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Discussione: Guerra e Pace

  1. #391
    SENATORE di POL
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    da www.avvenire.it

    " LA CRISI IRACHENA


    Bush insiste: l’«exit strategy» è la vittoria

    Dopo le aperture dei suoi ministri il presidente frena sul ritiro:
    «Rimarremo fin che serve». E disegna in 8 punti il piano Iraq

    Da New York Loretta Bricchi Lee



    La frase «Piano per la vittoria» risaltava in modo prominente sul palcoscenico dell'accademia navale di Annapolis. Il discorso che il presidente americano George Bush ha rivolto ieri ai cadetti - preannunciato come una sorta di pietra miliare nella guerra in Iraq - non ha però dato alcuna indicazione di quale strategia seguire. Anticipando altri tre discorsi che saranno tenuti prima delle elezioni irachene del 15 dicembre prossimo, Bush intende spiegare agli americani la situazione in quello che continua a essere definito «il fronte principale nella guerra al terrore», ma il primo passo non ha soddisfatto quasi nessuno. In vista dell'intervento del presidente davanti alle truppe e con la finalità di comporre le controversie sulla necessità di un reale piano d'azione in Iraq, la Casa Bianca ha diffuso un documento preparato dal Consiglio per la sicurezza nazionale che delinea la visione strategica americana per il futuro iracheno. Il rapporto di 38 pagine (27 più allegati), intitolato «Strategia nazionale per la vittoria in Iraq», definisce le otto tappe per la vittoria, i suoi benefici per il Paese, le conseguenze di un fallimento e la strategia dei nemici dell'Iraq, fissando l'azione su tre distinti indirizzi: politico, economico e della sicurezza. Gli Stati Uniti si propongono pertanto di sconfiggere i terroristi e la guerriglia; portare il Paese mediorientale all'autonomia sul versante sicurezza; aiutare gli iracheni a formare la base nazionale per un governo democratico; sostenere il Paese a costruire una capacità di governo e a fornire i servizi essenziali; aiutarlo a sostenere la propria economia; rafforzare il peso delle leggi e promuovere i diritti civili; incrementare il sostegno internazionale per l'Iraq e rafforzare la comprensione da parte dell'opinione pubblica degli sforzi della coalizione e dell'isolamento degli insorti. «La nostra strategia sta funzionando», è scritto nel documento spiegando però che «non è realistico aspettarci una democrazia piena mente funzionante e in grado di sconfiggere i suoi nemici a meno di tre anni dalla rimozione di Saddam Hussein dal potere». «Ci vorrà tempo e pazienza per addestrare forze di sicurezza irachene sufficienti a garantire la stabilità del loro Paese», ha fatto eco il presidente dichiarando che gli Stati Uniti «rimarranno finché sarà necessario a completare la missione». «La decisione sul livello delle truppe sarà determinato dalle condizioni sul campo, non da un calendario artificiale», ha detto Bush spiegando che «se i capi militari richiederanno più truppe, verranno concesse». Anche se sia il ministro alla Difesa, Donald Rumsfeld, che il segretario di Stato, Condoleezza Rice, abbiano recentemente spianato la strada per un eventuale disimpegno militare, Bush non ha voluto quindi fissare alcun calendario per l'uscita dall'Iraq, sostenendo che «ritirare le truppe prima di aver raggiunto l'obiettivo, non è un piano di vittoria». «Vi faccio questa promessa», ha quindi proclamato il presidente, «fino a che sarò il vostro comandante in capo, l'America non scapperà davanti alle autobomba e agli assassini» perchè così facendo si manderebbe il messaggio che «l'America è debole», legittimando gli attacchi dei terroristi. «Ci aspettiamo che l'assetto delle truppe cambierà, l'anno prossimo», ha previsto il rapporto, ma «nessuna guerra è stata vinta sulla base di un calendario e questa non farà eccezione», ha ribadito Bush. Il messaggio che secondo la Casa Bianca avrebbe dovuto rappresentare una chiara strategia, si è quindi rivelato una ripetizione delle dichiarazioni degli ultimi due anni e mezzo: esiste un piano che sta funzionando, ma dateci tempo. Bush ha quasi ammesso errori in Iraq, spiegando che le tattiche sono state calibrate secondo i bisogni in loco e che nell'ultimo anno, imparando dall'esperienza, l'addestramento delle truppe irachene «ha fatto notevoli progressi». Un discorso che sta facendo recuperare a Bush qualche punto nei sondaggi. L'opposizione politica, però, ha subito criticato la mancanza di obiettivi precisi su cui basare i progressi fatti, sottolineando che la Casa Bianca continua a evitare la definizione di vittoria e di dare una risposta a quanto durerà ancora la guerra. «Troppo simile al discorso "missione compiuta"», ha quindi concluso il senatore democratico e ex candidato presidenziale, John Kerry. "


    Saluti liberali

  2. #392
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    Un ritiro significherebbe la sconfitta del popolo Iracheno come successe per il vietnam, l'avete visto stasera rai3 che voleba mettere in risalto i propugnatori del ritiro in America; questi luridi propagandisti antiamericani nostrani come la redazione del TG3 non hanno ancora capito che l'unica via è la lotta per libertà come l'america ha perseguito combattendo nella gloriosa guerra per la vittoria in Vietnam e in Corea; tutti i martiri del paese a stelle e strisce sono degli eroi che hanno portato un futuro migliere per quelle popolazioni invece di riservargli un futuro di miseria

  3. #393
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    da www.paginedidifesa.it

    " La nuova strategia di Bush per la vittoria in Iraq

    ------------------------------------------------------

    Andrea Tani, 5 dicembre 2005

    ------------------------------------------------------



    Lo scorso 30 novembre il presidente Bush ha annunciato una nuova strategia per la vittoria in Iraq (National Strategy for Victory in Iraq) nella suggestiva cornice dell’Accademia navale di Annapolis, particolarmente simbolica perchè Alma Mater di uno dei pilastri dell’egemonismo americano – la Us Navy – per di più nel cuore nella prima capitale storica (Annapolis) dell’Unione, Island Nation della contemporaneità. La vera novità dell’annuncio non riguarda tanto la guerra irachena in sé quanto la percezione che di essa hanno l’opinione pubblica americana e soprattutto i suoi referenti politici. Negli ultimi tempi questi ultimi non hanno fatto altro che scrutare i sondaggi e gli umori popolari, veri o presunti, per cogliere dove si dirigerà la marea elettorale del prossimo anno nelle elezioni di Mid Terms.
    Questa sembra essere la vera “driving force” dietro tutte le accese discussioni di questi mesi, più che la serena e il più possibile obiettiva valutazione dell’andamento del conflitto (così ormai lo chiamano gli stessi americani: war) in relazione agli obiettivi che il governo di Washington è in condizione oggi di perseguire. Il fatto che questi siano ormai differenti da quelli che il governo si era proposto all’inizio del conflitto non toglie che i problemi debbano essere affrontati e possibilmente risolti.

    L’amministrazione Bush ha deciso di intervenire con decisione per sgombrare il campo da una quantità di equivoci e supposizioni che stavano cominciando a lambire le stesse assise del potere supremo. Ormai non erano solo i ‘congressmen’ democratici e i giornali liberal della costa orientale a discutere di contrazioni del corpo di spedizione, ritiri e scadenze varie, ma anche - e apertamente - i parlamentari repubblicani più oltranzisti (e dubbiosi di una rielezione), gli ‘armchair strategist’, i generali a riposo intervistati dai network, i columnist conservatori, i politici iracheni e persino gli stessi esponenti dell’amministrazione.

    L’accorato appello delle settimane scorse del senatore Murtha (un influente falco repubblicano molto vicino alle alte sfere militari) per un ritiro immediato dall’Iraq ha fatto comprendere quanto questo stato d’animo fosse diffuso, anche nei contesti più inaspettati. Le conseguenze si sono viste nel recente netto declino dei consensi demoscopici alla prosecuzione della presenza dei Gi in Mesopotamia. Tale declino non comporta solo un pessimo vaticinio elettorale, ma può finire per degradare il morale delle unità militari impegnate in operazione, con conseguenze assai più gravi.

    La reazione della presidenza a questa situazione è stata decisa e apparentemente efficace. Con il suo discorso e la concomitante pubblicazione del documento presidenziale “National Strategy for Victory in Iraq” (un corposo dossier elaborato dal National Security Council (Nsc) per l’esecutivo e declassificato per essere reso pubblico) Bush ha in qualche modo varcato una specie di Rubicone verso la focalizzazione univoca del problema iracheno, tale naturalmente per quanto concerne gli interessi degli Stati Uniti e del nuovo Stato laico, democratico e pluralista che questi stanno cercando di far nascere fra il Tigri e l’Eufrate.

    Le ambiguità del momento sono state evidenziate e sconfessate. Sia il discorso che il dossier mostrano l’impegno e l’attenzione con i quali l’amministrazione Bush sta affrontando il problema iracheno. E’ stata messa in luce la progressività dei risultati politici che è realistico attendersi, l’indispensabilità di una vittoria politico-militare (non solo per il futuro dell’Iraq ma anche per la sostenibilità delle posizioni statunitensi nel mondo), l’effettiva consistenza dell’insurrezione, articolata in diverse componenti eterogenee fra loro ma parimenti temibili, nonchè la strategia per la vittoria, che è poi l’argomento principe.

    Quest’ultima si concretizza in tre indirizzi operativi, interdipendenti fra loro. Il primo è di carattere politico e mira a superare progressivamente le difficoltà attuali attraverso l’edificazione di un Stato stabile, pluralistico, partecipato ed efficiente, coinvolgendo la popolazione nel processo democratico di selezione di una classe dirigente. Il secondo riguarda la messa in sicurezza del Paese ed è volto a bonificare il territorio dalla guerriglia e a controllarlo in modo continuativo, in modo da passarlo in consegna alle strutture irachene preposte per l’avvio dell’ordinario esercizio di sovranità. Il terzo concerne la sfera economica e tende a ricostituire le infrastrutture, riformare l’economia e reinserire il Paese nel circuito internazionale.

    Queste strategie sono in corso di realizzazione, in buona parte con un discreto successo (l’understatement del presidente su questo punto è molto diverso dal trionfalismo passato ed è assai più apprezzabile). L’elenco degli esiti positivi inconfutabili è abbastanza cospicuo, molto superiore a quanto il lettore ordinario dei giornali di questi mesi si sarebbe aspettato. L’agenda politica, soprattutto, ha raggiunto nei tempi stabiliti tutti gli impegnativi obiettivi che si era prefissa. Si sta completando con le elezioni legislative del prossimo 15 dicembre, che daranno vita al primo governo ‘normale’ del post Saddam, sancendo formalmente la fuoriuscita delle istituzioni del Paese dalla dittatura, dal protettorato della Coalizione e dagli esecutivi provvisori. Il tutto con la benedizione della comunità internazionale.

    Le affermazioni meno convincenti della nuova linea della presidenza riguardano l’aspetto militare della questione. Rovesciando una diffusa percezione – tale anche ai più alti livelli istituzionali, basti ricordare la testimonianza dei vertici militari davanti alla Commissione difesa del senato di Washington del 29 settembre scorso – Bush e il documento del Nsc sostengono che più di un terzo dell’esercito e della polizia iracheni avrebbero raggiunto uno standard operativo che li rende idonei a operazioni sul campo, a volte in modo indipendente e persino alla testa (“leading”) dei dispositivi della Coalizione. Quarantacinque battaglioni dell’esercito avrebbero acquisito tale qualifica, 33 di essi controllerebbero un proprio specifico “battle space” (nessuna unità ne era capace nel 2004).

    Questa segnalazione risulta in netto contrasto con quanto dichiarato dai vertici militari nel ‘hearing’ di settembre, riferito al tempo su queste pagine. Secondo le trascrizioni di allora, il generale Casey avrebbe ammesso che un solo battaglione iracheno (a fronte di tre di quattro mesi avanti) poteva essere impiegato in combattimento senza l’assistenza delle forze della coalizione. Dodici erano di categoria 2, ossia unità combat ready ma solo con il supporto delle forze alleate. Il presidente Bush ha menzionato questo particolare, attribuendolo a interpretazioni malevole della stampa. In realtà non si trattava di interpretazioni ma di riporto di dichiarazioni formali e penalmente impegnative, come tutte le deposizioni al Congresso.

    Si tratta di un particolare significativo, sia per la valutazione dell’effettiva capacità combattiva dell’esercito iracheno che per la confidenza possibile circa la nuova posizione dell’amministrazione. La difformità delle valutazioni potrebbe essere dovuta a una modifica dei criteri per la determinazione della valenza operativa delle unità irachene, generato dall’inserimento di nuclei di Green Berets nei loro quadri, che nel frattempo è avvenuto, o di qualcos’altro di “meno professionale”, nel qual caso la cosa si complicherebbe non poco.

    Ma tutto ciò non ha destato interesse. Commentando il discorso di Bush, i media si sono limitati a formulare gli astratti e incessanti teoremi neoconofobi che esaltano da quando la vicenda irachena è cominciata, reiterando la richiesta per un ritiro incondizionato che più folle non sarebbe - prima di tutto per gli iracheni - e per la stipula di un ‘contratto di disimpegno’, con tanto di scadenze e milestone, come se si trattasse della stipula di un mutuo o di un compromesso immobiliare. Bush ha avuto ottimo gioco nel mostrare l’assurdita di tali posizioni. “Da che mondo è mondo nessuna guerra è mai stata vinta con uno scadenziario in bella vista al posto di combattimento e potete essere certi che neanche questa lo sarà, almeno finché rimango presidente” è stato il suo commento sferzante di fronte alla platea dei cadetti osannanti di Annapolis.

    Non solo Bush la pensa così, e lo dice. Il Senatore Lieberman, antico ‘team mate’ di Albert Gore nel ticket presidenziale democratico che sfidò Bush-Cheney nel 2000 nonché competitore di Kerry alle primarie del 2004, ha scritto in un recente appassionato articolo apparso sul Wall Street Journal Europe del 29 novembre che sarebbe un “colossale errore” se gli americani abbandonassero gli iracheni (“cercando la disfatta fra le mascelle della vittoria imminente”, secondo un aforisma yankee) proprio ora che stanno migliorando drasticamente la loro condizioni e stanno “alzandosi in piedi” (standing) per difendersi da soli. Ha aggiunto anche di essere “parecchio amareggiato nel vedere molti democratici più intenti a dare addosso a Bush per la sua entrata in guerra di tre anni fa - nonché molti repubblicani più preoccupati per la loro possibile non rielezione nel prossimo novembre – che realmente interessati, entrambe le categorie, a cosa succederà all’Iraq del futuro”.

    L’articolo di Lieberman, che è ovviante inattaccabile sotto il profilo della correttezza istituzionale, costituisce uno degli esempi più luminosi di senso dello Stato e nobiltà politica che siano recentemente apparsi sulla scena americana e forse occidentale. Ha destato una profonda impressione in tutti coloro che l’hanno letto – in chi scrive, ad esempio - anche perché è apparso prima dell’intervento di Bush ad Annapolis. Il presidente l’ha citato nel suo discorso ma senza farsene un particolare vanto e questo torna a suo onore. Nessun commentatore liberal o democratico, per non parlare della sinistra internazionale, lo ha ripreso o commentato. E qui sta forse un altro corposo intoppo della vicenda irachena.

    Come ha detto Lieberman, a costoro non sembra importare proprio niente dell’Iraq, del destino dei suoi abitanti, del progresso del Medio Oriente, della democratizzazione di popoli culturalmente arretrati e oppressi dai loro governanti (prima che da Israele o dall’Amerika), delle ripercussioni in altre parti del mondo di questa sfida terroristica all’unico poliziotto internazionale che abbia ancora la possibilità e la voglia di pattugliare la città globalizzata. Importa solo ribadire ossessivamente l’esecrazione a Bush, auspicare la disfatta sua e dei suoi epigoni planetari - costi quel che costi - e invocare la replica di una umiliazione ‘vietnamita’ per l’esercito americano. Simbolo quest’ultimo - secondo tali opinioni - di tutti gli immondi militarismi di questo mondo, a loro volta espressione di una condizione esistenziale fra le più esecrabili e sconce.

    Con qualche sfumatura attenuata per quest’ultima posizione, dovuta più alla necessità tattica di ingraziarsi i soldati dei quali si sa a volte di poter aver bisogno, questi sono gli argomenti della sofisticata dialettica che si oppone più o meno ovunque alla “Strategia di Vittoria” americana in Iraq. E’ difficile, in queste condizioni, non finire per trovarsi d’accordo con le conclusioni della medesima strategia, quali che siano stati gli errori passati e quali che siano le incongruenze presenti. Incrociando nel frattempo le dita
    . "


    Saluti liberali

  4. #394
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    "La guerra al terrore è contro gli islamofascisti"

    A pagina 1 del quotidiano Il Foglio dell'8 dicembre 2005, Christian Rocca firma un articolo dal titolo............


    " «Saddam si dice duce»


    New York. Nessuno è riuscito a motivare,
    giustificare e legittimare l’intervento
    militare in Iraq meglio di quanto ha
    fatto lunedì mattina l’ex rais Saddam
    Hussein in persona. L’ex dittatore iracheno
    è sotto processo a Baghdad e ieri
    ha scelto di non presentarsi in aula, sicché
    l’udienza è stata rinviata al 21 dicembre,
    dopo le elezioni parlamentari di
    settimana prossima, le terze in un anno.
    Ma lunedì Saddam c’era. L’avete visto su
    tutti i giornali e su tutte le televisioni: vestito
    col solito completo grigio a righe e
    con un’elegante camicia bianca, Saddam
    teneva il Corano in mano (lui, il presunto
    dittatore “laico”) e minacciava col dito
    alzato giudice e testimoni.
    Eppure non è stata raccontata la cosa
    più importante accaduta in quell’udienza,
    una frase urlata da Saddam e riportata,
    timidamente, soltanto dal New York
    Times di martedì. L’ex dittatore, infatti, si
    è paragonato a Benito Mussolini e parlando
    di sé in terza persona ha detto che
    “Saddam Hussein è l’uomo che seguirà il
    percorso di Mussolini, il quale resistette
    all’occupazione fino alla fine”. In una sola
    frase c’è la quadratura del cerchio e la
    conferma delle teorie elaborate dagli intellettuali
    di sinistra Christopher Hitchens
    e Paul Berman (e da un piccolo
    quotidiano di opinione), secondo cui l’islamismo
    radicale e il baathismo saddamita
    sono le due facce della stessa medaglia
    islamo-fascista, ovvero la continuazione
    in salsa araba e musulmana dei
    due totalitarismi europei del secolo scorso.
    La conferma non poteva essere più
    chiara: un ex dittatore, accusato di crimini
    disumani, brandisce il Corano, si paragona
    orgogliosamente a Mussolini,
    spiega che l’occupazione americana in
    Iraq è dello stesso tipo di quella che liberò
    l’Italia dal fascismo e svela che i
    “resistenti” iracheni s’ispirano ai repubblichini
    di Salò.
    Paul Berman, incontrato dal Foglio nel
    suo ufficio alla New York University dove
    tiene un corso su Tocqueville, cita come
    un mantra la frase d’ammirazione per
    Benito Mussolini pronunciata da Saddam,
    quasi fosse un tardivo scudo con cui
    potersi riparare dalle critiche ricevute
    dai suoi compagni di sinistra per aver
    scritto “Terrore e Liberalismo”, cioè il libro
    con cui ha spiegato le ragioni antifasciste
    della lotta ad al Qaida e a Saddam:
    “Questa è una guerra antifascista – spiega
    – ed è chiaro fin dall’inizio, ma ora è
    proprio Saddam a confermarlo, a dire
    che Mussolini è il suo eroe. E’ una continuazione
    della seconda guerra mondiale,
    con la differenza che questa volta l’Italia
    sta nel campo degli antifascisti. E’ una
    cosa nobile per voi, dovreste essere orgogliosi
    del fatto che l’uomo che ammira
    Mussolini possa accusarvi di essere suoi
    nemici, di essere antifascisti. Questa volta
    i soldati italiani hanno combattuto dalla
    parte giusta, sono stati molto coraggiosi
    e sono morti affrontando il totalitarismo
    dei nostri giorni. Siamo tutti consapevoli
    del contributo italiano a questa
    guerra. E, ripeto, è nobile da parte vostra,
    specie ora che Saddam prende a modello
    Mussolini, specie ora che non c’è più
    nessun dubbio sul fatto che stiamo combattendo
    una guerra contro gli eredi del
    fascismo degli anni Venti, Trenta e Quaranta.
    Mi chiedo come potrà, ora, la sinistra
    italiana chiedere il ritiro delle truppe
    dall’Iraq”.
    L’ammirazione per Mussolini non è una novità. Nella sua biografia
    di Saddam, Carlo Panella ricorda come
    Khayrallah Tulfah, lo zio che fece al rais
    da padre e da mentore, partecipò al fallito
    golpe pro Mussolini e pro Hitler del maggio
    1941. Il partito Baath, del resto, fu fondato a
    Damasco nel 1943, quando la Siria era una
    colonia francese e la Francia fascista.
    Alla sinistra che continua a sostenere
    che Saddam e Osama sono figli di due ideologie
    diverse, Paul Berman ribadisce che
    continua a commettere un errore: “Non ho
    mai creduto che Saddam e Osama fossero
    stretti alleati e certo ci sono differenze tra
    il Baath e al Qaida, ma non vanno esagerate
    perché queste differenze c’erano anche
    nel fascismo europeo: Mussolini per esempio
    era laico, mentre Franco era religioso.
    Il Baath ha soppresso gli islamisti, ma allo
    stesso tempo era loro alleato in Palestina e
    in Libano. Il nazionalismo arabo e l’islamismo
    radicale corrono su binari paralleli –
    dice Berman – Sono movimenti ispirati al
    fascismo europeo, definiscono il mondo in
    termini apocalittici, s’immaginano un futuro
    utopico che rimanda all’era d’oro del
    passato, hanno il culto della morte e perseguono
    i loro obiettivi attraverso massacri di
    massa”.
    Hannah Arendt ha identificato i
    punti di contatto all’origine del totalitarismo
    ma, aggiunge Berman, “le differenze
    tra nazismo e comunismo sono molto più
    grandi di quelle tra baathismo e islamismo.
    Prima dell’11 settembre abbiamo sperato
    che i due movimenti si cancellassero a vicenda.
    Non ha funzionato”. "


    Saluti liberali

  5. #395
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    da www.ansa.it

    " ELEZIONI IN IRAQ: SONDAGGIO, BENE SCIITI MA AVANZA ALLAWI

    BAGHDAD - Un 'exit poll' parziale, non sistematico né scientifico, condotto dopo la chiusura dei seggi indica che il blocco sciita mantiene un forte seguito, ma che una buona affermazione la ottiene anche il partito laico dell'ex primo ministro Iyaq Allawi. Da oltre 500 interviste a votanti realizzate dall'agenzia Reuters in tutto l'Iraq, risulta un massiccio sostegno, nelle aree a prevalenza sciita, per l'Alleanza irachena unita (Uia), la principale componente dell'attuale coalizione con i curdi. Il partito di Allawi, comunque, sembra aver guadagnato terreno rispetto al 14% dei suffragi ricevuti il 30 gennaio scorso nelle elezioni per il Parlamento provvisorio. Risulta alta l'affluenza alle urne nelle prime elezioni legislative del dopo Saddam in Iraq. Sporadici gli atti di terrorismo limitati a tiri di mortaio - con un bilancio di un morto e due feriti - segnalati contro alcuni seggi a Mossul e a Tikrit e contro la superblindata Zona Verde a Baghdad.

    DA 10 A 11 MILIONI I VOTANTI
    Da dieci a undici milioni di iracheni sui 15,5 milioni di iscritti nelle liste elettorali hanno preso parte alle elezioni di ieri per la formazione del nuovo parlamento. Lo riferiscono stime della Commissione elettorale irachena rese note oggi. "Secondo prime stime, il numero di elettori che sono andati ai seggi si può calcolare tra i dieci e gli undici milioni", ha dichiarato Faid Ayar, alto funzionario della commissione. Il tasso di partecipazione delle elezioni di gennaio per la formazione di un parlamento transitorio era stato del 59 per cento, percentuale che era salita al 63 nel referendum che a ottobre aveva confermato la costituzione. Ayar ha precisato che lo spoglio dei voti si sta attualmente svolgendo nelle 18 province e che successivamente i risultati affluiranno nella capitale.
    "

    Shalom

  6. #396
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    Elezioni in Iraq: un dito di libertà

    di Davide Giacalone

    Sono tornati alle urne, ancora una volta, gli iracheni, questa volta per eleggere il loro primo Parlamento democratico e regolare. E sono tornati in massa, ancora una volta mettendosi in fila, ancora una volta mostrando orgogliosi l'indice macchiato d'inchiostro (sistema “colorito” per registrare chi ha già votato). Un grande, serio segnale che gli iracheni non dubitavano e non dubitano della loro voglia di rompere e chiudere con il passato.

    Gli italiani hanno già annunciato il loro ritiro. Graduale e concordato con gli alleati. Il compito era quello di aiutare gli iracheni a rimettere in piedi le loro forze di sicurezza interna, ed il regolare svolgimento delle elezioni è una prova che la missione è stata compiuta. Con successo. Dall'Iraq si ritireranno anche le altre truppe, comprese quelle statunitensi ed inglesi. Ma più in là. Si tratta non solo di garantire la sicurezza interna, ma di difendere la nuova democrazia dai suoi nemici esterni, che non lesinano aiuti a chi ancora non chiude la stagione delle stragi e del terrore. Di questo risultato, complessivamente, il mondo libero deve essere orgoglioso. Le lunghe file di votanti, il coraggio ripetutamente esibito da quei civili, sono la risposta migliore a chi ha usato le parole d'ordine della rinuncia e dell'ignavia, a chi, negando l'esportazione della democrazia, negava a quella gente il diritto di viverla. Invece se la stanno costruendo da soli, la democrazia, ma in un contesto che sarebbe stato impensabile senza l'intervento armato per cacciare Saddam.

    La democrazia irachena non nega certo la fede islamica di gran parte della popolazione, ma nega che l'Islam sia incompatibile con la democrazia. Su questo successo, su questa preziosa affermazione riflettono poco i tanti pacifisti che avrebbero preferito veder vincere le pacifiche truppe ed i pacifici macellai rappresentanti del terrore di Stato e di quello che bestemmia la fede.

  7. #397
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    da www.paginedidifesa.it

    " Iraq, Bush ha due anni di tempo per chiudere il capitolo

    --------------------------------------------------------

    Pier Francesco Galgani, 21 dicembre 2005

    --------------------------------------------------------



    Lo scorso 14 dicembre di fronte al Woodrow Wilson Center e ad alcuni membri della sua amministrazione tra cui Condoleeza Rice, il presidente Bush ha pronunciato l’ultimo di quattro discorsi dedicati alla guerra in Iraq (il 18 dicembre Bush si è rivolto alla nazione in diretta televisiva sintetizzando il contenuto dei precedenti interventi). La serie, iniziata con le parole rivolte ai cadetti dell’accademia navale di Annapolis lo scorso 30 novembre, fa parte di una strategia volta a far riguadagnare terreno presso l’opinione pubblica interna e internazionale allo sforzo bellico condotto nel paese mediorientale.
    L’iniziativa si è resa necessaria dopo le aspre critiche sull’andamento del conflitto sia da parte dell’opposizione democratica (importante l’intervento del deputato Jack Murtha che aveva chiesto un ritiro immediato delle truppe americane dall’Iraq) sia da parte di alcuni esponenti repubblicani. Durante i recenti viaggi di Bush in America Latina e Asia orientale l’aggravarsi del bilancio delle perdite militari aveva determinato un’ulteriore peggioramento della sua popolarità per cui la Casa Bianca, adottando una tattica che avrebbe dovuto essere attuata in estate e che poi le polemiche sull’impreparazione al passaggio dell’uragano Katrina avevano costretto a posticipare, aveva deciso di condurre una campagna per rilanciare le motivazioni dell’intervento in Iraq.

    Nella scorsa primavera i critici dell’amministrazione (tra cui molti dello stesso partito del presidente) accusavano Bush e i suoi consiglieri di non essere abbastanza chiari riguardo lo scenario iracheno. Cheney sosteneva che gli insorti stessero lanciando i loro ultimi attacchi mentre il presidente evitava accuratamente di pronunciarsi sull’aumento di perdite statunitensi e sul livello di violenza sul terreno. Come aveva detto il senatore Graham in un’intervista a Newsweek della scorsa estate, sembrava che il presidente stesse guardando un film diverso da quello che scorreva tutti i giorni di fronte agli occhi del popolo americano.

    Per mettere a tacere le critiche e ridurre la lenta erosione del sostegno alla propria politica irachena, il presidente ha deciso di contrattaccare riaffermando le ragioni della guerra, tralasciando l’ottimismo non suffragato dagli eventi e descrivendo con realismo l’effettiva situazione sul campo: “Non tutto si è svolto secondo i piani. E’ ancora possibile ottenere i risultati voluti ma ci vorrà del tempo”. Nel primo discorso Bush ha ammesso che l’addestramento delle forze di sicurezza irachene è stato più difficile di quanto previsto. Nel secondo, che la ricostruzione post bellica è andata spesso a rilento. Nel terzo, che l’iniziale piano previsto dagli Usa per un nuovo governo iracheno non aveva incontrato sufficienti sostegni da parte delle varie fazioni.

    Nell’intervento tenuto al Woodrow Wilson Center, evitando di raffigurare uno scenario troppo positivo, Bush ha voluto fare l’ammissione forse più difficile per lui e per la sua presidenza e cioè che le informazioni di intelligence sulla cui base si era deciso di destituire Saddam Hussein erano in gran parte sbagliate. Le tanto temute armi di distruzione di massa, che rappresentavano un pericolo gravissimo per la sicurezza nazionale americana, non sono state rinvenute perché non esistono. Una versione dei fatti proclamata a gran voce da tutti coloro che avevano sempre criticato l’intervento in Iraq, ma che ascoltata dalle labbra di colui che su quella finzione aveva costruito un’intera politica bellica non poteva non suscitare un certo effetto.

    Il presidente ha ammesso che nonostante ciò aveva deciso lo stesso di andare in guerra e che la responsabilità di tale scelta era soltanto sua. La mossa di Bush appare coraggiosa e può essere paragonata alla decisione di Kennedy di prendersi tutta la responsabilità del fallimento dello sbarco alla Baia dei Porci. Tuttavia la scelta del presidente appare improntata all’esempio di un altro predecessore a cui egli ha sempre detto di volersi ispirare: Ronald Reagan. Questi, di fronte allo scandalo Iran-Contras e per evitare un ulteriore peggioramento della sua popolarità, decise di rivelare di aver venduto armi sottobanco alle autorità iraniane per ottenere la liberazione degli americani presi in ostaggio nell’ambasciata statunitense a Teheran da alcuni studenti coranici, tra cui l’attuale presidente dell’Iran Amadinejad.

    Secondo Reagan, gli americani non si aspettano che i loro leader siano perfetti, ma vogliono che siano chiari con i loro cittadini. Lo sforzo di Bush di riconoscere gli errori riaffermando la sua leadership è teso a ottenere un miglioramento del livello di gradimento popolare. L’ammissione è importante ma, con l’affermazione che combattere i terroristi è essenziale per evitare che l’Iraq diventi un “paradiso” sicuro da cui lanciare attacchi contro gli Stati Uniti, il presidente ha contraddetto tutte le sue dichiarazioni precedenti: con la rimozione di Saddam l’amministrazione voleva evitare che il dittatore potesse dare ospitalità e risorse alla rete di Al Qaeda. A questo punto o le accuse al capo del partito Baath erano ingiustificate o la guerra all’Iraq ha dato ulteriore sfogo e spazio al terrorismo di matrice fondamentalista.

    Il presidente ha continuato dicendo che il risultato finale dello sforzo americano sarà la costruzione di uno Stato democratico che potrà rappresentare un modello per l’intero Medio Oriente. La libertà irachena porterà il soffio del cambiamento da Damasco a Teheran. Bush ha paragonato l’Iraq al Giappone dopo la seconda guerra mondiale, ma probabilmente il caso storico assunto da Washington come fondamento per la propria politica mediorientale è la Germania Ovest. Fatte le debite proporzioni e tenuto conto delle profonde differenze tra le due realtà, Harry Truman prima e Dwight Eisenhower dopo, con la collaborazione del cancelliere Adenauer, fecero della ricostruzione militare ed economica della Germania federale il principale strumento di destabilizzazione del blocco sovietico. Una Germania Ovest ricostruita e tornata alla sua ricchezza e prosperità poteva rappresentare un formidabile “magnete” per le nazioni al di là della cortina di ferro, così come un Iraq democratico nei riguardi delle altre nazioni arabe circostanti.

    Secondo Norman Ornstein, studioso dell’American Enterprise Institute, il discorso di Bush ha avuto un effetto positivo. Tuttavia, a determinare il successo della politica irachena del presidente non saranno le parole ma l’effettivo approccio sul terreno. L’attuale situazione irachena si presenta con alcune luci e molte ombre. Di fronte a progressi nell’addestramento delle truppe e una piccola ripresa della crescita economica, la diffusione della corrente elettrica e la produzione petrolifera appaiono molto al di sotto dei livelli raggiunti sotto il regime di Saddam. Inoltre, la forza distruttiva degli insorti non accenna a diminuire. L’alta affluenza alle urne per l’elezione del primo parlamento iracheno, soprattutto da parte delle componenti sunnite che non avevano preso parte alla consultazione di gennaio, appare sicuramente un buon risultato e un passo avanti sulla strada della pacificazione del paese. Lo stesso Bush ha definito l’evento una pietra miliare verso la democrazia e non è possibile dargli torto. Tuttavia, il quadro della situazione rimane molto incerto.

    Nei briefing delle scorse settimane i comandanti militari americani hanno descritto i possibili scenari del dopo voto, oscillando tra la riduzione delle truppe statunitensi sotto le 100.000 unità prima delle elezioni di mid-term di novembre 2006 o il loro aumento a un livello ancora più alto dell’attuale se vi saranno difficoltà nella formazione del parlamento, se vi fossero pericoli di guerra civile o se si verificassero assassini di leader politici.

    Come ha sostenuto Wesley Clark, l’ex comandante Nato, il nuovo governo che nascerà dalle elezioni del 15 dicembre dovrà adoperarsi per ridurre i contrasti tra le varie fazioni soprattutto tra sciiti e sunniti e l’unico modo potrebbe essere approvare alcune modifiche alla Costituzione: ad esempio stabilire la proprietà del governo centrale sulle risorse petrolifere, sottraendone il controllo alle province per evitare un eccessivo potere di alcuni gruppi etnici come i curdi, rivedere la struttura federale dello stato per scongiurare la nascita di una autonoma regione sciita del sud o permettere il rientro nella vita pubblica di ex esponenti di basso livello del partito Baath utilizzandone l’esperienza amministrativa.

    Tuttavia, tali obiettivi richiedono tempo e sebbene Bush anche il 18 dicembre scorso abbia ribadito che è necessario avere pazienza, il tempo appare come il fattore meno favorevole all’effettiva realizzazione della politica irachena di Washington. Le rivelazioni del New York Times sulle intercettazioni effettuate dal governo nell’ambito della guerra al terrorismo senza la necessaria autorizzazione della magistratura e la recente sconfitta parlamentare sulla proroga del Patriot Act dimostrano come l’estrema coesione del popolo americano dopo l’11 settembre è definitivamente tramontata, così come l’indiscussa leadership del “war president” come Bush amava definirsi.

    Secondo Joseph Nye, con la scadenza del 2006 alle porte e le elezioni presidenziali del 2008 l’attuale inquilino della Casa Bianca non può permettersi di lasciare a un futuro candidato presidenziale repubblicano il fardello di una eccessiva presenza militare americana in Iraq. Di conseguenza l’amministrazione Bush dispone dai diciotto mesi ai due anni per districarsi dalle difficoltà irachene e gettare le basi di un avvio concreto del paese verso la democrazia. Si tratta di un lasso di tempo ragionevole che tuttavia la graduale perdita di credibilità del presidente dovuta alle recenti rivelazioni e sconfitte parlamentari potrebbe accorciare a meno di un battito di ciglia.
    "


    Saluti liberali

  8. #398
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    " Se gli americani sbagliano due volte


    Da un articolo di Shmuel Rosner



    E’ vero che molte notizie di intelligence si sono rivelate sbagliate”, ha detto il presidente degli Stati Uniti George W. Bush alla vigilia delle elezioni parlamentari irachene, allineandosi in questo modo su quello che da qualche tempo l’America considera un dato di fatto fuori discussione: in Iraq non c’erano armi di distruzione di massa. Bush è convinto che l’intervento militare fosse ugualmente giustificato nonostante questo errore. Il dibattito sulla questione è solo all’inizio, ma lui ha già archiviato il tema dell’insuccesso dell’intelligence. “Come presidente, mi assumo la responsabilità della decisione di andare in Iraq. E mi assumo anche la responsabilità di rimediare a ciò che andato storto, riformando le facoltà dell’intelligence. Ed è quello che stiamo facendo”.
    Ed ecco cosa ha detto Bush a proposito dei servizi di intelligence di altri paesi, Israele compreso: “Quando prendemmo la decisione di andare in Iraq, molti servizi di intelligence in tutto il mondo valutavano che Saddam fosse in possesso di armi di sterminio”.
    In effetti in Israele molti alti ufficiali dell’esercito e dell’intelligence insistono ancora oggi: “Lo dicevamo allora e non ci sbagliavamo. Chi sta sbagliando sono, oggi, gli americani”.
    Abbiamo qui una posizione interessante, che non appassiona molto il pubblico israeliano dal momento che in Israele non c’è gran discussione sull’opportunità o meno dell’intervento militare in Iraq. Questi alti ufficiali, che conoscono molto bene i materiali dell’intelligence israeliana, sono tuttora convinti che l’Iraq avesse veramente armi di distruzione di massa. Non armi nucleari, naturalmente. Israele non ha mai detto questo. Un errore degli americani fu proprio quello di esagerare informazioni inconsistenti circa piani nucleari iracheni. Ma c’erano armi chimiche e biologiche. E se gli americani hanno sposato una diversa valutazione, soprattutto per ragioni politiche, essi stanno facendo oggi un secondo errore che va ad aggiungersi al primo.
    Alcuni di questi alti ufficiali hanno discusso queste opinioni con i loro contatti americani. “Perché non abbiamo trovato le armi?”, hanno chiesto gli americani. Gli israeliani hanno risposto garbatamente: perché per lo più erano state trasferite in Siria prima della guerra. Sospetti di questo genere sono già stati apertamente pubblicati. Tutti i servizi di intelligence occidentali conoscono bene le fotografie di autocarri che attraversavano il confine di notte, accompagnati da alti ufficiali iracheni. Il problema è che, appena Israele punta il dito sulla Siria, subito viene accusato di secondi fini politici. “Possono pensare quello che vogliono – dice un ufficiale israeliano – Forse è impossibile cambiare la loro opinione, ma è anche impossibile cambiare la realtà dei fatti. Il materiale venne trasferito in Siria col favore delle tenebre appena prima dello scoppio delle ostilità. Per questo gli americani non l’hanno trovato”. E questa, come si è detto, è la spiegazione più benevola.
    La spiegazione meno benevola circola in ambienti più ristretti per non irritare gli amici americani. Tuttavia, nell’arco di due settimane, l’ho udita da almeno tre diversi israeliani che occupavano posizioni tali da aver accesso ad informazioni di intelligence durante la guerra in Iraq. “Semplicemente non sanno cercare bene” dice uno di essi. “Sapete come cercavano? – spiega un secondo – Le truppe venivano mandate in un certo luogo e vi si recavano senza alcun serio supporto di intelligence. Se non c’era niente sotto quel sasso, semplicemente tornavano alla base senza preoccuparsi di guardare anche sotto gli altri sassi tutt’attorno”.
    Alcuni di questi materiali, sostengono le fonti israeliane, sono ancora nascosti in Iraq (un paese dove tuttora sfuggono alle forze della coalizione ingenti quantità di armi ed esplosivi convenzionali). Forse verranno trovati in futuro. O forse no. Non è del tutto chiaro chi sappia dove si trovano, e chi ne abbia il controllo. Naturalmente gli americani non hanno trovato il materiale trasferito in Siria perché là non hanno cercato. A molti americani dell’establishment della difesa che erano contrari all’intervento armato torna comodo che il materiale non venga stato trovato. Così si prendono la rivincita sui loro rivali nell’amministrazione, che nei mesi precedenti la guerra li offendevano e ignoravano le loro raccomandazioni.
    Tutto questo può significare due cose. O in Israele, in mancanza di un ampio dibattito pubblico, l’establishment della difesa nasconde la testa nella sabbia rifiutandosi di ammettere un madornale errore di valutazione sulle capacità non convenzionali dell’Iraq. Oppure negli Stati Uniti, a causa di agitate circostanze politiche, l’opinione pubblica si è fatta un’idea definitiva circa la qualità delle notizie di intelligence, costringendo l’amministrazione ad ammettere un errore che era in realtà molto più piccolo di quanto non abbiano pensato gli americani stessi.
    “Ormai è impossibile modificare l’opinione pubblica americana su questo tema, a meno che improvvisamente non salti fuori una quantità enorme di armi chimiche – dice una delle fonti israeliane – E il problema è che adesso nessuno può andare a cercarle”. Bush ha le mani legate. Nelle attuali circostanze politiche è inconcepibile che ordini di riprendere le ricerche. In ogni caso, una discussione seria e utile sulla qualità delle informazioni di intelligence alla vigilia dell’intervento in Iraq sarà possibile, se mai lo sarà, solo fra qualche tempo in futuro.


    (Da: Ha’aretz, 18.12.05) "


    Shalom

  9. #399
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    Citazione Originariamente Scritto da Pieffebi
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    Da un articolo di Shmuel Rosner



    E’ vero che molte notizie di intelligence si sono rivelate sbagliate”, ha detto il presidente degli Stati Uniti George W. Bush alla vigilia delle elezioni parlamentari irachene, allineandosi in questo modo su quello che da qualche tempo l’America considera un dato di fatto fuori discussione: in Iraq non c’erano armi di distruzione di massa. Bush è convinto che l’intervento militare fosse ugualmente giustificato nonostante questo errore. Il dibattito sulla questione è solo all’inizio, ma lui ha già archiviato il tema dell’insuccesso dell’intelligence. “Come presidente, mi assumo la responsabilità della decisione di andare in Iraq. E mi assumo anche la responsabilità di rimediare a ciò che andato storto, riformando le facoltà dell’intelligence. Ed è quello che stiamo facendo”.
    Ed ecco cosa ha detto Bush a proposito dei servizi di intelligence di altri paesi, Israele compreso: “Quando prendemmo la decisione di andare in Iraq, molti servizi di intelligence in tutto il mondo valutavano che Saddam fosse in possesso di armi di sterminio”.
    In effetti in Israele molti alti ufficiali dell’esercito e dell’intelligence insistono ancora oggi: “Lo dicevamo allora e non ci sbagliavamo. Chi sta sbagliando sono, oggi, gli americani”.
    Abbiamo qui una posizione interessante, che non appassiona molto il pubblico israeliano dal momento che in Israele non c’è gran discussione sull’opportunità o meno dell’intervento militare in Iraq. Questi alti ufficiali, che conoscono molto bene i materiali dell’intelligence israeliana, sono tuttora convinti che l’Iraq avesse veramente armi di distruzione di massa. Non armi nucleari, naturalmente. Israele non ha mai detto questo. Un errore degli americani fu proprio quello di esagerare informazioni inconsistenti circa piani nucleari iracheni. Ma c’erano armi chimiche e biologiche. E se gli americani hanno sposato una diversa valutazione, soprattutto per ragioni politiche, essi stanno facendo oggi un secondo errore che va ad aggiungersi al primo.
    Alcuni di questi alti ufficiali hanno discusso queste opinioni con i loro contatti americani. “Perché non abbiamo trovato le armi?”, hanno chiesto gli americani. Gli israeliani hanno risposto garbatamente: perché per lo più erano state trasferite in Siria prima della guerra. Sospetti di questo genere sono già stati apertamente pubblicati. Tutti i servizi di intelligence occidentali conoscono bene le fotografie di autocarri che attraversavano il confine di notte, accompagnati da alti ufficiali iracheni. Il problema è che, appena Israele punta il dito sulla Siria, subito viene accusato di secondi fini politici. “Possono pensare quello che vogliono – dice un ufficiale israeliano – Forse è impossibile cambiare la loro opinione, ma è anche impossibile cambiare la realtà dei fatti. Il materiale venne trasferito in Siria col favore delle tenebre appena prima dello scoppio delle ostilità. Per questo gli americani non l’hanno trovato”. E questa, come si è detto, è la spiegazione più benevola.
    La spiegazione meno benevola circola in ambienti più ristretti per non irritare gli amici americani. Tuttavia, nell’arco di due settimane, l’ho udita da almeno tre diversi israeliani che occupavano posizioni tali da aver accesso ad informazioni di intelligence durante la guerra in Iraq. “Semplicemente non sanno cercare bene” dice uno di essi. “Sapete come cercavano? – spiega un secondo – Le truppe venivano mandate in un certo luogo e vi si recavano senza alcun serio supporto di intelligence. Se non c’era niente sotto quel sasso, semplicemente tornavano alla base senza preoccuparsi di guardare anche sotto gli altri sassi tutt’attorno”.
    Alcuni di questi materiali, sostengono le fonti israeliane, sono ancora nascosti in Iraq (un paese dove tuttora sfuggono alle forze della coalizione ingenti quantità di armi ed esplosivi convenzionali). Forse verranno trovati in futuro. O forse no. Non è del tutto chiaro chi sappia dove si trovano, e chi ne abbia il controllo. Naturalmente gli americani non hanno trovato il materiale trasferito in Siria perché là non hanno cercato. A molti americani dell’establishment della difesa che erano contrari all’intervento armato torna comodo che il materiale non venga stato trovato. Così si prendono la rivincita sui loro rivali nell’amministrazione, che nei mesi precedenti la guerra li offendevano e ignoravano le loro raccomandazioni.
    Tutto questo può significare due cose. O in Israele, in mancanza di un ampio dibattito pubblico, l’establishment della difesa nasconde la testa nella sabbia rifiutandosi di ammettere un madornale errore di valutazione sulle capacità non convenzionali dell’Iraq. Oppure negli Stati Uniti, a causa di agitate circostanze politiche, l’opinione pubblica si è fatta un’idea definitiva circa la qualità delle notizie di intelligence, costringendo l’amministrazione ad ammettere un errore che era in realtà molto più piccolo di quanto non abbiano pensato gli americani stessi.
    “Ormai è impossibile modificare l’opinione pubblica americana su questo tema, a meno che improvvisamente non salti fuori una quantità enorme di armi chimiche – dice una delle fonti israeliane – E il problema è che adesso nessuno può andare a cercarle”. Bush ha le mani legate. Nelle attuali circostanze politiche è inconcepibile che ordini di riprendere le ricerche. In ogni caso, una discussione seria e utile sulla qualità delle informazioni di intelligence alla vigilia dell’intervento in Iraq sarà possibile, se mai lo sarà, solo fra qualche tempo in futuro.


    (Da: Ha’aretz, 18.12.05) "


    Shalom
    Che queste armi esistessero o meno E' CERTO che esse mai furono impiegate contro gli americani i quali al contrario armi fuori dagli accordi ne hanno usate
    copiosamente contro gli irakeni !

    Gli americani cercarono in tutti i modi di trovare le armi segrete
    irakene poi , stanchi di cercare senza risultato , alla fine si rassegnarono, malvolentieri , ad usare le loro . Ma gli dispiaceva ah se gli dispiaceva...........

  10. #400
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    Da un articolo di Shmuel Rosner



    E’ vero che molte notizie di intelligence si sono rivelate sbagliate”, ha detto il presidente degli Stati Uniti George W. Bush alla vigilia delle elezioni parlamentari irachene, allineandosi in questo modo su quello che da qualche tempo l’America considera un dato di fatto fuori discussione: in Iraq non c’erano armi di distruzione di massa. Bush è convinto che l’intervento militare fosse ugualmente giustificato nonostante questo errore. Il dibattito sulla questione è solo all’inizio, ma lui ha già archiviato il tema dell’insuccesso dell’intelligence. “Come presidente, mi assumo la responsabilità della decisione di andare in Iraq. E mi assumo anche la responsabilità di rimediare a ciò che andato storto, riformando le facoltà dell’intelligence. Ed è quello che stiamo facendo”.
    Ed ecco cosa ha detto Bush a proposito dei servizi di intelligence di altri paesi, Israele compreso: “Quando prendemmo la decisione di andare in Iraq, molti servizi di intelligence in tutto il mondo valutavano che Saddam fosse in possesso di armi di sterminio”.
    In effetti in Israele molti alti ufficiali dell’esercito e dell’intelligence insistono ancora oggi: “Lo dicevamo allora e non ci sbagliavamo. Chi sta sbagliando sono, oggi, gli americani”.
    Abbiamo qui una posizione interessante, che non appassiona molto il pubblico israeliano dal momento che in Israele non c’è gran discussione sull’opportunità o meno dell’intervento militare in Iraq. Questi alti ufficiali, che conoscono molto bene i materiali dell’intelligence israeliana, sono tuttora convinti che l’Iraq avesse veramente armi di distruzione di massa. Non armi nucleari, naturalmente. Israele non ha mai detto questo. Un errore degli americani fu proprio quello di esagerare informazioni inconsistenti circa piani nucleari iracheni. Ma c’erano armi chimiche e biologiche. E se gli americani hanno sposato una diversa valutazione, soprattutto per ragioni politiche, essi stanno facendo oggi un secondo errore che va ad aggiungersi al primo.
    Alcuni di questi alti ufficiali hanno discusso queste opinioni con i loro contatti americani. “Perché non abbiamo trovato le armi?”, hanno chiesto gli americani. Gli israeliani hanno risposto garbatamente: perché per lo più erano state trasferite in Siria prima della guerra. Sospetti di questo genere sono già stati apertamente pubblicati. Tutti i servizi di intelligence occidentali conoscono bene le fotografie di autocarri che attraversavano il confine di notte, accompagnati da alti ufficiali iracheni. Il problema è che, appena Israele punta il dito sulla Siria, subito viene accusato di secondi fini politici. “Possono pensare quello che vogliono – dice un ufficiale israeliano – Forse è impossibile cambiare la loro opinione, ma è anche impossibile cambiare la realtà dei fatti. Il materiale venne trasferito in Siria col favore delle tenebre appena prima dello scoppio delle ostilità. Per questo gli americani non l’hanno trovato”. E questa, come si è detto, è la spiegazione più benevola.
    La spiegazione meno benevola circola in ambienti più ristretti per non irritare gli amici americani. Tuttavia, nell’arco di due settimane, l’ho udita da almeno tre diversi israeliani che occupavano posizioni tali da aver accesso ad informazioni di intelligence durante la guerra in Iraq. “Semplicemente non sanno cercare bene” dice uno di essi. “Sapete come cercavano? – spiega un secondo – Le truppe venivano mandate in un certo luogo e vi si recavano senza alcun serio supporto di intelligence. Se non c’era niente sotto quel sasso, semplicemente tornavano alla base senza preoccuparsi di guardare anche sotto gli altri sassi tutt’attorno”.
    Alcuni di questi materiali, sostengono le fonti israeliane, sono ancora nascosti in Iraq (un paese dove tuttora sfuggono alle forze della coalizione ingenti quantità di armi ed esplosivi convenzionali). Forse verranno trovati in futuro. O forse no. Non è del tutto chiaro chi sappia dove si trovano, e chi ne abbia il controllo. Naturalmente gli americani non hanno trovato il materiale trasferito in Siria perché là non hanno cercato. A molti americani dell’establishment della difesa che erano contrari all’intervento armato torna comodo che il materiale non venga stato trovato. Così si prendono la rivincita sui loro rivali nell’amministrazione, che nei mesi precedenti la guerra li offendevano e ignoravano le loro raccomandazioni.
    Tutto questo può significare due cose. O in Israele, in mancanza di un ampio dibattito pubblico, l’establishment della difesa nasconde la testa nella sabbia rifiutandosi di ammettere un madornale errore di valutazione sulle capacità non convenzionali dell’Iraq. Oppure negli Stati Uniti, a causa di agitate circostanze politiche, l’opinione pubblica si è fatta un’idea definitiva circa la qualità delle notizie di intelligence, costringendo l’amministrazione ad ammettere un errore che era in realtà molto più piccolo di quanto non abbiano pensato gli americani stessi.
    “Ormai è impossibile modificare l’opinione pubblica americana su questo tema, a meno che improvvisamente non salti fuori una quantità enorme di armi chimiche – dice una delle fonti israeliane – E il problema è che adesso nessuno può andare a cercarle”. Bush ha le mani legate. Nelle attuali circostanze politiche è inconcepibile che ordini di riprendere le ricerche. In ogni caso, una discussione seria e utile sulla qualità delle informazioni di intelligence alla vigilia dell’intervento in Iraq sarà possibile, se mai lo sarà, solo fra qualche tempo in futuro.


    (Da: Ha’aretz, 18.12.05) "


    Shalom
    http://www.politicaonline.net/forum/...d.php?t=209829

 

 
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