuzione. Magari suoi agenti sono attualmente negli Stati Uniti alla
ricerca di parenti dei marines uccisi o da uccidere, da coinvolgere in
qualche modo nel misfatto (e, visto che ci sono, forse ne approfittano per
seminare antrace: tout se tient, direbbero i maledetti francesi).
Ma il vero colpo di grazia Magdi Allam lo infligge ai suoi lettori con una
frasetta finale del suo articolo, anticipatrice di una tesi su cui si
soffermerà più volte nei giorni seguenti: secondo lui, Bush ha deciso "di
non ingaggiare lo scontro militare dentro le città per evitare un bagno di
sangue tra i civili".
Ehm, ci vuole un certo coraggio per scrivere una cosa simile lo stesso
giorno della prima strage al mercato di Baghdad. Seguiranno le bombe a
frammentazione (fatte apposta per salvaguardare i civili), l'abbattimento
di interi quartieri popolari, l'eccidio di bambini a Hilla, fino
all'assassinio di alcuni giornalisti. Commuove, in mezzo a tanto sangue,
l'impegno sostanzialmente umanitario di George W. Bush. Manca poco che
Magdi Allam proponga per lui il premio Livio Tempesta della bontà. E manca
poco che allo stesso Allam tocchi il premio I Figli di Geppetto per
l'informazione onesta
e obiettiva.
Il bello però deve ancora venire. Lo si leggerà nella terza e ultima
puntata. Preparatevi a ridere.
Pubblicato da Redazione at Aprile 9, 2003 06:17 AM
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IL PINOCCHIO D'EGITTO (Terza parte: San Remo)
di Valerio Evangelisti
http://www.carmillaonline.com/archiv...04/000175.html
Devo scusarmi con i quattro lettori di Carmilla On Line. Avevo promesso uno
studio su Magdi Allam limitato a tre puntate. Purtroppo la materia mi è
esplosa tra le mani e devo estendere gli episodi a quattro. Ne sono
desolato. Considerate, però, che le videocassette de Il giornalino di
Giamburrasca, con Rita Pavone, sono altrettante. Non mi direte che Magdi
Allam non merita uno spazio pari a Rita Pavone, o a Giamburrasca. Se non
altro, è molto più divertente.
Mi permetto di ribadirlo per la terza volta. Non si comprende il Magdi
Allam cronista di guerra se non si prendono le mosse dal Magdi Allam
saggista, sociologo e frenologo, per usare un termine antiquato. Il primo
potrebbe essere scambiato per un semplice contafrottole, solo molto più
fantasioso dei colleghi. Il secondo ci permette invece di capire come
quella che sembrerebbe pura menzogna spudorata e un po’ bislacca sia invece
il frutto di un progetto culturale di ampio rilievo.
Torniamo dunque all’impagabile opera di Magdi Allam, reperibile in
qualsiasi libreria, intitolata Saddam. Storia segreta di un dittatore.
Leggiamone un brano. E’ riferito alla madre di Saddam Hussein, Sobha, e
alla sua sconfinata cattiveria, trasmessa al figlio:
“Quando una delle sue figlie incinte fu colta da febbre alta, venne
trasferita in una clinica privata diretta da un illustre professore. Sobha
lo fermò nel corridoio e, davanti a tutti gli altri medici, gli urlò in
faccia: ‘Figlio di puttana, se mia figlia muore, erigerò la forca fuori
dell’ospedale e ti impiccherò!’ Il professore svenne sull’istante” (p. 18)
L’episodio è inquietante perché dimostra, oltre alla perfidia di Sobha, la
scarsa fibra dei chirurghi iracheni. Ma adesso mi rivolgo a chi conosce
l’inglese, e lo prego di leggere questo brano:
“When one of Subha’s married daughters had a problematic pregnancy and came
down with a high fever, the daughter was taken to a private hospital for
women in Baghdad, headed by a prominent gynaecologist. After the doctor had
examined the woman, Subha stopped him in front of several members of the
hospital staff standing in the corridor and screamed: ‘You son of a bitch,
if my daughter dies, I will erect your gallows outside your hospital and
hang you!’. The man fainted.”
Qualcuno si chiederà se il prezioso studio di Magdi Allam sia stato già
tradotto negli Stati Uniti o in Inghilterra. No, anche se sicuramente
accadrà tra breve. Il secondo brano è leggibile a pag. 37 del volumetto di
Judith Miller e Laurie Mylroie Saddam Hussein and the Crisis in the Gulf,
Times Books-Random House, New York-Toronto, 1990.
Plagio! diranno i maligni, specie dopo avere constatato che tutto il saggio
di Magdi Allam è costellato di prestiti forzosi da quell’aureo libretto,
non evidenziati né da virgolette, né da indicazioni del numero di pagina
(salvo un caso che dirò). Invece i maligni si sbagliano.
Prima di denunciare la loro malafede, è però bene chiarire la natura
dell’opera di Judith Miller (una giornalista) e di Laurie Mylroie (una
ricercatrice). Non si tratta di un testo con pretese scientifiche, bensì di
un classico instant book partorito in fretta e furia mentre stava iniziando
la prima guerra del Golfo. Utile perché riporta, in appendice, le denunce
di Amnesty International contro le violazioni dei diritti umani commesse in
Iraq; ma, per il resto, quasi inservibile poiché privo di indicazioni delle
fonti che non siano a dir poco generiche: “un testimone racconta”, “secondo
una segretaria di Saddam”, e così via.
L’accusa a Magdi Allam di avere copiato interi paragrafi di un libro-bidone
non sta in piedi perché, paragonando i due brani riportati, si nota
facilmente che ha tolto dall’originale alcune frasi, mentre in altri casi
ne aggiunge. Vale per lui la difesa dei cantanti che, a ogni festival di
San Remo, sono accusati di plagio da Striscia la notizia: se l’ispirazione
è comune, la limitatezza del fraseggio musicale obbliga a esprimersi nella
stessa maniera. Allam è dunque salvo.
Conferma la sua innocenza l’unico caso in cui, nel suo libro, Allam cita
come fonte il pamphlet di Miller & Mylroie. Siamo alle pagine 17-18 del
saggio di Allam (36-37 dell’altro libro). Vi si narra un episodio
spaventoso. Hussein è già al potere. Un suo compaesano, il generale Omar
Al-Hazzah, si intrattiene con un’amica senza sapere di essere spiato. Le
confida di essere stato a letto con la madre di Saddam, la perfida e
corrotta Sobha.
Quando il dittatore ha in mano la registrazione, la reazione è inattesa.
Raduna un’assemblea dei clan di Tikrit e fa ascoltare a tutti il nastro
registrato (già allora ci teneva alla discrezione sulle beghe familiari, e
alla tutela dell’onore della madre). Poi scoppia a piangere davanti a tutti
e grida: “Che cosa pensate che meriti un uomo così?” Che cosa meriti lo sa
benissimo. Ce lo spiega Magdi Allam (che, nel corso del suo saggio, tornerà
altre due volte sull’episodio): “Il generale Al Hazzah e suo figlio, un
ufficiale della Guardia Repubblicana, furono giustiziati. L’amante del
generale fu impiccata e le loro case furono rase al suolo. La condanna a
morte del figlio del generale rientra nell’ambito della ‘responsabilità
oggettiva’ del crimine che contempla l’estensione della condanna ai
familiari del colpevole.”
A questo punto, Allam rinvia finalmente al volumetto di Miller & Mylroie.
Dove peraltro, pur nell’ambito di una traduzione quasi letterale, l’ultima
frase non figura. Ma ce ne sono altre, che Magdi Allam ha aggiunto di
propria iniziativa, facendole un po’ arbitrariamente rientrare nella stessa
fonte. Per esempio, le due autrici americane dicono che Shoba godeva di
cattiva fama, rispetto ai costumi di Tikrit, perché pretendeva di essere
l’unica moglie, rispetto alle quattro concesse al marito. Magdi Allam,
forse giudicando (non a torto) insufficiente questa accusa di immoralità,
aggiunge di suo pugno: “Di fatto la povera donna sbarcava il lunario
prostituendosi”. E più sotto, quando Saddam Hussein fa ascoltare il nastro
registrato ai clan di Tikrit e scoppia a piangere, ne spiega la ragione:
“La verità sulla professione infamante della madre sconvolse Saddam
profondamente”.
Impariamo dunque che Saddam Hussein non aveva ascoltato prima il nastro che
stava per fare udire a cani e porci. Sorprendente. Ma quello che emerge con
sicurezza è che Magdi Allam considera Saddam Hussein un “figlio di
puttana”, e vuole dimostrarlo oltre l’insulto, sul piano pratico. Be’,
perché no? Anche Svetonio, storico repubblicano, inventava non importa cosa
a danno degli imperatori che detestava. Che c’è di male, se la causa è giusta?
E’ questo il tratto comune tra l’Allam corrispondente di guerra e l’Allam
scienziato sociale: l’espressionismo. Nel senso che, quando il fatto in sé
è scarno, viene arricchito di dettagli immaginari o dubbi, per lo più
grotteschi o da incubo. E questo è un servizio reso alla verità, in quanto
l’evento si trova così immerso in un’atmosfera che lo valorizza, superando
la banalità monodimensionale della cronaca e della storia. Allam apre un
varco all’emotività, e dunque a una storiografia profondamente umana, in
cui gli stati d’animo hanno un ruolo prioritario rispetto al fatto, che a
quel punto può anche essere totalmente fasullo. Allam, più che storico, è
pittore.
Ma torniamo alla precedente interpolazione di Magdi Allam, quella relativa
alla “responsabilità oggettiva” del crimine che estende la punizione al
parentado. Il giornalista canadese David Baran ha di recente messo in
dubbio, proprio in nome di quella legge, che l’assassinio del generale
Al-Hazza, di suo figlio, dell’amante del primo ecc. abbia mai avuto luogo
(D. Baran, L’imagination débridée des experts en “irakologie”, in Le Monde
Diplomatique, aprile 2003). Infatti i due nipoti di Al-Hazza mantennero i
loro incarichi di governatore e di comandante dell’esercito.
Io però sto dalla parte di Magdi Allam, che ai miei occhi ha avuto un torto
solo: quello di credere che l'instant book a cui ha attinto con tanta
generosità, introvabile nelle biblioteche, non fosse stato letto da
nessuno. Senza considerare che un tizio – per ipotesi, il sottoscritto –
avesse potuto vederlo nell’edicola di una stazione nel 1990 e, incuriosito,
comperarlo. Per poi provare tredici anni dopo, nel leggere l’ultima fatica
di Magdi Allam, una deliziosa sensazione di déjà vu.
Pubblicato da Redazione at Aprile 14, 2003 015 AM


da www.israele.net
" La Siria: un altro nemico della pace
Da un editoriale di Ha'aretz
16 aprile 2003
La Siria e' stata bruscamente redarguita e ammonita dagli americani per l'aiuto fornito al regime di Saddam con forniture militari e con l'offerta di rifugio a membri del regime in fuga. La Siria e' sulla lista di Bush dei paesi "delinquenti", insieme alla Libia e poco sotto a Iraq, Iran e Corea del Nord. Oltre alla cooperazione siriana con Saddam, Bush ha citato le armi chimiche nelle mani siriane. Ma le provocazioni siriane non si limitano a questo. Vi sono anche i consolidati legami con organizzazioni terroristiche palestinesi (Hamas, Jihad Islamica, Fronte Popolare-Comando Generale) e libanesi (Hezbollah). La campagna globale degli Stati Uniti contro il terrorismo e' puntata anche contro questi gruppi e i paesi che li ospitano. Se gli Stati Uniti riusciranno ad obbligare Iran e Siria a smetterla con il loro sostegno a queste organizzazioni che colpiscono Israele all'interno dei suoi confini, nei territori e all'estero, cio' rappresenterebbe un altro contributo sostanziale, dopo la rimozione dell'Iraq dalla cerchia dei paesi ostili, alla sicurezza d'Israele e quindi alla pace.
(Haaretz, 15.04.03)
"
Shalom!!!


da www.shalom.it
" La sconfitta militare di Saddam Hussein prefigura nuovi scenari politico-strategici per il Medio Oriente
Le dittature hanno i giorni contati
di Fiamma Nirenstein
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Nel 1991, quando 39 missili di Saddam Hussein piovvero su Tel Aviv e dintorni, Israele si trovò così coinvolto in un corpo a corpo col dittatore iracheno. Oggi, per strano che possa sembrare, si tratta di un coinvolgimento psicologico assai più denso e drammatico, e che si interseca su vari piani. Prima di tutto, allora l'inimicizia di Saddam era scritta nella storia del suo Paese, sin da quel 1948 quando l'Iraq mandò le sue truppe insieme ad altri quattro eserciti arabi a "buttare gli ebrei in mare", come dissero le nazioni mediorientali dopo la spartizione dell'Onu; sin da quando poi l'Iraq si rifiutò persino di firmare l'armistizio che invece gli altri quattro firmarono, era scritta nel fatto che Saddam ha sempre dato del "sionista" a chiunque in diversi momenti volesse disegnare come disgustoso, da sterminare: per esempio Khomeini durante la guerra con l'Iran, o Assad quando le cose non andavano bene con i siriani. Sì, anche loro per Saddam erano "sionisti", come oggi gli americani e gli inglesi.
Saddam nel campo del rifiuto arabo però, ed ecco la novità, recentemente si è distinto per qualcosa di ben diverso dalla propaganda o persino dalla consueta aggressività verbale degli altri Paesi, ovvero il finanziamento del terrorismo palestinese tramite il versamento di decine di migliaia di dollari, dai 10mila ai 25mila per ogni famiglia di "shahid", per aver pagato in contanti, dunque, il terrorismo palestinese. Cosicché è riuscito persino a imbarazzare Arafat, che invece ha versato 1000 dollari a famiglia quando poche settimane fa, in una manifestazione pubblica nell'Autonomia è stato festeggiato il 35esimo milione di dollari versato da Saddam ai terroristi.
A differenza degli altri rais arabi - compreso Bashar Assad che si distingue per antisemitismo e per ospitalità a Hamas e alla Jihad islamica a Damasco, compreso l'Iran che finanzia gli Hezbollah e altre formazioni terroriste - Saddam [era] il più militante proprio nel fomentare la specifica attività del terrorismo suicida, il fenomeno più nuovo e, secondo il punto di vista dell'odio, il più efficiente e promettente La presenza del sorriso da gatto del Cheshire di Saddam Hussein nel cielo palestinese porta molto male, molto discredito alla lotta per uno Stato indipendente: è significativo che nei giorni scorsi le famiglie di palestinesi in carcere perché sospetti di attacchi terroristici abbiano mandato una lunga lista di nomi di prigionieri a Saddam, chiedendo di farne oggetto di scambio con i militari americani o inglesi nelle sue mani. In cima alla lista Marwan Barghouti, capo dei tanzim, sotto processo in queste settimane.
L'identificazione con Saddam, come riportano: i giornali palestinesi, porta in questi giorni di guerra, la maggioranza delle famiglie cui è nato un nuovo figlio a dargli il nome del rais iracheno; la canzone più venduta loda appassionatamente il dittatore, ed è al solito di un cantante egiziano, lo stesso che scrisse "Odio Israele", un altro hit nella parata della musica più ascoltata; le strade dell'Autonomia cambiano nome e vengono proclamate "Via Bagdad" e "Piazza Parigi". La guerra intera viene ritenuta una diabolica creatura del sionismo dominatore, un dibbuk ebreo messo in scena dagli americani.
Israele sente anche vicino il dibattito su una guerra in cui gli americani, di fronte alle città irachene, cercano con difficoltà di evitare lo spargimento del sangue dei civili, la difficoltà del tutto nuova di scontrarsi con chi non indossa una divisa pur essendo armato, di avere di fronte innanzitutto un'avanguardia agguerrita che oltre a minacciare il nemico tiene in pungo con la forza la propria popolazione privata della voce che la democrazia invece fornisce a chi vive nel tuo Paese: quasi sempre, per criticare le azioni che vengono ritenute anti umanitarie.
Israele riconosce come suo il senso di una guerra che individua nella dittatura, nel satrapismo mediorientale, la fonte dell'odio che porta al terrorismo, lo finanzia, lo usa, sfrutta la valvola di sicurezza antiamericana e antisemita per stabilizzare il proprio potere; riconosce le facce stanche e spaventate di quei ragazzi cresciuti nella cultura dei diritti umani, che preferirebbero non sparare ma che invece devono giocare una guerra di sopravvivenza contro il terrorismo e la minaccia dell'estremismo mediorientale che ha già colpito terribilmente il loro Paese . In più, un altro elemento di forte simpatia è la sofferenza di chi si sente giudicato ingiustamente, di chi viene accusato di imperialismo in base a schemi proiettivi o in mala fede, di chi non ha nessuna voglia di dominare e viene costretto a guerreggiare suo malgrado.
Via via che la guerra procede, Israele viene chiamata dentro il conflitto da Tony Blair prima ancora che da George W. Bush, come pegno di una resa dei conti in cui la coalizione deve dimostrare un desiderio rotondo e perfetto di portare la pace in Medio Oriente, non solo con la guerra a Saddam, ma anche riconducendo palestinesi e israeliani allo stesso tavolo di trattative.
Bene. In questo non c'è nulla di male: se la guerra sortisse anche questo effetto, e di fatto ha già consentito che Arafat lasciasse sia pure in parte la scena ad Abu Mazen, sarebbe già qualcosa. Ma c'è un elemento che appare forzato e pesante nel fatto che Blair spinga avanti la trattativa sulla "road map" proprio nel bel mezzo di una sanguinosa guerra, qualcosa che parla soprattutto della pressione che egli sente sopra di sé da parte dell'elettorato inglese, che in buona parte è contrario alle sue scelte, e al Consesso Europeo, di cui fa pur parte. Il suo ministro degli esteri Jack Straw, che ha già varie volte dichiarato la sua antipatia per Israele, ha commesso l'errore di dichiarare in pubblico che il mondo adesso deve dimostrare di non applicare un doppio standard per l'Iraq e Israele rispetto alle risoluzioni dell'ONU che devono, dice, essere applicate da tutti e due i Paesi. Una dichiarazione di chi ignora i fatti o è in mala fede, e che certo Tony Blair non avrebbe rilasciato: infatti l'Iraq, a differenza di Israele, [era] vincolato da risoluzioni che vanno sotto il capitolo 7, risoluzioni cogenti che rispondono a una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale e che comportano di per sé azioni di intervento se non vengono assecondate. Niente di tutto questo per le risoluzioni riguardanti Israele, incluse nel capitolo 6, che prevedono una trattativa per la restituzione "di" o "dei" territori, su questo la disputa è infinita; e che comunque Israele ha tentato più volte di restituire trovando come risposta il solito rifiuto arabo, salvo che nel caso egiziano .
Adesso la road map potrebbe essere una buona piattaforma di risoluzione, anche se l'attuale governo israeliano ha presentato molte eccezioni di sicurezza alla sua applicabilità, ma certo non sono parole come quelle di Straw, con paragoni insultanti e bugiardi, che spingeranno verso la pace. Vale molto di più che Blair spieghi che la sicurezza di Israele sta a cuore al mondo, come ha fatto, o che Bush chieda fermamente ai palestinesi di organizzare una leadership democratica e antiterrorista, piuttosto che una dichiarazione minacciosa e avventuristica. Anche Blair deve capire che più della fretta vale, in una parola, il processo: la pace può davvero trovare una buona spinta nella road map, a patto che le cose in Medio Oriente risultino, con l'espulsione di Saddam, meno aggressive, meno foriere di morte verso Israele, sempre assediato. A patto che Abu Mazen faccia capire ai palestinesi che l'era del terrore è finita.
Poi ognuno potrà chiamare il suo bambino come vuole, anche se Benito e Adolfo furono nomi che passarono velocemente di moda.
"
Shalom!!!


da www.giornale.it
" Iraq: trovata fossa comune con 3mila cadaveri
Una fossa comune con tremila corpi è stata trovata appena fuori Kirkuk (Nord dell'Iraq), afferma la Bbc on line.
Secondo ufficiali curdi citati dalla Bbc on line, l'area in cui si trova la fossa comune era usata alla fine degli anni 80 dall'esercito iracheno per seppellire i curdi che essi stessi avevano ucciso. Manca al momento qualsiasi conferma indipendente. Nell'area non sono ancora stati effettuati scavi.
17 Apr 2003
"
Cordiali saluti